Accordo Renzi-Berlusconi: ex DC e bersaniani minacciano la crisi di governo

accordo renzi berlusconiL’accordo tra Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale rischia di provocare la crisi del governo Letta. Contro il segretario del Pd si è scatenato il fuoco di fila di alfaniani, montiani, casiniani, ma anche di un pezzo del suo stesso partito, la minoranza interna bersaniana, tutti convinti, a ragione, che il vero obiettivo del sindaco di Firenze sia quello di andare al più presto alle urne. La minaccia sbandierata da ex democristiani e Sinistra Pd è quella di non votare il modello spagnolo made in Italy, aprendo di fatto la crisi di governo per andare a votare con il proporzionale puro imposto dalla sentenza della Consulta sul Porcellum.

Renzi, da parte sua, con il suo comportamento volutamente schizofrenico, non fa nulla per nascondere l’irresistibile voglia di Palazzo Chigi che lo pervade. È stato proprio lui, infatti, a mettere sul tavolo della trattativa tre modelli di legge elettorale (spagnolo, mattarellum, sindaco d’Italia), salvo poi sabotare a priori qualsiasi accordo di maggioranza, possibile grazie alla convergenza del trio Ncd-Sc-Udc su un sistema a doppio turno. Ovvero, tutti tranne lo “spagnolo”. La giustificazione di Renzi è che le regole del gioco non si decidono “a colpi di maggioranza”. Peccato che – stante il rifiuto di Grillo di scendere a patti con la casta – l’unica alternativa al patto con i figli della Balena Bianca (Letta compreso, bersaniani esclusi) sia l’asse sul modello spagnolo a turno unico con il pregiudicato Berlusconi. La morte dei piccoli partiti.

La direzione nazionale del Pd di giovedì, e il successivo drammatico incontro serale col premier Letta, non sono riusciti a disinnescare i contrasti tra quelli della vecchia nomenklatura che rifiutano la riabilitazione politica del Cavaliere decaduto (dopo averci inciuciato spudoratamente per 20 anni) e l’emergente ala renziana del partito. Anzi, Renzi ha ribadito la volontà di dialogare con Berlusconi, con la sola intenzione di creare il casus belli che faccia finalmente cadere il governo. La responsabilità, a quel punto, se la prenderebbero ex Dc e bersaniani, fatti passare per “proporzionalisti” da Prima repubblica.

Il diabolico piano renziano ha già prodotto i primi effetti. Gli “alleati” di governo cominciano a perdere la pazienza. Alfano, Monti e Casini hanno dato mandato ai rispettivi capigruppo di mettere nero su bianco le condizioni dei partiti centristi. La paura di Renzi ha fatto il miracolo di riunire Ncd, Sc e Udc (appena riciclatosi nei Popolari per l’Italia) per lanciare un ultimatum. “È urgente un incontro di maggioranza – scrivono in una nota – per evitare che il sottile equilibrio su cui si regge il Governo, anche per le tensioni interne al Pd stesso, provochi una crisi di Governo al buio”. Senza accordo di maggioranza su legge elettorale, superamento del bicameralismo paritario e riduzione del numero dei parlamentari Letta cade.

 

Dello stesso tono ultimativo e catastrofico si sono rivelati i lamenti di Dario Franceschini e Maurizio Lupi che hanno incontrato Renzi. “Se fai l’accordo con Berlusconi salta la maggioranza”, hanno lasciato intendere i due ministri di scuola DC. Ma l’affondo più clamoroso contro la strategia renziana lo ha portato il deputato Pd Alfredo D’Attorre. “Se domani si chiude il patto Berlusconi-Renzi che esclude tutti gli altri, la maggioranza finisce domani”, minaccia il bersaniano di ferro, consapevole che nei listini bloccati dello “spagnolo” non ci sarà posto per i non allineati al credo del messia di Firenze.

Una scissione del Pd sarebbe solo l’ennesimo colpo di scena di una politica italiana che sembra impazzita. Al momento una sola cosa è certa: se il governo cade, o si va a votare con il proporzionale, che significa inciucio a vita, oppure si forma un governo di scopo Renzi Berlusconi per votare legge elettorale e riforme. Fantapolitica?

Annunci

Ipotesi di governo: Letta jr, Amato, Cancellieri o Grasso

Questo pomeriggio l’undicesimo presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, passerà ufficialmente il testimone al suo successore: se stesso. Ma i tempi istituzionali sono strettissimi. Inutile perdersi in cerimonie perché è urgente dare al più presto un governo ad un paese arrabbiato e disorientato. Re Giorgio –che da oggi in poi potrà essere paragonato a Hugo Chavez, Vladimir Putin, Fidel Castro o Alexander Lukashenko– ha fretta di formare il nuovo esecutivo, naturalmente condizionato dalla decisione dell’88enne presidente bis di rompere la consuetudine istituzionale e accettare la seconda salita al Colle.

In questa fase sarà Napolitano ad avere il coltello dalla parte del manico per poter così varare un governo di larghe intese, o di coesione nazionale che, facendo base sulla relazione svolta dai dieci saggi, riesca finalmente a dimostrare una parvenza di stabilità e a varare quantomeno alcune riforme ritenute fondamentali come quelle sul mondo del lavoro (modifica della legge Fornero) che favoriscano la ripresa economica. Il tutto ovviamente mantenendo intatti i buoni rapporti con l’Europa delle banche di Bruxelles. Mission quasi impossible, visto soprattutto il materiale umano presente nei due rami del parlamento. Le consultazioni presidenziali potrebbero cominciare già domani, in concomitanza con la direzione convocata dal gruppo Democratico che dovrà decidere da che parte veleggiare all’indomani delle ignominiose dimissioni del segretario Bersani.

 

Le ipotesi su quale sarà il nome del nuovo premier (con scadenza un anno, dopo il varo della legge elettorale) si fanno via via più affascinanti con il passare delle ore. Il nome più gettonato era stato all’inizio quello di Letta il Giovane, Enrico, incarnazione vivente della voglia di inciucio che aleggia sulla casta in difficoltà. Ma ad impallinare il “Lettino” ci ha pensato Rosi Bindi, la dimissionaria presidente del partito che, evidentemente, vuole togliersi qualche sassolino dalla scarpa nel gioco al massacro che sta portando il Pd verso la scissione. “Non è questo il momento (di Letta ndr)”, ha detto a Repubblica la Bindi, aggiungendo poi di essere contraria alle larghe intese, così come i Giovani Turchi di Fassina e Orfini.

Contrario all’ipotesi Letta, ma non ad un governo con un premier Pd (forse lui stesso), è anche Matteo Renzi che, dopo la resa di Bersani, pugnalato alle spalle da una congiura dalemian-marinian-renziana, questa mattina ha rilasciato una intervista a Repubblica: “Mettiamoci la faccia anche con un nostro premier” ma indicando le priorità a cominciare dall’emergenza lavoro e senza aver paura del popolo del web. Un esecutivo che duri non più di un anno”. La smisurata ambizione di Renzi dovrà però vedersela con il resto del partito non contraria, ad esempio, all’arrivo a Palazzo Chigi del “Dottor  Sottile” Giuliano Amato, peraltro gradito a Napolitano. Il due volte ex premier è dato in queste ore per favorito, affiancato magari da due vicepremier come Letta jr. e Angelino Alfano.

Il governo dell’inciucio imposto da Napolitano non va però proprio giù ad un partito frantumato, diviso tra Renzi, Barca e la vecchia guardia (anche se alcuni retroscenisti parlano di un accordo Renzi-D’Alema). È per questo che il toto-premier si arricchisce ora dopo ora di nuovi protagonisti. Il Pd preferirebbe una soluzione più indolore ed istituzionale come quella rappresentata dal ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, uomo (pardon, donna) adatto al ruolo super partes. Con lei a palazzo Chigi andrebbero a fare i ministri “politici” alcuni dei saggi come Quagliariello, Violante e Mauro. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone anche l’ipotesi Pietro Grasso che mollerebbe lo scranno di Palazzo Madama ad un uomo Pdl per salire un gradino più in alto e sancire così un’inedita solidarietà nazionale. Per chi non ne volesse proprio sapere di governi politici poi, ci sono sempre pronti i nomi dei super tecnici Fabrizio Saccomanni e Ignazio Visco, rappresentanti di un governo Tecnico più Tecnico di quello Monti.