Svendita Telecom: Letta sospettato di tifare per Telefonica

Sono giorni decisivi per il destino di Telecom Italia. E le polemiche coinvolgono persino il premier, sospettato di non agire da arbitro e di tifare per Telefonica. Domani a Milano l’assemblea degli azionisti dovrà decidere se mandare a casa il Consiglio di amministrazione, compreso l’amministratore delegato, Marco Patuano, accusato da Consob e azionisti di minoranza di favorire il gruppo spagnolo Telefonica dell’amico Cesar Alierta nella corsa per la conquista di Telecom.

Piccoli azionisti guidati da Marco Fossati (5% delle azioni) che proveranno a scardinare il blocco di potere dei “fantastici 4” formato da Mediobanca, Generali, Intesa San Paolo e Telefonica che, attraverso la società Telco, con solo il 22,4% del monte azionario, hanno già le mani su tutta l’azienda di telefonia italiana. E non hanno alcuna intenzione di mollarla, se non per girarla ad un prezzo di favore, una specie di regalo di Natale, all’iberico Alierta e alla sua Telefonica. I soliti capitani coraggiosi italiani (questa volta sono Mediobanca, Intesa e Generali a fare la parte degli Schettino) uscirebbero così senza rompersi le ossa dalla disastrata gestione di Telecom, cominciata con il benestare del governo D’Alema da Marco Tronchetti Provera e proseguita poi da Roberto Colaninno (lo stesso di Alitalia).

Il regalo Telecom spedito da Roma direttamente sotto l’albero di Alierta a Madrid. Il fiocco ce lo avrebbe messo addirittura Enrico Letta, tirato in ballo dal compagno di partito Massimo Mucchetti, anche se il nome del premier non viene associato direttamente all’operazione Telecom. Il renzismo dilagante nel Pd deve aver dato alla testa al presidente della commissione Industria del Senato che ha preso carta e penna per scrivere un appello su l’Unità indirizzato sia a Letta che a Renzi per salvare Telecom “dalle opache mene di un concorrente, Telefonica” e per costringere “tale insidioso soggetto a pagare il dovuto lanciando un’Opa per contanti rivolta a tutti gli azionisti”.

 

Una mossa disperata, dettata dai silenzi ricevuti dal governo Letta e dal rifiuto di accettare l’emendamento Mucchetti alla legge di Stabilità che, attraverso l’introduzione di una Offerta Pubblica di Acquisto obbligatoria, avrebbe costretto Alierta a mettere mano al portafoglio oppure a ritirarsi dall’affare Telecom. Il distacco dimostrato da Letta (“Guardiamo, valutiamo, stiamo in un mercato europeo, bisogna considerare che Telecom è una società privata”) ha mandato su tutte le furie Mucchetti che ha deciso di rispondere con un colpo basso. L’onorevole-giornalista racconta di una visita ricevuta da Gabriele Galateri, presidente delle Generali, per scoraggiarlo dal presentare una legge sull’Opa obbligatoria.

Alierta, amico di Galateri, non ha alcuna intenzione di pagare il giusto, riferisce Mucchetti, che poi conclude con un ragionamento inquietante: “Galateri ha detto di aver avuto via libera da chi di dovere prima del 24 settembre. Letta mi ha sempre detto di non averne mai saputo nulla. E questo il governo ha detto in Senato. Quali sono i poteri occulti che hanno dato via libera al presidente delle Generali oppure questi viene in Senato a millantare?”.

Improbabile che Galateri millanti, come è evidente che Mucchetti voglia tirare in mezzo Letta col solo fatto di nominarlo e di accostarlo ai “poteri occulti”. Chiaro segno che sulla pelle di Telecom si sta giocando una partita infuocata, una delle ultime per il disarmato capitalismo di relazione italiano. Clima da corrida confermato anche dal ritiro della candidatura del bocconiano Angelo Provasoli dalla presidenza Telecom. Evidentemente la poltrona lasciata vuota da Franco Bernabè scotta troppo. Intanto Mucchetti paragona l’intesa tra Telefonica e il fondo di private equity americano Blackrock, suo grande azionista, ai nostrani furbetti del quartierino, protagonisti della scalata Antonveneta. Anche Telecom rischia di fare la stessa fine.

Telecom parla spagnolo, Alitalia francese: l’italianità emigra all’estero

Le mani degli spagnoli di Telefonica già saldamente sulla Telecom. Quelle dei francesi di Airfrance molto presto su Alitalia. È questo il desolante destino del mito dell’italianità, sbandierato a più riprese sin dal 2008 dal governo Berlusconi e dai sedicenti capitani coraggiosi dell’industria italiana –Riva, Caltagirone, Ligresti, Benetton, Tronchetti e Colaninno (due volte Capitani anche con Telecom), Gavio, Marcegaglia– pronti a offrire petto e portafoglio per servire gli interessi del Paese, dell’italianità dei nostri fiori all’occhiello imprenditoriali, insomma. Peccato che l’italianità, così come la intendevano i protagonisti del decadente capitalismo d’accatto di casa nostra, non si sia dimostrata niente altro che un coacervo di interessi di bottega, rivolti esclusivamente al soddisfacimento della brama di potere e di denaro di una casta politico-affaristica dolosamente incompetente.

Ma non di solo Berlusconi si nutre il capitalismo italiano. Durante questi ultimi decenni di spolpamento del patrimonio economico, finanziario, culturale e persino sociale del Belpaese, a fare la parte del leone (quella del Caimano era già stata assegnata) è stata di certo anche la cordata affaristica legata al centro-sinistra. Ultimo esempio dell’impotenza complice della macchina organizzativa dell’ex Pci sono le parole che Enrico Letta avrebbe potuto fare a meno di pronunciare dagli Stati Uniti dove si trova in visita ufficiale. “Guardiamo, valutiamo, vigileremo sul fronte occupazionaleha detto il premierma bisogna ricordare che Telecom è una società privata e siamo in un mercato europeo”.

Prima di lui, il diluvio per la Telecom era cominciato già nel 1999 quando, padrone di casa Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, l’azienda di telecomunicazioni pubblica venne privatizzata nelle mani di Roberto Colaninno, detto il Padre, il quale, dopo due anni di allegra gestione insieme al compare Emilio Gnutti, nel 2001 passò il malloppo Telecom a Tronchetti Provera, alleggerito di molti miliardi, ma sempre più carico di debiti. Il manager della Milano da bere avrebbe poi pensato a spolpare la preda fino all’osso prima di scaricarla sulla cordata Mediobanca, Generali, Intesa, Telefonica presieduta da Franco Bernabè attraverso la Telco, i cui protagonisti italiani hanno messo ieri una storica firma sulla svendita vergognosa ai partner iberici. Bernabè ha comunque provato a buttare la palla in tribuna: “Cambia l’assetto azionario di Telco e non di Telecom. Telecom non diventa spagnola, è solo Telco che ha avuto un riassetto azionario”. Grottesco, avvilente e persino provocatorio che a caldo Matteo Colaninno, responsabile Politiche economiche Pd, detto anche il Figlio, se ne sia uscito con un commento da marziano: “Quando l’Italia resta priva di un pezzo industriale importante, è una perdita. A rischio c’è la garanzia dei dipendenti e del piano industriale. Viene meno un imprenditore che comunque risponde al Paese”. Con tanti saluti al caro papà.

 

È tutta la politica italiana, comunque, a (fare finta di) svegliarsi troppo tardi e ad accorgersi di avere le mani legate. Suonano ipocrite e propagandistiche le sguaiate richieste di Cicchitto e Brunetta da una parte, di Zanda e Speranza dall’altra, affinché Letta riferisca presto in Parlamento sull’accaduto. Ma dove si trovavano questi signori negli ultimi 20 anni? Risposta scontata: proprio nei Palazzi del Potere. E comunque Letta ha già risposto dalla patria del capitalismo che sono solo i soldi a contare, non certo i guaiti elettorali dei paladini ad orologeria dell’italianità. Tutti contrari al regalo a Telefonica, sindacati compresi, tranne Confindustria che, ligia alla sua vocazione ultraliberista, segue senza indugio il mantra lettiano. “Noi della Confindustria siamo neutri rispetto alla soluzione, nel senso che quello che rileva non è la nazionalità del capitale né le bandiere”, ha detto il direttore generale Marcella Panucci. Unica voce fuori dal coro il solito Beppe Grillo che, a modo suo, invoca una Commissione di inchiesta e propone di bloccare i saldi Telecom drenando i fondi destinati alla Tav. La via crucis che porterà presto alla dipartita del Sistema Italia riprenderà già giovedì, quando il ministro dei trasporti Maurizio Lupi incontrerà il suo omologo francese per discutere sul dossier Alitalia.