Renzi rottama anche la Germania, ma si dimentica i marò

Renzi maròInaugurazione del semestre di presidenza italiana della UE. Matteo Renzi vola a Strasburgo per recitare la parte del rottamatore dell’austerità germanica in nome del contentino chiamato flessibilità. Durante la sua permanenza nel parlamento europeo il premier del 40,8% non si fa mancare nemmeno un teatrale botta e risposta con il capogruppo del PPE Manfred Weber, un nuovo kapò, anche lui tedesco come il kapò Martin Schulz di berlusconiana memoria.

Torna a Roma da trionfatore, dipinto come il nuovo Churchill dalla fedele stampa di Regime ma, tradito da una debordante presunzione, inciampa inaspettatamente proprio su una domanda di Bruno Vespa, il decano dei giornalisti embedded, che lo inchioda senza pietà sull’accogliente poltrona di Porta a Porta. “Perché durante il suo discorso non ha fatto alcun riferimento alla vicenda dei marò?”. Con questo fulmine a ciel sereno il multimilionario conduttore sorprende Renzi, impegnato a glorificare le meravigliose sorti e progressive dell’Italia al comando (ininfluente) dell’UE. Per qualche secondo nello studio tv di RaiUno cala il gelo. Il loquace Renzi non favella più. Poi, piano piano, comincia a balbettare qualcosa, senza però riuscire a nascondere un clamoroso imbarazzo.

Alla fine arriva una risposta di rito che non convince nessuno: “La scelta di non parlarne è voluta: è una vicenda complicata, che resta una ferita… Una parola rischia di essere di troppo. Non credo che la soluzione sia che l’Italia vada al Parlamento europeo perché non è quella la sede dove si risolvono i problemi con l’India. Non faccio campagna elettorale o demagogia sulla pelle dei marò”. Insomma, detta diplomaticamente, il presidente del consiglio si è dimenticato di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò trattenuti in India da due anni con l’accusa di omicidio.

L’omissione renziana non è passata naturalmente inosservata, scatenando reazioni di sdegno, più o meno strumentali, soprattutto nel centrodestra. “Renzi si dimentica i nostri marò. Che tristezza” twitta Raffaele Fitto, il mister preferenze pugliese di Forza Italia. “Ci sono rimasto male, mi aspettavo di più – va giù duro l’altro Matteo, il leghista Salvini – Non una parola sui marò. Ci occupiamo dei diritti delle donne in Pakistan, giusto. Dei cristiani perseguitati in Nigeria… In questo palazzo troviamo ipocrisia e menzogna: due soldati italiani, e quindi europei, sono da due anni in galera in India e qui ci occupiamo degli sfigati di tutto il mondo, ma non dei nostri soldati”.

E pensare che Maurizio Gasparri, non certo un fulmine di guerra di intelligenza, aveva addirittura “imbeccato” il premier prima del discorso di Strasburgo. “Matteo Renzi avrai il coraggio parlando all’Europa di chiedere la libertà per i #marò?”, scriveva il social Gasparri su Twitter. Niente da fare. E così Renzi si è attirato gli strali anche della Sorella d’Italia Giorgia Meloni che si dice totalmente “sconcertata di fronte al premier Italiano che nel suo primo discorso da presidente dell’Ue invoca la reazione dell’Europa per tutte le ingiustizie del mondo, salvo per quella che viene perpetrata nei confronti dei due marò italiani illecitamente trattenuti in India da due anni in piena violazione del diritto internazionale”. All’assalto di Renzi si lanciano anche i forzisti D’Ambrosio e Gardini.

Quello che fa andare in bestia la destra italiana (o ciò che ne rimane) è l’inguaribile arroganza di Renzi che, nel suo discorso strasburghese, si lancia in una appassionata analisi geopolitica globale, passando dall’Africa alla Russia, dalla questione palestinese ai diritti delle donne in Pakistan, Nigeria e Sudan. Tutto condito da riferimenti al mondo classico nel discorso preparato dai suoi ghost writers che però non riescono assolutamente nello scopo di far sembrare il capo uno statista intellettuale.

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Il governo Letta prigioniero dei Poteri Forti internazionali

Se si dovesse dar credito alla fantasia comunicativa del presidente del consiglio Enrico Letta, bisognerebbe dedurne che l’Italia sta finalmente giungendo alla fine del tunnel della crisi economica che già molti prima di lui, a cominciare da Mario Monti, avevano creduto di raggiungere, ritrovandosi poi schiacciati da un treno a tutta velocità dal quale invece proveniva la luce. La metafora da disastro ferroviario è farina del sacco di Beppe Grillo, ma sembra che l’avvertimento sul prossimo fallimento del Paese non abbia fatto breccia tra i rappresentanti del nuovo governo.

Il primo a non voler proprio ammettere l’incapacità del governo delle larghe intese -meglio noto come dell’inciucio- nel mettere una pezza al disastro economico incombente è stato il ministro dell’Economia Maurizio Saccomanni, uno che ha lavorato una vita ai massimi livelli della Banca d’Italia e che di conti se ne dovrebbe intendere. “Credo di essere l’unico che continua a vedere un po’ di luce in fondo al tunnel e a pensare che non sia il treno che ci sta venendo incontro” ha detto il ministro alcuni giorni fa durante un’audizione alla Camera. Peccato che ci sia rimasto solo lui ad avere il coraggio di profondere un ottimismo tanto entusiasta quanto fuori luogo, visto che a dettare le tappe forzate del risanamento italiano sono direttamente i Poteri Forti internazionali, dalla Bce al Fondo Monetario, passando per l’Ue, la Nato, ma anche per gli Stati Uniti di Obama.

 

Che gli italiani non comandino nemmeno a casa propria è cosa nota a tutti tranne che al premier Enrico Letta che, ancora nella giornata di mercoledì scorso, se ne andava in giro per il web twittando sulle meravigliose sorti e progressive del paese, merito ovviamente della sua efficace azione di governo a livello europeo e, forse, anche planetario. “Ce l’abbiamo fatta! ha cinguettato Letta jrCommissione Ue annuncia ora ok a più flessibilità per prossimi bilanci per paesi come Italia con conti in ordine. La serietà paga”. Un tweet pubblicato a pochi secondi dall’annuncio dato dal presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, sulla possibilità concessa ai paesi virtuosi sul debito pubblico di sforare il tetto del deficit del 3% nel quale eravamo appena rientrati.

Peccato che gli entusiasmi adolescenziali di un premier che si atteggia a giovane ma è nato inamidato, siano stati subito stoppati dalla severità di Olli Rehn, il commissario Ue agli Affari Economici che ha riportato con i piedi per terra il Peter Pan de’Noantri: “Non è una deroga dai vincoli sui conti ha precisato Rehn perché sarà concessa a patto che si rispetti sia il tetto del 3% di deficit sia la “regola del debito”, cioè la riduzione obbligatoria di un ventesimo all’anno richiesta dal “fiscal compact”. Altro che “ce l’abbiamo fatta”.

Sia come sia, per Letta è la comunicazione -veloce, moderna e via internet- a contare più della sostanza. Errore strategico che è costato una figuraccia, oltre che una crisi della assurda maggioranza Pd-Pdl, anche sul tema dell’aumento dell’Iva previsto per luglio, ma rinviato poi ad ottobre e su quello, altrettanto spinoso, dell’abolizione dell’Imu. “L’imposta sulla prima casa andrebbe mantenuta”, ha dichiarato il 4 luglio scorso Kenneth Kang, Assistant director of european department del Fondo Monetario Internazionale. Un ceffone in pieno volto rifilato alle aspirazioni di Letta il Nipote che, complice l’impuntatura da asino sull’argomento del capogruppo Pdl alla Camera Renato Brunetta, rischia di cadere se non riuscirà a raggranellare i miliardi necessari a disinnescare le sorelle Iva-Imu.

“La copertura di questi interventi va tutta trovata dentro il bilancio del 2013 e non è semplice” ha infine confessato Letta, schiacciato dal peso politico dell’organismo presieduto dalla francese Christine Lagarde. Una sudditanza fisica e psicologica dimostrata dall’Italia anche sul caso F-35, i costosissimi super-jet della Lockheed Martin che Nato e Usa hanno deciso di produrre e far comprare negli anni ‘90. Lo scontro istituzionale tra il parlamento, il presidente della Repubblica e il Consiglio Supremo di Difesa da quest’ultimo presieduto è scoppiata perché secondo Napolitano la scelta operata in ambito Nato non può essere messa in discussione dal parlamento. Patria Loro.

Vertice UE: Monti incontra Berlusconi e Bersani. Grillo non risponde

Il premier ancora in carica Mario Monti tenta di uscire dall’angolo in cui è stato relegato dai disastrosi risultati ottenuti alle recenti elezioni. Gli italiani hanno bocciato quasi all’unanimità la sua mortifera linea del rigore, ispirata dai desideri di Angela Merkel, ma il Professore non si dà per vinto e -approfittando degli ultimi appuntamenti istituzionali come il vertice del Consiglio europeo che si terrà a Bruxelles il prossimo 14 marzo-, decide di tentare il tutto per tutto per non uscire definitivamente dalla scena politica. È questo il senso della lettera inviata dal premier ai leader dei principali schieramenti usciti dalle urne: gli “onorevoli” Pierluigi Bersani e Silvio Berlusconi, il “signor” Giuseppe Grillo.

È necessario riportare integralmente il testo della missiva scritta il 4 marzo per comprendere le reali intenzioni belliche del bocconiano: “Il 14 marzo prossimo avrà luogo a Bruxelles la riunione del Consiglio Europeo di primavera, dedicata alla discussione delle priorità per la politica economica dell’Unione Europea e degli Stati membri nel 2013. Il Consiglio farà inoltre il punto sui progressi compiuti nel percorso di completamento dell’Unione economica e monetaria e affronterà il tema delle relazioni strategiche tra l’Unione e la Russia. Compete al presidente del Consiglio in carica, ancorché limitatamente agli affari correnti, di rappresentare l’Italia a tale riunione. Poiché, data la particolare situazione attuale, non è possibile svolgere il preventivo scambio di opinioni con il Parlamento – prassi introdotta dal governo che ho l’onore di presiedere – riterrei opportuno supplirvi mediante incontri con ciascun leader delle coalizioni o forze politiche che sono rappresentate nel nuovo Parlamento”.

 

La scusa è l’ennesimo vertice europeo nel quale, come sempre, oltre alle frasi di circostanza non verrà ottenuto alcun risultato significativo. Il vero motivo dell’attivismo montiano è invece il tentativo di mettere la museruola alle riottose forze politiche per mettere il cappello del monetarismo europeo a firma Monti sul prossimo governo italiano. Il Professore vuole mostrare ai partner liberisti europei di avere ancora una discreta forza contrattuale. E infatti Berlusconi e Bersani –membri a pieno titolo della casta, disposti persino ad un altro patto diabolico (dopo il governo Tecnico) pur di ottenere poltrone- hanno subito dato il loro assenso all’incontro, più mediatico che di contenuti.

Bersani, il segretario del partito che “non ha vinto” le elezioni si recherà da Monti col cappello in mano giovedì 7 marzo alle 17.00. Ancora incerto l’orario dell’incontro con Berlusconi che si presenterà a Palazzo Chigi il giorno successivo, l’8 marzo. Il desiderio dei tre politici è comune a quello espresso dal presidente Giorgio Napolitano: raggiungere un accordo, quale che sia, per mostrare alla sanguisuga Europa una parvenza di governo unito e addomesticato che esegua senza fare troppe storie le indicazioni economiche provenienti dalla troika Ue, Bce, Fmi.

Logico e prevedibile che, a fronte di questa trappola architettata da Monti, Beppe Grillo –vero vincitore della tornata elettorale insieme al M5S– decidesse perlomeno di prendere tempo. Il portavoce dei 5Stelle per il momento non ha risposto all’invito di Monti, nemmeno dalle pagine del suo blog. Fatto inconsueto che lascia intravedere una volontà di “trattare” con le forze schierate del nemico. O, almeno, è questa l’idea (la speranza) che sta prendendo spazio nella mente di giornalisti e addetti ai lavori, impegnati in improbabili dietrologie che vedrebbero Grillo come l’iniziatore, nel 2011, della corrispondenza letteraria con l’austero Professore. Una speranza, appunto, perché proprio nelle ultime ore i grillini hanno tenuto a precisare e ribadire il loro No a governi tecnici.