Caso Saccomanni: Letta pretende un Patto politico per il 2014

“Stabilità e riforme”. Dopo le roventi polemiche su Iva e Imu che hanno portato il ministro dell’Economia Maurizio Saccomanni sulla soglia delle dimissioni, è tutta l’Italia che conta –il presidente della Bce Mario Draghi, quello di Confindustria Giorgio Squinzi, della Repubblica Giorgio Napolitano, la Cgil e addirittura il cardinal Bagnasco– a scendere in campo in favore del governo Letta. L’ultimo a spezzare una lancia in favore della continuità del governo delle larghe intese è stato proprio il premier in carica che, da quel di Ottawa in Canada dove è in visita ufficiale (da oggi negli Usa), ha deciso di passare al contrattacco prima che il logoramento imposto da Berlusconi e da Forza Italia lo porti al collasso, e ad una sonora sconfitta elettorale.

“La Legge di Stabilità sarà il passaggio chiave, il momento in cui chiameremo i partner della coalizione ad assumersi gli impegni per il futuro, per tutto il 2014”, ha affermato Letta durante la conferenza stampa canadese che ha preceduto la sua partenza per gli States. Quella che una volta si chiamava legge Finanziaria, ha poi aggiunto, “conterrà un vero e proprio patto politico fino a tutto il 2014; i documenti di Confindustria e sindacati ne formeranno parte integrante”. Il premier è costretto dunque a scoprire le sue carte e passare al contrattacco dopo le minacce subite in questi giorni dal responsabile del Tesoro Saccomanni. Soprattutto da Forza Italia che con i falchi Brunetta, Santanchè e Gasparri minaccia un giorno si e l’altro pure di togliere la fiducia a Letta “un minuto dopo l’aumento dell’Iva” previsto dal primo ottobre. Ma era stato anche lo stesso Pd durante l’Assemblea Nazionale, per bocca del segretario Guglielmo Epifani, a sollecitare il tecnico di via XX settembre a non toccare l’Iva, a tutti i costi.

 

Ultimatum che hanno fatto perdere la pazienza perfino al serafico Letta che ha atteso lo sbarco nel Nuovo continente per togliersi qualche sassolino dalle scarpe per lanciare lui un controultimatum consistente in una verifica di maggioranza, magari con un voto di Fiducia alle Camere. Facendo riferimento alle elezioni tedesche e alla seria possibilità di una riedizione della Grosse Koalition Cdu-Spd, il premier italiano ha colto la palla al balzo per affermare che “sarebbe un fatto positivo anche per l’Italia, perché sarà un modello di cooperazione assai simile a quella che in Italia stiamo sperimentando da qualche tempo”. Letta ha così ventilato l’ipotesi di un Letta-bis, ma senza crisi di governo, provando a blindare il suo esecutivo con la motivazione che “ognuno vorrebbe vincere e governare da solo, ma se dalle elezioni si esce che bisogna fare una grande coalizione, per il bene del Paese bisogna impegnarsi a rendere il tutto più utile e produttivo possibile”.

Letta il Nipote passa dunque al contrattacco forte, come sempre nella sua vita, dell’appoggio di quasi tutti i pezzi da 90 dell’Italia politica ed economica. Il primo a farsi sentire è stato il presidente della Bce Mario Draghi assicurando che “la politica monetaria resterà accomodante per tutto il tempo necessario”, ma a patto che i governi (leggi quello italiano) mantengano una stabilità politica. Dopo di lui è toccato al numero uno di Confindustria, Giorgio Squinzi: “Noi siamo preoccupatissimi, non preoccupati, per la stabilità del Governo perché riteniamo che questo sia l’unico Governo possibile in questo momento, le cose da fare sono tantissime e sarebbe meglio concentrarci sui problemi dell’economia reale”. Con lui, per una volta alleati come ai tempi di Lama e Agnelli, anche il segretario Cgil Susanna Camusso (“giù le tasse sul lavoro”). Sponsor lettiani di lusso ai quali si è aggiunto l’ennesimo monito di Napolitano: “I primi segni di ripresa si vedono, la politica proceda senza incertezze e tantomeno rotture”. Difficile che Berlusconi decida di staccare la spina adesso, ma dal 15 ottobre, giorno dell’esecuzione della sua pena, ogni colpo di scena sarà possibile.

In Germania trionfa la Merkel, in Italia il rigore di Bruxelles

Elezioni tedesche. Angela Merkel ha trionfato al di là di ogni più rosea previsione: 42,5% dei consensi e la maggioranza assoluta, o quasi, dei seggi al Bundestag per la sua creatura, la Cdu, orfana felice degli ex alleati Liberali (meno del 5%). Tutta Europa era da mesi col fiato sospeso, in attesa del risultato delle elezioni politiche in Germania. Una conferma delle attese di “Mutti” Merkel avrebbe significato il mantenimento della linea del rigore finanziario per i paesi dell’Unione Europea. Una eventuale, ma ormai naufragata, bocciatura dei rigoristi merkelliani avrebbe ridato fiato alle campane di tutti quei membri dell’Ue, a cominciare dai Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), che sperano in un allentamento dei vincoli economici imposti dai burocrati di Bruxelles per far respirare i propri conti pubblici giunti da tempo al collasso.

Ebbene, i tedeschi hanno scelto e lo hanno fatto senza lasciare spazio a sogni di grande coalizione o a pretese antieuro e antieuropeiste (il partito Afd ha sfiorato la soglia minima del 5%, fermandosi al 4,8). Il popolo, il volk tedesco, vuole una Germania strettamente ancorata all’Unione, ma da una posizione di forza, in modo da poter continuare a spolpare gli altri partner, soprattutto i più deboli come l’Italia, con il peso di un euro forte sui mercati internazionali. L’Spd di Peer Steinbruck, in pratica il Pd in salsa teutonica, ha interpretato solo un ruolo da comprimario, fermandosi poco sopra il 26%. L’unico possibile avversario dello strapotere della tre volte cancelliera è rimasto vittima della sua stessa paura di formare una coalizione con Verdi e Linke (la Sinistra-sinistra) con l’obiettivo di allentare i rigori del Trattato di Maastricht e le regole stringenti del Fiscal compact e del Two-pack. La parola d’ordine di Steinbruck durante la campagna elettorale è stata “mai con i comunisti”, perché l’Spd sarebbe comunque stata una solida stampella per europeisti convinti e spietati del calibro di, tanto per capirci, Olli Rehn e Manuel Barroso.

 

E l’Italia? Già, l’Italia. Come avranno preso da noi i risultati in arrivo da Berlino i fiduciari dei Palazzi mitteleuropei che di nome fanno Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni? Lo sanno ormai anche i bambini –e la recente visita a Roma del Commissario economico Rehn ne è la prova- che in Europa non si muova più foglia economica che Bruxelles non voglia. Ecco così spiegato il ruolo da passacarte a cui è stato ridotto il nostro governo, commissariato non solo da Giorgio Napolitano, ma monitorato costantemente dall’Ue in attesa dell’approvazione della Legge di Stabilità in ottobre. In fondo in fondo, anche Letta e Saccomanni speravano in una scivolata della Merkel e in un rovesciamento del tavolo del rigore economico per dare fondo allo sperpero di altri denari pubblici e salvare così pelle e carriera. Ma che la Mutti (o Mamma) uscisse di scena era meno probabile di vedere Berlusconi ai giardinetti a dar da mangiare ai piccioni.

Si spiega così, con la sottomissione ai forzieri della Bce, l’allarme lanciato da Letta su un nuovo sforamento al 3,1% del rapporto deficit-pil così caro agli amici d’oltralpe. Tutta “colpa dell’instabilità di governo” ha detto il premier. Una strategia seguita anche dal ministro del Tesoro Saccomanni che proprio ieri ha confermato i dati snocciolati da Letta e ha addirittura minacciato le dimissioni nel corso di una intervista rilasciata al Corriere della Sera. “Dobbiamo trovare subito 1,6 miliardi per rientrare di corsa nei limiti del 3 per cento –ha detto l’inquilino di via XX settembre- Poi si dovrà concordare una tregua su Iva e Imu, rinviando la questione al 2014 con la legge di Stabilità che va presentata entro il 15 ottobre”. Accontentare subito le ignobili pretese di Rehn, Merkel e compagnia “altrimenti non ci sto”, ha aggiunto Saccomanni tirandosi dietro le ingiurie e lo scherno degli italiani che di questa Europa, e solo di questa, cominciano ad averne le tasche piene.