Quirinale, la legge di Renzi

Giornata politica italiana divisa tra le reazioni ai risultati clamorosi, ma attesi, delle elezioni in Grecia e le grandi manovre per il Quirinale. I membri del governo provano ad intestarsi la vittoria di Tsipras in Grecia, ma Lega, Sel e M5S li sbugiardano. Matteo Renzi incontra i parlamentari Pd per imporre un percorso condiviso (da lui e Berlusconi) sul Quirinale: porte aperte a una candidatura femminile, nessuna rosa di nomi come chiesto da Beppe Grillo, ma un candidato unico a partire dalla quarta votazione e scheda bianca nelle prime tre. Secondo il premier il nuovo capo dello Stato verrà eletto «sabato mattina», 31 gennaio. Francesco Storace denuncia la ‘tattica della scheda bianca’. Pippo Civati non ci sta e candida Romano Prodi. Domani al via le (finte) consultazioni tra partiti, M5S autoescluso.

 

renzi berlusconiL’incubo delle cancellerie europee, Alexis Tsipras, è divenuto reale dopo il trionfo di Syriza nelle elezioni greche. E allora i politici, soprattutto quelli italiani, per loro stessa natura ‘doppiogiochisti’, cercano di saltare sul carro del vincitore. È presto per abbandonare la nave dell’austerità di Bruxelles, la falla aperta da Tsipras potrebbe essere ancora riparata. Ma la casta dei nostri tenta comunque di piegare al proprio interesse la vittoria dei ‘rossi’ ellenici. Non si sa mai. Il primo a farsi avanti, di buon mattino, è il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che non considera affatto l’esperienza delle sinistra radicale greca come un trampolino di lancio per le aspirazioni degli antirenziani di casa nostra. Anzi, secondo lui, la vittoria di Tsipras non va letta come un gesto di rottura nei confronti delle politiche economiche Ue, ma solo come un passo avanti della ‘linea della flessibilità’ rispetto a quella, drammaticamente perdente, dell’austerità. In pratica, secondo la fantasia del titolare della Farnesina, Tsipras sarebbe il miglior alleato di Matteo Renzi che intanto però, con ostentato provincialismo, si perde in affettuose effusioni con Angela Merkel, cercando di venderle le bellezze artistiche di Firenze come nemmeno Totò con la Fontana di Trevi. Anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Sandro Gozi, pur di occupare poltrone, si presta senza problemi ad una presa in giro globale affermando che «Tsipras in Italia si chiama Renzi».

Ci pensa Nichi Vendola a denunciare il tentativo dei renziani di mettere il cappello perfino sulla vittoria della sinistra internazionalista. «Lui e Renzi hanno idee molto diverse», dichiara il leader di Sel, «ecco perché trovo ridicoli quelli che dal Pd ieri scrivevano tweet entusiasti per la vittoria di Tsipras». A mettere in guardia il ‘George Clooney del Partenone’ ci si mette anche il grillino Luigi Di Maio con un «consiglio non richiesto». «Stai lontano da Matteo Renzi, la sua ipocrisia è pericolosa», scrive su facebook il ‘pupillo a 5Stelle’. Che l’effetto Tsipras rischi di rivoltare l’impolverata Ue come un calzino lo dimostrano le parole del leghista Roberto Maroni secondo cui la vittoria di Syriza «è più che un’apertura all’euroscetticismo. Può essere il grimaldello che scardina questa vecchia Europa e crea le condizioni perché si apra una fase nuova». Un possibile connubio tra gli opposti estremismi di destra e sinistra anticipato nei giorni scorsi dall’endorsement di Tsipras pronunciato da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. In mezzo a questo sirtaki parlamentare, approfitta di Tsipras per farsi pubblicità persino il ‘fittiano’ Raffaele Fitto, in rotta con Arcore, secondo cui adesso «l’Ue cambia o muore».

Il capitolo Quirinale, entrato oggi nella settimana decisiva, si apre sulle Agenzie di stampa con una bugia grossa come una casa. A pronunciarla è il capogruppo del Pd alla Camera, Roberto Speranza, secondo cui «il patto del Nazareno riguarda solo le riforme, e non c’è nessuno scambio con la scelta del Presidente della Repubblica». Nessuno sprezzo del ridicolo da parte del lucano Speranza. Con queste premesse, si sono svolte in mattinata le riunioni dei gruppi parlamentari Dem con il premier, prima alla Camera e poi al senato. Scopo dichiarato è quello di tracciare una linea di partito comune in vista del primo scrutinio previsto per giovedì 29 gennaio. O meglio, sarà Renzi stesso ad imporre la sua volontà, pena la spaccatura del partito. «Il Pd voterà scheda bianca alle prime tre votazioni». È questa la proposta che non si può rifiutare formulata dal segretario/premier. Chi poi non dovesse condividere il nome del prescelto, calato dall’alto del patto del Nazareno, «dovrà dirlo apertamente». In modo da poter essere inserito per tempo, aggiungiamo noi, nelle liste di proscrizione che da qualche giorno circolano sui giornali (vedi ‘Il Foglio’ di Giuliano Ferrara imbeccato dal n. 2 renziano Luca Lotti).

Di fronte ai suoi Renzi sembra avere le idee chiare e risponde indirettamente a Beppe Grillo che ieri gli aveva chiesto di fare i nomi dei candidati piddini al Quirinale. «Non li facciamo perché poi decidano altri», ha detto il premier che non ci pensa proprio a farsi bruciare dai grillini il nome (uno ‘spaventapasseri’ che non disturbi i manovratori del Nazareno), probabilmente già deciso con Silvio Berlusconi, che verrà tirato fuori dal mazzo al momento opportuno. Del resto, è lui stesso ad ammetterlo candidamente: «Il Pd farà un nome secco per il Colle, alla quarta votazione, e non proporrà una terna». Ordini chiari e precisi che il ‘quasi dissidente’ lettiano Francesco Boccia non ode, augurandosi al contrario che «da oggi in poi si tiri fuori una rosa di nomi che vada bene a tutte le forze politiche», M5S compreso. A favore della ‘rosa’ si dice anche il deputato Franco Monaco, ma il presidente della Repubblica verrà eletto solo «con chi ci sta», ribadisce a muso duro Renzi. Fiori nei cannoni, invece, per il ‘dissidente a targhe alterne’ Stefano Fassina che caldeggia l’unità del partito e la necessità di «cercare l’interlocuzione anche con Forza Italia». Alla faccia di Tsipras e delle bellicose prese di posizione dei mesi scorsi. Al contrario, Davide Zoggia implora, inascoltato, di evitare la scelta di un nome che venga «associata al patto del Nazareno». Proposta condivisa da Cesare Damiano.

Decide invece di rompere gli indugi (forse) il ‘civatiano’ Pippo Civati che prende carta e penna per scrivere una lettera alla segreteria Pd per indicare il suo nome per il Colle: Romano Prodi. Un palese tentativo di mettere in difficoltà l’ex amico Renzi. Un nome, quello di Prodi, «fuori dai giochi» secondo il renziano doc Stefano Bonaccini. Chi invece sente puzza di marcio è Francesco Storace che giudica «gravissimo» l’annuncio di Renzi. «La scheda bianca alle prime tre votazioni significa che si va ad un soluzione di basso profilo», denuncia su facebook il fondatore de La Destra, «ad una scelta con la pistola sul tavolo quando i voti necessari saranno 505 e il premier potrà ricattare praticamente tutti gli schieramenti, ad un metodo che renderà determinanti 148 parlamentari eletti con un premio di maggioranza incostituzionale».

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Primarie Pd. Prodi vota e prepara la vendetta contro i 101 traditori

Perché, a 48 ore dall’apertura dei gazebo, Romano Prodi ha deciso improvvisamente di cambiare idea e ha dichiarato che voterà alle primarie Pd? A giudicare dal comunicato reso pubblico ieri, Prodi sembra deciso a tornare in qualche modo in pista per prendersi la vendetta sui 101 traditori, responsabili della sua mancata ascesa al Quirinale per dare vita al governo di larghe intese. Una mossa a sorpresa, arrivata dopo mesi burrascosi in cui i rapporti tra il Professore e la sua creatura, il Partito Democratico, sembravano compromessi irreversibilmente.

Solo un mese fa Prodi aveva liquidato con parole sprezzanti l’ipotesi di votare alle primarie. “Non voterò alle primarie – aveva detto – non per polemica, ma ho deciso di ritirarmi dalla vita politica”. Qualche settimana prima, invece, era arrivata la conferma di non voler rinnovare la tessera del Pd. Troppa l’amarezza di vedere il suo nome umiliato a Montecitorio dai doppiogiochisti del voto segreto. Sicuramente, si pensava, Prodi non vorrà mai più sporcarsi le mani con le beghe della politica italiana. E invece.

Il due volte premier decide di rientrare in campo nelle vesti di difensore del bipolarismo e dell’intero sistema politico italiano, messi a rischio, a suo dire, dalla sentenza della Consulta sul Porcellum. “I rischi aperti dalla recente sentenza della Corte Costituzionale – scrive Prodi – mi obbligano a ripensare a decisioni prese in precedenza”. Secondo l’ex leader dell’Ulivo “le primarie del Pd assumono oggi un valore nuovo. Nella situazione che si è venuta a determinare è infatti necessario difendere a ogni costo il bipolarismo”. Segue un assist per quello che ritiene ancora il Suo Partito. “Pur con tutti i suoi limiti, il Pd resta l’unico strumento della democrazia partecipata di cui tanto abbiamo bisogno. Domenica, di ritorno dall’estero, mi recherò quindi a votare – conclude Prodi – In questa così drammatica situazione mi farebbe effetto non mettermi in coda con tanti altri cittadini desiderosi di cambiamento”.

 

Questo lo stringato comunicato ma, a leggere tra le righe, vi si possono già intuire i retroscena. Il primo pensiero che viene in mente è il “sacrificio” che il Fondatore sarebbe disposto a fare per ridare un po’ di ossigeno alle spompate primarie Pd che, nonostante il ciclone Renzi, sembrano destinate a non andare oltre i 2 milioni di votanti . Partecipazione scarsa rispetto alle precedenti edizioni. Un flop. Il nome di Romano Prodi è ancora amato dal popolo di centro-sinistra e la sua annunciata presenza potrebbe avere un effetto trainante.

Fin qui l’aspetto edificante della vicenda: il rafforzamento del Partito Democratico indipendentemente da chi vincerà tra Renzi, Cuperlo e Civati. Ma l’impressione è che Prodi voglia andare oltre. Le spie della strategia prodiana sono tre locuzioni utilizzate nel comunicato: “rischi aperti dalla sentenza”, “difendere il bipolarismo” e “cambiamento”. Il Professore considera rischiosa la deliberazione della Consulta che, amputando il Porcellum, ha spostato le lancette del sistema elettorale indietro di 20 anni, al proporzionale da Pentapartito. E chi sono i più strenui difensori del proporzionale? Il presidente Napolitano e il governo Letta-Alfano, naturalmente?

Ma chi sono stati i responsabili della creazione del governo di larghe intese, nato dopo l’affondamento della sua candidatura al Colle, ritenuta “divisiva”? I 101 traditori del Pd che, dopo averlo acclamato, lo hanno impallinato nel segreto delle urne, naturalmente. Tra questi ci sono di certo i Grandi Elettori di Gianni Cuperlo, dalemiani in testa. Le malelingue puntano il dito anche sui renziani, ma Matteo Renzi rappresenta per definizione il “cambiamento” auspicato da Prodi. Così come vicino al Professore può essere considerato anche Pippo Civati. Il piano diabolico di Prodi potrebbe dunque comprendere l’ipotesi di un suo ritorno come Padre Nobile, dopo che Renzi e Civati (che secondo i sondaggi rischia di superare Cuperlo) avranno fatto piazza pulita della vecchia nomenklatura.

Quirinale: l’assemblea dei grandi elettori Pd candida Prodi all’unanimità

Sarà Romano Prodi il candidato ufficiale del Partito Democratico a partire dalla quarta votazione, prevista nel pomeriggio di oggi a maggioranza semplice e non più dei due terzi dei Grandi Elettori. È questo il risultato prevedibile, ma non scontato, uscito dalla riunione mattutina con cui la dirigenza Pd ha cercato di mettere una pezza al pasticcio combinato ieri con la candidatura al Colle di Franco Marini, subito impallinato dai franchi tiratori. “Sono convinto che il suo nome non provocherà una spaccatura come molti credono”, ha commentato a caldo Dario Franceschini uscendo dalla riunione tenutasi al teatro Capranica.

“Quello che conta è avere una soluzione condivisa da tutto il partito Democratico” ha aggiunto Cesare Damiano. Nel calderone dei commenti a caldo si è gettata anche Rosy Bindi:  “Ci siamo espressi all’unanimità e spero che al momento della quarta votazione possa ricompattarsi tutto il centro-sinistra. Spero che Prodi possa unire il centro-sinistra, ma inviterei il Pdl a riflettere su l’unica possibilità di dialogo in questo paese: Prodi al Quirinale”. Il volto nuovo del Pd Alessandra Moretti, molto vicina a Bersani, sceglie un profilo basso e decide di tuffarsi in un bagno di umiltà dopo la figuraccia targata Marini: “Bisogna avere rispetto per i nostri elettori e condividere le scelte insieme. Oggi è una bella giornata, eleggiamo il nostro presidente della Repubblica.

 

Sembrano volti decisamente più distesi di ieri quelli dei parlamentari piddini usciti dal Capranica, solo poche ore fa assurto al ruolo del teatro lirico di Milano – dove Mussolini nel dicembre 1944 tentò di dare la carica ai ragazzi di Salò nonostante la sconfitta imminente- e oggi divenuto a sorpresa il luogo simbolo della rinascita Pd. O almeno, è questo ciò che sperano Bersani e soci, convinti di aver messo a segno un colpo da ko con la designazione all’unanimità di Romano Prodi come testa d’ariete per abbattere il portone del Quirinale. Ma i giochi non sono ancora fatti. La ritrovata e strombazzata compattezza del Pd dovrà essere verificata dalla prova del voto. E poi, è necessario che sul nome di Prodi, oltre alla pattuglia dei vendoliani di Sel, converga anche parte del M5S, anche attraverso l’uso di franchi tiratori al contrario, che consentano cioè l’elezione del professore di Bologna già dal quarto scrutinio. Dai grillini per il momento è arrivata una risposta univoca: “Si vota Rodotà fino alla fine”.

Tace per il momento Pierluigi Bersani, uscito dal Capranica da una porta sul retro e adesso di nuovo in corsa nella difficile missione di formare un governo. Raccontano i presenti che la conversione di Bersani sul nome di Prodi sia stata accolta con una standing ovation dalla platea del Capranica. E Renzi? Il sindaco di Firenze è giunto nella capitale ieri sera con l’intento, neanche troppo mascherato, di convincere Vendola e i colleghi del Pd a puntare su Sergio Chiamparino, ma il leader di Sel ha risposto picche, così come il resto del Pd che si è ricompattato su Prodi. All’appello delle reazioni alla notizia del nome di Prodi manca solo Silvio Berlusconi il quale, comunque, già nei giorni scorsi, da quel del palco della manifestazione di Bari, aveva espresso chiaramente la sua intenzione di “abbandonare l’Italia” nel caso “il mortadella” fosse diventato il dodicesimo presidente della Repubblica. I giochi non sono ancora fatti, e la riuscita positiva dell’operazione Prodi è tutt’altro che scontata ma, fossimo in Berlusconi, terremo pronte le valigie e caldi i motori del jet privato.

Il Romanzo Quirinale del Pd

Il Partito Democratico si trova a dover fronteggiare una guerra civile che rischia seriamente di cancellarlo dalla cartina della politica. Il motivo del contendere è il nome da proporre per la successione di Giorgio Napolitano al Quirinale. Sulla carta, il partito che fu comunista può contare su 496 grandi elettori. Un numero appena al di sotto della maggioranza semplice di 504, sufficiente per eleggersi da solo il nuovo presidente a partire dal quarto scrutinio. Ecco perché Silvio Berlusconi si è mostrato così desideroso di trattare in questi giorni: vedere seduto al Colle uno come Romano Prodi sarebbe per il Cavaliere come ritrovarsi il diavolo in chiesa. “A quel punto meglio espatriare”, aveva detto Silvio alla misteriosamente osannante folla azzurra, radunata sabato scorso a Bari.

Ma i peggiori incubi berlusconiani rischiano di non avverarsi mai. Le possibilità che Prodi riesca a diventare il dodicesimo presidente della repubblica sono ridotte al lumicino perché il Pd è spaccato. Sul suo nome, certo, ma anche su tutto il resto. Ex democristiani contro Giovani Turchi, bersaniani contro renziani, rottamatori contro rottamati e poi, dalemiani e veltroniani. Il primo a sparare a palle incatenate contro i suoi stessi commilitoni era stato nei giorni scorsi Matteo Renzi. Il sindaco aveva impallinato sul web ed in diretta televisiva i due candidati di bandiera del Pd (ma solo per lo scorso fine settimana). Il “nuovo che avanza”, corrispondente ai nomi del democristiano di lunghi trascorsi, Franco Marini, e alla pasionaria del gruppo storico, Anna Finocchiaro, non è stato per nulla gradito dal Renzi, rottamatore per definizione.

 

E allora via a giudizi sui fallimenti di Marini e le scorte allegre della Finocchiaro. Parole al curaro che hanno innescato una reazione a catena. “Sono dell’opinioneha risposto stizzita la Finocchiaroche chi si comporta in questo modo potrà anche vincere le elezioni, ma non ha le qualità umane indispensabili per essere un vero dirigente politico e un uomo di Stato”. Si scaglia a testa bassa contro Renzi anche il solitamente pacato Marini:Con la sua lettera (a Repubblica, ndr) invece è proprio Renzi che ha commesso il grave errore che mi addebita: usare la religione a fini politici. Cosa assolutamente inaccettabile. Una deriva nella discussione pubblica di cui davvero non si sentiva la necessità e di cui Renzi porta tutta la responsabilità”.

A conti fatti, i nomi dei due dinosauri risultano ormai bruciati dall’entrata a gamba tesa di Renzi. Ecco perché solo nelle ultime ore è esploso il risentimento dei cattolici del partito, sintetizzato da Beppe Fioroni: “Bisognerebbe collegare la lingua al cervello senza perdere il rispetto dell’altro prima di sferrare un colpo, questo è un episodio brutto, accaduto per smania di discesa in campo, che auguro a Renzi di non ripetere”. L’ira dei democristiani potrebbe togliere il terreno da sotto ai piedi ai bersaniani, visto che già si vocifera di decine di franchi tiratori pronti ad affossare il nome di Prodi per il Quirinale. Altro che partito unito come un sol uomo, il gruppo dirigente bersaniano si ritrova invece chiuso all’angolo, anche se il segretario ha provato a lanciare la controffensiva, appoggiato anche dai Giovani Turchi: “Quello è un irresponsabile. Ha paura che io riesca a fare un governo che duri mentre lui vuole andare alle elezioni anticipate. Ma ha fatto male i suoi calcoli”

Dal canto suo Renzi, che si sente a sua volta sotto attacco, è pronto a rispondere per le rime: “Vogliono comandare loro, sempre e solo loro (gli ex ds, ndr ), adesso si sono inventati anche Barca, ma facessero quello che vogliono: se preferiscono perdere per non allargare il perimetro oltre la sinistra, affari loro”. Ma a voler dire la loro all’interno di un Pd divenuto anarchico sono un po’ tutti in queste ore. Enrico Letta, Simona Bonafè, Barbara Pollastrini, Francesco Bonifazi, Roberta Agostini e molti altri sembra stiano remando tutti, contemporaneamente, in direzioni diverse per sfasciare la zattera del Partito Democratico.

Quirinale: Renzi boccia Marini e Finocchiaro

Sulla Bibbia c’è scritto che anche il Signore si riposò il settimo giorno. Una massima che evidentemente non ha valore per Matteo Renzi, signore anche lui, ma solo di Firenze. Sono i giorni cruciali che precedono l’elezione del nuovo capo dello Stato e la formazione del governo. Il rischio di elezioni anticipate è sempre alto e gli scontri al calor bianco si ripetono quotidianamente, sia all’interno di un partito, il Pd, che appare ogni giorno più spaccato, sia con l’avversario “classico”, ovvero Silvio Berlusconi. Ecco allora che anche la domenica diviene occasione per Renzi di far sentire con forza la sua voce. Ma procediamo con ordine.

La prima stoccata è partita verso Bersani, indirizzata direttamente dagli studi del Tg5: “Mi spiace che Bersani cerchi l’insulto e l’accusa per di più tra persone dello stesso partito –ha detto il rottamatore- Ho solo detto che bisogna fare presto. Mi spiace che destini personali di Bersani siano più importanti”. Un pensiero gentile Renzi lo ha comunque riservato anche all’amato nemico Silvio Berlusconi, già elegante ospite del Lucignolo fiorentino nella villa di Arcore. “Mi piacerebbe sfidare Berlusconi per poi poter dire: e’ ora di andare in pensione. Qualcuno vorrebbe mandarlo in galera, io mi accontento di mandarlo in pensione”.

Appena uscito dagli studi Mediaset, a Renzi prudevano ancora le mani, tanto da voler rincarare la dose anti-bersaniana direttamente dalla sua pagina facebook. Post che è necessario riportare integralmente: “Ieri il segretario del mio partito, Bersani, ha detto che sono ‘arrogante, indecente, qualunquista’. Mi spiace molto che Pierluigi – cui va il mio rispetto sempre, a prescindere – scelga la strada dell’insulto. Non credo di meritarmelo, anche alla luce del comportamento di questi mesi. Per quanto mi riguarda vorrei evitare le polemiche”. “Io faccio il sindaco e spero solo che si faccia presto: le aziende chiudono, le famiglie soffrono, la politica è lenta. Non faccio parte del gruppo dirigente e non tocca a me decidere: mi auguro che chi ha responsabilità non sprechi tempo. Se questo significa essere indecenti penso che siano in tanti in Italia a essere indecenti”.

 

Che la guerra di successione all’interno del Pd fosse iniziata da tempo era cosa nota, ma l’accelerazione data da Renzi nel fine settimana non può che lasciare perplessi. Tanto più che, in vista dell’elezione in seduta comune del presidente della Repubblica che comincerà giovedì, i politici si stanno spendendo anima e corpo nel gioco al massacro del toto-nomi per il Quirinale. È stato il solito Renzi a bocciare due dei nomi di grido usciti dalla nomenklatura Pd per correre incontro alle richieste di condivisione avanzate da Berlusconi. Sono quelli di Anna Finocchiaro e Franco Marini.

Due personalità rispettabilissime per i più, ma evidentemente indigeste ai paladini della rottamazione. “Il profilo che va bene è quello di nome che coinvolga la maggioranza più alta possibile”, ha detto Renzi, aggiungendo però che Marini non sia adatto alla bisogna in quanto senatore già bocciato dagli elettori in Abruzzo alle ultime elezioni, e che la Finocchiaro rischia di essere ricordata nell’immaginario collettivo solo per la fotografia che la ritrae mentre fa la spesa all’Ikea con gli uomini della scorta che le spingono il carrello. Un colpo basso da gentleman dei poveri che rischia però di lasciare ai box i due malcapitati, senza nemmeno aver acceso i motori delle macchine.

Renzi ne ha anche per Rosy Bindi che aveva chiesto per il Quirinale una personalità di profilo cattolico. Così il sindaco di Firenze su Repubblica: “Non basta essere cattolici, basta che sia un galantuomo. Per me può essere buddista, musulmano, ebreo, ateo. Mi interessa che rappresenti l’Italia, che sia custode dell’unità in tempo di divisioni”. Giochi di palazzo compiuti sotto l’inquietante ombra di Romano Prodi che –complici le Quirinalie grilline (39 voti on-line)- potrebbe salire al Colle da protagonista per spiazzare e mettere in fuga le truppe berlusconiane.

Al via le presidenziali on-line del M5S

Hanno ufficialmente preso il via questa mattina alle 10.00 le operazioni che porteranno gli iscritti al Movimento5Stelle a scegliere e votare on-line il candidato alla presidenza della Repubblica espressione del partito liquido di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. La novità è epocale: per la prima volta il possibile inquilino del Quirinale verrà scelto con una forma di democrazia diretta. Una sorta di anticipazione del passaggio ad una forma di governo presidenziale (come negli Usa) da tempo cavallo di battaglia soprattutto del Pdl di Berlusconi.

“Berlusconi e Bersani si sono incontrati in un luogo segreto, lontano da webcam, telecamere e giornalisti e hanno deciso il loro candidato per la Presidenza della Repubblica. Invece ha postato Grillo sul suo blogil nome per il Presidente della Repubblica che proporrà il M5S non sarà scelto nelle segrete stanze, ma votato online dalla base. E il nome che verrà fuori sarà quello che i portavoce del M5S alla Camera e al Senato voteranno alle elezioni del Presidente”. Una soluzione innovativa che ha spiazzato i vecchi partiti della casta che, infatti, si sono ben guardati dal commentare e pubblicizzare l’iniziativa grillina.

 

Le regole con cui si svolgeranno le operazioni di voto le ha naturalmente dettate Grillo sul blog. La giornata di oggi verrà dedicata, dalle 10.00 alle 21.00, alla proposta dei nomi dei candidati da parte di chi risulta iscritto al Movimento, con tanto di documento digitalizzato, entro il 31 dicembre del 2012. Ma stasera non verrà fuori il nome del prescelto. I militanti si limiteranno a plasmare una rosa di dieci nomi, i più votati ovviamente, dai quali poi salterà fuori il nome del vincitore delle quirinalie grilline. La scelta definitiva verrà compiuta martedì 16 aprile, appena due giorni prima dell’apertura della seduta comune del parlamento. Le modalità di voto saranno le stesse di oggi: votazione aperta dalle 10.00 alle 21.00.

Il vademecum del buon elettore presidenziale del M5S proposto/imposto da Grillo continua poi con la raccomandazione che “ogni iscritto potrà votare per un solo candidato” che dovrà peraltro limitarsi a possedere alcuni requisiti minimi: aver compiuto 50 anni alla data del 15 aprile 2013, essere di nazionalità italiana e, naturalmente, non avere problemi con la giustizia. Per il resto, il nome che salterà fuori dai pc dei grillini dovrà per forza essere proposto e votato il 18 aprile dai parlamentari del Movimento in quanto rappresentanti e delegati dei cittadini che li hanno eletti.

Ma chi sono i favoriti di questa inedita gara? I nomi più spesi sono quelli del costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, di Stefano Rodotà, ma anche quello del chirurgo di Emergency Gino Strada. Sempre in pole position anche la Radicale Emma Bonino, mentre l’ipotesi Prodi sembra perdere peso ogni giorno di più, complice la non confermata simpatia dei grillini nei confronti del “mortadella”. Altri papabili sembrerebbero essere Milena Gabanelli, Loretta Napoleoni e Salvatore Borsellino, ma si sa che chi entra papa in conclave spesso ne esce cardinale. Comunque se ne saprà di più nella serata di oggi, quando sicuramente salteranno fuori delle sorprese e molti dei nomi succitati verranno “bruciati”.

Intanto le altre forze politiche cercano di correre ai ripari. Anche se si stenta a trovare dichiarazioni ufficiali che vadano contro l’iniziativa grillina, la critica che più viene mossa ai 5Stelle è quella di voler forzare la mano trasformando una democrazia rappresentativa come quella italiana in una sorta di democrazia diretta alla ateniese, quando però non esistono le condizioni materiali per mettere in pratica un modello di partecipazione così ardito. Le polveri dei detrattori sono state però bagnate dalla scelta presidenzialista. Un conto infatti è far votare on-line legge per legge, un altro è orientare l’elettorato verso quello che è stato sempre un sogno irrealizzato di Silvio Berlusconi: il presidenzialismo.