Dittatura Pd: dopo Fassina e Cuperlo, Renzi prepara altre epurazioni

Cuperlo FassinaDopo Stefano Fassina dal governo, è toccato a Gianni Cuperlo dimettersi dalla presidenza del Partito Democratico. Tutta colpa di Matteo Renzi che ha preso molto sul serio la vittoria nelle primarie del Pd e la sua ascesa alla segreteria di via del Nazareno. Tanto da trasformarsi in una specie di dittatore o, in alternativa, nel Berlusconi di Sinistra, a capo di un partito padronale. Forza Matteo al posto di Forza Silvio. Chi è d’accordo con le sue proposte già sigillate in busta chiusa – legge elettorale Italicum, cancellazione del Senato, riforma delle Regioni – si salva. Chi ha qualcosa da ridire si può considerare direttamente fuori dal partito (o dai posti che contano) come un qualsiasi concorrente del programma The Apprentice con Flavio Briatore.

Lo schema mentale della minoranza Democratica è ancora legato alla vecchia politica dde sinistra, basata su discussioni fiume, congressi drammatici e guerra tra mozioni. Una gestione del partito, spesso controproducente, che risulta completamente assente dalla forma mentis renziana, impostata per schiacciare ogni forma di dissenso che possa rallentare la sua corsa verso il Potere assoluto. Il primo ad essere epurato era stato Stefano Fassina, “costretto” a lasciare la poltrona di vice-ministro dell’Economia a causa di due semplici, ma caustiche, parole pronunciate dal Conducator di Firenze: “Fassina chi?”.

Il giochino di Renzi si era ripetuto anche pochi giorni fa, durante la discussione interna sulla legge elettorale. In quell’occasione, però, il “D’Attorre chi?”, pronunciato contro il bersaniano riottoso Alfredo D’Attorre, non aveva prodotto l’effetto dimissioni sperato dal segretario. Ma la Lista Renzi, che contiene i nomi degli epurabili dal partito, non si esaurisce certo qui. È ancora fresca di stampa, infatti, la notizia delle dimissioni di Gianni Cuperlo dalla presidenza Pd, accettata appena poche settimane fa.

Il capo della minoranza di Sinistra, umiliato da Renzi nelle primarie dell’8 dicembre (appena il 18% delle preferenze), non ha retto all’ennesima provocazione gettata nel mucchio dal battutista fiorentino durante la direzione di lunedì. Sulla mancanza delle preferenze nell’Italicum “non accetto critiche da un nominato”, aveva replicato il segretario all’intervento di Cuperlo che insisteva sull’introduzione delle preferenze. Una mezza giravolta (il Pd non è mai stato fan delle preferenze) che è costata cara al “bello e democratico”, dimissionario per salvare almeno la faccia.

 

“Mi dimetto perché sono colpito e allarmato – ha postato Cuperlo su facebook – da una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l’omologazione, di linguaggio e pensiero”. Una accusa di dittatura in piena regola, condita da alcune frecciate come la richiesta di “avere la libertà di dire sempre quello che penso”. Da parte sua, “Benito” Renzi ha replicato in maniera soft in modo da allontanare i sospetti. “Caro Gianni, rispetto la tua scelta – scrive il segretario – Pensavo, e continuo a pensare, che un tuo impegno in prima persona avrebbe fatto bene” al partito. E anche il capitolo Cuperlo è chiuso.

Intanto, il superstite D’Attorre annuncia di voler “dare battaglia” in parlamento per cancellare le liste bloccate imposte dall’accordo Renzi-Berlusconi. Ma Renzi non sembra curarsene e guarda già oltre, alle prossime epurazioni dei dissidenti. Certo, probabilmente nel Pd non finirà come in Corea del Nord, dove il giovane aguzzino Kim Jong Un avrebbe dato in pasto ai cani lo zio, pezzo grosso del regime di PyongYang caduto in disgrazia (notizia non ufficiale). Ma i nomi dei candidati al gulag dell’ostracismo politico sono i soliti noti: D’Alema, Finocchiaro, Bindi, Fioroni, ma anche lo stesso Enrico Letta. A togliere di mezzo Bersani, invece, ci ha già pensato la dea bendata. E meno male che il magnanimo Renzi è anche andato a trovare in ospedale lo smacchiatore di giaguari.

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Orlando e Fassina bocciano la legge sugli stadi. No alla cementificazione

legge stadiLegge di Stabilità: l’emendamento sugli stadi proposto dal governo è ancora una bozza, ma rischia di essere ritirato a causa delle polemiche. Che l’Italia abbia bisogno di mandare in pensione stadi vetusti e strutture sportive fatiscenti è un dato di fatto. Ne va della sopravvivenza stessa dello sport professionistico nel nostro paese. Certo, ci sarebbero da stanziare i pochi fondi disponibili per infrastrutture più utili, come i trasporti per pendolari e lavoratori. Oppure il governo Letta potrebbe focalizzarsi sulla cura del dissesto idrogeologico che mette a rischio 6 milioni di persone. Invece l’esecutivo, non sazio dei più di 3mila emendamenti piovuti sulla legge di Stabilità, decide di presentare una bozza di emendamento sugli stadi, con il quale non solo si finanzia con 45 milioni di euro un fondo salva-stadi nel triennio 2014-2016, ma si costituisce una corsia preferenziale per quei costruttori che decideranno di cimentarsi nell’impresa.

Enrico Letta ci mette la faccia, ma questo non serve a rassicurare i molti detrattori dell’iniziativa che vedono aprirsi un’autostrada per la speculazione edilizia. L’emendamento del governo, infatti, non si limita agli impianti sportivi, ma concede permessi di edificare appartamenti, negozi, centri commerciali, cinema, anche “non contigui” ad essi. Una mano tesa ai soliti speculatori, uno scempio al cui confronto le colate di cemento di Italia ’90 impallidiscono. Almeno è questa l’opinione di una vasta platea che coinvolge Legambiente, M5S, Sel, Lega, un buon numero di parlamentari Pd, tra cui il senatore Raffaele Ranucci e l’onorevole Roberto Morassut, ma soprattutto due rappresentanti dello stesso governo Letta, due compagni di partito del premier: Andrea Orlando e Stefano Fassina.

Il ministro dell’Ambiente esprime un parere “profondamente negativo” sull’emendamento stadi perché “la norma proposta è in forte contrasto con la legge sul consumo di suolo”. Meno diplomatico il viceministro dell’Economia convinto che “così non va, potrebbe non essere ripresentata”. Per comprendere le ragioni dei contrari ad un provvedimento che sta mandando in fibrillazione il governo, è necessario rileggere la prima parte della bozza di emendamento:

“L’intervento può prevedere uno o più impianti sportivi, nonché insediamenti edilizi e interventi urbanistici entrambi di qualunque ambito o destinazione, anche non contigui agli impianti sportivi, che risultino funzionali al raggiungimento del complessivo equilibrio economico-finanziario dell’intervento e concorrenti alla valorizzazione in termini sociali, occupazionali ed economici del territorio di rifermento”.

In pratica, i soliti furbetti del quartierino avrebbero la possibilità di costruire gli stadi a patto di rientrare dall’investimento attraverso la cementificazione di aree diverse da quella dove sorge l’impianto sportivo. Una truffa che ha fatto sussultare il padre dell’iniziativa, il renziano Dario Nardella, il cui disegno di legge è stato stravolto dall’iniziativa di Letta. “Questa bozza è senz’altro molto diversa dalla nostra proposta originaria che prevedeva un modello sostenibile – dice Nardella – purtroppo il governo si è allontanato in maniera molto preoccupante da quella proposta, lì dove il punto di equilibrio fondamentale era che non si poteva derogare dalla normativa di tutela del territorio e dell’impatto ambientale”.

Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, dichiara senza mezzi termini di essere di fronte a “una vergogna, un problema di credibilità per l’intero Partito democratico”. Essendo poi la legge di Stabilità una procedura speciale, verrebbero messi da parte tutti i vincoli ambientali. Contro la “speculazione edilizia” anche Giancarlo Giorgetti della Lega. A difendere l’iniziativa sono rimasti il Coni, spesosi direttamente nella stesura dell’emendamento sugli stadi, e il ministro degli Affari regionali con delega allo Sport, Graziano Delrio, anch’egli del Pd, il quale prova ad arrampicarsi sugli specchi affermando che “né speculazione edilizia, né devastazione del territorio saranno presenti nell’emendamento governativo ufficiale, bensì la volontà di ammodernare l’impiantistica sportiva, professionistica e di base”. No a  cementificazione, speculazioni edilizie e sfruttamento del territorio, ma intanto il Pd è di nuovo spaccato.

Dopo l’euforia G8 Letta fa i conti con Iva, Imu e Decreto del fare

Le belle parole su lavoro ai giovani e accordo di libero scambio atlantico contenute nel testo finale elaborato dagli 8 Grandi –già volati via dal summit di Lough Erne in Irlanda del Nord-, oltre a una bella pubblicità internazionale, non forniranno certo ad Enrico Letta le armi per risolvere gli enormi problemi economici italiani, Iva e Imu in testa. Oggi, poi, è anche il giorno della deliberazione della Corte Costituzionale in merito ad un legittimo impedimento di Berlusconi non rispettato durante il processo Mediaset. Le campane pidielline suonano da giorni la musica della non consequenzialità tra le condanne del Caimano e la crisi del governo Letta, ma i dubbi e le paure del premier non sono svaniti.

“E’ molto importante l’insistenza che abbiamo messo per dire che la disoccupazione giovanile è la priorità”, ha ripetuto per l’ennesima volta il rampollo della famiglia Letta al termine dell’incontro irlandese. Peccato che, appena il suo aereo ha toccato il suolo italiano, il pensiero sia volato subito ai 4 miliardi da trovare entro i prossimi giorni al fine di scongiurare l’aumento dell’Iva di 1 punto percentuale (dal 21 al 22%) previsto per il primo luglio. Altri 4 ne servirebbero invece per eliminare l’Imu sulla prima casa, cavallo di battaglia elettorale del Pdl a cui, nonostante i chiari di luna delle casse dello Stato, i falchi come Renato Brunetta non vogliono proprio rinunciare, pena la caduta del governo di Letta Nipote.

Tanta è la spinta del centro-destra sulla vicenda Iva da aver convinto persino il vice ministro dell’Economia, il giovane Turco Stefano Fassina, a sposare le posizioni di un oltranzista come Brunetta, quando anche il ministro Zanonato aveva pronunciato il suo niet sulle coperture disponibili. Intervistato dal Corriere della Sera, Fassina ha infatti confermato che “l’asse con Brunetta sulla questione dell’Iva è nei fatti, perché entrambi siamo convinti che un eventuale aumento sarebbe una misura sbagliata e pericolosa”. Se anche un “duro” come Fassina (o almeno quello più a Sinistra nel governo) si mette ad avviare una corrispondenza di amorosi sensi con un antipatico come Brunetta vuol dire che il governo dell’inciucio è ormai una realtà accettata, anche se il Giovane Turco prova tardivamente a ritrovare la primigenia purezza: “Ieri, a Berlusconi che proponeva di sforare il limite del 3 per cento nel rapporto deficit/pil ho risposto, mi sembra, duramente”.

Già, sforare il limite del 3% per avere denaro liquido da innestare nell’economia reale sarebbe il sogno di Letta e Saccomanni, ma il commissario economico europeo Olli Rehn ha già fatto intendere che Bruxelles non cadrà nel gioco delle tre carte proposto dall’Italia. Un grande problema per il premier se si pensa che appena venerdì scorso il governo ha presentato in pompa magna il cosiddetto “decreto del fare”, 80 provvedimenti minori che hanno scatenato l’ilarità della stampa al completo sull’inefficacia delle soluzioni messe in campo con il “decreto del dire” o del “farei se avessi i soldi”.

Oltre ad andare incontro a chi già ha contratto debiti (museruola ad Equitalia e no a pignoramento prima casa) il decreto del fare non ha in tasca un euro per lavoro e sviluppo. Gli unici denari rimediati sono 3 miliardi per le infrastrutture ferroviarie subito cantierabili (come la Metro C di Roma). A pagarne le spese, anche se in pochi l’hanno fatto notare, sarà il cantiere TAV Torino-Lione lasciato senza il becco di un quattrino. Il governo divenuto No Global dice che i soldi non ci sono, ma sono in molti a pensare che occorra la volontà politica di andare a prendere quei fondi dove realmente ci sono. Ieri sera a Ballarò Massimo Giannini di Repubblica ha riproposto l’idea grillina del taglio delle province e delle spese per i caccia F-35, ma da quell’orecchio Letta pare non sentirci proprio.

Il governo Letta nomina 30 sottosegretari e 10 viceministri

Enrico Letta non ha intenzione di perdere tempo. Nella serata di giovedì, a poche ore dal ritorno del premier dal suo tour europeo, è stato convocato un Consiglio dei Ministri straordinario nel quale sono state assegnate tutte le poltrone di governo ancora vacanti. 30 sottosegretari e 10 viceministri, questo il numero dei nominati. 40 posti a sedere che vanno ad aggiungersi ai 23 membri del governo già in carica. Le iniziali pretese dello strano bipartito Pd-Pdl (Franceschini da una parte e Verdini dall’altra) erano salite fino alla richiesta di 68 tra vice e sottosegretari, numero poi ridotto per via delle pressioni di Letta, deciso a mantenere almeno una parvenza di sobrietà.

Se nell’assegnazione dei posti di governo si è potuto assistere ad una logica spartitoria da manuale Cencelli –un po’ al Pd, un po’ al Pdl e qualche grossa briciola al Centro-, il Cdm di ieri ha mostrato per intero a quali livelli di sviluppo è arrivata l’arte dell’inciucio all’italiana. Tra nomi di grido e illustri sconosciuti al grande pubblico niente è stato lasciato al caso. A coadiuvare il ministro dell’Interno Angelino Alfano sarà Filippo Bubbico del Pd, noto per aver fatto parte del gruppo dei 10 saggi nominati da Napolitano e già sotto processo per abuso di ufficio. Agli Esteri si è sentito il bisogno di nominare ben 4 assistenti per Emma Bonino (Lapo Pistelli, Bruno Archi, Marta Dassù, Mario Giro) della quale evidentemente i membri della casta si fidano poco. Di Archi c’è da dire che, chiamato a testimoniare nel 2012 nel processo Ruby, ha avvalorato la versione della “nipote di Mubarak”.

 

Alla Giustizia andranno Giuseppe Beretta e Cosimo Ferri. Roberta Pinotti (già candidato sindaco, poi trombato, di Genova) del Pd e Gioacchino Alfano (solo omonimo di Angelino) siederanno invece al ministero della Difesa. Il colpo di scena arriva al ministero dell’Economia dove, oltre a Luigi Casero Pierpaolo Baretta e Alberto Giorgetti, si è conquistato un posto da viceministro proprio Stefano Fassina, il responsabile economico del Partito Democratico spostato su posizioni quasi “di sinistra” che vanno a cozzare sia con l’impostazione ultraeuropeista decisa da Letta, sia con l’ideologia del banchiere-burocrate Maurizio Saccomanni, passato dalla Banca d’Italia alla poltrona più alta di via XX settembre.

Tanti nomi, tre, anche per lo Sviluppo Economico. Tra questi spicca quello di Antonio Catricalà, già sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo Monti e adesso riscopertosi improvvisamente lettiano. Al ministero delle Infrastrutture e Trasporti, oltre a Erasmo De Angelis e Rocco Girlanda, farà il suo ingresso Vincenzo De Luca, il primo cittadino di Salerno in quota Pd, indagato nell’inchiesta sul progetto urbanistico Crescent. Altro nome di grido è quello di Jole Santelli, l’ultrà berlusconiana in passato avvocato nello studio Previti, divenuta sottosegretario al Lavoro e alle Politiche Sociali insieme a Carlo Dell’Aringa e Cecilia Guerra. All’Istruzione rispunta un altro Tecnico montiano, Marco Rossi Doria, mentre ai Beni Culturali è stata parcheggiata Ilaria Borletti Buitoni, generosa foraggiatrice della campagna elettorale del Professore con il loden.

Ma le sorprese non sono finite qui perché, tra i sottosegretari alla presidenza del Consiglio, si trovano i nomi di Michaela Biancofiore -l’amazzone berlusconiana che si è aggiudicata come “premio fedeltà” le Pari Opportunità– e quello scottante di Gianfranco Miccichè, l’intramontabile animatore di Grande Sud, colpito da un mezzo infarto durante la campagna elettorale, sempre al centro di voci e scandali ma mai condannato. Miccichè è riuscito non si sa come a diventare sottosegretario alla Pubblica Amministrazione, forse, anche lui, come premio alla carriera di fondatore di Forza Italia. Ma i dubbi permangono.

Resa dei conti tra renziani e bersaniani

Il segretario del Pd Pierluigi Bersani, premier in pectore da venerdì, continua il giro di consultazioni per cercare di mettere insieme una maggioranza parlamentare che possa dare la fiducia ad un esecutivo guidato da lui. Oggi è il turno dei sindacati e solo domani toccherà alle altre forze politiche che, almeno a parole, hanno da tempo sbattuto la porta in faccia al disperato tentativo del presidente del consiglio designato. Nel mezzo, questa sera, il Pd si riunirà nella direzione nazionale che potrebbe sancire ufficialmente la spaccatura interna di un partito che tutti fino ad ora hanno cercato di mimetizzare.

La questione dirimente riguarda l’apertura a destra e la possibilità di piegarsi ad un governissimo con Berlusconi pur di conquistare Palazzo Chigi e non gettarsi nel buco nero di nuove elezioni. La linea di Bersani si tiene volutamente sull’ambiguo. “La mia proposta si rivolge a tutto il Parlamento che può riconoscersi in toto, in parte o per un aspetto. Un quadro così mette ogni forza davanti alle sue responsabilità ha detto ieri l’IncaricatoLa mia strada è stretta ma è la più sensata”. Un ottimismo talmente ostentato da far digrignare i denti a più di un colonnello nel partito, ansioso di lasciare la strada stretta percorsa da Bersani per non rischiare di andare a schiantarsi contro un muro.

 

La prima voce fuori dal coro è naturalmente quella del sindaco rottamatore di Firenze, Matteo Renzi, che oggi scenderà nella Capitale per cercare di capire quali siano i margini per potersi catapultare sulla scena politica che conta. I rumors su un possibile tradimento di “Yago” Renzi si erano fatti talmente insopportabili da costringere ieri sera il sindaco a prendere la cornetta per telefonare al principale allo scopo di rassicurarlo sulla sua lealtà. Una telefonata che lo stesso Renzi ha definito “distesa e molto cordiale”, durante la quale ha rassicurato il premier incaricato sull’assenza di “qualsiasi trama” contro di lui. A scatenare i dubbi amletici della nomenklatura bersaniana erano state le dichiarazioni di Graziano Del Rio -il sindaco di Reggio Emilia, presidente dell’Anci e di stretta osservanza renziana- che in mattinata aveva detto: “Non ci devono essere elezioni a tutti i costi, se la richiesta arriva dal Colle, si può fare un governo del presidente di cinque, sei o sette mesi per il bene del Paese”.

In pratica, un’apertura senza condizioni a Berlusconi proprio nel momento in cui l’Incaricato sta producendo il massimo sforzo per inventarsi una maggioranza parlamentare che possa sopravvivere facendo a meno delle truppe del Caimano. Una pugnalata alle spalle, l’ennesima. Ma sangue chiama sangue. Ecco perché la reazione dei bersaniani, altrimenti noti come Giovani Turchi, non si è fatta attendere. È stato il responsabile economico del partito, Stefano Fassina, a sparare ad alzo zero contro i renziani dalla sua pagina facebook: “È grave che, in ore decisive per la costruzione di un Governo adeguato alle sfide di fronte all’Italia, una parte del Pd intervenga per indebolire il tentativo del Presidente incaricato Bersani prospettando una possibile maggioranza con il PdL per un Governo del Presidente”.

Un innalzamento dei toni talmente preoccupante da portare il partito sull’orlo della spaccatura, visto che Fassina e gli altri hanno un’idea agli antipodi di Berlusconi rispetto ai renziani. “Un partito guidato da chi per venti anni ha praticato un uso proprietario e personalistico delle istituzioni e delle risorse pubbliche e ha portato l’Italia sull’orlo del baratro non può essere interlocutore di un governo di cambiamento”, questa l’idea che Fassina si è fatto del Cavaliere. Probabilmente oggi la direzione nazionale sancirà una tregua, naturalmente armata.