La Legge di Stabilità approda in Senato tra le polemiche

La Legge di Stabilità targata Letta-Alfano-Saccomanni approda oggi in Senato. Più che l’esame di un testo di legge si tratterà di fare a fettine e rivoltare come un calzino una bozza di manovra economica che, dalle parti sociali, ai cittadini agli stessi partiti della maggioranza, è riuscita a scontentare un po’ tutti ad esclusione dei suoi estensori. Il peccato originale di quella che una volta si chiamava Finanziaria sta ovviamente nel ristrettissimo margine di manovra rispetto ai vincoli che Bruxelles pone sui bilanci degli Stati membri. Quello che invece non è andato giù a nessuno, compreso l’ultraeuropeista Mario Monti, è il poco coraggio dimostrato dalla compagine lettiana che ha partorito una manovra composta di soli interventi compensativi. Ovvero, per una cifra in uscita, come quella prevista per l’abbassamento del cuneo fiscale, c’è ne deve essere per forza una in entrata, sotto forma di nuove tasse o di tagli alla spesa pubblica.

I più decisi a scendere sul sentiero di guerra sono stati i sindacati Cgil-Cisl-Uil, per una volta concordi nel giudicare come insufficienti i provvedimenti contenuti nella Legge di Stabilità. Quattro ore di sciopero nazionale da diluire a livello territoriale  fino a metà novembre e non uno sciopero generale vecchia maniera è stata la forma di protesta approvata dai segretari Camusso, Bonanni e Angeletti. L’obiettivo è quello di varare al più presto una piattaforma programmatica dalla quale partire per cambiare il provvedimento, anzi stravolgerlo, vista la “simbolica riduzione del carico fiscale” che consegna il paese alla stagnazione. Secondo la triplice sindacale si sarebbero dovuti ridurre gli sprechi e ridurre il peso fiscale per lavoratori (pubblici) e pensionati, lo zoccolo duro dei loro iscritti.

 

Una bocciatura senza appello della manovra è arrivata anche dai “rivali” della Confindustria. È stato il presidente degli industriali italiani in persona, Giorgio Squinzi, ad usare parole inequivocabili: “Con 850 miliardi di spesa pubblica, un taglio del 2-3-4% libererebbe risorse enormi: noi chiedevamo 10 miliardi per il cuneo fiscale”. E invece i miliardi stanziati per il cuneo fiscale sono 10, ma in tre anni, e per il 2014 si parla solo di 2,5 miliardi, i famosi 15 euro in più in busta paga, ma solo per i più fortunati.

Passando alle reazioni della politica, è ancora il vecchio cavallo di battaglia dell’abolizione dell’Imu a solleticare gli istinti più bassi del Pdl. Nel 2014 è prevista la nascita della Tasi che, insieme alla vecchia tassa sui rifiuti, dovrebbe sostituire l’Imu. Secondo la relazione tecnica della legge, il gettito del nuovo tributo sarà di 3,7 miliardi, superiore ai 3,3 incassati con l’Imu prima casa. Più che una bestemmia per i falchi pidiellini del calibro di Brunetta e Capezzone che non esitano a parlare di “stangata” e non tengono conto della tesi del governo secondo il quale il gettito combinato Imu-Tarsu era di 4,7 miliardi. Comunque sia, anche se sulla prima casa si dovesse risparmiare qualcosa, sembra scontato l’aumento delle tasse sugli altri beni immobili. Spetta a Paolo Romani, invece, occuparsi dei rapporti con l’Europa per definire “stato di soggezione” quello dimostrato dal governo Letta nei confronti dell’Ue.

Sul fronte del Pd, gli uomini di Epifani, o se vogliamo di Letta, o se vogliamo ancora di Renzi, riescono a criticare la manovra persino dall’interno del governo. Stefano Fassina, viceministro quasi dimissionario dell’Economia, non usa mezzi termini e denuncia di voler combattere il rigore imposto dalla Ue”. Secondo Fassina “la politica economica prevalente è insostenibile non per l’Italia ma per l’intera eurozona. Mette a rischio la moneta unica e la stessa democrazia come dimostra il boom dei partiti xenofobi e nazionalisti in tutto il Continente”. Idee confuse e reazioni scomposte che lasciano bene intendere che fino a dicembre, data ultima per l’approvazione della Legge di Stabilità, tutto può ancora accadere.

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