Mediaset: la Cassazione salva Berlusconi dall’interdizione ma conferma la condanna a 4 anni

Silvio Berlusconi è contemporaneamente colpevole di frode fiscale, ma ancora innocente per quanto riguarda la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici. È questa la sintesi della sentenza pronunciata dalla sezione feriale della Corte di Cassazione sul caso Mediaset, talmente ambigua che neanche Salomone o Ponzio Pilato avrebbero potuto fare di meglio. Il Fatto di questa giornata storica, 1 agosto 2013, resta comunque la prima condanna penale definitiva inflitta a Silvio Berlusconi, dopo 20 anni di politica e più di 50 passati a fare l’imprenditore. Il verdetto è arrivato pochi minuti prima delle 20.00, dopo più di sette ore di camera di consiglio.

Nel momento in cui il presidente Esposito ha pronunciato le parole “la corte annulla…”, il popolo pidiellino, con in testa l’Esercito di Silvio radunato sotto le finestre di Palazzo Grazioli (poche decine di persone per la verità), si è abbandonato ad un urlo di giubilo, subito strozzato dalla presa di coscienza che l’annullamento era riferito solo alla pena accessoria, la tanto temuta interdizione dai pubblici uffici. I giudici del Palazzaccio hanno deciso di rinviare gli atti alla corte di Appello di Milano, ma solo per la parte riguardante l’interdizione di Berlusconi per 5 anni, ritenuta una pena incongrua rispetto ai 4 anni di galera che, invece, sono stati confermati in toto. Al netto dei 3 anni condonati dall’indulto, al condannato Berlusconi resta ancora un anno da scontare agli arresti domiciliari (chi non vorrebbe essere carcerato in una delle ville principesche di Silvio, magari in bella compagnia) o, in alternativa, in affidamento ai servizi sociali.

 

Come sottolineato in presa diretta da Marco Travaglio, ospite di Enrico Mentana, il rinvio a Milano degli atti riguardanti l’interdizione non sposta di una virgola la sostanza politica di questa condanna. Intanto, l’iter non influirà sui tempi di prescrizione, ormai chiusi insieme al processo, e poi, il rallentamento burocratico non dovrebbe occupare che pochi mesi. La palla adesso passa nelle mani della politica che dovrà innanzitutto votare la cacciata del Cavaliere dal parlamento, anche se con qualche mese di ritardo. Il cerino acceso rischia però di rimanere in mano proprio al capo del governo Enrico Letta che adesso dovrà andare a spiegare ai partner europei l’opportunità di governare un paese tormentato dalla crisi economica e dall’evasione fiscale insieme a un frodatore di professione (questo il verdetto insindacabile della Giustizia italiana).

Per il momento il protagonista di questa storia, Silvio Berlusconi, tiene la bocca cucita, anche se l’avvocato Franco Coppi ha fatto capire a denti stretti che il rinvio dell’interdizione deciso dalla Suprema Corte si configurerebbe quasi come un contentino dato al collegio difensivo. Quello che è chiaro a tutti è che Berlusconi ha perso questa importantissima battaglia di quella che i suoi mass-media avevano definito “la guerra dei 20 anni”. Tutto il Pdl si è subito stretto intorno al Capo rinchiuso a Palazzo Grazioli e al momento è difficile capire quale sarà il destino degli attuali equilibri politici. Potrebbe saltare anche il banco del governo di coalizione, anche se il presidente Napolitano ha monitato subito su un doveroso “abbassamento dei toni” e su una necessaria prosecuzione dell’esperienza Letta.

Chi non ha invece alcun dubbio sulla portata storica della condanna è Beppe Grillo che su twitter ha postato una frase inequivocabile: “Berlusconi è morto viva Berlusconi”. Duro, anche se abbastanza di maniera, il commento a caldo del segretario Pd Guglielmo Epifani: “Per quanto ci riguarda questa sentenza non solo va rispettata, ma andrà eseguita. Al Pdl chiediamo di rispettare le decisioni della magistratura con comportamenti istituzionali, in caso contrario il Pd ne trarrà le ovvie conclusioni”. La confusione che regna in queste ore sotto il cielo della Seconda Repubblica viene certificata da Giuliano Ferrara che sul Foglio on-line ha commentato con la consueta eleganza gli importanti avvenimenti: “Sentenza vile e cazzona”.

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Rimpasto di governo: il Pdl vuole più ministri, ma litiga sull’omofobia

Sono passati solo pochi giorni da quando il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha salvato la pelle dallo scandalo Ablyazov che ha portato alla extraordinary rendition verso il Kazakistan della signora Shalabayeva e della figlia. Un caso internazionale che potrebbe portare, questa l’opinione del magistrato Bruno Tinti sul Fatto, all’incriminazione per sequestro di persona di molti pezzi grossi appartenenti al nostro apparato di sicurezza. Per il segretario Pdl senza quid è stato invece un gioco da ragazzi superare le forche caudine delle mozioni di sfiducia presentate da M5S e Sel, vista la compattezza granitica dimostrata in aula dalla strana maggioranza Pd-Pdl.

Se cade Alfano cade il governo Letta. È questo il mantra che i corazzieri del pensiero berlusconiano vanno ripetendo da giorni. Adesso che la testa di Alfano è rimasta al Viminale serve però qualche altro argomento per tenere alta la tensione in vista del 30 luglio, giorno della sentenza della Cassazione sul caso Mediaset e spartiacque decisivo per il futuro del Cavaliere e della sua corte di servi devoti, considerata la possibilità concreta, adombrata persino dall’avvocato Ghedini, che Berlusconi venga condannato e quindi buttato fuori dai Palazzi della politica. Ecco così spiegato l’affondo del corazziere numero 1 (almeno nello spirito) Renato Brunetta che ha avuto il coraggio di alzare la posta dell’accordo con il Pd per chiedere addirittura un riequilibrio nel numero dei ministri,“visto che tra Pd e Pdl c’è stato solo uno scarto dello 0,3% nelle elezioni di febbraio”.

 

I rumors di Montecitorio dicono che il furioso Brunetta abbia assunto questa posizione indifendibile solo per controbattere alle parole del segretario Pd Guglielmo Epifani che venerdì sera al Tg3 aveva parlato di un “tagliando” per il governo, lasciando intendere che il caso Kazakistan non sia ancora chiuso. A questo punto Brunetta non si è fatto pregare e ha colto la palla al balzo per deviare ancora una volta l’attenzione mediatica dal B-day del 30 luglio. Sostituire alcuni ministri in quota Democratica con altri provenienti dalle file azzurre; una sparata utopica che ha coinvolto emotivamente il solito, stupefacente, Maurizio Gasparri che ha colto l’assist di Brunetta per proporre addirittura di “sostituire il ministro Saccomanni conferendo a Letta Nipote l’interim all’Economia”.

Per rispondere al sempre politicamente alticcio Gasparri, si è dovuto scomodare persino l’etereo Francesco Boccia –amico intimo di Enrico, nonché dolce metà del ministro Pdl Nunzia De Girolamo- che alle agenzie ha dichiarato: “Rimpasti, sostituzione di ministri, l’assalto a Saccomanni? Ai cittadini interessa la soluzione dei loro problemi. Il resto piace agli attempati protagonisti della politica”. Messaggio cifrato subito raccolto dal capogruppo azzurro alla Camera che si è avventurato a proporre ”un patto di legislatura che duri fino al 2018” (con annesso lasciapassare giudiziario per Silvio, si intende). La strategia dei berlusconiani resta comunque sempre la stessa: tenere in vita il governo Letta grazie a quegli imbelli del Pd fino a quando farà comodo al Cavaliere, ma tenersi pronti a staccare la spina puntando sul mancato conseguimento di alcuni punti programmatici come la cancellazione dell’Imu e il mancato aumento dell’Iva.

Il Pdl si trova però in uno stato di fibrillazione talmente alto da rischiare l’implosione (idem i colleghi del Pd). A far saltare gli equilibri interni nel partito è un tema che non ti aspetti: la legge sull’omofobia. Alcuni parlamentari di spicco come Maurizio Lupi, Mara Carfagna, Mariastella Gelmini e Maurizio Sacconi hanno proposto “una moratoria sui temi etici” (legge contro l’omofobia compresa) per dare priorità all’economia. Mossa azzardata che ha fatto saltare sulla sedia l’ala libertaria del partito rappresentata da Sandro Bondi, Stefania Prestigiacomo e Giancarlo Galan che ha così chiuso la bocca ai colleghi: “È nostro preciso dovere trovare soluzioni, dare risposte, predisporre misure in grado di abbattere le barriere che quotidianamente incontrano i cittadini. Questo vale tanto in termini economici che civili”. Confusione sotto il cielo del berlusconismo al tramonto.

Cassazione Mediaset: Berlusconi fuori dalla politica tra 20 giorni

Silvio Berlusconi rischia di uscire definitivamente dalla scena politica dal 30 luglio prossimo. È questa la notizia più clamorosa di una giornata, quella di martedì 9 luglio, che è stata ricca di colpi di scena sul fronte dello scontro politico-giudiziario tra il Cavaliere e la procura di Milano. Con una mossa a sorpresa degna del generale sudista Lee nella Guerra di Secessione, la Corte di Cassazione ha anticipato i consueti tempi biblici della giustizia italiana, decidendo di spostare l’udienza sul caso Mediaset dall’autunno (come sembrava scontato) al 30 di luglio. A stabilire il futuro politico del leader del centro-destra italiano sarà addirittura la sezione feriale della Suprema Corte. Un’onta oltre che un danno.

Un blitzkrieg che ha colto di sorpresa persino le folte schiere degli avvocati berlusconiani che, forti del fresco patrocinio del principe del foro, Franco Coppi, nella stessa mattinata di martedì avevano appena depositato il ricorso contro la condanna di Berlusconi a quattro anni di reclusione per frode fiscale e a cinque di interdizione dai pubblici uffici nell’ambito del processo Mediaset. Un fulmine a ciel sereno sconosciuto alla memoria giurisprudenziale italica dal quale lo stesso Coppi è rimasto folgorato: “Sono esterrefatto, non si è mai vista una cosa del genere che determina un aggravio delle possibilità di difesa, perché contavamo di avere più tempo per svolgere i nostri approfondimenti e ora dovremo fare in venti giorni quello che contavamo di fare con maggior respiro”.

 

La risposta ai dubbi di chi non considera corretto questo anticipo dei tempi giudiziari la si poteva però trovare scritta nelle pagine del Corriere della Sera del 9, alcune ore prima della decisione della Cassazione. Il quotidiano di via Solferino anticipava la possibilità che l’interdizione dai pubblici uffici per Berlusconi potesse arrivare solo tra un anno o addirittura mai per colpa, o per merito, dei tempi di prescrizione imposti dalla legge ex Cirielli. Si legge sul foglio milanese: “Anche nel caso in cui la Cassazione ne confermasse la colpevolezza per frode fiscale nel processo sui diritti tv Mediaset, (Berlusconi) potrebbe scampare allo scatto della tanto temuta interdizione dai pubblici uffici a fine 2013 con la conseguente perdita dello status di parlamentare e l’impossibilità di ricandidarsi”.

Un complicato giro di calcoli avrebbe portato al tanto agognato lasciapassare giudiziario per Silvio, senza colpo ferire e sfruttando le maglie larghe fornite alla premiata ditta  Ghedini & co. dalle leggi ad personam e dalla rinomata lentezza della Giustizia nel nostro Paese. Ecco allora che l’intervento a gamba tesa commesso dai Supremi Giudici, se da un lato fa esplodere di gioia il folto popolo degli antiberlusconiani, dall’altro fa sentire puzza di colpetto di stato ai berluscones più sfegatati, più o meno consapevoli che il loro futuro politico è legato come un gemello siamese alla sopravvivenza nei Palazzi del Caro Leader. Appena presa coscienza dell’imminenza della data del 30 luglio, il Pdl è entrato completamente nel panico. Carlo Giovanardi, ospite di In Onda di Luca Telese su La7, non lasciava il tempo ad ospiti e conduttore di provare a ragionare sui fatti. Meglio “buttarla in caciara” con Tangentopoli come sottolineato dall’irrilevante Matteo Orfini, pronto a tirare la pietra e nascondere il braccio.

Gli altri pidiellini, causa il forte choc, sono stati colti invece da allucinazioni di carattere bolscevico-rivoluzionario. Daniela Santanchè si è convinta di essere Rosa Luxembourg sulle barricate di Berlino: “Che cosa facciamo noi? Aspettiamo ancora l’unica manifestazione che forse riusciremo a fare, e cioè quella di accompagnarlo in carcere? Non ci sto. Basta divisioni. Serve passare all’azione”. Il solito Renato Brunetta  straparla di “golpe contro il governo”, ripreso anche da Fabrizio Cicchitto che pensa ad un piano per colpire Berlusconi per far cadere il governo Letta. Stessi toni biblici per Biancofiore, Gelmini e gli altri. L’unico a tenere la bocca cucita è proprio Berlusconi che ieri sera ha deciso di disertare la riunione del gruppo Pdl alla Camera. Profilo basso per cercare di salvare il salvabile, ma la resa dei conti si avvicina.