Renzi-Berlusconi: dal Patto del Nazareno alla Grande Coalizione

Pattodel NazarenoAll’indomani della sentenza di appello del Tribunale di Milano che ha assolto Silvio Berlusconi nel processo Ruby, ribaltando clamorosamente la condanna a 7 anni inflitta in primo grado al capo di Forza Italia, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è riuscito a volare fino in Africa, in Mozambico, a Maputo, per dichiarare quello che tutto il mondo già sapeva. “In un paese civile le regole si fanno insieme – ha detto il premier a chi gli chiedeva lumi sulla solidità del Patto del Nazareno– dal punto di vista istituzionale avrei mantenuto la parola anche se Berlusconi fosse stato condannato”.

La misteriosa conferma da parte del Rottamatore del patto segreto siglato con il Caimano nella sede appena espugnata del Pd, veniva considerata scontata da tutti gli addetti ai lavori, compresi coloro i quali si sono convinti da tempo che i fili del pactum sceleris del Nazareno siano tirati da Licio Gelli, il Venerabile Maestro della P2. Con Berlusconi trasformato miracolosamente da Papi Prostituente in Padre Costituente, l’accordo tra destra e sinistra potrebbe compiere ora un ulteriore passo avanti.

“Se l’oggetto di questo governo sono le riforme cosa c’è di strano che Berlusconi rientri in maggioranza? Io dico che Forza Italia deve entrare in maggioranza – dichiara senza mezzi termini il senatore Paolo Naccarato di Gal – “Archiviata l’alleanza con i 5 stelle, l’agenda dei mille giorni evocata dal premier va proprio in questa direzione”. Un abbozzo di trattativa che, se si vuole dar credito al retroscena riportato dal fattoquotidiano.it, sarebbe stato avallato da Berlusconi in persona che, oltre ad Italicum e Senato vuole portare a casa la “riforma” della Giustizia. E non solo, perché già si vocifera di un lavorio diplomatico portato avanti sottobanco dagli sherpa pro-Renzi Denis Verdini e Gianni Letta.

I due, secondo il quotidiano diretto da Peter Gomez, starebbero tramando con i renziani per far rientrare FI prima in maggioranza e poi addirittura al governo (il totoministri riporta già i nomi di Alessandro Cattaneo ed Elena Centemero). Un piano diabolico che rappresenterebbe una Nakba (la Catastrofe dei palestinesi) per le ambizioni di Angelino Alfano e la sopravvivenza stessa di Ncd, ma soprattutto diventerebbe la pietra tombale del dialogo sulle Riforme intavolato da Renzi con il M5S.

A dire la verità lo stucchevole (per Renzi) dibattito con i grillini su preferenze e clausole di sbarramento era già stato stoppato dall’apatia e dalla strabordante pinguedine mostrata senza vergogna dal giovane premier durante la diretta streaming di qualche giorno fa. Ma il Movimento, con in testa Luigi Di Maio, aveva comunque deciso di andare avanti. Per uscire dall’angolo politico in cui è stato cacciato ma, soprattutto, per mostrare agli italiani il bluff di Renzi che finge di trattare con i seguaci di Beppe Grillo quando ha già in tasca il Patto del Nazareno.

Diciamo che Grillo e i suoi non hanno preso molto sportivamente la rinnovata corrispondenza di amorosi sensi tra il “nipotino di Gelli” (copyright Piero Pelù) e la tessera P2 1816. Sul blog del guru genovese è apparso prima un post che riportava una parte del discorso pronunciato il 19 luglio dal magistrato Nino Di Matteo, in cui il pm del processo alla trattativa Stato-mafia ha attaccato, senza nominarli, il presidente “interventista” Giorgio Napolitano e “un soggetto da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa Nostra” (Berlusconi ndr) che oggi “discute con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all’ultimo respiro”. Messaggio chiaro quello voluto lanciare da Grillo.

Domenica sera, poi, Di Maio e gli altri protagonisti della trattativa con Renzi hanno provato a rilanciare una proposta in 6 punti al solo scopo di smascherare la “tattica dilatoria” del “gasteropode Renzie” interessato, in realtà, solo a confermare il Patto del Nazareno.

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Fallito il Piano Mori: il processo sulla Trattativa resta a Palermo

trattativa MoriL’ennesimo capitolo della vicenda giudiziaria che vede sul banco degli imputati la trattativa Stato-mafia si è chiuso con una sconfitta per Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno. I tre ex ufficiali del Ros dei carabinieri – imputati nel processo sulla trattativa in corso davanti alla corte d’Assise di Palermo – si sono visti rigettare dalla Sesta Sezione Penale della Cassazione la richiesta di trasferire il procedimento dal capoluogo siciliano a Caltanissetta. La motivazione del rischio per l’incolumità pubblica in caso di svolgimento del dibattimento a Palermo, contenuta nell’istanza di rimessione presentata il 5 marzo scorso dai loro legali Giuseppe Saccone e Basilio Milio, non ha retto all’esame della corte presieduta da Stefano Agrò.

Sfuma così per Mori, Subranni e De Donno la possibilità di far ripartire da zero nella città nissena il processo sulla trattativa iniziato a Palermo il 27 maggio 2013 e giunto ormai alla 29esima udienza. Almeno per il momento non potranno liberarsi del pm Nino Di Matteo e, ulteriore umiliazione, saranno anche costretti a pagare le spese processuali occorse per giudicare il loro maldestro tentativo di “fuga da Palermo”.

Ma quali circostanze hanno permesso agli ex carabinieri di motivare la loro richiesta con il pericolo per la sicurezza pubblica? La prima sono le misteriose lettere del corvo, scritte da un anonimo che dimostra di conoscere molto bene le vicende della trattativa tra le Istituzioni e Cosa Nostra. I destinatari del cosiddetto protocollo fantasma sono Di Matteo e gli altri magistrati del pool di Palermo, messi sotto controllo secondo il corvo da uomini dello Stato. Nelle missive si accusano proprio i carabinieri del Ros di aver fatto il doppio gioco nella storia della sparizione dell’Agenda Rossa di Paolo Borsellino e in quelle della mancata perquisizione del covo di Totò Riina nel 1993 e del mancato arresto di Bernardo Provenzano nelle campagne di Mezzojuso nel 1995.

La seconda motivazione addotta da Mori e i suoi è strettamente legata alla prima. Si riferisce all’inquietante presenza di persone sospette vicino l’abitazione del pm Francesco Del Bene e alla rocambolesca effrazione compiuta nel giugno scorso in casa del collega Roberto Tartaglia per rubare una pen drive in cui erano custoditi importanti atti del processo sulla trattativa. Ma senza lasciare alcuna traccia, tanto per far risultare ancora più evidente agli inquirenti un’intimidazione che “puzza di Servizi”.

La circostanza decisiva che ha convinto gli ex militi del Ros del pericolo attentato a Palermo, sono però le minacce proferite dal Capo dei Capi di Cosa Nostra, intercettato nel carcere milanese di Opera. Il sanguinario boss, autore delle stragi di Capaci e via D’Amelio, avrebbe più volte manifestato l’intenzione di far fare la “fine del tonno” a Di Matteo. Il sospetto è che Riina si sia prestato al gioco, facendo finta di non sapere di essere spiato, allo scopo di difendere il suo onore che verrebbe macchiato dall’emersione di un suo rapporto troppo stretto con gli “sbirri”. La trattativa, appunto. Quella che Mori, Subranni e De Donno (insieme agli altri imputati eccellenti Dell’Utri, Mancino e Mannino) hanno sempre negato, ma che adesso vorrebbero ancora mettere in atto spostando il processo da Palermo e cedendo così alle minacce degli stragisti mafiosi guidati sempre da Riina.

Intanto, a bloccare la strada della Verità sui rapporti tra politica e mafia nel biennio 1992-93, ci si mette anche Marcello Dell’Utri. Il Libanese, riparato a Beirut per sfuggire alla condanna per concorso esterno con la mafia, risulta anche tra gli imputati nel processo sulla trattativa (avrebbe curato i rapporti tra i boss e Berlusconi) e ha diritto ad assistere al dibattimento. Assente “Marcello”, dichiarato contumace, la prossima udienza, fissata al 15 maggio dal presidente Alfredo Montalto, potrebbe saltare. Mori & co. possono respirare.

Matteo Messina Denaro referente della trattativa Stato-mafia

Matteo Messina Denaro WarholIl sospetto è che Matteo Messina Denaro sia tuttora il referente della trattativa Stato-mafia per conto di Cosa Nostra. Ma la sempre più frequente esposizione mediatica a cui è sottoposto ultimamente il personaggio MMD potrebbe indicare che la sua stella è prossima al tramonto. Su internet circola da qualche ora l’identikit aggiornato del capomafia di Castelvetrano, latitante da 21 anni, disegnato dai finanzieri del Gico. Una fonte confidenziale, qualcuno che ha incontrato di persona il boss, avrebbe ricostruito i tratti del suo volto. Ingrassato, stempiato, occhi scuri, labbra sottili, ma senza più occhiali a seguito di un’operazione agli occhi fatta forse a Barcellona, in Spagna.
Tra indagini, arresti di fedelissimi e familiari e pentimenti sempre più frequenti, il cerchio sembra stringersi sempre di più intorno a Lu siccu, definito dal magistrato Nicolò Marino “uno degli strateghi delle stragi a partire da quella di Capaci”. Con la sua cattura potrebbero essere svelati anche molti segreti della trattativa Stato-mafia, eventualità che gli uomini dello Stato sotto processo a Palermo e anche il Capo dei capi Totò Riina, ristretto al 41bis nel carcere di Opera, vogliono evitare a tutti i costi. In questo senso assume un significato enorme un documento dello SCO (Servizio Centrale Operativo della polizia) firmato da Antonio Manganelli in data 1993 di cui il giornalista Danilo Procaccianti di Presa Diretta è venuto in possesso.
Secondo il rapporto-Manganelli (il capo della polizia scomparso pochi mesi fa) le bombe mafiose di Firenze, Milano e Roma del ’93 rappresentavano la prosecuzione “politica” di quelle contro Falcone e Borsellino, nell’ambito di una trattativa tra mafiosi e pezzi dello Stato con la quale gli uomini d’onore speravano di ottenere l’abolizione del 41bis e una legge sulla dissociazione così da ridurre il pentitismo. A proposito di dissociazione, è la parlamentare europea Sonia Alfano a confermare l’esistenza del cosiddetto “protocollo farfalla”, (un accordo illegale tra il Dap e i servizi segreti per consentire il libero accesso alle carceri da parte degli 007 all’insaputa dell’autorità giudiziaria). Anche Nicola Mancino (all’epoca ministro dell’Interno e oggi imputato per falsa testimonianza nel processo sulla trattativa) nella relazione inviata dalla Dia alla Commissione Antimafia nel ’93 dimostra di essere consapevole dell’esistenza di un canale aperto con i boss sul 41bis.
Dunque le istituzioni erano al corrente della trattativa fin da subito, come prospettato dalle procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo, ed è verosimile che, una volta arrestati i principali membri della Cupola, sia stato proprio il trapanese Messina Denaro ad affiancare Bernardo Provenzano per poi succedergli nel 2006. A rafforzare questa teoria ci sono le deposizioni del collaboratore di giustizia Antonio Giuffrè, secondo il quale MMD avrebbe ereditato l’archivio di Cosa Nostra da Riina. Forse quello custodito nel covo di Palermo che il ROS di Mario Mori si guardò bene dal perquisire nel gennaio 1993, subito dopo la cattura di Totò u curtu. Anche Rosario Naimo racconta di aver incontrato Riina e Denaro nel 1992 quando erano impegnati nella trattativa.
Che il figlio di don Ciccio di Castelvetrano (morto da latitante nel 1998) goda di protezioni ai massimi livelli lo dimostrano i suoi mancati arresti. Nel 1996 una soffiata fece saltare la sua cattura. Nel 2002 il maresciallo dei carabinieri Saverio Masi è convinto di aver individuato il covo del boss in una zona di campagna tra Bagheria e Misilmeri, ma i suoi superiori insabbiano tutto. Nel 2011 il colonnello Fiducia racconta di un posto di blocco sfondato da due Suv su uno dei quali viaggiava Denaro. Anche in questo caso le indagini si infrangono su un muro di gomma.
Ora, l’arresto avvenuto a dicembre della sorella Patrizia e di altre decine di fiancheggiatori e il sequestro di beni per oltre 4 mld di euro potrebbero aver scalfito l’impero di uno tra i dieci latitanti più ricchi del mondo. A capo di un impero economico fatto di prestanome (Despar, villaggi Valtour) e costruito intorno al consenso della borghesia imprenditoriale degli appalti (Tommaso Masino Coppola), del ciclo del calcestruzzo e dei parchi eolici (Vito Nicastri).

La testimonianza di Paolo Bellini sulla doppia trattativa Stato-mafia

Paolo Bellini trattativaPaolo Bellini ha deposto come teste nel processo sulla trattativa Stato-mafia di fronte ai pm palermitani in trasferta nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia. Non è la prima volta che Bellini viene sentito dai magistrati Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, ma questa volta il misterioso estremista di destra vicino ai Servizi ha aggiunto molti particolari interessanti al suo racconto. Tra “non so”, “non ricordo” e seri problemi di salute, l’ex Avanguardia Nazionale ha cercato di ricostruire i giorni della sua permanenza in Sicilia tra il 1991 e il 1992, inviato dai carabinieri del Ros per infiltrarsi in Cosa Nostra al fine di avviare una trattativa sullo scambio tra opere d’arte rubate e benefici ospedalieri per i mafiosi detenuti.

Una trattativa diversa da quella avviata dopo le stragi Falcone e Borsellino. Ed è proprio sul mistero della “doppia trattativa” che Di Matteo e colleghi vogliono fare luce. Bellini si trovava in un hotel di Enna il 6 dicembre 1991, nello stesso periodo in cui su quel territorio erano riuniti i vertici di Cosa Nostra per mettere a punto la strategia stragista ed è quindi sospettato di essere l’ispiratore delle bombe contro il patrimonio artistico esplose nel 1993. Bellini dichiara di aver incontrato per la prima volta in quel dicembre 1991 Antonino Gioè, il boss di Altofonte “suicidato” misteriosamente nel carcere di Rebibbia nella notte tra il 28 e 29 luglio del 1993. Gli incontri tra i due furono diversi, con reciproco scambio di confidenze. Il contatto diretto di Bellini con lo Stato era il maresciallo del Ros Roberto Tempesta, collaboratore del colonnello Mario Mori.

Aquila Selvaggia (questo il nome di battaglia assegnato a Bellini da Tempesta) racconta che nel dicembre del ’92 Gioè gli confidò che “la mafia progettava azioni violente che potevano portare ad una trattativa con gli “Alti Piani” del governo italiano per attenuare il 41 bis”. Gli fece anche intendere che Cosa Nostra aveva un’altra trattativa in corso su cui puntare, la stessa trattativa per la quale oggi sono imputati, oltre alla Cupola mafiosa, lo stesso Mori, i colleghi dell’Arma De Donno e Subranni, Massimo Ciancimino, Calogero Mannino e Nicola Mancino. Trattativa bis alla quale il Bellini si dichiara estraneo.

Alcuni mesi prima, tra agosto e dicembre 1992, i viaggi in Sicilia di Bellini si erano intensificati per mettere in piedi la trattativa sulle opere d’arte. La Primula Nera racconta della proposta di scambio tra le opere d’arte e la liberazione di 4 o 5 persone fatta da Gioè. I nomi dei mafiosi da scarcerare erano scritti in un biglietto che Bellini dichiara di aver consegnato al maresciallo Tempesta. Si trattava  di Pippo Calò, Brusca (Bernardo o Giovanni, Bellini non ricorda), Pullarà e Luciano Liggio. In cambio la mafia si impegnava a recuperare alcune opere d’arte trafugate. La prova fu un trittico di quadri di valore che Gioè mostrò a Bellini in una località a 10 minuti da Altofonte.

Bellini è convinto di aver rappresentato in quel momento per la mafia “un punto di riferimento perché mi presentai con qualcosa che rappresentava i Poteri Alti mentre loro (i mafiosi ndr) stavano perdendo le vecchie protezioni politiche. Io ero sicuro che dietro di me c’era il colonnello Mori, c’era lo Stato, non c’era pinco pallino”. E l’interesse suscitato in Gioè era chiaro, “gli brillavano gli occhi”. Poi qualcosa andò storto, l’interesse del Ros per la prima trattativa si raffreddò, ma l’infiltrato ricevette da Tempesta “la direttiva di mantenere comunque aperto questo canale” perché “quello rappresentava il gotha di Cosa Nostra”.

Il pluriomicida Bellini si dichiara estraneo alla seconda trattativa e si sente tradito e abbandonato dagli uomini di Mori. “Prima mi hanno dato il consenso per infiltrarmi in Cosa Nostra – racconta – ma poi mi hanno messo in stand-by. Io sono un morto che cammina, ma ho deciso di fare il collaboratore di giustizia e vado fino in fondo. Sono andato dall’ispettore Procacci a chiedere un incontro con la Dia, perché Tempesta non si faceva più sentire e avevo paura di essere eliminato, di diventare carne da macello”.

La svolta negativa nei rapporti con Gioè secondo Bellini ci fu durante l’incontro avvenuto nella cava Butitta alla fine del ‘92. “Gioè si presentò in moto – racconta il testimone – ed era anche ‘andato in bandiera’ perché c’era qualcuno che stava parlando di Noi (riferito al fatto che non poteva rientrare a casa perché il pentito Mutolo stava parlando delle stragi con i magistrati)”. Quel “Noi” declinato al plurale terrorizza Bellini che si sente ormai spacciato, anche perché Gioè aggiunse che i carabinieri non erano “gente seria” e disse: “Che ne direste se un giorno sparisse la torre di Pisa? E tu che ne pensi? Sarebbe la morte di una città”. L’anticipazione della strategia della tensione applicata nel 1993 a Roma, Firenze e Milano. Tanto per mischiare ancor di più le carte, Bellini ricorda anche di una visita ricevuta a casa da un carabiniere misterioso e il loro successivo incontro “fortuito” avvenuto in Sicilia dopo che il Ros gli aveva ordinato di sospendere la missione di infiltrazione.

Trattativa Stato-mafia: pubblicate le telefonate Mancino-D’Ambrosio

telefonate Mancino-DambrosioLa trasmissione Servizio Pubblico di Michele Santoro è venuta in possesso degli audio di alcune telefonate tra Nicola Mancino e Loris D’Ambrosio, intercettate per ordine della procura palermitana che indaga sulla trattativa Stato-mafia. Il fattoquotidiano.it ha pubblicato in anteprima le registrazioni. I contatti tra l’ex ministro della Giustizia e il consigliere giuridico del presidente Napolitano, in seguito defunto, sono più di uno. La prima telefonata è del 25 novembre 2011. Racconta il giornalista Sandro Ruotolo che “Mancino è stato già sentito e deve essere riascoltato dai magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa. In quel momento Mancino non sa di essere indagato” ma teme di essere coinvolto nell’inchiesta. Ecco le trascrizioni dei colloqui da cui emerge senza ombra di dubbio l’avversione dei due per le indagini condotte da Nino Di Matteo e colleghi sulla trattativa Stato-mafia:

Mancino: Io avevo letto sulla Stampa un articolo di (Riccardo) Arena che invece di parlare solo di Dell’Utri infila anche Mancino, anche se Caltanissetta dice che non è indagabile. Ma io ho chiamato Messineo (Francesco, capo della procura di Palermo) e gli ho detto che con questa storia delle indagini che sono ormai quasi quinquennali, qualche volta si può anche fare una dichiarazione che io non sono iscritto, a meno che non risulti indagato, allora è un altro paio di maniche. “No, io non voglio fare nessuna dichiarazione né che si è indagati né che non si è indagati” (Mancino riporta le parole di Messineo). Allora mi è venuto poi anche il sospetto. Ho avuto una telefonata da parte di una funzionaria della Dia e mi ha detto che il 6 dicembre come persona informata sui fatti dovrei stare a Palermo. Il solito Di Matteo…e allora…

D’A: Non è indagato comunque

M: No, non sono indagato, ma io ho il timore…

D’A: Un’altra volta? Quante volte sta rendendo dichiarazioni? (il tono del consigliere passa dall’ossequioso verso mancino all’infastidito verso la procura)

M: Questo non si capisce, che cosa vogliono poi oltretutto. Io ho risposto su tutto. Naturalmente ho risposto sulle cose che conosco, non è che posso rispondere sulle cose che magari interessano loro ed io non c’entro per niente. Non lo so insomma. Io poi sono molto scocciato, detto con franchezza (Mancino parla con marcata inflessione campana, è visibilmente preoccupato)

D’A: No, quanti sono, 2 anni che la lasciano…

M: Sono in continua tensione, la mia psiche non mi mette in condizione di essere sereno, ecco. Perché non lo sono.

D’A: Questi non si decidono…Fanno un passo avanti e due indietro, due passi avanti e quattro indietro, perché gli conviene tenere aperte queste voragini per poi infilarci ogni volta la cosa che gli fa più comodo in quel momento

M: Io non so Dell’Utri che cosa ha fatto, ma mi sembra che, diciamo, è rafforzativa della tesi secondo cui Dell’Utri per conto anche di Berlusconi ha fatto trattative insomma

D’A: Sono sempre le stesse cose che ormai ricicciano, non mi sembra che c’è mai una cosa determinante. Non lo so che devo dire.

Nella seconda telefonata D’Ambrosio spiega che nel 1993 esistevano due contrapposte strategie all’interno dello Stato per combattere la mafia.

D’A: Io credo che ci fossero due scuole di pensiero per intendersi: una era per l’alleggerimento del 41 bis, no? L’altra era il colloquio investigativo (trattativa? Ndr) e consentire più agevole accesso nelle carceri agli amici di Ciccio Di Maggio

M: E lo so, e io in tutto questo…

D’A: Lei secondo me non ha saputo niente mai perché questo era un discorso che riguardava nella parte 41 bis, alleggerimento 41 bis, Mori, Parisi, Scalfaro e compagnia. Per la parte invece di colloqui investigativi un po’ sconsiderati, oppure almeno un po’ facili, la parte Di Maggio, Mori e compagnia. Un’altra cosa che mi ha sempre stupito è che Gioè fu ucciso, cioè morì, si suicidò, non so se lo ricorda. Questa storia del suicidio di Gioè secondo me è un altro segreto che ci portiamo appresso.

M: L’altra cosa che non capisco è che tutto quello che riguardava i rapporti tra il Ros, Ciancimino, il figlio, è scomparso tutto completamente dall’archivio del Ros e non si è trovato niente. Non si è trovato perché non c’era o non si è trovato perché era stato tolto di mezzo?

Nella terza telefonata D’Ambrosio legge a Mancino la lettera scritta da Napolitano al procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito per sollecitare Pietro Grasso, allora alla PNA, a richiedere il “coordinamento” delle indagini di Palermo e Caltanissetta.

M: Grasso continua a lavarsi le mani no?

D’A: Grasso si copre, è una gran cretinata l’avocazione. Quello per cui deve badare Grasso è il coordinamento minimo

Seguono le critiche di entrambi alle dichiarazioni del pentito Spatuzza che hanno smontato quelle del falso pentito Scarantino e riaperto le indagini su via D’Amelio. Agghiacciante.

Trattativa Stato-mafia: la versione di Brusca

Strage di Capaci anticipata per non fare eleggere Andreotti al Quirinale, papello consegnato a Nicola Mancino, Marcello Dell’Utri nuovo referente politico dopo l’omicidio di Salvo Lima. Queste alcune delle dichiarazioni più scottanti rilasciate da Giovanni Brusca nel corso della sua deposizione al processo sulla trattativa Stato-mafia. Ma nell’aula bunker di Milano il boss di San Giuseppe Jato – prima braccio destro di Totò Riina e adesso divenuto pentito di lusso – ha svelato i retroscena del patto scellerato tra Istituzioni e Cosa Nostra. Ad ascoltarlo c’erano i magistrati della procura e i giudici della corte d’assise di Palermo, giunti appositamente dal capoluogo siciliano. Per motivi di sicurezza è impossibile far tornare “l’infame” Brusca nella terra natia, così come per motivi di sicurezza il pm Nino Di Matteo ha dovuto rinunciare alla trasferta.

Le ripetute minacce pronunciate dal Capo dei capi – intercettato mentre conversa nel carcere di Opera dove sconta la pena al 41bis – hanno costretto il coraggioso Di Matteo a rimanere a casa. Un fatto gravissimo che riporta le lancette del tempo indietro di più di 20 anni, quando l’allarme stragismo era altissimo. “Tanto quello al processo deve venire”, ha sibilato Riina riferendosi al pm della trattativa. Una frase che ha messo in allarme persino Angelino Alfano al Viminale: scorta rinforzata, niente chiacchierata con Brusca, arrivo del dispositivo antibomba Jammer e, persino, ipotesi di dotare il pm del mezzo militare Lince, come in Afghanistan.

Una storia che puzza di bruciato, o di “Servizi”, e che lascia aperti molti interrogativi. Possibile che Totò Riina, lucido e irriducibile, non si aspetti di essere intercettato anche durante l’ora d’aria? Credibile che abbia spifferato ( se pur al boss della Scu Alberto Lorusso) il piano di rinascita stragista mafiosa? E poi, i vertici della sicurezza italiani avranno pur pensato che quello di Riina possa essere soltanto un “messaggio” che u curtu vuole recapitare all’esterno. Magari per conto di “altri” e reso pubblico proprio dall’aiuto dato da questi “altri”. Si spiegherebbe così l’allarme lanciato un mese fa dal Procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, secondo il quale “nelle minacce di Totò Riina c’è una specie di copertura ideale per le azioni violente fatte da soggetti diversi da Cosa nostra”.

 

Non si spiega, invece, il mezzo cambio di rotta di Alfano che, se pur ministro dell’Interno, non era mai stato tenero con i pm che indagano sulla trattativa. Potere della scissione di Ncd da Berlusconi e della sua svolta centrista. Così come non regge l’ipotesi che Riina abbia paura che il processo sulla trattativa lo possa far apparire come un burattino usato per le stragi e poi venduto.

Interrogativi inquietanti e ancora aperti. Ma ieri era comunque il giorno di Giovanni Brusca. Il 23 maggio del 1992 u Verru pigiò personalmente il bottone del telecomando che fece saltare su 400 chili di tritolo Giovanni Falcone, moglie e scorta. Poi, con la coscienza tormentata da decine di omicidi (tra cui quello di Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido), nel 2000 arriva il provvidenziale pentimento.  Ma Brusca comincia a vuotare il sacco sui rapporti mafia-politica solo dopo l’incontro con Rita Borsellino. Merito della moglie di Paolo, giura lui, se il pentito comincia a fare i nomi di Mangano, Ciancimino e Marcello Dell’Utri come nuovo contatto politico dei corleonesi.

Il boss pentito è un fiume in piena che racconta come tutto cominciò nel 1991, quando Riina stila la lista nera  di quelli a cui “rompere le corna”: Falcone, Borsellino, Pietro Grasso e i politici Lima, Mannino, Martelli, Andò, Vizzini e Purpura. Lima fu ammazzato 12 marzo del 1992 sul lungomare di Mondello per vendetta contro Andreotti, candidato alla presidenza della Repubblica. Colpo anti-Andreotti ripetuto con la strage di Capaci. “Riina mi fece capire che il papello era finito a Mancino”, conferma Brusca il coinvolgimento dell’ex ministro dell’Interno, imputato insieme ai due boss nel processo sulla trattativa. Così come Calogero Mannino, anche lui destinato a morire e poi salvo (forse grazia alla trattativa). Questa, per quanto può valere, la versione di Brusca.

Trattativa Stato-mafia: Napolitano costretto a dire la verità su D’Ambrosio

La Corte d’Assise di Palermo ha accolto le richieste del pm Nino Di Matteo e dei colleghi della procura palermitana: Giorgio Napolitano sarà chiamato a testimoniare nel processo sulla trattativa Stato-mafia. In qualità di testimone, e non di imputato, Napolitano sarà dunque costretto a dire la verità sulla vicenda della lettera di Loris D’Ambrosio scritta il 18 giugno 2012. Il consigliere giuridico del Quirinale -drammaticamente scomparso a pochi giorni dallo scoppio delle polemiche che lo avevano coinvolto per il tentativo di sottrarre l’ex ministro Nicola Mancino dalle indagini e dal successivo rinvio a giudizio per la trattativa Stato-mafia– ha lasciato proprio una bella gatta da pelare all’inquilino del Colle.

A questo proposito, siamo certi che il presidente starà già provando e riprovando la parte che dovrà recitare quando la Corte d’Assise si trasferirà armi e bagagli, come da norma di legge, nelle sacre stanze quirinalizie per ascoltare la sua versione. Tutto l’interesse dei magistrati ruoterà intorno al timore manifestato da d’Ambrosio “di essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. Napolitano dovrà spiegare se le paure del suo consigliere fossero fondate e che cosa fossero, in pratica, gli indicibili accordi a cui si riferiva D’Ambrosio. Bisognerà “costruire” una Verità processualmente credibile, anche se non sarà facile negare l’evidenza che il riferimento del consigliere è al periodo 1989-93, proprio gli anni della Trattativa.

Una vera fortuna, comunque, per il presidente doversi concentrare solo sul significato occulto della lettera di d’Ambrosio. Le scottanti telefonate con l’amico Mancino, infatti, non saranno argomento della chiacchierata con i giudici perché coperte (e distrutte) dalla sentenza pro-Quirinale del gennaio scorso della Corte Costituzionale. Anche se il campo di azione della testimonianza presidenziale sarà molto ridotto, al Quirinale sono ben consapevoli della portata destabilizzatrice dell’affaire D’Ambrosio. È per questo che per ora lo staff di Napolitano si nasconde dietro un imbarazzato messaggio di circostanza: “Si è in attesa di conoscere il testo integrale dell’ordinanza di ammissione della testimonianza adottata dalla Corte di Assise di Palermo per valutarla nel massimo rispetto istituzionale”.

 

Un’attesa destinata a risolversi con la chiamata a testimoniare visto che, se la si giudica in punta di diritto, la richiesta di Di Matteo & co. risulta impeccabile. Ad affermarlo è il giurista Gianluigi Pellegrino, insospettabile di intellighentia con i nemici del Colle (i pm di Palermo) perché già difensore a spada tratta del diritto di Napolitano di chiedere la distruzione dei nastri con le telefonate di Mancino. Pellegrino trova “gravissime” le affermazioni del ministro della Giustizia che ha parlato di “decisione inusuale”. Il riferimento è alle improvvide parole di Anna Maria Cancellieri che ha accolto con “perplessità” una decisione che invece ha solide basi nell’art. 205 del codice di procedura penale. Altro corazziere quirinalizio volontario è il solito Luciano Violante. L’esponente Pd, favorevole ad un lasciapassare giudiziario per Berlusconi, ha definito “originale” la decisione dei giudici di Palermo, certificando così in pieno la bontà della chiamata in causa di Napolitano nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Ma al Colle non mancano certo altri difensori di ufficio. È Massimo Franco sul Corriere della Sera a offrire il petto in difesa di Re Giorgio. “La testimonianza richiesta alla prima carica dello Stato e al suo supplente –scrive Franco– se anche non è una forzatura in punto di diritto, suona poco comprensibile dal punto di vista istituzionale”. Dove per “supplente” si intende l’ex capo della Dda e attuale presidente del Senato Pietro Grasso, anche lui chiamato sul banco dei testimoni per spiegare le pressioni subite al fine di “salvare” Mancino attraverso una avocazione delle indagini di Palermo. Il corsivista del quotidiano dei poteri forti sente puzza di golpe, tralasciando però di spiegare le minacce e le lettere del corvo arrivate nella procura siciliana, e omettendo del tutto di approfondire i motivi che hanno portato la prima carica dello Stato a sollevare persino un conflitto di attribuzione con i magistrati di Palermo, dando la netta sensazione agli italiani di voler coprire qualcuno e di voler nascondere la verità storica sulla trattativa Stato-mafia. Toccherà ai giudici stabilire almeno una verità processuale.

Provenzano via dal 41bis. Dibattito aperto da Santoro

Il padrino di Cosa Nostra Bernardo Provenzano non sarebbe più in grado di sostenere il regime di carcere duro imposto dalla legge 41bis. E in effetti, dopo aver preso visione del video diviso in due parti, mandato in onda giovedì 23 maggio dalla trasmissione de La7 Servizio Pubblico, condotta da Michele Santoro, il dubbio sulla gravità delle condizioni psico-fisiche di Zu Binnu diventa quasi una certezza. I due filmati in questione mostrano Provenzano a colloquio con i familiari. Il primo video risale al 19 maggio 2012, a dieci giorni esatti dal presunto tentativo di suicidio del boss per mezzo di una busta di plastica avvenuto il 9 maggio nel carcere di Parma.

È il figlio maggiore Angelo, già intervistato dalla giornalista Dina Lauricella alcuni mesi fa proprio per lanciare un appello sulla gravità delle condizioni di papà Bernardo, a provare a dialogare con lui attraverso il vetro di protezione. Ma Provenzano si dimostra solo una persona anziana, con molte rotelle fuori posto, incapace persino di appoggiare la cornetta dell’interfono all’orecchio in modo corretto. “Dio mio cosa ho fatto” dice Provenzano con un filo di voce al figlio e alla compagna Saveria Benedetta Palazzolo, dimostrando comunque di non ricordare nulla e di non rendersi conto di quanto accadutogli (difficile riesca a recitare come il miglio De Niro).

La versione dell’amministrazione penitenziaria è che il cosiddetto tentativo di suicidio non sia nient’altro che una messa in scena per sfuggire al 41bis. Ma le immagini mandate in onda da Santoro parlano impietosamente chiaro. Tesi supportata anche dalle decisioni prese dal tribunale di Palermo che ha stralciato la posizione del superboss, in quanto ritenuto incapace di intendere e volere, dal procedimento penale sulla trattativa Stato-mafia che si aprirà nel capoluogo siciliano il 27 maggio prossimo. Decisione presa dopo un altro “incidente” capitato allo Zio verso la fine di dicembre del 2012. Una caduta dal letto con conseguente trauma cranico, un vistoso ematoma e un coma durato alcuni giorni. Circostanza comprovata dal secondo video mandato in onda da Servizio Pubblico dove questa volta è il figlio minore Francesco Paolo a tentare, inutilmente, di far tornare alla lucidità quello che fu il capo della Mafia per quasi mezzo secolo.

 

Strani incidenti oppure una violenza premeditata per impedire a Provenzano di parlare? Le voci su un suo possibile pentimento si rincorrono infatti da qualche mese. Eventualità che potrebbe produrre un terremoto politico-giudiziario sui misteriosi fatti del biennio stragista 1992-’93. Logico che qualcuno abbia voluto prendere le sue precauzioni. Circostanza confermata dallo stesso Provenzano che al figlio dice “pigghiai legnate”, salvo poi correggersi e parlare di caduta accidentale. Ecco come il tribunale di Bologna motiva il rifiuto di trasferire il detenuto Provenzano dal regime di 41bis ad una struttura sanitaria: “È stato approntato un piano di assistenza per garantire le cure fisiatriche, l’assistenza per atti quotidiani compresa l’alimentazione, le visite periodiche e le mobilizzazioni per evitare le piaghe da decubito. Infine la più recente documentazione dà conto della difficoltà a sostenere un colloquio”.

In pratica, un vegetale al 41bis. Circostanza inumana che è stata sottolineata anche da un insospettabile Bruno Vespa, ospite di Servizio Pubblico, il quale, scioccato dalle immagini di un uomo così prostrato, si è abbandonato ad una critica severa del sistema carcerario italiano. Un Vespa inedito che ha offerto anche una chicca al pubblico santoriano. Il giorno degli attentati alle chiese di Roma, era il 1993, il vespone riuscì ad intrufolarsi nel trio Scalfaro, Wojtyla, Parisi (l’allora capo della Polizia), recatosi in visita alla basilica di San Giovanni,  per ricevere da quest’ultimo una confidenza raggelante: “Le bombe del 1992 erano stabilizzantiriferisce Parisi ad un esterrefatto Vespaquelle di oggi sono più pericolose perché destabilizzanti”. In pratica una involontaria confessione dell’esistenza della Trattativa e del ricorso alle “bombe buone” al fine di destabilizzare per stabilizzare come nella migliore tradizione della strategia della tensione in Italia. Intanto Provenzano è stato reso inoffensivo.

Scoop di Repubblica su Agenda Rossa di Borsellino. Falso o depistaggio?

Nella migliore delle ipotesi il presunto scoop giornalistico sull’Agenda Rossa di Paolo Borsellino centrato dal quotidiano Repubblica potrebbe rivelarsi un clamoroso falso. Nella peggiore, un depistaggio messo in atto dalla solita manina dei servizi segreti cosiddetti deviati. Ma veniamo ai fatti. È il giornale diretto da Ezio Mauro a rilanciare sabato scorso l’ipotesi che la famigerata, e mai ritrovata, Agenda Rossa di Paolo Borsellino si trovasse effettivamente in via d’Amelio quel 19 luglio del 1992, ma non in una delle borse del magistrato bensì a terra, vicino al suo corpo carbonizzato.

A dimostrazione di questa tesi Repubblica pubblica un fotogramma di un video girato dai Vigili del Fuoco subito dopo l’esplosione dove, a terra, risulta ben visibile un quaderno di colore rosso, individuato senza dubbio come l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino. La redazione fondata da Eugenio Scalfari sembra più che convinta (insieme ad altri autorevoli organi di stampa) della veridicità del documento tanto da rilanciare, nell’edizione on-line di oggi, anche la teoria della presenza in via D’Amelio di un uomo misterioso che “si aggirava vicino ai cadaveri carbonizzati del giudice Paolo Borsellino e dei cinque uomini della sua scorta, e che con un piede sollevava un parasole facendo scorgere quella che sembra un’agenda rossa”. La prova dell’esistenza di quest’umo sarebbe proprio il video dei Vigili del Fuoco che lo ritrarrebbe anche in viso.

 

Sulla vicenda indagano ovviamente i pm di Caltanissetta, titolari del fascicolo sulla strage di Borsellino e dei 5 uomini della scorta. Ma è proprio il procuratore capo del capoluogo nisseno, Sergio Lari, a mettere per primo in dubbio la veridicità del presunto scoop: “Vi sono molte ragioni per prendere quantomeno con il beneficio di inventario la notizia fornita da Repubblica”. Lari riesce a smontare la credibilità del fotogramma che ritrarrebbe l’Agenda Rossa usando tre motivazioni che è fondamentale riportare. La prima è che “l’oggetto somigliante a una agenda, ma in realtà di minore spessore rispetto all’Agenda Rossa di Borsellino, non si trova, come si afferma nell’articolo, accanto al corpo di quest’ultimo, bensì accanto alla salma dell’agente Emanuela Loi”.

La seconda ragione che confermerebbe la falsità dello scoop è che il corpo della Loi “si trovava accanto a un’auto Citroen Bx, parcheggiata in via D’Amelio a circa 20 metri di distanza dal luogo in cui è stato rinvenuto il corpo di Borsellino”. La terza motivazione, infine, dando per scontato che quella del video fosse proprio l’Agenda Rossa (poco probabile come abbiamo visto), è che sia “quasi impossibile fornire una spiegazione logicamente attendibile su come possa essere arrivata in quel luogo”. D’accordo con i dubbi espressi da Lari anche il procuratore aggiunto Nico Gozzo secondo il quale “l’ipotesi Agenda Rossa in via D’Amelio non è mai stata presa in considerazione a livello processuale”.

Dunque, i giornalisti di Repubblica hanno preso semplicemente un abbaglio o si sono fatti fregare? Non sembra avere dubbi Antonio Ingroia, il pm antimafia trasferito per punizione tra le montagne aostane dopo il tonfo della sua avventura elettorale: “Siamo in presenza di un ennesimo tentativo di depistaggio, o di copertura di un elemento che andava approfondito immediatamente”. Fortemente perplesso anche Salvatore Borsellino, fratello di Paolo: “Mi chiedo perché questa immagine venga fuori proprio ora: potrebbe essere un tentativo di allontanare l’attenzione dalle indagini sulla borsa”. E sono proprio i misteri legati alla borsa del giudice massacrato perché, forse, venuto al corrente della trattativa Stato-mafia, che fanno sentire puzza di depistaggio anche questa volta. Anche se nel 2009 il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli venne prosciolto dall’accusa di furto aggravato, permangono i dubbi sul fatto che qualcuno possa aver prelevato l’Agenda di Borsellino in via D’Amelio tra i cadaveri ancora fumanti. Mistero italiano che forse il processo di Palermo sulla trattativa (testimone anche Giorgio Napolitano) contribuirà a diradare.

Vilipendio e trattativa Stato-mafia. Due problemi per Napolitano

Quando Giorgio Napolitano ha accettato, primo caso nella storia dell’Italia repubblicana, di farsi eleggere per la seconda volta Capo dello Stato sapeva benissimo che sarebbe andato incontro ad un destino di lotta politica senza esclusione di colpi. Re Giorgio ha rinunciato, forse per sempre, a godersi la pensione e a fare il nonno per il bene dell’Italia. O almeno, questo è ciò che pensano nel suo entourage, perché nel resto del Paese sono in molti a voler chiedere il conto al presidente bis, a cominciare dalla procura di Palermo.

Proprio venerdì mattina, infatti, i pm palermitani che si occupano dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia hanno depositato in tribunale una lista di 176 testimoni che vorrebbero ascoltare in aula a partire dal 27 maggio, giorno della prima udienza del processo sulla trattativa, celebrato dalla corte d’Assise del capoluogo siciliano. Tra i nomi illustri chiamati al banco dei testimoni da Nino Di Matteo e colleghi c’è naturalmente quello di Giorgio Napolitano. Con lui, in buona compagnia, ci sono anche il procuratore generale della Cassazione, Gianfranco Ciani, e l’ex procuratore nazionale antimafia, ora presidente del senato, Pietro Grasso. L’intento dei magistrati è quello di ricostruire minuziosamente la scena che ha fatto da contorno alle telefonate tra Nicola Mancino e il consigliere giuridico del Quirinale, il defunto Loris D’Ambrosio.

Quelle chiacchierate in cui un agitato Mancino chiedeva insistentemente di intervenire per aggiustare il corso delle indagini e del processo sulla trattativa erano state intercettate dagli inquirenti, mettendo così nei guai lo stesso Napolitano. Il “mancato coordinamento” lamentato da Mancino veniva così spiegato involontariamente dallo stesso D’Ambrosio in una lettera vergata il 18 giugno del 2012, poco prima di morire. D’Ambrosio aveva maturato la convinzione “di essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi, e ciò nel periodo tra il 1989 e il 1993”. Purtroppo i dubbi di D’Ambrosio sugli scellerati accordi intercorsi tra pezzi pregiati dello Stato e boss mafiosi nel biennio di sangue 1992-93 sono stati sepolti insieme a lui, mentre gli altri protagonisti di questa vicenda rimangono muti come pesci, anche di fronte a nuove prove sul furto dell’Agenda Rossa di Borsellino in via D’Amelio.

 

I guai per Napolitano, comunque, non finiscono certo con il processo di Palermo. È ancora rovente, infatti, la polemica che ha coinvolto suo malgrado il presidente nella vicenda della libertà di espressione sul web. È stato Beppe Grillo a denunciare pubblicamente durante il Tuttiacasatour l’irruzione degli agenti della polizia postale negli uffici milanesi della Casaleggio associati al fine di ottenere informazioni su 22 pericolosi criminali informatici che si sarebbero permessi di commentare non proprio oxfordianamente sul blog di Grillo alcune performances di Napolitano, ritenute poco democratiche. Il Codice Rocco, quello di epoca fascista, poi ricopiato nell’articolo 278 del Codice Penale, definisce questa manifestazione del libero pensiero come reato di “vilipendio al presidente della Repubblica”, passibile di denuncia su iniziativa autonoma della magistratura.

Ed è proprio ciò che è successo ai 22 “cyber terroristi” sulla pelle dei quali è passata la strategia di intimorire e tappare la bocca virtuale allo scomodo portavoce del M5S. Naturalmente Grillo ha reagito a modo suo: “Ho scoperto che il Presidente è d’accordo sull’abolizione dell’articolo 278. Lo ha detto in tempi non sospetti, nel 2009, come rivelato dal suo ex portavoce Pasquale Cascella secondo il quale Napolitano invitò “chiunque abbia titolo per esercitare l’iniziativa legislativa a liberamente proporre l’abrogazione”, lasciando all’opinione pubblica ogni valutazione”. Ieri un ddl per l’abolizione dell’articolo 278 è stato presentato in Senato dai grillini e lunedì sarà fatto anche a Montecitorio. Questa la contromossa del Movimento che non potrà di certo far felice un più che stressato presidente bis.