Crollo elettorale. Grillo assediato dalla casta

L’esito delle elezioni amministrative che hanno interessato 564 Comuni italiani è inequivocabile: hanno vinto l’astensione e il Partito Democratico e perso, invece, Grillo e Berlusconi. Il “caso” elettorale è certamente il riflusso subito dal Movimento5Stelle guidato da Beppe Grillo, e sarà dunque d’obbligo approfondire il flop grillino, ma prima bisogna cercare di delineare un quadro generale della situazione. Il vero vincitore della tornata elettorale del 26 e 27 maggio è stata l’astensione. Meno 15% rispetto alle precedenti elezioni, 62,38 contro 77 e rotti, con punte americane (inteso come Stati Uniti) raggiunti nella Capitale, dove praticamente un romano su due non si è recato alle urne.

È vero che domenica si è disputato il derby Roma-Lazio che ha assegnato la Coppa Italia ai bianco-celesti, ma questo non basta a giustificare la fuga dalla politica di più di 1 milione di romani (al mare faceva freddo). Dato politico di valore nazionale e non certo locale. Il secondo elemento da analizzare è l’incredibile filotto messo a segno da un Partito Democratico che, se il mondo avesse una logica, avrebbe dovuto subire il voltafaccia del suo popolo, deluso e arrabbiato per il governo dell’inciucio con Berlusconi. Ma la bandiera forse conta ancora qualcosa, almeno a livello locale dove il Pd, soprattutto a Roma, è ancora organizzato e radicato sul territorio. Ecco così spiegato il possibile 16 a 0 rifilato ai rivali-alleati del Pdl. 5 i capoluoghi già conquistati al primo turno tra cui Vicenza, da sempre orientata a destra) e 11 quelli dove si andrà al ballottaggio Pd-Pdl ma dove i Rossi (solo nei disegni statistici) sono ovunque in vantaggio (clamoroso il caso della roccaforte leghista Treviso dove lo sceriffo Gentilini paga dazio al candidato Pd).

 

Il terzo dato chiave di queste elezioni è la non annunciata debacle del centro-destra il cui animale elettorale per eccellenza, il giaguaro Berlusconi, sembra essersi smacchiato da solo per la gioia del dimenticato Bersani. Tutti i sondaggi danno il Pdl mattatore delle prossime elezioni politiche con l’ottuagenario Cavaliere ancora una volta in sella a Palazzo Chigi o al Quirinale. Intanto la realtà suona in modo molto diverso. Lo 0 a 16 in vista (unica speranza di evitare il cappotto resta Brescia dove il sindaco uscente pidiellino è testa a testa con il Pd) annuncia aria di tempesta anche nei Palazzi di Roma dove Berlusconi non potrà permettersi di dare altro fiato al Pd. Crisi del governo Letta in vista quindi.

Crisi che però sembra aver avvolto anche il fu lanciatissimo M5S. Che Grillo abbia puntato poco su queste elezioni e che la pochezza intellettuale dei sui “cittadini” in Parlamento abbia deluso attivisti e sostenitori è un dato incontrovertibile. Da qui a strombazzare ai 4 venti la fine del M5S, primo movimento politico italiano, come hanno fatto tutti i giornalisti di Regime, ce ne corre però. Più che la realtà, una torva speranza della casta che prova così, grazie all’aiuto della stampa amica, a dare la spallata decisiva allo scomodo avversario anti-sistema. Da Repubblica al Corriere, passando per lo spietato Sallusti sul Giornale , sembra di vedere un branco di squali che gira intorno alla preda sanguinante. Trattamento non certo riservato al Pdl in nome delle larghe intese e della pacificazione nazionale (ovvero tra Pd e Pdl). Non è la fine per il M5S, ma il campanello d’allarme è suonato: gli italiani delusi vogliono i fatti e non le chiacchiere altrimenti, almeno su questo ha ragione Beppe Grillo, chi non voterà più nemmeno il M5S, passerà direttamente all’uso della forza. Pericolo da non sottovalutare, visti i numeri mostruosi dell’astensione, ma che la casta (in questo caso il Pd) non sembra tenere in conto, obnubilata dall’ennesima messe di Poltrone.

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