La lettera dei dissidenti NCD: Alfano e Renzi sotto ricatto politico

scissione NcdEsiste una lettera firmata da una quindicina di senatori del Nuovo Centrodestra che rischia di spaccare a metà il neonato partito alfaniano e di costringere il governo Renzi ad un rimpasto. La missiva certifica la faida interna, lo scontro di Potere che sta scuotendo Ncd, descritto finora come un monolite. Sono stati autorevoli quotidiani come La Stampa a pubblicare questa notizia bomba alla vigilia di Pasqua. I vertici Ncd, con in testa Alfano, Lupi e Quagliariello, si sono precipitati a smentire ma, a stretto giro di posta, il sito Dagospia li ha sbugiardati mettendo on-line la lettera dei dissidenti. In calce alla copia di cui è venuto in possesso Roberto D’Agostino di nomi non ce ne sono, ma il gruppo degli scissionisti Ncd è formato da gente del calibro di Roberto Formigoni, Carlo Giovanardi, Luigi Compagna, Paolo Naccarato, Antonio Gentile.

I diversamente alfaniani, rivolti al presidente “Angelino” e al coordinatore Gaetano Quagliariello, lamentano un “disagio crescente” per il modo in cui è stato gestito il partito e si richiamano teatralmente al “vanificato spirito del 2 ottobre (2013, giorno dello strappo con Berlusconi ndr)” per ritrovare la “democrazia interna”. I senatori capitanati da Formigoni (inquisito e cancellato dalle liste europee) si sentono “esclusi da tutti i processi decisionali che contano” come nei casi delle Riforme, dello Statuto Ncd, delle nomine nelle società partecipate e nella composizione delle liste per le elezioni europee.

Lamentele in apparenza generiche dietro le quali si nascondono nomi e cognomi reali. Quelli di Giuseppe Scopelliti e Lorenzo Cesa, nominati entrambi capolista al Sud per l’alleanza Ncd-Udc, nonostante la fresca condanna a 6 anni per l’ex presidente della Regione Calabria e l’arrivo last minute in casa Alfano del segretario casiniano (indagato per tangenti Finmeccanica). Non certo una “questione morale”, inesistente alle latitudini del “partito degli onesti” messo su dal ministro dell’Interno, ma una più pragmatica “questione di Poltrone”. Come dimostrano i mal di pancia degli scissionisti sulle nomine nelle partecipate arrivate solo per i “siciliani” come Salvatore Mancuso all’Eni.

La dura lettera – che secondo il doppiogiochista Formigoni era un “documento di discussione interno” e quindi non doveva essere pubblicata – prosegue con toni che sanno di ricatto politico: “Se facciamo come il Pdl diventiamo patetici…senza partecipazione aumenta la sensazione di inutilità…se due o tre persone decidono per tutti non va bene”. Non manca nemmeno il richiamo “all’impietosa legge dei numeri” che rischia di non far superare la soglia del 4% ad Ncd nelle elezioni del 25 maggio.

Insomma, il solito repertorio dei politici della casta che sventolano la minaccia di dare vita all’ennesimo partitino, perché consapevoli di detenere un potere ricattatorio enorme verso una maggioranza di governo risicata. E Renzi a Palazzo Madama può contare su poco più dei 161 voti necessari.

Su testate come Il Giornale circola già l’indiscrezione sul nome che il nuovo movimento politico assumerà: Unione dei Movimenti Popolari, liberamente ispirato al francese UMP di Sarkozy. Per il forzista Gianfranco Rotondi “è possibile la nascita di gruppi parlamentari coordinati con Forza Italia”, mentre il quotidiano Libero fornisce addirittura il numero degli alfaniani, sei, pronti a tornare con Berlusconi, ma non a formare un nuovo partito. Altre voci parlano di 25 voti in meno per Renzi (i 15 Ncd e 10 Azzurri). Comunque sia – che sotto ci sia o meno lo zampino del Caimano, tornato a fare shopping di senatori – la lettera dei dissidenti porta guai sia per Alfano che per Renzi. L’ex delfino di Berlusconi dimostrerebbe ancora una volta di non possedere il fatidico quid, mentre il premier pie’ veloce vedrebbe frenata da un indigesto gioco di Palazzo (forse orchestrato da B.) la sua corsa alla rottamazione che pare inarrestabile.

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Letta rifonda la Democrazia Cristiana, ma Berlusconi non è sconfitto

Solo l’ennesimo e inaspettato colpo di teatro di Silvio Berlusconi, l’annuncio del sì al voto di fiducia al governo Letta , ha reso nuovamente incerto quello che sembrava un risultato politico ormai acquisito: la formazione di un grande contenitore di Centro, deberlusconizzato, nato intorno al sostegno incondizionato alla linea di governo ribadita ieri mattina al Senato da Enrico Letta. La Democrazia Cristiana del XXI secolo. Il piano del presidente del Consiglio -che evidentemente ha appreso l’arte della Politica dallo Zio molto meglio di quanto dimostra- era ben congegnato, quasi diabolico, tanto riuscire ad andare quasi in porto. L’intenzione del premier che tutti vogliono (Napolitano, Merkel, Bce, Europa, Banche e perfino l’America) era quella di mettere all’angolo un Berlusconi ormai prossimo alla decadenza, forte di un accordo carbonaro siglato con i ministri del Pdl, conosciuti fino a ieri come “colombe” e da oggi come alfaniani.

Troppo facile sfruttare il passo troppo lungo fatto dal Cavaliere con la richiesta di far dimettere tutti i suoi parlamentari e l’intera delegazione ministeriale Pdl. La tensione per le stringenti vicende giudiziarie personali deve per forza aver condizionato la lucidità mentale di Berlusconi, anche se l’Uomo possiede risorse infinite. Gli scissionisti guidati da AlFini (Alessandra Mussolini dixit) hanno subito risposto al segnale concordato con Letta, mettendo Berlusconi con le spalle al muro: o voti la fiducia con noi, oppure il partito si spacca. Anzi, ormai si spaccherà comunque. Un sfida suicida che il Capo aveva accettato. Poi, però, nel corso della drammatica nottata di trattative tra martedì e mercoledì, sondaggi sfavorevoli e nomi dei traditori alla mano, qualcosa deve essere cambiato. Pur di non rimanere chiuso all’angolo, l’imprevedibile Cavaliere ha preso la parola a Palazzo Madama e in 2 soli minuti ha mandato in frantumi il sogno DC del duo Letta-Alfano.

 

Risultato: Sì alla fiducia al governo Letta con 235 voti, due in più dell’esordio. Tutto da rifare dunque. Niente maggioranza “più ristretta, ma coesa” auspicata dal premier. Rimarranno nei libri di storia –oltre all’inevitabile, lento addio alla scena di Mister B.- i volti segnati da un ghigno di terrore misto a stupore esibiti dai due giovani democristiani (lì, all’ombra dello scudo crociato, sono cresciuti entrambi) nel momento in cui il vecchio rivale pronunciava le fatidiche parole: “…per queste ragioni voteremo la fiducia al governo Letta”. Certo, una mossa disperata da parte di un Berlusconi conscio dei ristretti spazi di manovra e dei prossimi conti con la giustizia da saldare. Comunque spiazzante, e non è detto che il putsch non riesca ancora una volta.

Il piano di avvicinamento alla nuova DC prevedeva e prevede ancora la formazione di gruppi autonomi di centrodestra sia al Senato che alla Camera, una terza gamba per il “governo di Bruxelles” tenuto in piedi da Letta. Liberi da Berlusconi, ma liberi anche dalle pressioni dell’ambizioso Matteo Renzi, annichilito dall’obbligo mediatico di sostenere un governo a guida PD. A questo proposito, i diversamente berlusconiani, quelli cioè che hanno pugnalato alle spalle Silvio, sono rimasti completamente sorpresi dalla mossa del Cavaliere e adesso sono nel panico. I più duri, Roberto Formigoni e Carlo Giovanardi, tengono ancora la posizione di un gruppo autonomo al Senato (tra 25 e 35 membri, dicono loro). Ma pezzi grossi come Maurizio Sacconi e il ministro Quagliariello (di nome e di fatto) già cominciano a frenare, timorosi del metodo Boffo. “Nei prossimi giorni si aprirà un processo di riflessione”, ha smorzato i toni Quagliariello intervistato dal Tg3.

Stessa situazione alla Camera, dove Fabrizio Cicchitto, bastonato martedì sera da “Berja” Sallusti a Ballarò, ha perso il suo proverbiale senno annunciando la richiesta di un gruppo autonomo di cui farebbero parte 12 alfaniani, presto moltiplicati fino a 26. Ma nella lista Cicchitto risultano anche i ministri Alfano, Lupi, De Girolamo e Lorenzin i quali, tranne quest’ultima, hanno già smentito la fronda. La formazione dei gruppi è al momento congelata .“Sono nel Pdl e rimango nel Pdl”, ha detto decisa la De Girolamo. E chi sa se “l’offerta che non si può rifiutare” Berlusconi la sta già facendo agli altri emuli del figliol prodigo. Addio sogno DC.

Forza Italia verso la spaccatura. Ecco la lista degli scissionisti

Il piano di Silvio Berlusconi per tornare alle urne alla guida di Forza Italia, prima di decadere dalla carica di senatore e diventare incandidabile, rischia di fallire proprio a un passo dalla meta. La causa dello stop alla corsa verso le elezioni anticipate è clamorosa e inaspettata: il tradimento da parte di buona parte del cerchio magico di Palazzo Grazioli. Lo scontro intestino scatenatosi tra le due anime del fu Pdl per la conquista delle posizioni di vertice nel rinascente partito –con al centro la discussione sul giudizio politico e sulla fiducia da assegnare al governo di larghe intese guidato da Enrico Letta- sembra ormai essere giunto ad una svolta decisiva. Da Giovanardi a Cicchitto, passando per i ministri Quagiariello e Lupi per arrivare a lambire persino il delfino Angelino Alfano,i big del centrodestra non ci stanno a fare la fine dei Filistei e a morire insieme a Sansone-Berlusconi. E, miracolo italiano, cominciano a parlare con una voce diversa da quella del Padrone.

Il primo a uscire fuori dal coro era stato Carlo Giovanardi, esperto navigatore parlamentare di scuola democristiana. “Non ho firmato e non firmerò le dimissioni da senatore”, aveva detto a caldo, smarcandosi dalla commedia delle dimissioni di massa. Ma da un battitore libero come Giovanardi c’era da aspettarselo. La pugnalata che Silvio non si aspetta arriva invece dal delfino senza quid Angelino Alfano. Il vicepremier ci ha pensato su una notte intera, ma alla fine ha deciso di fare outing. “Non possono prevalere nel partito posizioni estremistiche estranee alla nostra storiascrive in una nota un Alfano dal quid ritrovato-  Se prevarranno quegli intendimenti, il sogno di una nuova Forza Italia non si avvererà. So bene che quelle posizioni sono interpretate da nuovi berlusconiani ma, se sono quelli i nuovi berlusconiani, io sarò diversamente berlusconiano”. Tutta colpa dei falchi, alias Denis Verdini e Daniela Santanchè– salvando Berlusconi nel segno del “se lo avesse saputo Lui” di mussoliniana memoria.

 

Partito Alfano, la valanga azzurra ha cominciato a montare. Il fronte governativo dei ministri trombati loro malgrado sembra compatto. Gaetano Quagliariello, amico di Napolitano e già in odore di fronda, annuncia con tono ultimativo: “Se Forza Italia è questa, io non aderirò”. Decisa fino al martirio anche Beatrice Lorenzin, ministro della Sanità a sua insaputa: “Non condivido una linea di partito che spinge verso una destra radicale”. Appena più accomodante il “ciellino sempre” Maurizio Lupi: “Noi vogliamo stare con Berlusconi, con la sua storia e con le sue idee, ma non con i suoi cattivi consiglieri”. La lista dei ministri si chiude con Nunzia De Girolamo, anche lei snocciola la litania “con Berlusconi sì, con i falchi no”. Prima di loro, era stato il sottosegretario al Tesoro, Alberto Giorgetti a parlare col fegato in mano: “Non lascio da deputato”.

Ma la lista dei “Bruto” si allunga di ora in ora. A dire la verità, per dare a Bruto quel che è di Bruto, il secondo congiurato dopo Giovanardi era stato uno che di intrighi ne ha vissuti fin troppi per non pensare di vendere cara la pelle. Fabrizio Cicchitto, l’ex socialista e piduista ritenuto fino a ieri un fedelissimo del Cavaliere. Proprio lui. “Una decisione come quella di far cadere il governo Letta-Alfano in un momento economico e sociale così delicatoha commentato in una nota con la solita ambiguità-  non può essere assunta da un ristretto vertice del Pdl. Berlusconi non ha bisogno di un partito di alcuni estremisti che nelle occasioni cruciali parlano con un linguaggio di estrema destra”. Non un benservito a Forza Italia, ma qualcosa di molto simile. A proposito, nelle ultime ore diverse indiscrezioni giornalistiche hanno dato forma addirittura al nome del nuovo partito di transfughi, responsabili, venduti o traditori che dovrebbe nascere per dare la fiducia a un Letta-bis e conservare così l’indennità parlamentare per tutta la legislatura. Si chiamerebbe Italia Popolare, un contenitore misterioso di cui dovrebbero far parte, oltre ai già nominati, anche Maurizio Sacconi, Osvaldo Napoli e una quindicina di senatori siciliani e campani come Naccarato, Compagna, Castiglione, Torrisi, Pagano, Falanga. Fantapolitica? Si attendono conferme e smentite.