Affitti d’oro e slot machines: governo e lobby sconfitti da Renzi e M5S

lobby slot machinesLa pratica dell’assalto alla diligenza delle leggi finanziarie di fine anno, diffusa tra lobbisti e faccendieri di ogni tipo, non è certo stata debellata. Ma lo stop imposto dall’azione del M5S (seguito poi da Renzi e dalla Lega) a due emendamenti vergognosi come quelli sul taglio dei fondi ai Comuni che ostacolano la diffusione delle slot machines e sugli affitti d’oro pagati dalla pubblica amministrazione, dimostra che la malapolitica si può sconfiggere. Il primo provvedimento erano stato infilato proditoriamente nel cosiddetto dl Salva Roma, approvato il 23 dicembre dalla Camera con l’ennesimo voto di fiducia e in attesa di passare l’esame del Senato il 27. Il secondo, invece, è passato insieme alla legge di Stabilità con il voto di fiducia di Palazzo Madama sempre il 23.

Pensato per cercare di togliere le castagne dal fuoco al disastrato bilancio di Roma Capitale (864 mln di debiti), il Salva Roma è diventato un immenso catino in cui sciacquare i panni sporchi del clientelismo italico con il detersivo dei fondi a pioggia, distribuiti a clientes e amici in tutto lo Stivale. 20 mln per il trasporto pubblico calabrese; 23 per quello valdostano; mezzo milione per Pietrelcina, patria di Padre Pio; fondi per scuole umbre, restauri, sagre di paese, teatri. Persino una sanatoria per i chioschi sulle spiagge ed altre amenità elencate da Sergio Rizzo sul Corriere della Sera.

Nella notte tra il 21 e il 22 dicembre, l’emendamento presentato dalla senatrice Federica Chiavaroli di Ncd (votato da tutto il Pd), che prevedeva di punire i Comuni virtuosi che decidono di aumentare la tassazione sulle slot machines, è magicamente scomparso dal testo del Salva Roma. “Un errore della maggioranza”, lo ha definito il premier Letta per rimediare allo scandalo di uno Stato che avrebbe tagliato i fondi agli enti locali che cercano di opporsi alla gestione “mafiosa” delle slot e alla diffusione della ludopatia. Ma il grottesco dietro-front del governo è arrivato solo dopo che il M5S aveva diffuso un video registrato all’interno di Montecitorio che smaschera l’attività di lobby praticata da tale Luigi Tivelli, un uomo che le cronache descrivono come lobbista di lungo corso. A quel punto è stata inevitabile la levata di scudi di Matteo Renzi che ha parlato di una “porcata”.

 

Ancora più complesso, se vogliamo, il giallo della “manina” che ha nascosto nella legge di Stabilità l’emendamento Salva affitti d’oro, che rende in pratica nullo il testo contenuto proprio nel Salva Roma. La norma proposta dal senatore grillino Riccardo Fraccaro permette agli enti pubblici di recedere dagli affitti onerosi con un solo mese di preavviso. È il caso anche dei Palazzi Marini dove ha sede Montecitorio, 444 milioni di euro in 18 anni intascati dalla Milano 90 srl di Sergio Scarpellini. Lodevole iniziativa a 5Stelle accolta persino dal governo, sempre incalzato dal segretario del Pd che, intervistato da Fabio Fazio, ha definito “giusta” la norma contro gli affitti d’oro.

Ma Renzi, pur avendo conquistato il partito, non ha ancora il controllo sui gruppi parlamentari bersanian-dalemiani e, soprattutto, sui potenti lobbisti che si aggirano per i corridoi del parlamento. È così che nella legge di Stabilità è finito un trafiletto che esclude dal diritto di recesso non solo i palazzi dei ricchi fondi immobiliari, ma anche quelli di cui sono proprietari gli stessi investitori dei fondi. Trappola quasi rivendicata dai parlamentari di Scelta Civica e che ha scatenato la reazione di grillini e leghisti, pronti a ricorrere ad un malaugurato ostruzionismo natalizio. Tensione alle stelle che ha costretto il ministro dei Rapporti col parlamento, Dario Franceschini, a promettere la cancellazione della norma affitti d’oro nel decreto Milleproroghe che il Cdm varerà il 27 dicembre. Un pasticcio che apre uno squarcio sul mistero degli sponsor occulti del governo Letta-Alfano.

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Denuncia delle Iene: parlamentari pagati dalle lobbies

Non è ancora esplosa la bomba ad orologeria innescata dal servizio confezionato da Le Iene per la puntata del 19 maggio scorso. La Iena Filippo Roma ha intervistato un presunto assistente di un senatore che ha svelato un sistema di corruttela gigantesco, legato ai favori sul piano legislativo che molti onorevoli avrebbero fatto a potenti multinazionali in cambio di denaro, elargito con un efficiente e conosciuto tariffario: da 1000 a 5000 euro a voto, distinguendo il parlamentare più importante da quello con meno peso.

La denuncia per il momento, come si può vedere anche nel video-intervista delle Iene, è rimasta in forma anonima perché la gola profonda venuta dal Palazzo ha preferito mostrarsi di spalle, con una folta parrucca sulla testa e con tanto di accento svedese e patata in bocca per evitare di farsi riconoscere e perdere così, perché licenziato, gli 800 euro in nero che guadagna ogni mese. “Voglio segnalare i traffici illeciti che avvengono nei Palazzi del potere, soprattutto in Senatoha esordito il super testimone-, vi sono alcuni senatori ed onorevoli che sono a libro paga di alcune multinazionali, le cosiddette lobbies”. Un fiume in piena che sembra conoscere bene ciò di cui parla e che avrebbe dovuto scatenare una tempesta giornalistico-giudiziaria che, per ora, si è risolta in una calma piatta.

Ma il misterioso assistente dice ancora di più: “Ci sono le multinazionali che ogni mese, per mezzo di un loro rappresentante, fanno il giro dei Palazzi, sia Senato che Camera, incontrano noi assistenti e ci consegnano dei soldi da dare ai rispettivi senatori o onorevoli”. Una denuncia scioccante (soprattutto per quel 1% di italiani che ancora aveva fiducia nei politici) condita però da particolari interessanti sul fatto che le tangenti fossero elargite “per far sì che quando ci sono degli emendamenti da votare in commissione o in aula, i senatori e gli onorevoli li votino a favore della categoria che paga”. Nelle ultime frasi dell’intervista saltano fuori anche dei nomi, anche se non quelli dei parlamentari: “Per quel che mi riguarda conosco due multinazionali ed entrambe elargiscono una 1000 euro e un’altra 2000 euro ogni mese, sono quelle delle Slot Machines e del tabacco. Per questo all’inizio di ogni legislatura i parlamentari fanno a gara per assicurarsi le commissioni migliori, quelle dove sono presenti queste lobby”.

 

Arrivati a questo punto del racconto ci si aspetterebbe la grande stampa nazionale impegnata in inchieste e denunce, cosi come la magistratura (che presto aprirà un fascicolo), e invece, come per uno strano sortilegio, tutto tace. Sul web si può rinvenire qualche articolo scritto a caldo sull’argomento da La Stampa e dal  Fatto Quotidiano, ma niente di più approfondito, quasi a giustificare il sospetto che i grandi gruppi di potere controllino con fiumi di denaro stampa e politica, entrambe corrotte. L’unico a sbilanciarsi sull’argomento è stato il presidente del Senato, Pietro Grasso che ha dichiarato di aver “dimostrato di considerare la lotta alla corruzione un’assoluta emergenza depositando, il mio primo giorno da senatore, un Disegno di legge con ‘Disposizioni in materia di corruzione, voto di scambio, falso in bilancio e riciclaggio’, che martedì sarà preso in esame dalla Commissione Giustizia del Senato”. Niente di più.

Chi sembra invece determinato a non mollare l’osso è il M5S di Beppe Grillo che già da tempo sta denunciando i 98 miliardi abbonati dalle istituzioni ai gestori delle slot machines. È stato il cittadino Daniele Del Grosso a prendere la parola a Montecitorio. “Invito questo governo a fare chiarezza e invito coloro che sanno a parlare –così ha apostrofato l’emiciclo Del Grosso- perché l’accaduto, qualora risultasse vero, è sinonimo di corruzione all’interno di questi Palazzi”. Per il momento, comunque, la casta sembra intenzionata ad insabbiare la vicenda.