Renzi-Berlusconi: dal Patto del Nazareno alla Grande Coalizione

Pattodel NazarenoAll’indomani della sentenza di appello del Tribunale di Milano che ha assolto Silvio Berlusconi nel processo Ruby, ribaltando clamorosamente la condanna a 7 anni inflitta in primo grado al capo di Forza Italia, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è riuscito a volare fino in Africa, in Mozambico, a Maputo, per dichiarare quello che tutto il mondo già sapeva. “In un paese civile le regole si fanno insieme – ha detto il premier a chi gli chiedeva lumi sulla solidità del Patto del Nazareno– dal punto di vista istituzionale avrei mantenuto la parola anche se Berlusconi fosse stato condannato”.

La misteriosa conferma da parte del Rottamatore del patto segreto siglato con il Caimano nella sede appena espugnata del Pd, veniva considerata scontata da tutti gli addetti ai lavori, compresi coloro i quali si sono convinti da tempo che i fili del pactum sceleris del Nazareno siano tirati da Licio Gelli, il Venerabile Maestro della P2. Con Berlusconi trasformato miracolosamente da Papi Prostituente in Padre Costituente, l’accordo tra destra e sinistra potrebbe compiere ora un ulteriore passo avanti.

“Se l’oggetto di questo governo sono le riforme cosa c’è di strano che Berlusconi rientri in maggioranza? Io dico che Forza Italia deve entrare in maggioranza – dichiara senza mezzi termini il senatore Paolo Naccarato di Gal – “Archiviata l’alleanza con i 5 stelle, l’agenda dei mille giorni evocata dal premier va proprio in questa direzione”. Un abbozzo di trattativa che, se si vuole dar credito al retroscena riportato dal fattoquotidiano.it, sarebbe stato avallato da Berlusconi in persona che, oltre ad Italicum e Senato vuole portare a casa la “riforma” della Giustizia. E non solo, perché già si vocifera di un lavorio diplomatico portato avanti sottobanco dagli sherpa pro-Renzi Denis Verdini e Gianni Letta.

I due, secondo il quotidiano diretto da Peter Gomez, starebbero tramando con i renziani per far rientrare FI prima in maggioranza e poi addirittura al governo (il totoministri riporta già i nomi di Alessandro Cattaneo ed Elena Centemero). Un piano diabolico che rappresenterebbe una Nakba (la Catastrofe dei palestinesi) per le ambizioni di Angelino Alfano e la sopravvivenza stessa di Ncd, ma soprattutto diventerebbe la pietra tombale del dialogo sulle Riforme intavolato da Renzi con il M5S.

A dire la verità lo stucchevole (per Renzi) dibattito con i grillini su preferenze e clausole di sbarramento era già stato stoppato dall’apatia e dalla strabordante pinguedine mostrata senza vergogna dal giovane premier durante la diretta streaming di qualche giorno fa. Ma il Movimento, con in testa Luigi Di Maio, aveva comunque deciso di andare avanti. Per uscire dall’angolo politico in cui è stato cacciato ma, soprattutto, per mostrare agli italiani il bluff di Renzi che finge di trattare con i seguaci di Beppe Grillo quando ha già in tasca il Patto del Nazareno.

Diciamo che Grillo e i suoi non hanno preso molto sportivamente la rinnovata corrispondenza di amorosi sensi tra il “nipotino di Gelli” (copyright Piero Pelù) e la tessera P2 1816. Sul blog del guru genovese è apparso prima un post che riportava una parte del discorso pronunciato il 19 luglio dal magistrato Nino Di Matteo, in cui il pm del processo alla trattativa Stato-mafia ha attaccato, senza nominarli, il presidente “interventista” Giorgio Napolitano e “un soggetto da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa Nostra” (Berlusconi ndr) che oggi “discute con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all’ultimo respiro”. Messaggio chiaro quello voluto lanciare da Grillo.

Domenica sera, poi, Di Maio e gli altri protagonisti della trattativa con Renzi hanno provato a rilanciare una proposta in 6 punti al solo scopo di smascherare la “tattica dilatoria” del “gasteropode Renzie” interessato, in realtà, solo a confermare il Patto del Nazareno.

Caso Geithner: Berlusconi invoca una commissione di inchiesta

caso GeithnerSilvio Berlusconi, ospite a Coffee Break su La7, invoca una commissione di inchiesta sul caso Geithner. La storia del presunto complotto internazionale che portò alla caduta del suo governo nel novembre del 2011, raccontata dall’ex Segretario al Tesoro Usa Tim Geithner nel suo libro di memorie Stress Test, è stata presa molto seriamente dal capo di Forza Italia, non si capisce ancora se per mero interesse elettorale o perché il complotto contro di lui sia avvenuto veramente. “Le mie dimissioni sono state responsabili ma non libere – ha detto Silvio giovedì mattina – Ci sono state molte pressioni, ci sono dei fatti enormi che necessitano una commissione d’inchiesta”.

Le rivelazioni di Geithner hanno innescato un inevitabile scontro semi-istituzionale tra il Caimano decaduto e condannato e l’inquilino del Colle Giorgio Napolitano che con un comunicato ufficiale ha negato di essere a conoscenza di un putsch antiberlusconiano organizzato dalla UE. Ma cosa ha scritto di preciso l’influente politico americano? Geithner racconta che nell’autunno 2011 l’amministrazione Obama era in “costante contatto” con le “controparti europee”. Alcune di loro – continua l’ex Segretario – ci hanno spesso chiesto di intervenire per fare pressioni sul cancelliere Merkel affinché fosse meno avara, o sugli italiani e gli spagnoli affinché fossero più responsabili”.

Segue poi la frase che sta scatenando un putiferio in Italia:

“A un certo punto in quell’autunno, alcuni funzionari europei ci hanno approcciato con un complotto per provare a fare cadere il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Volevano che rifiutassimo di appoggiare i prestiti del Fondo Monetario Internazionale all’Italia fino a quando lui (Berlusconi ndr) non se ne fosse andato. Abbiamo riferito al presidente di questo sorprendente invito ma, per quanto sarebbe stato utile avere una migliore leadership in Europa, non potevamo essere coinvolti in un piano come quello. «Non possiamo avere il suo sangue sulle nostre mani», ho detto”.

Dunque, Geithner dichiara solennemente che almeno un tentativo europeo di “complotto” fu messo in atto. Non dice se questa iniziativa illegale e antidemocratica andò in porto. Non fa nemmeno i nomi dei funzionari della Ue coinvolti, ma non ha difficoltà a dipingere Barack Obama e i suoi come paladini della libertà e della legalità. Un atteggiamento alquanto vile e doppiogiochista per uno che negli Usa ha ricoperto un ruolo equivalente a quello del nostro ministro dell’Economia. E poi, la sua teoria si basa su un punto discutibile: negare il prestito del FMI all’Italia quando il governo Berlusconi, pur di mantenere l’onore, si rifiutava di finire sotto tutela della Trojka e avrebbe piuttosto lasciato affondare il paese. Nessun riferimento nemmeno allo scontro interno al Pdl con Tremonti che portò all’implosione del Berlusconi IV.

Per quanto riguarda Napolitano, Re Giorgio ha scritto che, a parte “le inopportune e sgradevoli espressioni pubbliche di scarsa fiducia negli impegni assunti dall’Italia, null’altro di pressioni e coartazioni subite dal Presidente del Consiglio nei momenti e nei luoghi di recente evocati fu mai portato a conoscenza del Capo dello Stato”. Posizione pilatesca che ha scatenato l’ira di Silvio.

Berlusconi prima ha spiegato che il complotto fu organizzato perché lui si opponeva alla “colonizzazione dell’Italia” da parte del FMI e dell’Europa a guida tedesca e ha denunciato “l’imbroglio degli spread”. Poi si è lamentato (giustamente) perché questa notizia bomba non trova spazio sulle prime pagine dei media e ha liquidato la nota del Colle dicendo di non poter “parlare del Capo dello Stato” altrimenti rischia di finire a San Vittore. Berlusconi non lo dice ma, scrive Adalberto Signore sul Giornale, è “fermamente convinto che Napolitano abbia avuto un ruolo di primo piano” nella vicenda del “colpo di Stato” del 2011. Gli indizi della colpevolezza del presidente? Gli incontri con Monti già in giugno, l’avallo della lettera della Bce firmata da Jean-Claude Trichet e scritta da Mario Draghi. “È lui il vero regista e il fatto che ora se ne lavi le mani rasenta il ridicolo”. Questo il succo del Berlusconi pensiero su Napolitano.

Golpe Fini-Napolitano: gli ex finiani confermano le accuse di Berlusconi

imagegolpe Fini NapolitanoIl fallito golpe del 2010, ordito da Gianfranco Fini e Giorgio Napolitano per liberarsi della scomoda presenza di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, non è solo il frutto della “mente” del capo di Forza Italia, come aveva detto Fini replicando alle sue accuse. Alcuni ex finiani come Amedeo Laboccetta e Fabio Granata offrono la loro testimonianza a supporto dei sospetti dell’ex Cavaliere sul fatto che, dietro la scissione di Fli dal Pdl, ci fosse la promessa di ottenere la presidenza del Consiglio fatta dal presidente della Repubblica a quello della Camera. Un patto scellerato, se le circostanze dovessero rivelarsi reali, confermato anche da un ignoto ma informatissimo ascoltatore della trasmissione radiofonica La Zanzara di Radio24, qualificatosi con il nome di “Antonio da Roma”.

Ma procediamo con ordine. L’accusa di golpe l’aveva lanciata Berlusconi durante la recente ospitata nel salotto di Porta a Porta. “Fini ha fatto ciò che ha fatto perché convinto dal Capo dello Stato che avrebbe formato il nuovo governo e ci sono 12 testimoni che hanno sentito la telefonata di Fini, messa in vivavoce, che garantiva di avere le spalle coperte”, aveva detto il Condannato di Arcore scatenando il solito putiferio di reazioni. Visti i precedenti di grande “contapalle”, e alla luce dell’infelice battuta sui tedeschi che negano i lager, la sparata berlusconiana era stata archiviata dai più come l’ennesima battuta ad effetto, buona solo per finire al centro dell’attenzione mediatica.

Ma, a distanza di pochi giorni, questa vicenda potenzialmente gravissima, che coinvolge la prima e la terza carica dello Stato dell’epoca (Napolitano c’è ancora), è ritornata prepotentemente agli onori delle cronache. Amedeo Laboccetta – il politico ex AN coinvolto nell’inchiesta sul re delle slot Francesco Corallo – racconta al Giornale la sua versione dei fatti. Attribuisce a Fini la frase testuale “Napolitano è della partita” e ricorda che il delfino di Almirante “non faceva mistero del suo rapporto con il presidente della Repubblica, anzi, se ne vantava e lo faceva sapere anche fuori dal suo entourage, per convincere le persone a seguirlo”.

Laboccetta rammenta che in quell’autunno caldo del 2010 (appena preceduto dall’estate bollente della casa di Montecarlo e seguito dal voto di fiducia favorevole a B. del 14 dicembre) Fini gli disse di non essere uno sprovveduto, “non farei quel che faccio (la scissione da B. ndr) se non avessi alle spalle chi mi dà le giuste coperture”. Una chiara allusione a Re Giorgio secondo Laboccetta che conclude confessando che “il progetto per far fuori Berlusconi è nato molto prima, già dal 2009, ed è diventato pienamente operativo nel 2010”. Accuse pesanti confermate anche da un finiano anonimo a cui il quotidiano di Sallusti attribuisce il coinvolgimento nell’affaire di Roberto Alesse, ex consigliere di Fini.

Tra i finiani pentiti, anche Fabio Granata ha confermato al Fatto Quotidiano che dietro la sfida di Fini a Berlusconi “c’è stata una regia di Napolitano”. La versione del golpetto raccontata da Berlusconi e dagli ex finiani viene confermata, per quanto possa valere, dalla testimonianza di un radioascoltatore della coppia Cruciani-Parenzo. “Ero uno dei presenti quando Napolitano chiamò Gianfranco Fini – dice mister X a Radio24 – gli altri nomi dei presenti non li posso fare, li deve fare Berlusconi. Fini mise in viva voce il telefono perché doveva convincere una parte del partito ad allontanarsi da Berlusconi e a far cadere il governo nel voto di fiducia. Napolitano chiese la disponibilità a Gianfranco Fini di formare un nuovo governo. Gli chiese se se la sentiva”.

Il signor “Antonio” invita Fini a raccontare tutto, ma il politico caduto ormai in disgrazia decide di opporre un enigmatico silenzio ad eccezione di una frase lapidaria: “I complotti denunciati da Berlusconi sono solo nella sua mente”.

Berlusconi: “I tedeschi negarono i lager”. È polemica, ma anche Storia

“Per i tedeschi i campi di concentramento non ci sono stati”. Sono giorni ormai che questa frase, pronunciata da Silvio Berlusconi durante una conferenza stampa a Milano, viene ripetuta senza soluzione di continuità da giornali, tv e siti internet. Ma anche i politici si sono sbizzarriti in un profluvio di dichiarazioni critiche e reazioni sdegnate. Quelli italiani ma, soprattutto, i diretti interessati teutonici come il candidato PSE alla presidenza della Commissione Martin Schulz, il presidente del PSE Sergei Stanishev, l’euro-capogruppo socialista Hannes Swoboda; ma anche Elmar Brok, consigliere di Angela Merkel e teorico alleato dell’impresentabile ex Cavaliere nel PPE.

Proprio la sdegnata e unitaria reazione della Germania ha offerto al Condannato di Arcore la platea internazionale per il ritorno in grande stile sulla scena politica, giusto in tempo per lanciare la remontada in vista delle elezioni europee del 25 maggio. Effetto voluto o imbarazzante coincidenza?

Che quella di Berlusconi sia stata un’uscita programmata, oppure un molto più probabile scivolone dovuto all’incipiente demenza senile, il risultato non cambia: tutti sono tornati a parlare di lui. Certo, per ricoprirlo di improperi, oppure, nel migliore dei casi, per biasimarlo elegantemente e prenderne le distanze. Fatto sta che, in pieno Terzo millennio, ci vuole un bel coraggio per arrivare ad affermare che “per i tedeschi i campi di concentramento non ci sono stati”. E Berlusconi quell’incosciente coraggio l’ha trovato. Confondendo sì il presente con il passato (i tedeschi non negano oggi i lager, lo fecero in passato), ma arrivando persino a toccare il nervo ancora scoperto della Memoria tedesca del nazismo e dell’Olocausto degli ebrei nei lager. Una memoria rimasta sepolta fino agli anni ’70, come è stato storicamente accertato.

Nessuno potrà mai affermare con certezza che Berlusconi abbia voluto impartire una lezione di storia, oppure sia stato l’incosciente e scomposto veicolatore di una verità storica utilizzata solo allo scopo di attaccare l’odiato burocrate Schulz. La conferma della libera interpretazione berlusconiana della storia arriva da una insospettabile: Irit Dekel, sociologa israeliana associata alla Humboldt Universität di Berlino, intervistata dal sospettabile Giornale di Casa Berlusconi. “La prima generazione non ha negato l’orrore (dell’Olocausto ndr) ma lo ha vissuto con una consapevolezza marginale e distaccata, senza un vero riconoscimento delle responsabilità”, spiega la Dekel, secondo la quale nel dopoguerra lo sterminio degli ebrei rimase un “tabù culturale” perché non se ne parlava.

La seconda generazione diede invece la colpa alle istituzioni, ma non al popolo tedesco. La terza, infine, “ammetteva che fosse responsabilità del popolo, ma non di mio padre”, ovvero dei propri familiari. Tutto comincio a cambiare nel 1968 ma, conclude la studiosa ebrea, ancora oggi non esiste la “cosiddetta narrativa del carnefice”, ovvero il punto di vista del nazista “sterminatore quotidiano di ebrei”. Una lacuna psicologica che i tedeschi devono ancora colmare.

Berlusconi è dunque innocente? La prova della buona fede del capo Pdl potrebbe nascondersi nell’esilarante spiegazione che lui stesso ha offerto dell’uso della definizione di kapò che tanto fece infuriare il socialista tedesco nel 2003. Il ruolo a cui il tycoon di Mediaset voleva destinare l’attuale presidente del Parlamento europeo era proprio quello dell’omonimo sergente Schulz del celebre telefilm americano degli anni ’60 Hogan’s Heroes, di cui le tv berlusconiane hanno mandato in onda ben 108 puntate. Una battuta geniale costata al Berlusconi comico incompreso la pesante accusa di antisemitismo. L’avesse spiegata prima.

Berlusconi in crisi: Italicum addio e Patto del Nazareno a rischio

patto del NazarenoNonostante il secondo faccia a faccia tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, avvenuto a Palazzo Chigi lunedì sera, la strada dell’Italicum si fa sempre più in salita. Per il provvedimento approvato dalla Camera ai primi di marzo si parla di un rinvio a dopo le elezioni europee, forse a settembre, o forse mai. Il giovane premier, comunque, è intenzionato a far ricadere tutta la responsabilità del fallimento della nuova legge elettorale su Berlusconi, i suoi guai giudiziari e la conseguente crisi di Forza Italia che, solo sulla base dei sondaggi, i mass media danno ormai per scontata.

Il Cavaliere decaduto, intanto, è riuscito a dribblare con eleganza anche l’ostacolo della condanna ai servizi sociali. Il Tribunale di Sorveglianza di Milano per una volta gli ha dato una mano, obbligandolo a recarsi ad assistere gli anziani in un centro di Cesano Boscone per sole 4 ore alla settimana, permettendogli di spostarsi a Roma dal martedì al giovedì e garantendogli così la tanto agognata agibilità politica.

Ma, per il momento, a quaranta giorni dalle elezioni europee, gli effetti benefici della ridiscesa in campo del Berlusconi animale elettorale ancora non si vedono. Anzi, il suo ruolo di Padre riformatore è sempre più a rischio. È vero che deve avere ancora dei santi in paradiso (qualcuno incappucciato), se Renzi stesso continua inspiegabilmente ad offrirgli una visibilità da statista attraverso i loro ripetuti incontri. Ma il rifondatore di Forza Italia sembra chiuso in un angolo dalla condanna per frode fiscale, dall’erosione di uomini (vedi Bonaiuti) e di voti che sta dissanguando il partito, e dal venir meno delle condizioni per mantenere in vita il Patto del Nazareno siglato appena poche settimane fa con il Rottamatore.

Dalle parti del Pd, che come sempre è spaccato al suo interno (renziani contro il ddl Chiti su riforma del Senato), si teme che l’annunciato sorpasso elettorale di Grillo nei confronti dei berluscones eliminerebbe la ragione stessa del Patto del Nazareno sull’Italicum: Pd e Forza Italia, non il M5S, dovrebbero essere i due partiti maggiori che beneficeranno degli effetti di quella che molti definiscono una “svolta autoritaria”, scritta apposta per spartirsi il potere facendo fuori i grillini. L’incubo di Renzi, esplicitato dal un misterioso “renziano doc” , è che con Berlusconi alle corde “bisognerebbe ritrovare un altro accordo di maggioranza, passare da un’altra direzione del Pd che lo vagli e voti”. Bersani, D’Alema e l’opposizione interna questa volta non si farebbero sfuggire l’occasione di trascinare nella palude il renzismo futurista.

Se l’Italicum dovesse morire, Renzi perderebbe la faccia per la promessa non mantenuta. Berlusconi, invece, la dignità l’ha già persa perché gli odiati giudici, pur andandoci leggeri, lo hanno definito nelle motivazioni dell’invio ai servizi sociali “persona socialmente pericolosa”. Il caso del Condannato eccellente, inoltre, secondo le toghe milanesi presenta “indici del recupero dei valori morali perseguiti dall’ordinamento”. Una analisi umiliante alla quale si deve aggiungere l’ammonimento a “non diffamare più i magistrati”, pena gli arresti domiciliari.

Per i magistrati il self made man che ha creato Mediaset e Milano 2, commettendo il reato di frode fiscale ha dimostrato “insofferenza alle regole dello Stato e della convivenza civile”. Inoltre, “la misura alternativa può svolgere funzione rieducativa e di recupero sociale della persona anche qualora questa sia perfettamente inserita socialmente”. Come dire che sedersi ad un tavolo per fare le Riforme con un vecchietto da rieducare non è auspicabile.

Dell’Utri story: il Nero e il Libanese in Guinea a spese di Silvio

Dell'Utri mokbelMarcello Dell’Utri progettava la fuga in Guinea Bissau insieme a Gennaro Mokbel. A rendere più piacevole la latitanza africana del Libanese e del Nero sarebbe stato Silvio Berlusconi, attraverso una munifica donazione di 5 milioni di euro al governo di Bissau. È una storia da Romanzo Criminale quella che emerge dalle intercettazioni ambientali che l’8 novembre del 2013 hanno immortalato la voce del fratello gemello di Marcello, Alberto, all’interno della saletta riservata del ristorante romano Assunta Madre. La registrazione integrale appena pubblicata della chiacchierata di Dell’Utri bis con l’amico Vincenzo Mancuso, contribuisce a svelare un mondo in cui gli ingredienti di un noir ci sono tutti.

Il protagonista, Marcello Dell’Utri, che sta per essere condannato definitivamente a 7 anni per mafia (concorso esterno) dalla giustizia italiana, si dà alla latitanza in un paese misterioso che si scopre poi essere il Libano (da questo il soprannome di Libanese). A fornirgli i contatti giusti in quello storico teatro di intrighi internazionali che è Beirut, sono alcuni amici siciliani e Gennaro Mokbel, l’imprenditore condannato in primo grado a 15 anni per il mega riciclaggio del caso Telecom-Sparkle-Fastweb. La famiglia di Mokbel è di origine libanese, ma in questa storia lo chiameremo il Nero per via della mai celata fede fascista e dei frequenti contatti con membri della Banda della Magliana come Antonio D’Inzillo, il presunto killer di Enrico “Renatino” De Pedis. Diciamo che Mokbel può essere considerato una sorta di emulo di Massimo Carminati.

Ma il vero progetto del Libanese è quello di trasformarsi in Africano, trasferendosi in Guinea Bissau sfruttando un complesso incrocio di passaporti diplomatici con il Libano. Ed è qui che entra in scena l’immancabile sbirro, Renato Cortese, capo della Squadra Mobile di Roma. Gli uomini di Cortese imbottiscono di cimici uno dei ristoranti di pesce più In della Capitale, situato in via Giulia e frequentato dalla Grande Bellezza. Ufficialmente la polizia spiava il padrone del locale Gianni Micalusi, detto Johnny, sospettato di riciclare denaro sporco. Ma non sembra proprio un caso che a finire nelle orecchie di Cortese siano state le voci di Alberto Dell’Utri e di Vincenzo Mancuso, imprenditore catanese fratello di un ex parlamentare regionale finito ai domiciliari nel 2012. Impossibile che gli sbirri abbiano deciso di “bruciare” il locale Assunta Madre con intercettazioni a grappolo: Dell’Utri era già nel mirino.

E, infatti, proprio come nei vecchi Gialli, i segugi sguinzagliati da Cortese si mettono subito sulle tracce di Dell’Utri e scoprono il suo imbarco per Beirut il 24 marzo scorso. Il Libanese, a cui qualcuno molto potente deve aver dato la certezza di non essere beccato, si rifugia alla luce del sole nell’Hotel Phoenicia, uno dei più storici, lussuosi e frequentati del paese dei Cedri. Gli investigatori libanesi, accompagnati dai colleghi italiani, lo trovano con le tasche piene di contanti. Eppure, secondo Alberto, Gennaro Mokbel, che di Libano se ne intende, aveva avvertito il fratello di non fidarsi dell’uomo che Marcello aveva incontrato alla fine del 2013 (un ex capo di stato libanese, Michel Aoun o Amin Gemayel) e che lo aveva convinto a trasferirsi lì.

Gennaro non ha fatto in tempo a raggiungere Marcello prima della polizia italiana. È stato Angelino Alfano, il ministro dell’Interno, il “traditore” di Berlusconi, ad annunciare l’avvenuta cattura di Dell’Utri, quasi con le lacrime agli occhi. L’ultimo affronto per il braccio destro di Silvio che già immaginava la sua seconda vita in Guinea tra concessioni per la pesca, miniere, onlus targate Mediaset e una scuola calcio intitolata a Luigi Berlusconi. Adesso lo aspetta la galera, estradizione permettendo.

Berlusconi ai servizi sociali, Dell’Utri latitante: fuga da Forza Italia

Dell'Utri BerlusconiSilvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, i due uomini che nel 1993 scesero in campo per dare vita a Forza Italia sono nei guai con la giustizia e il partito, rinato appena pochi mesi fa, rischia adesso di andare in pezzi. Dopo l’addio di Angelino Alfano, che ha riunito parte della vecchia guardia azzurra dentro Ncd, dopo la fronda dei cosentiniani che hanno dato vita a Forza Campania, circolano voci sempre più insistenti sul fatto che altri siano tentati di mollare la nave che affonda. Un nome per tutti è quello di Paolo Bonaiuti, un tempo inseparabile scudiero del fu Cavaliere ed ora sparito dai radar mediatici. Pare che Paolino stia trattando con gli alfaniani, ma il suo tradimento vale un posto nel parlamento europeo. Alfano ci sta pensando
Berlusconi rimane in attesa di sapere se e dove sconterà i servizi sociali. Il presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano, Pasquale Nobile De Santis, ha comunicato che “la decisione verrà depositata tra un minimo di cinque giorni e un massimo di quindici” a partire dal 10 aprile. Marcello Dell’Utri, invece, non ci ha pensato proprio ad attendere la sentenza della Corte di Cassazione, fissata per il 15 aprile – che metterà fine al processo che vede il braccio destro di Berlusconi già condannato in appello a 7 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa – e si è reso uccel di bosco.
Il 7 aprile scorso la III sezione della Corte d’Appello di Palermo ha emesso un ordine di custodia cautelare per pericolo di fuga nei confronti del bibliofilo palermitano. E, infatti, lo scaltro Marcello, fiutato il pericolo di poter fare la stessa fine di Totò Cuffaro, chiuso a marcire nel carcere di Rebibbia, si è dileguato diventando formalmente latitante. Il procuratore generale di Palermo, Luigi Patronaggio, annuncia che l’utenza cellulare intestata all’ex senatore è stata localizzata in Libano ai primi di aprile. Ma è stato lo stesso Dell’Utri a farsi vivo da un luogo non meglio precisato per consegnare una nota alla stampa.
Quello che i magistrati palermitani considerano il trait d’union, fin dagli anni ’70, tra il rampante imprenditore milanese Berlusconi e le famiglie di Cosa Nostra, al tempo comandate dal Principe di Villagrazia, Stefano Bontate, ha definito “aberrante” la richiesta di custodia cautelare ed ha assicurato di trovarsi all’estero “per il periodo di cura e riposo”. Dell’Utri non intende sottrarsi “al risultato processuale”, ma nessuno in Italia punterebbe un penny sul ritorno in patria del compianto presidente della Bacigalupo Calcio.
Berlusconi, diversamente dal suo sodale, non è fuggito dall’amico Putin o in qualche paradiso tropicale, perché spera di cavarsela in pochi mesi. Che saranno mai una visita a settimana in qualche comunità di recupero o dagli assistenti sociali. Al netto dell’umiliazione per un personaggio dall’ego smisurato come è lui, Berlusconi resterà a fare politica e anche alla guida delle sue aziende finché ne avrà la forza. Peccato però che con le esigenze sempre più rapide della politica, così come vuole il renzismo al potere, non ci sia più tempo di aspettare che “il vecchietto” venga assegnato ai servizi sociali.
Entro mercoledì prossimo vanno consegnate le liste con i nomi dei candidati alle elezioni europee, e quelle di Forza Italia sono ancora in alto mare. Da una parte ci sono i falchi come Daniela Santanchè e i ras locali come il pugliese Raffaele Fitto che reclamano visibilità e poltrone, dall’altra c’è la necessità per Berlusconi di inserire facce nuove, che però non si trovano; e quelle vecchie, come l’ex sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, stanno passando con Alfano. Con il fiato dei giudici sul collo tutto è diventato tremendamente difficile per Berlusconi.

Complotto contro Berlusconi. La Dama Bianca svela i suoi segreti

In attesa che nelle prossime ore la Dama (della) Bianca, Federica Gagliardi, si decida a vuotare il sacco di fronte ai pm di Napoli, il caso dei 24 chili di cocaina scoperti a Fiumicino nel trolley dell’ex accompagnatrice di Silvio Berlusconi continua a rimanere un mistero. Le voci che si rincorrono all’interno dei salotti della Grande Bellezza romana riferiscono di uno scandalo pronto a scoppiare: un giro di cocaina ed escort che coinvolgerebbe molti nomi in vista. Sullo sfondo, un presunto complotto ai danni del Cav.

dama biancaAl momento, comunque, gli unici punti fermi del giallo della Dama Bianca sono due. Il primo è che la bionda 31enne poteva certamente usufruire di conoscenze e coperture da parte di organizzazioni criminali e apparati dello Stato. Un sistema di “mancati controlli” aeroportuali evidentemente già sperimentato in passato, visto che la signorina se ne andava in giro per lo scalo romano con 24 chili di coca purissima nel bagaglio a mano, con il rischio di ritrovarsi di fronte il muso dei cani antidroga. Nessun doppiofondo, niente ovuli ingeriti o altri accorgimenti, quando è noto a tutti che i voli provenienti da Caracas sono la patria dei narcotrafficanti.

La seconda certezza, granitica come la prima, è che qualcuno ha voluto “fregare” la Gagliardi (come da lei stessa affermato al momento dell’arresto). Questa volta, infatti, la Dama Bianca ha trovato ad attenderla a Fiumicino gli uomini della Guardia di Finanza, “imbeccati” dalla soffiata di una talpa, non si sa se appartenente al clan di camorra che avrebbe gestito il traffico di “bianca” o ad un’altra Agenzia implicata nel business. Prima talpa a cui se ne deve aggiungere una seconda: quella che ha rivelato l’esistenza stessa dell’inchiesta aperta a Napoli. Fuga di notizie che, direbbero i dietrologi, puzza di Servizi.

Fatto sta che, come anticipato da Concita Sannino su Repubblica, l’avvocato della Gagliardi, Nicola Capozzoli, ha confermato l’indiscrezione secondo la quale la sua assistita sarebbe pronta a parlare con i pm partenopei. Lei stessa avrebbe inviato la richiesta di essere interrogata dal carcere di Civitavecchia dove è detenuta. Oltre ai fiumi di cocaina, il pm Pierpaolo Filippelli ipotizza anche che la Capitale possa aver fatto da scenografia per un giro di escort di alto bordo. La stessa Gagliardi si sarebbe lasciata sfuggire di aver “accompagnato” in Venezuela un uomo d’affari (un potente broker internazionale, forse individuato) e di essere stata “ospite in ambienti governativi” dove a sua insaputa le avrebbero imbottito la valigia di panetti di coca. Un complotto organizzato, dice lei, per colpire Silvio Berlusconi.

Intanto, la Roma Bene tiene il fiato sospeso, giocando a fare lo scaricabarile sul nome di chi avrebbe introdotto la Dama Bianca negli ambienti che contano. La notorietà per la sconosciuta Federica Gagliardi giunge nel 2010, quando i flash dei paparazzi la immortalano durante le missioni internazionali in Canada, Brasile e Panama al fianco dell’allora premier Berlusconi, vestita completamente di bianco, da cui il soprannome. Pare che al Cavaliere la sosia giovane di Veronica Lario (il target di donna preferito dall’ospite delle cene eleganti di Arcore) sia stata presentata da Francesco Maria Orsi, politico di area alemanniana.

Ma Orsi, indagato e poi prosciolto in passato proprio per un giro di droga e prostitute, nega decisamente di essere un “pappone” istituzionale. Smentisce Giulio Violati – imprenditore vicino a Renata Polverini, marito di Maria Grazia Cucinotta, a sua volta sospettato di frequentare la Gagliardi – che lo aveva indicato come il protettore della Dama Bianca e butta la palla nella metà campo opposta, quella del Pd. “So che di recente (la Gagliardi ndr) – dice Orsi a Repubblica – aveva lavorato per un candidato che sostiene Ignazio Marino”. La Dama Bianca trattata dunque come un’appestata, quando, fino a ieri, molti approfittavano di lei in ogni modo.

Renzi e Berlusconi decidono: Alfano fuori dal governo

Alfano Renzi BerlusconiAngelino Alfano è spacciato. Non importa se il Nuovo Centrodestra deciderà di entrare nel governo Renzi, come tutto lascerebbe intendere, oppure se Alfano e i suoi romperanno con il segretario Pd per gettarsi in una corsa elettorale suicida. I giochi sono già fatti. A decidere sono stati di comune accordo Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Nessun vertice di maggioranza, nessun incontro in streaming o nelle appropriate sedi parlamentari. Sono bastati un paio di faccia a faccia, ultimo dei quali quello di mercoledì durante le consultazioni a Montecitorio, per sancire un patto d’acciaio volto ad eliminare dalla scena politica lo scomodo ed impertinente ex delfino senza quid.

Il primo a dare la notizia dell’avvio dell’offensiva anti-alfaniana del premier in pectore è stato Alessandro De Angelis sull’ Huffington Post di Lucia Annunziata, quotidiano notoriamente informatissimo e prodigo di anticipazioni su quanto accade in casa Pd. La a bomba “Via Alfano dal governo” viene lanciata nel primo pomeriggio di giovedì, al termine di un vertice di maggioranza interlocutorio, al quale peraltro Renzi non ha nemmeno partecipato perché, come da lui stesso anticipato, “allergico ai vertici di maggioranza”. La composizione e il programma del nuovo governo restano dunque in alto mare a poco più di 24 ore dal previsto giuramento dei ministri al Quirinale.

Si, ma quali ministri? Scrive De Angelis che Renzi, oltre al veto imposto sul nome di Angelino, conferma i tre ministeri promessi ad Ncd, compreso quello degli Interni, ma pretende “facce nuove”. Via dunque Alfano, Lupi e Lorenzin per non rischiare di fare “una specie di governo Letta senza Letta”. La motivazione del siluramento di Alfano, da quanto trapela dall’entourage renziano, sarebbe l’inopportunità che il capo di Ncd rimanga ad occupare la poltrona di ministro dell’Interno alla luce di quanto accaduto con il Caso Kazakistan. Troppo imbarazzante per il premier fiorentino, ad esempio, dover giustificare una nuova intervista dell’ex prefetto Procaccini che ha sbugiardato la versione fornita dal numero 1 del Viminale.

E poi, Alfano sarebbe stato “complice” del “disegno neocentrista di Letta”. La tempistica della svolta di Renzi non lascia spazio a dubbi: il colpo contro Alfano è arrivato all’indomani dell’incontro con Berlusconi, dopo che il Cavaliere ha promesso al premier una “opposizione responsabile”. Evidentemente, l’accordo tra l’Ebetino e il Caimano non comprende solo la legge elettorale e le riforme costituzionali. C’è qualcosa di più sul piatto: la testa di Angelino il “traditore” richiesta espressamente da Berlusconi.

Troppo invitante per Renzi mettere in atto il ricatto a cui Ncd non sembra potersi sottrarre. Nel caso in cui gli alfaniani accettino l’umiliante cambio di ministri, il partito vedrebbe ancor più ridotto il proprio potere contrattuale. Impossibile anche rovesciare il tavolo per andare a votare con la legge elettorale proporzionale in cui la Consulta ha trasformato il Porcellum. Dietro l’angolo, infatti, c’è sempre Forza Italia che potrebbe tranquillamente votare l’Italicum con il Pd per poi far cadere Renzi ed andare alle urne con una legge ammazza-Alfano. Un vicolo cieco, quello in cui si sono cacciati i diversamente berlusconiani, da cui non si può uscire.

Purtroppo per Alfano, l’unica speranza di sopravvivere rimasta a Renzi è quella di tornare a mostrarsi come il rottamatore, soprattutto dopo la batosta in diretta streaming subita da Beppe Grillo. Ad essere qualificato come uno della casta, servo di banche e Poteri Forti (anche se è la verità), il premier impredicato proprio non ci sta. Il sacrificio di tutti i vecchi ministri, compreso Alfano, si rende dunque necessario. Arrivati a questo punto, fanno quasi sorridere gli strepiti e i piedi puntati da quelli di Ncd nei giorni scorsi. Le loro pretese sull’Italicum somigliano di più all’ultimo desiderio di un condannato a morte.

La Guerra dei Trent’anni De Benedetti-Berlusconi non è finita

De Benedetti BerlusconiDopo quasi trent’anni di una guerra politico-mediatica condotta senza esclusione di colpi, Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti conservano il loro potere ancora intatto. L’inizio dello scontro tra il Cavaliere e l’Ingegnere risale agli albori degli anni ’80, alla Guerra di Segrate, continua negli anni ’90 con il Lodo Mondadori e negli anni 2000 con la successiva condanna per corruzione del giudice Vittorio Metta e dell’avvocato Fininvest Cesare Previti. Una Guerra dei Trent’anni che ha vissuto l’ultima virulenta coda il 17 settembre del 2013, quando la Corte di Cassazione ha stabilito in 494 mln di euro la cifra con cui la Fininvest deve risarcire la Cir. Berlusconi di certo non l’ha presa bene e De Benedetti cerca di posizionarsi per evitare una vendetta disastrosa. La Guerra dei Trent’anni continua.

È la cronaca convulsa delle vicende politiche di questi ultimi giorni ad assegnare a De Benedetti e Berlusconi il ruolo di protagonisti delle trattative in corso per la formazione del governo Renzi. Il Cavaliere – condannato per frode fiscale, decaduto da senatore e cacciato dal Palazzo – che molti davano per (politicamente) morto, è risorto grazie alla mano tesagli proprio dal “delfino” Matteo Renzi. Le riforme costituzionali e la legge elettorale vengono ormai presentate come impraticabili senza le larghe intese tra Pd e Forza Italia.

Il salvagente renziano ha permesso a Berlusconi di rientrare persino negli amati Palazzi, se pur dalla porta di servizio delle consultazioni, con il “golpista” Napolitano prima e con lo stesso Renzi poi, in vista del varo del Renzi 1. Niente male per uno che tra pochi mesi, rinvii a dopo le elezioni Europee e ulteriori colpi di scena permettendo, dovrebbe essere spedito dal giudice ai servizi sociali e che risulta incandidabile fino agli 80 anni inoltrati. Impossibile, per i non addetti ai lavori, comprendere i reali motivi che hanno spinto l’entourage renziano a riabilitare il pregiudicato Berlusconi provando a mettere fine alla cosiddetta Guerra dei Vent’anni (quella con i “giudici comunisti” nell’epica berlusconiana) con la “pace” anziché con l’omicidio politico del nemico. Ci penseranno gli storici a trovare una risposta.

L’accordo Berlusconi-Renzi sembra all’apparenza una palese contraddizione, se si pensa al super attivismo politico praticato ultimamente Carlo De Benedetti, lo storico competitor di Berlusconi nella lotta per l’egemonia politica e mediatica in Italia. Il padrone della CIR e presidente del Gruppo Editoriale Espresso ha partecipato volontariamente al complotto ordito contro Giorgio Napolitano per mezzo del libro di Alan Friedman. Lo scoop del giornalista americano della video-intervista a Mario Monti, Romano Prodi e allo stesso De Benedetti – che hanno candidamente confessato il pressing di Napolitano su Monti per sostituire Berlusconi già nell’estate del 2011 – non è certo stato un caso.

 

De Benedetti e gli altri, in pratica, con la collaborazione dei giornali dei Poteri Forti Corriere della Sera e Financial Times, hanno inviato al Quirinale l’ordine di sostituire Enrico Letta con l’avventuriero Renzi. Unica controindicazione per l’editore di Repubblica è l’aver favorito la concorrenza del Corriere invece di regalare la succosa anteprima al quotidiano di Ezio Mauro. Ma di certo c’è una spiegazione anche per questo inedito editoriale.

Nell’altro caso in cui è rimasta invischiata la “tessera n.1 del Pd”, quella della telefonata tra il falso Vendola e Fabrizio Barca , De Benedetti prova ad utilizzare l’arma spuntata della smentita. Ma l’ingenua confessione fatta all’amico Niki dall’ex ministro del governo Monti chiama in causa le indebite pressioni subite da De Benedetti per ricoprire il ruolo di ministro dell’Economia, scoperchiando inequivocabilmente il marcio che si nasconde sotto l’operazione Renzi. “Sto subendo una pressione crescente – ha sbottato Barca – poi è iniziata la Sarabanda de La Repubblica che continua. Io più vedo un imprenditore che fa un’operazione politica più ho conferma di tutte le mie preoccupazioni”. Barca denuncia il pressing asfissiante compiuto da De Benedetti “con una forza indiretta di sms attraverso un suo giornalista e attraverso adesso questa cosa che hanno lanciato mezz’ora fa (un sondaggio di Repubblica ndr)”.