Renzi presenta la segreteria Pd: ecco chi sono i “magnifici 12”

Boschi LottiSe l’essere giovani è sinonimo di capacità, competenza e sicuro successo nella politica italiana, allora i membri della nuova segreteria Pd scelti da Matteo Renzi partono con il piede giusto. Dopo il boom elettorale delle primarie (3 milioni di votanti e 68% delle preferenze), l’appena insediato segretario Democratico non ha perso tempo. Si è precipitato a Roma nella sede centrale del partito a via del Nazareno e ha iniziato a dettare le condizioni a quelli della vecchia guardia (dalemiani, governisti lettiani, fioroniani) usciti con le ossa rotte dai gazebo. Il primo diktat riguarda i 12 membri della segreteria, 7 donne 5 cinque uomini, età media 35 anni, ambiziosi, rampanti e, soprattutto (anche se con i dovuti distinguo), tutti renziani.

È stato lo stesso Renzi, nel corso della conferenza stampa tenuta al Nazareno, a snocciolare i nomi dei suoi collaboratori. Il fidato Luca Lotti sarà il responsabile dell’organizzazione, Stefano Bonaccini degli enti locali, Filippo Taddei dell’economia, Maria Elena Boschi delle riforme, Francesco Nicodemo della comunicazione, Marianna Madia del lavoro,  Davide Faraone di welfare e scuola, Federica Mogherini delle questioni europee, Deborah Serracchiani delle infrastrutture. Chiudono la lista Chiara Braga all’ambiente, Alessia Morani alla giustizia e Pina Picierno alla legalità.

Di questi 12, alcuni possono vantare il patentino di renziani purosangue, anche se Renzi ha già ufficialmente sciolto la corrente renziana per lui “mai esistita”. Tra questi c’è sicuramente Luca Lotti. Definito da Claudio Cerasa sul Foglio il “Gianni Letta” di Renzi, il giovane Lotti (classe 1982) deve essere considerato a tutti gli effetti il braccio destro del neo-segretario. Conosciuto Renzi nel 2005, quando il capo del Pd era ancora presidente della Provincia di Firenze, l’empolese Lotti diventa una figura pubblica nel 2012 quando si getta anima e corpo nella sfida che Renzi lancia a Bersani alle primarie per la premiership. Nel 2013 arriva anche il seggio assicurato a Montecitorio e, adesso, la poltrona di vice-segretario del Pd.

 

Sempre secondo Cerasa, insieme a Lotti è Maria Elena Boschi, 32 anni di Montevarchi, uno dei pochi ad aver acquisito “il diritto di dire di “no” al sindaco”. Onorevole anche lei, scritturata come volto telegenico dai talk-show e animatrice della Leopolda, la Boschi si definisce “una tosta” nell’intervista rilasciata a Giulia Cerasoli di Chi. Rifiuta l’appellativo di “giaguara della Leopolda” e “amazzone di Renzi”, ritenuti “sessisti”. È avvocato ma le malelingue, causa la sua avvenenza, la sospettano di avere un flirt con Renzi e Roberto D’Agostino su Dagospia non ha paura a definirla la “renziana bona”. Anche Stefano Bonaccini –segretario Pd Emilia Romagna, coordinatore della campagna elettorale di Renzi e assolto recentemente nel processo Chioscopoli– è un renziano di ferro. Così come risulta renziano il parlamentare siciliano Davide Faraone. Nato con Renzi anche Francesco Nicodemo, animatore di un blog.

Pescati fuori dal recinto renziano sono Chiara Braga (alla Camera dal 2008), la 37enne ex bersaniana Alessia Morani, il membro delle commissioni Esteri e Difesa di Montecitorio Federica Mogherini, il consigliere economico di Pippo Civati Filippo Taddei e la parlamentare campana Pina Picierno. Discorso a parte, invece, va fatto per Deborah Serracchiani e Marianna Madia. Da poco divenuta presidente della Regione Friuli, e volto noto del salotto di Ballarò, la Serracchiani puntava a scalare il Pd quando Renzi non se lo filava ancora nessuno. Adesso che tutti la credono renziana il gioco si è rivelato più facile del previsto. Discorso molto simile per Marianna Madia, anche lei folgorata sulla via di Firenze. Designata da Walter Veltroni come capolista nel Lazio per la corsa alla Camera nel 2008, nessuno potrà mai levarle di dosso la fama di essere molto carina e molto raccomandata. Con Veltroni e D’Alema avviati alla rottamazione la Madia ha spiccato il salto sul carro renziano.

Amnistia e indulto: il No di Renzi complica i piani di Napolitano

“Renzi è come Grillo”, si è sentito rispondere il vice direttore di Repubblica, Massimo Giannini, dal ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato (Pd) durante la manifestazione La Repubblica delle Idee a Mestre. La domanda di Giannini riguardava la posizione presa da Matteo Renzi sulla proposta di amnistia e indulto avanzata dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Un No energico e risoluto, pronunciato sabato scorso a Bari e ribadito domenica di fronte alle telecamere di In Mezz’ora di Lucia Annunziata. Ma Zanonato non è stato il solo a scagliarsi contro quello che viene ritenuto un affronto alla linea tracciata da Napolitano. Da Emma Bonino a Maurizio Lupi, in rappresentanza del governo Letta, fino ad arrivare a metà del Partito Democratico, quella che non si riconosce nel renzismo divenuto quasi contagioso, l’occasione del No all’indulto è stata colta per cercare di isolare il giovane Renzi in nome del lealismo verso il Quirinale.

E meno male che per Matteo Renzi quella di sabato scorso a Bari doveva essere solo la prima tappa di un tour elettorale che si preannunciava trionfale. La segreteria Pd sembrava ormai a portata di mano, le primarie quasi una formalità utile a traghettarlo dolcemente verso l’8 dicembre, data del Congresso. Invece, è bastata una battuta su indulto e amnistia per dare il via ad una ridda di polemiche più o meno strumentali, ma pericolose per l’immagine del sindaco cool, amico di Roberto Cavalli. Evidentemente Renzi deve aver toccato il nervo scoperto che rischia di far saltare la cosiddetta trattativa Stato-Mediaset, ovvero quell’indicibile accordo che terrebbe in piedi il governo dell’inciucio Pd-Pdl in cambio di un salvacondotto giudiziario per Berlusconi, e di cui si sarebbe fatto garante il presidente Napolitano.

 

Non si spiegherebbe altrimenti la sprezzante reazione bipartisan in funzione antirenziana. “Renzi cerca consensi a destra come a sinistra, –dice il ministro dei Trasporti Lupi a SkyTg24l’amnistia e l’indulto sono stati richiesti dall’intervento fortemente elevato dal Presidente della Repubblica”. Per dare una picconata al Renzi grillino si scomoda persino la pacifista Emma Bonino, ministro degli Esteri: “Se Matteo Renzi è il nuovo che avanza, fatemi il favore di ridarmi l’antico”. Taglia corto il già citato Zanonato: “Renzi ragiona in termini puramente propagandistici stile Grillo”.

Renzi viene in pratica accusato di agire con inumanità, sulla pelle dei detenuti, con il solo scopo populista di allargare il suo bacino elettorale parlando alla pancia della gente. Ma le idee di Renzi sulla questione carcere, esposte di fronte alla platea barese, non vanno affatto nella direzione delle manette facili. “Affrontare oggi il tema dell’amnistia e dell’indulto –ha detto a Bari- è un clamoroso errore, un autogol. Cambiamo prima la Bossi-Fini e la Fini-Govanardi, non hanno funzionato e interveniamo su riforme strutturali, come la custodia cautelare”. Il Renzi-pensiero, condiviso questo sì anche dal M5S di Grillo, è che non si debba dare l’impressione che in Italia si possa delinquere, tanto arriva sempre il colpo di spugna del legislatore a condonare reati e pene. Bisognerebbe cominciare prima con l’escludere la nozione di reato per quelle azioni che reati non sono. Eliminare cioè leggi ingiuste e liberticide che per Renzi hanno un nome: Bossi-Fini sull’immigrazione e Fini-Giovanardi sulle droghe.

Posizione libertaria che offre il fianco alle bordate di Renato Brunetta: “Era ora che Renzi andasse oltre le battute. Finalmente rivela di essere per la droga libera e per l’immigrazione clandestina”. Ma come, il povero Renzi non era appena stato dipinto come il torturatore di detenuti contrario all’indulto? Lui intanto continua per la sua strada, ma con un mezzo passo in dietro,  ribadendo dalla Annunziata la sua fedeltà a Napolitano: “Non ho parlato contro Napolitano, non c’è la lesa maestà, ho detto che non mi sembrava serio un nuovo indulto-amnistia dopo 7 anni dall’ultimo”.

Segreteria Pd e presidenzialismo. Il piano di Renzi per prendere il potere

Le due poltrone di segretario del Partito Democratico e di sindaco di Firenze non sono incompatibili. È questo l’ultimo aggiornamento sulla carriera che dovrebbe intraprendere Matteo Renzi quando diventerà grande. Per il momento, è lo stesso inquilino di Palazzo Vecchio, intervistato questa mattina dal Corriere della Sera, a sbattere i pugni sul tavolo e a dichiarare: “Mi sono stancato di passare per il monello in cerca di un posto, il ragazzo tarantolato con la passione del potere. Se c’è bisogno di me, me lo diranno i sindaci, i militanti. Persone che stimo molto mi consigliavano di non farlo; ora però si vanno convincendo anche loro”.

Il riferimento renziano è sicuramente diretto verso la scelta, ormai più che una probabilità, di candidarsi alla segreteria del partito nel congresso che si terrà entro la fine dell’anno. Ma perché questo cambio improvviso di strategia quando, per mesi, Renzi aveva ripetuto come un mantra di non essere interessato alla guida del partito, ma direttamente a quella dell’Italia? La risposta sta nelle riforme costituzionali che il governo si appresta a studiare per superare l’attuale sistema elettorale e mettere la prua italiana in direzione del presidenzialismo. Per Renzi la priorità resta sempre quella della legge elettorale, cambiare il Porcellum e mandarlo definitivamente in soffitta (“La prima cosa dovrebbe essere la legge elettorale. Invece vedo che la si vuol mettere per ultima. È sbagliato”).

 

Ma chi l’ha detto che una riforma in senso presidenzialista non si sposi proprio con la conquista della tolda di comando del Pd? E infatti l’ambizioso Renzi sembra puntare su entrambe. La conferma dello Stil Novo del primo cittadino fiorentino sta tutta nell’ attacco al governo dell’amico Enrico Letta: “Sento che si parla di saggi, di commissioni. Ma non occorre un saggio per dire ad esempio che la burocrazia italiana è da rifare; te lo dice anche uno scemo”. A sentire Renzie, l’inciucio messo in piedi con gli uomini del Pdl come Schifani e Brunetta non potrà durare a lungo. Una sorta di ultimatum lanciato al compagno di partito Letta che andrà rosolato a fuoco lento. Giusto il tempo per Renzi di mettere a punto la strategia vincente per prendersi tutto il potere.

“Io spero che Letta abbia successo. Lo stimo, abbiamo un bel rapporto. Apprezzo il suo equilibrio; mi convincerà meno se cercherà l’equilibrismo –aggiunge ancora Renzi- È come andare in bicicletta: se non pedali, cadi”. Il nuovo corso renziano trova un alleato tutt’altro che inaspettato in Silvio Berlusconi perché, anche se all’apparenza Renzi punta sulla nuova legge elettorale a scapito del presidenzialismo, in realtà la sua proposta di “fare come per l’elezione dei sindaci” va proprio nella direzione di un uomo solo al comando tanto cara al Caimano. Ecco che, se Renzi dovesse diventare segretario del Pd, il rischio è quello di fare come nel 2007 quando l’elezione di Walter Veltroni in nome dello “Yes, we can” portò alla rovinosa caduta del governo Prodi.

Un piano che più diabolico non lo si poteva architettare. Accaparrarsi il partito con un colpo di mano autunnale per poi concentrarsi sulla sfida all’ultimo sangue con Berlusconi (Grillo permettendo) per la conquista del Quirinale, di Palazzo Chigi o di tutte e due insieme. “Io funziono solo se sono Renzi. Non sarò mai la copia di un funzionario di partito. La questione è un’altra: rimettere l’Italia in gioco, recuperare un pensiero lungo, passare dal Paese del piagnisteo al Paese dell’opportunità”. Praticamente ci ritroviamo già in una nuova, interminabile, campagna elettorale.