Elezioni europee: gli anti-euro volano nei sondaggi

sondaggi elezioni europeeGli ultimi sondaggi pubblicati sul sito pollwatch2014.eu – un osservatorio politico finanziato direttamente dal Parlamento europeo – danno i movimenti anti-euro in continua e inarrestabile ascesa in vista delle elezioni europee del 25 maggio prossimo che eleggeranno i 751 membri del Parlamento di Strasburgo. Le coalizioni tradizionali come il Partito Popolare (EPP, European People’s Party) e il Partito Socialista – ora divenuto anche Democratico (S&D, Socialists & Democrats) per far spazio al Pd renziano – rimangono in testa ma perdono sensibilmente consensi, tanto da far ipotizzare il ricorso ad una Grande Coalizione europea per tenere testa agli euroscettici (la Destra di EFD, Europe of Freedom and Democracy; la Sinistra di EUL, European United Left; i Conservatori di ECR, European Conservatives and Reformists; i Non Iscritti NI).

L’alleanza tra i partiti che sostengono la costruzione europea così come si presenta oggi – Socialisti (209 seggi previsti), Popolari (202), ma anche Verdi (G/EFA, 44) e Liberali (ALDE, 61) – dovrebbe farcela per un pelo ad arginare i movimenti di protesta che, con i consensi gonfiati da crisi economica e disoccupazione crescenti, pretendono a gran voce di cambiare il Sistema Europa sorto, a loro modo di vedere, per difendere gli interessi di Banche e Finanza speculativa. Un’Europa dei Popoli che sostituisca quella dei tecnocrati al servizio del Mercato. È questa la parola d’ordine che potrebbe riservare ulteriori sorprese nelle urne e che sta terrorizzando i burocrati di Bruxelles e dintorni.

Dalla Germania al Regno Unito, passando per l’Italia e arrivando all’Europa dell’Est, gli anti-euro continuano a mietere successi. Nel regno di Angela Merkel, custode dell’ortodossia germanocentrica, gli euroscettici di Alternatif für Deutschland dovrebbero riuscire a sfondare, conquistando 6 seggi a Strasburgo dopo aver fallito per un pelo l’ingresso nel Bundestag. Anche Die Linke, il rassemblement dei vecchi comunisti, si prenderebbe 8 seggi. C’è da dire però che il gruppo della Sinistra Radicale in Europa (EUL/NGL) parte da posizioni anti-euro in apparenza inconciliabili con quelle di AfD e degli altri movimenti di Destra.

In Gran Bretagna, da sempre euro-diffidente e, non a caso, fuori dalla moneta unica, l’Ukip, il partito indipendentista britannico, fa registrare il 23% delle preferenze e 17 seggi, ad appena un punto e un seggio dai Conservatori e non lontano dai Laburisti. Con questi numeri, la promessa del leader dell’Ukip, Nigel Farage, di uscire dall’UE diventa sempre più reale.

Ancora più agguerrita si prospetta l’offensiva dell’estrema destra in Francia. Il Front National guidato con grande sagacia politica dalla figlia d’arte Marine Le Pen, non fa più paura ai radical-chic francesi che, persa la certezza del lavoro e dei diritti assicurati una volta dalla Republique, hanno voltato le spalle ai Socialisti per abbracciare la battaglia anti-euro della bionda Marine. Il FN è dato attualmente al 20% con 18 seggi, a soli due punti dall’UMP di Sarkozy , ma ben 4 punti sopra il Parti Socialiste del disastroso Hollande. L’estrema destra sorride anche in Olanda, dove il Partij voor de Vrijheid (PVV) di Geert Wilders viaggia addirittura al primo posto con percentuali da record (19%). Stesso trend verso Destra lo fanno registrare il Belgio con il partito Vlaams Belang, la Repubblica Ceca (Akce nespokojených občanů) e gli altri Paesi dell’ex blocco sovietico.

Capitolo finale dedicato all’Italia. Nonostante l’offensiva mediatica e giudiziaria messa in campo per screditare il M5S di Beppe Grillo (che vuole abolire il Fiscal Compact), i grillini affiancano Forza Italia con oltre il 22% di preferenze virtuali e 19 seggi a Strasburgo. Adesso nel mirino c’è il Pd, dato ancora al 29,5%. Dovrebbero farcela a entrare nel parlamento europeo anche la Lista Tsipras (5,5%) e la Lega Nord (4,9%). Fuori, invece, tutti gli altri, a cominciare dal NCD di Alfano precipitato al 3,3%, ma ormai in caduta libera.

Primarie Pd. Prodi vota e prepara la vendetta contro i 101 traditori

Perché, a 48 ore dall’apertura dei gazebo, Romano Prodi ha deciso improvvisamente di cambiare idea e ha dichiarato che voterà alle primarie Pd? A giudicare dal comunicato reso pubblico ieri, Prodi sembra deciso a tornare in qualche modo in pista per prendersi la vendetta sui 101 traditori, responsabili della sua mancata ascesa al Quirinale per dare vita al governo di larghe intese. Una mossa a sorpresa, arrivata dopo mesi burrascosi in cui i rapporti tra il Professore e la sua creatura, il Partito Democratico, sembravano compromessi irreversibilmente.

Solo un mese fa Prodi aveva liquidato con parole sprezzanti l’ipotesi di votare alle primarie. “Non voterò alle primarie – aveva detto – non per polemica, ma ho deciso di ritirarmi dalla vita politica”. Qualche settimana prima, invece, era arrivata la conferma di non voler rinnovare la tessera del Pd. Troppa l’amarezza di vedere il suo nome umiliato a Montecitorio dai doppiogiochisti del voto segreto. Sicuramente, si pensava, Prodi non vorrà mai più sporcarsi le mani con le beghe della politica italiana. E invece.

Il due volte premier decide di rientrare in campo nelle vesti di difensore del bipolarismo e dell’intero sistema politico italiano, messi a rischio, a suo dire, dalla sentenza della Consulta sul Porcellum. “I rischi aperti dalla recente sentenza della Corte Costituzionale – scrive Prodi – mi obbligano a ripensare a decisioni prese in precedenza”. Secondo l’ex leader dell’Ulivo “le primarie del Pd assumono oggi un valore nuovo. Nella situazione che si è venuta a determinare è infatti necessario difendere a ogni costo il bipolarismo”. Segue un assist per quello che ritiene ancora il Suo Partito. “Pur con tutti i suoi limiti, il Pd resta l’unico strumento della democrazia partecipata di cui tanto abbiamo bisogno. Domenica, di ritorno dall’estero, mi recherò quindi a votare – conclude Prodi – In questa così drammatica situazione mi farebbe effetto non mettermi in coda con tanti altri cittadini desiderosi di cambiamento”.

 

Questo lo stringato comunicato ma, a leggere tra le righe, vi si possono già intuire i retroscena. Il primo pensiero che viene in mente è il “sacrificio” che il Fondatore sarebbe disposto a fare per ridare un po’ di ossigeno alle spompate primarie Pd che, nonostante il ciclone Renzi, sembrano destinate a non andare oltre i 2 milioni di votanti . Partecipazione scarsa rispetto alle precedenti edizioni. Un flop. Il nome di Romano Prodi è ancora amato dal popolo di centro-sinistra e la sua annunciata presenza potrebbe avere un effetto trainante.

Fin qui l’aspetto edificante della vicenda: il rafforzamento del Partito Democratico indipendentemente da chi vincerà tra Renzi, Cuperlo e Civati. Ma l’impressione è che Prodi voglia andare oltre. Le spie della strategia prodiana sono tre locuzioni utilizzate nel comunicato: “rischi aperti dalla sentenza”, “difendere il bipolarismo” e “cambiamento”. Il Professore considera rischiosa la deliberazione della Consulta che, amputando il Porcellum, ha spostato le lancette del sistema elettorale indietro di 20 anni, al proporzionale da Pentapartito. E chi sono i più strenui difensori del proporzionale? Il presidente Napolitano e il governo Letta-Alfano, naturalmente?

Ma chi sono stati i responsabili della creazione del governo di larghe intese, nato dopo l’affondamento della sua candidatura al Colle, ritenuta “divisiva”? I 101 traditori del Pd che, dopo averlo acclamato, lo hanno impallinato nel segreto delle urne, naturalmente. Tra questi ci sono di certo i Grandi Elettori di Gianni Cuperlo, dalemiani in testa. Le malelingue puntano il dito anche sui renziani, ma Matteo Renzi rappresenta per definizione il “cambiamento” auspicato da Prodi. Così come vicino al Professore può essere considerato anche Pippo Civati. Il piano diabolico di Prodi potrebbe dunque comprendere l’ipotesi di un suo ritorno come Padre Nobile, dopo che Renzi e Civati (che secondo i sondaggi rischia di superare Cuperlo) avranno fatto piazza pulita della vecchia nomenklatura.

Amnistia: Renzi spacca il Pd ma i sondaggi gli danno ragione

Proprio oggi la commissione Giustizia del Senato avvia l’esame dei disegni di legge 20 e 21 su amnistia e indulto, proposti rispettivamente da Luigi Manconi (Pd) e Luigi Compagna (Gal). Un iter parlamentare che si preannuncia a dir poco accidentato, visto che le dichiarazioni politiche rilasciate in queste ultime ore rischiano di far naufragare il progetto di Giorgio Napolitano di svuotare le sovraffollate carceri italiane attraverso la concessione di amnistia e indulto. Da una parte, quella del Pd, c’è il probabile segretario entrante, Matteo Renzi, che con il suo No alla concessione di provvedimenti di clemenza senza un contemporaneo intervento sulla legislazione carceraria, ha spaccato in due un partito già lacerato dalle faide interne e scontentato il presidente Napolitano

Dall’altra, quella del Pdl-Forza Italia, c’è un movimento diviso già nella sigla che però riesce a ricompattarsi solo nel nome del Cavaliere Decadente. Falchi e colombe del partito sono uniti come un sol uomo nel sostenere che un provvedimento di amnistia e indulto non potrà escludere Silvio Berlusconi. Quale modo migliore di far saltare l’accordo con il Pd? Per evidenti motivi di imbarazzo, la posizione intransigente dei berlusconiani era stata tenuta sotto traccia fino a ieri, quando è stata la più governativa delle colombe, il ministro Gaetano Quagliariello, ad ufficializzare la richiesta di un provvedimento di clemenza che includa anche Berlusconi. “Se amnistia e indulto saranno legge –ha detto il titolare delle Riforme- dovranno essere applicate a tutti i cittadini, Silvio Berlusconi compreso”. Un modo elegante per mettere la museruola alla collega della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, che aveva liquidato la pratica Berlusconi con un secco “amnistia e indulto non lo riguarderanno”.

La confessione di Quagliariello, che ovviamente non ha sorpreso nessuno, è stata l’occasione perfetta per  Beppe Grillo che non ci ha pensato su due volte a postare la sua opinione su un provvedimento che, a suo dire, Napolitano ha voluto solo per salvare Berlusconi, giocando con la pelle dei detenuti: “Quagliariello ha detto la verità: l’indulto e l’amnistia saranno applicate anche a Berlusconi. I suoi colleghi di governo facciano altrettanto. A cominciare dal Presidente della Repubblica Napolitano: vada in televisione a raccontarlo agli italiani”. Secondo il guru del M5S, che scomoda persino Abramo Lincoln, su questa sporca vicenda dell’amnistia e dell’indulto la casta ha travalicato i “diritti della maggioranza” –Per Grillo i politici stanno sfruttano mediaticamente la sofferenza dei carcerati, amplificata da leggi fatte da loro stessi (come quella dei profughi di Lampedusa), solo per salvare Berlusconi, qualche altro colletto bianco, il governo dell’inciucio Pd-Pdl e non fare brutta figura con l’Ue, infischiandosene del comune sentire degli italiani.

Opinione della “gente”, o del “popolo” come si diceva una volta, che invece sembra essere molto cara a Matteo Renzi, accusato da buona parte del suo partito di basarsi cinicamente solo sui sondaggi prima di esprimere un’opinione politica. I citati sondaggi guarda caso dicono che gli italiani considerano l’indulto e l’amnistia un’ingiustizia, perché darebbero ai criminali l’impressione che si possa delinquere, tanto poi in un modo o nell’altro potranno farla franca. Renzi ha fatto sua questa tesi, condendola con la richiesta di cancellare le leggi Fini-Giovanardi sulla droga e Bossi-Fini sull’emigrazione. Per questo si è sentito paragonare a Beppe Grillo dal ministro Flavio Zanonato, perché sulle carceri avrebbe assunto un atteggiamento demagogico, come Grillo sul reato di immigrazione clandestina. La faida combattuta all’interno del Pd tra renziani e nomenklatura proveniente dall’ex Pci ha contribuito ad armare la lingua di Stefano Di Traglia, storico portavoce di Bersani, che sul tema amnistia ha dichiarato che “era nelle cento proposte finali della Leopolda 2011” (il programma elettorale di Renzi alle primarie). Puro veleno Democratico.