Ruby bis: il bunga-bunga di Ghedini e Longo

Adesso che anche il trio Minetti-Fede-Mora ha subito una pesante condanna in primo grado nel processo  Ruby bis, le carte da giocare rimaste in mano alla difesa di Silvio Berlusconi cominciano a diventare sempre di meno. Accuse di induzione e favoreggiamento della prostituzione, anche minorile (quella di Ruby, 17enne nel 2010 all’epoca dei fatti contestati), che sono valse 7 anni di carcere all’ex agente dei vip Lele Mora. Anche il vecchio Emilio Fede, orfano del suo Tg4 e dello scouting di ragazze da “offrire al drago” (Veronica Lario dixit), si è beccato 7 anni  di disgrazie. I giudici hanno sentenziato che Fede con le minorenni non c’entrava niente, anche se era stato proprio lui a “scoprire” la giovane Karima.

Dei 5 anni a Nicole Minetti si è detto e scritto già tutto: lei non sfruttava le prostitute destinate a sopire la fame del Caimano, ma le “briffava” solamente, limitandosi a gestire il traffico di via Olgettina. Fino a qui la conferma di un impianto accusatorio che è già valso la condanna a 7 anni del protagonista delle serate bunga-bunga, Silvio Berlusconi, giudicato colpevole in primo grado in uno stralcio dello stesso procedimento. Il bello, o il brutto, è che la brama di impunità di Silvio ha finito per trascinare nel baratro dell’illegalità anche i suoi fedeli avvocati-parlamentari Niccolò Ghedini e Piero Longo. Due principi del foro al di sopra di ogni sospetto, almeno fino a ieri quando i giudici milanesi hanno ordinato la trasmissione degli atti alla procura “in relazione agli indizi di reità ravvisati con particolare riguardo a quanto accaduto il 6-7 ottobre 2010, il 15 gennaio 2011”.

 

Tradotto in Italiano: Longo, Ghedini e il boss Berlusconi sono sospettati di aver tentato di inquinare la regolarità del processo e adesso rischiano un infamante rinvio a giudizio (l’ennesimo per B.). Gli azzeccagarbugli di Arcore avrebbero prima convinto le ospiti delle cene eleganti a firmare dei verbali pre-compilati, spacciati per indagini difensive. Gli inquirenti ne trovarono alcune copie proprio nel residence Olgettina durante una perquisizione il 14 gennaio 2011. Documenti talmente taroccati da confondersi tra loro, visto che la dichiarazione scritta di Barbara Guerra fu scovata a casa di Marystelle Garcia Polanco. Ma il lavoro sporco del foro berlusconiano non si sarebbe esaurito qui.

Sempre durante il fatidico 15 gennaio 2011, frotte di ragazze vennero convocate a villa San Martino con l’intento di mettere a punto una strategia difensiva. Questa almeno la versione di Ghedini e Longo che, invece, non ha convinto i magistrati secondo i quali la volontà del clan Berlusconi sarebbe stata quella di indirizzare le testimoniante in direzione della versione “burlesque” o “cene eleganti”. Per oliare il sistema ci si sarebbe serviti di tanto denaro, necessario per pagare la “retta” alle ragazze e, soprattutto, per fare tenere loro la bocca chiusa (possibilmente per sempre). L’ultimo punto attenzionato dagli inquirenti è l’interrogatorio privato di Ruby, avvenuto il 6 ottobre 2010, quasi un mese prima che scoppiasse sui media lo scandalo bunga-bunga.

Semplici, e legali, indagini difensive, hanno sempre ripetuto Ghedini e Longo. Ma a quei tempi nessuna indagine era ancora partita ufficialmente. A spiegare meglio di qualsiasi giro di parole quella serata “allucinante” sono comunque le parole (intercettate) pronunciate al telefono da Luca Risso, divenuto poi il padre della figlia di Ruby. Insomma, proprio una bella gatta da pelare per i due avvocati ancora convinti di essere chiusi nella loro bolla dorata. “La decisione del Tribunale di Milano nel processo cosiddetto Ruby bis di inviare gli atti per tutti i testimoni che contrastavano la tesi accusatoria –scrivono i due legali- già fa ben comprendere l’atteggiamento del giudicante. Ma inviare gli atti ai fini di indagini anche per il presidente Berlusconi e per i suoi difensori è davvero surreale”. Già, perché, dimenticavamo, i giudici invitano la procura ad indagare per falsa testimonianza tutti i testimoni della difesa nel processo Ruby bis. Da Mariano Apicella a Barbara Faggioli, passando per i nomi noti delle Olgettine come Iris Berardi, le gemelle Concetta ed Eleonora De Vivo, Raissa Skorkina, Alessandra Sorcinelli e le altre. Proprio una bella compagnia per Longo e Ghedini.

Ruby-bis: la conversione spirituale di Gabriele Mora

Da oggi non chiamatelo più Lele Mora. Il talent scout più famoso e spregiudicato della tv, l’uomo che poteva cambiarti la vita solo invitandoti come ospite nella sua villa in Sardegna, il co-protagonista di Videocracy, non esiste più. Al suo posto si è materializzato Gabriele, così come lo chiamava la mamma, o, se preferite, Dario, il nome con cui Mora è stato iscritto all’anagrafe. Artefice del percorso di vera e propria conversione spirituale del reprobo, accusato di induzione e favoreggiamento della prostituzione, anche minorile, è stato il processo in corso a Milano, il cosiddetto Ruby-bis, in cui Mora si trova alla sbarra in compagnia della briffatrice Nicole Minetti e dell’appassionato di meteo Emilio Fede.

Di fronte alla richiesta di 7 anni di reclusione da parte dell’accusa -ma soprattutto alla luce dell’avvenuta condanna in Primo grado del boss Silvio Berlusconi a 7 anni nel procedimento gemello scaturito dai guai causati a Silvio da Karima el Mahroug, in arte Ruby la Rubacuori-, Lele Mora è rimasto fulminato come Paolo di Tarso sulla via di Damasco. Troppo drammatica la prospettiva di andare al fresco per aver fatto qualche favore e aver rimediato qualche amica per le cene eleganti di Berlusconi. Ecco allora giungere le sirene della conversione. Prima che sia troppo tardi.

“È vero, ho partecipato alle feste di Silvio Berlusconi ad Arcore –queste le dichiarazioni spontanee lette da “Gabriele” in aula- è vero, ho accompagnato alle cene alcune ragazze, ed è anche vero che ho ricevuto un prestito da Berlusconi tramite Emilio Fede che avrebbe salvato la mia società. Ma non ho mai voluto condizionare le ragazze, non ho mai giudicato i loro comportamenti e non ho mai orientato le loro condotte con costrizione”. Fino a qui niente di nuovo, la professione di innocenza di un padre che accompagna le figlie a scuola. Ma, subito dopo, il colpo di scena. Per il redivivo Mora le cene eleganti di Arcore assumono improvvisamente un altro significato: “Ho letto ieri su un quotidiano come vi siano tre parole per definire quanto è successo e quanto è oggi al vostro giudizio: “dismisura, abuso di potere, degrado”. È vero, così è stato. Io non ne sono stato un passivo concorrente”.

 

Una confessione in  piena regola che neanche Tommaso Buscetta nel Maxi-processo alla mafia. Il quotidiano in questione citato da Mora non è poi altri che l’odiata Repubblica, mentre il giornalista autore delle tre parole è quel Giuseppe D’Avanzo che lo stesso Berlusconi aveva definito in tempi non sospetti “signor Stalin”. Un tradimento vile quello perpetrato da Mora nei confronti del suo più grande foraggiatore Silvio Berlusconi. Un voltafaccia senza scusanti, se si esclude la paura della galera che Gabriele ha già dovuto affrontare per la bancarotta della sua società, la LM spa. Una pugnalata alle spalle di Silvio insomma per cercare di portare a casa la pellaccia. “Oggi non voglio più mangiare cibo avariato né offrirlo ai miei amici”, questa la frase chiave della conversione.

Ecco però che a smentire l’angelico Gabriele Mora torna dagli inferi il diabolico Lele Mora che si materializza fuori dal tribunale di Milano, al termine dell’udienza di venerdì. “Ad Arcore non c’è stato niente di male, l’amicizia non è una cosa che uno ti dà, ma si sceglie. Berlusconi non è uno che fa prostituire la gente. Allora, io che lavoro ho fatto per 35 anni, il magnaccia?”, ha detto Lele di fronte ad una schiera di giornalisti, per la verità rimasti interdetti dall’ultima considerazione uscita dalla bocca del talent scout. Dunque, ricapitolando, Berlusconi è colpevole ma innocente, e ad Arcore c’era un giro di prostituzione ma anche cene eleganti. Uno sdoppiamento di personalità degno del film L’Esorcista.