Caso Shalabayeva: Bonino rischia la crisi diplomatica col Kazakistan

Critica ufficiale del comportamento tenuto dall’ambasciatore kazako e scarico delle eventuali responsabilità delle autorità italiane sugli uomini del ministro dell’Interno Angelino Alfano. È questa, in sintesi, la linea politica sostenuta dal ministro degli Esteri, Emma Bonino, di fronte alle commissioni Esteri di Camera e Senato, per fornire chiarimenti in merito al caso della extraordinary rendition verso il Kazakistan di Alma e Alua Shalabayeva. L’animo Radicale della Bonino sembra dunque essere passato alla riscossa dopo lunghe settimane di accuse, giustificate peraltro da una serie incredibile di errori di comunicazione compiuti dalla Farnesina.

Secondo il ministro degli Esteri, il caso Kazakistan non può di certo considerarsi chiuso. La rabbia della Bonino è rivolta soprattutto verso Adrian Yelemessov, l’ambasciatore di Astana a Roma, ritenuto autore di una condotta a dir poco fuori dagli schemi diplomatici, quasi di matrice gangsteristica. “Astana ci ha fatto sapere di volere buoni rapporti con l’Italia.ha detto il ministroritengo evidente che, dopo questo episodio, la qualità dei rapporti dipenderà dalla disponibilità dei responsabili di Astana a fornire una imprescindibile collaborazione  e pieni diritti e libertà di movimento ad Alma”. Poi, la stoccata al diplomatico: “L’intrusivo atteggiamento dell’ambasciatore kazako è stato reso noto solo con il rapporto Pansa. Valuteremo tempestivamente le misure più opportune da adottare nei confronti dell’ambasciatore Yelemessov”.

 

Una dichiarazione di guerra vera e propria verso il paese musulmano guidato col pugno di ferro da Nursultan Nazarbayev che, infatti, ha subito reagito minacciando ritorsioni in caso di provvedimenti anti-kazaki da parte del governo di Roma. “Aspettiamo la decisione ufficiale che verrà presa dall’Italia e quando sarà presa reagiremo”, ha dichiarato  il vicepremier kazako Yerbol Orynbayev a margine del Consiglio di cooperazione Ue-Kazakistan di Bruxelles. “Se l’Italia è pronta a dare garanzie che Shalabayeva tornerà in Kazakistan in caso venga chiamata a testimoniare in un processo, il governo kazako non ha nessun problema a lasciarla ripartire”, ha continuato morbidamente Orynbayev, salvo poi irrigidirsi per aggiungere che “in Italia rischia quattro anni di prigione per il suo passaporto falso: quindi il suo rientro è in dubbio”. Diabolica trappola alla kazaka.

Messo da parte per un attimo il giallo del falso/vero passaporto della Repubblica Centrafricana mostrato dalla signora Shalabayeva-Ayan, c’è da dire che Emma Bonino, da vecchia volpe della politica internazionale, non si è limitata solo a bastonare gli irascibili kazaki, ma li ha blanditi con parole più distensive, ben consapevole che una sola mossa sbagliata potrebbe compromettere “la nostra struttura diplomatica ad Astana”. Per sedare i bollenti spiriti dei cugini ex sovietici di Putin, la Bonino ha ribadito la volontà di seguire la strada umanitaria e della diplomazia: “La priorità è la tutela delle due cittadine è quanto che ci sta più a cuore. Stiamo svolgendo e continueremo a fare con forte determinazione interventi, a Astana, Bruxelles, Vilnius, per la piena libertà di movimento di Alma e la figlia: lo sento come obbligo morale, prima che politico”.

Ma a turbare il buon esito dei colloqui multilaterali è piombato il suddetto giallo del passaporto centrafricano. Intervistato dal Fatto Quotidiano, è il ministro della Giustizia del paese africano in persona, Arsène Sende, a confermare la piena validità del documento: “Il passaporto che abbiamo rilasciato alla signora Ayan è regolare. Il 30 maggio la nostra ambasciata a Ginevra aveva avvertito con una lettera la polizia italiana”. Fatto ribadito con un’altra missiva spedita il 21 giugno proprio al Viminale di Alfano (in quel momento forse assente). Ma una spy story internazionale non sarebbe tale se non ci si mettesse di mezzo la solita Interpol (quella dell’ispettore Zenigata) a dare del bugiardo al ministro che aveva appena confermato la regolarità del passaporto. Grottesco come i politici italiani.

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Caso Kazakistan: Alfano ministro a sua insaputa. Ma Procaccini lo accusa

Tutto doveva andare secondo un copione già scritto nel giorno decisivo per il cosiddetto caso Kazakistan che sta scuotendo il governo Letta nelle sue fondamenta. Ma così non è stato. Ieri  il capo della Polizia, Alessandro Pansa, ha presentato al ministro dell’Interno Angelino Alfano una Relazione su quanto accaduto ad Alma e Alua Shalabayeva, madre e figlia del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, protagoniste di una extraordinary rendition da parte delle autorità italiane verso un paese, il Kazakistan del premier-dittatore Nursultan Nazarbayev, che molti organismi internazionali come la Freedom House indicano come privo dei requisiti minimi di una democrazia.

Un pasticcio internazionale che i nostri politici credevano di risolvere all’italiana, negando persino l’innegabile e facendo ricadere tutte le responsabilità sui piani bassi della catena di comando. Forte della ricostruzione di Pansa, Alfano si è presentato alle due Camere per riferire, limitandosi alla fine a mostrare un negazionismo quasi imbarazzante: “Si tratta di una vicenda della quale non ero stato informato, della quale non era stato informato nessun altro collega del governo, né il presidente del Consiglio ha detto il ministro che poi si è scaricato di ogni responsabilitàIl Dipartimento di pubblica sicurezza non ha seguito in tutte le sue fasi il processo stimolato dalle autorità diplomatiche kazake, che avrebbero voluto investirne direttamente il ministro ma sono riuscite a raggiungere solo il suo capo di gabinetto”.

 

Adesso che sono cadute le prime teste come quella del capo di gabinetto di Alfano, il prefetto Giuseppe Procaccini, e del prefetto Alessandro Valeri, capo del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, tutto sembrava incanalarsi verso una rapida soluzione, con la richiesta del ministro di azzerare i vertici dell’ufficio immigrazione. Ma non sempre i piani di un “ministro a sua insaputa”, come dovrebbe insegnare la vicenda dell’ex ministro Claudio Scajola, riescono col buco. A mettere i bastoni tra le ruote di Alfano e del governo dell’inciucio Letta-Berlusconi ci si è messa, infatti, la solita Unione Europea che ha chiesto comunque al governo italiano una spiegazione ufficiale su quanto avvenuto ed è decisa a “verificare che siano state seguite le norme europee”.

I soliti burocrati di Bruxelles, sempre (quando gli conviene) attaccati alla verità e non ad una versione di comodo. Un fastidio però risolvibile con un po’ di diplomazia. Il pericolo vero per la banda dei ministri a loro insaputa (alla lista vanno aggiunti Letta, Bonino e Cancellieri) arriva invece dall’interno, perché il prefetto Procaccini, uomo tutto d’un pezzo si racconta, non ha digerito l’onta del ludibrio internazionale e ha cominciato a sciogliersi la lingua con dichiarazioni al curaro riportate questa mattina dai maggiori quotidiani come Repubblica e Corriere. Procaccini racconta di aver incontrato l’ambasciatore kazako Adrian Yelemessov il giorno 28 maggio su richiesta diretta di Alfano per discutere della presenza sul suolo italiano del “pericoloso latitante” Ablyazov.

Il prefetto si sarebbe poi recato dal ministro il giorno successivo, 29 maggio, per riferire sulla vicenda, ma ignorando le vere credenziali di oppositore del regime vantate invece da Ablyazov (personaggio a sua volta ubiquo). Smentita dunque clamorosamente la versione del ministro a sua insaputa, neanche si stesse trattando del mezzanino con vista Colosseo di scajoliana memoria. Certo, Procaccini non ha il coraggio di spingersi oltre un certo limite e non riesce a negare la circostanza quasi comica che nessuno in Italia, neanche l’Aisi, fosse a conoscenza della vera identità di Ablyazov. “Sì, ero stato informato che l’ambasciatore doveva riferirmi una questione molto importante –dice Procaccini- L’ambasciatore kazako mi parlò soltanto di un pericoloso latitante. Mi risulta che nelle banche date Interpol sul soggetto in questione non vi fossero informazioni diverse dai reati per i quali era ricercato”. Adesso Angelino Alfano dovrà affrontare le mozioni di sfiducia di Sel e M5S. Il caso Kazakistan è tutt’altro che chiuso.