Oltre la rottamazione: Renzi lancia la sfida a Letta

Matteo Renzi ha lanciato ufficialmente la sua Opa sul Partito Democratico e sulla sua possibile ascesa alla guida del Paese. Lo ha fatto nei giorni scorsi, anche se le dichiarazioni di facciata rilasciate ai media amici vanno tutte nel senso di una riappacificazione all’interno di un partito uscito in pezzi dalle fallimentari elezioni politiche di febbraio. “Non sto mettendo fretta al Governoha detto il sindaco di Firenze–  non è vero che voglio accelerare ma Governo e Parlamento funzionano se fanno le riforme e non se vivacchiano”. È pur vero che “Renzie” (come lo ha soprannominato Grillo in onore alla sua passione per il Fonzie di Happy Days) è stato costretto a rinvigorire la sua vis polemica perché, proprio ieri, è uscita nelle librerie la sua ultima fatica letteraria, Oltre la rottamazione.

Libro che aveva certo bisogno di un po’ di pubblicità per convincere i lettori a sciropparsi ancora le beghe interne del Pd e il sogno ad occhi aperti di Renzi di utilizzare il partito come trampolino di lancio di una carriera politica sfavillante. Che il Pd sia atomizzato in una serie infinita di correnti, bande, clan e batterie è un dato di fatto confermato appena due giorni fa da Roberto Giachetti, parlamentare dato come “renziano”, che ha presentato alla Camera una mozione anti-Porcellum e Pro-Mattarellum a cui il resto del partito, Finocchiaro in testa, si è opposto votando invece la mozione di governo su una più ampia riforma istituzionale in cui la cancellazione del vergognoso Porcellum viene all’ultimo posto.

 

Giachetti, già protagonista di uno sciopero della fame per protestare contro il Porcellum, non se ne è però curato ed è andato avanti per la sua strada, facendo rischiare un nuovo deragliamento al Pd, appena uscito miracolato dalla tornata elettorale amministrativa. Ai giornalisti che in coro gli chiedevano se avrebbe fatto cadere il governo Letta il sempre sorridente Renzi ha risposto freddamente: “Siamo alle barzellette”. Ma nessuno si è persuaso veramente che l’ex rottamatore non sogni ad occhi aperti di fare le scarpe all’amico Enrico Letta e al suo governo di iscritti alla fondazione Vedrò (tra gli altri, Alfano, Lupi, Lorenzin e De Girolamo). Ecco infatti l’attacco sferrato da Renzi: “Non voglio fare polemiche con il governo, ma è dal novembre 2011 che centrodestra e centrosinistra votano insieme. L’Italia tornerà a crescere quando ci sarà il segno più sull’economia ma anche quando il bipolarismo tornerà ad essere una cosa normale e non un indistinta palude”.

Se non è uno sgambetto questo. Che il Pd sia corroso al suo interno, ma che voglia difendere ad ogni costo il bastione del governo dell’inciucio -che si è allungato la vita da solo spostando il dibattito sulle riforme costituzionali– lo dimostra poi l’assalto quotidiano sferrato a Beppe Grillo e al suo M5S. È di ieri, ma prosegue ancora oggi, la polemica da prima pagina dei grandi (si fa per dire) quotidiani sul duro scambio di battute tra Grillo e Rodotà, anche egli rottamato dopo le alterne vicende della sua candidatura al Quirinale da parte dei 5Stelle. Perché accendere i fari su una questione secondaria per il paese come la gestione interna del M5S quando l’Italia sta andando a rotoli anche a causa dell’incapacità del governo Letta? La risposta va da sé: spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dai disastri di governo puntando tutti i cannoni sull’unica opposizione presente nel paese, così da seppellirla sotto il peso del pensiero unico. Disinnescare Grillo per poi dedicarsi all’antropofagia del compagno di partito Enrico Letta, questa la strategia anche di Renzi che però, come il resto della casta, rischia di bruciarsi prima di raggiungere il suo scopo.

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Quirinale: l’assemblea dei grandi elettori Pd candida Prodi all’unanimità

Sarà Romano Prodi il candidato ufficiale del Partito Democratico a partire dalla quarta votazione, prevista nel pomeriggio di oggi a maggioranza semplice e non più dei due terzi dei Grandi Elettori. È questo il risultato prevedibile, ma non scontato, uscito dalla riunione mattutina con cui la dirigenza Pd ha cercato di mettere una pezza al pasticcio combinato ieri con la candidatura al Colle di Franco Marini, subito impallinato dai franchi tiratori. “Sono convinto che il suo nome non provocherà una spaccatura come molti credono”, ha commentato a caldo Dario Franceschini uscendo dalla riunione tenutasi al teatro Capranica.

“Quello che conta è avere una soluzione condivisa da tutto il partito Democratico” ha aggiunto Cesare Damiano. Nel calderone dei commenti a caldo si è gettata anche Rosy Bindi:  “Ci siamo espressi all’unanimità e spero che al momento della quarta votazione possa ricompattarsi tutto il centro-sinistra. Spero che Prodi possa unire il centro-sinistra, ma inviterei il Pdl a riflettere su l’unica possibilità di dialogo in questo paese: Prodi al Quirinale”. Il volto nuovo del Pd Alessandra Moretti, molto vicina a Bersani, sceglie un profilo basso e decide di tuffarsi in un bagno di umiltà dopo la figuraccia targata Marini: “Bisogna avere rispetto per i nostri elettori e condividere le scelte insieme. Oggi è una bella giornata, eleggiamo il nostro presidente della Repubblica.

 

Sembrano volti decisamente più distesi di ieri quelli dei parlamentari piddini usciti dal Capranica, solo poche ore fa assurto al ruolo del teatro lirico di Milano – dove Mussolini nel dicembre 1944 tentò di dare la carica ai ragazzi di Salò nonostante la sconfitta imminente- e oggi divenuto a sorpresa il luogo simbolo della rinascita Pd. O almeno, è questo ciò che sperano Bersani e soci, convinti di aver messo a segno un colpo da ko con la designazione all’unanimità di Romano Prodi come testa d’ariete per abbattere il portone del Quirinale. Ma i giochi non sono ancora fatti. La ritrovata e strombazzata compattezza del Pd dovrà essere verificata dalla prova del voto. E poi, è necessario che sul nome di Prodi, oltre alla pattuglia dei vendoliani di Sel, converga anche parte del M5S, anche attraverso l’uso di franchi tiratori al contrario, che consentano cioè l’elezione del professore di Bologna già dal quarto scrutinio. Dai grillini per il momento è arrivata una risposta univoca: “Si vota Rodotà fino alla fine”.

Tace per il momento Pierluigi Bersani, uscito dal Capranica da una porta sul retro e adesso di nuovo in corsa nella difficile missione di formare un governo. Raccontano i presenti che la conversione di Bersani sul nome di Prodi sia stata accolta con una standing ovation dalla platea del Capranica. E Renzi? Il sindaco di Firenze è giunto nella capitale ieri sera con l’intento, neanche troppo mascherato, di convincere Vendola e i colleghi del Pd a puntare su Sergio Chiamparino, ma il leader di Sel ha risposto picche, così come il resto del Pd che si è ricompattato su Prodi. All’appello delle reazioni alla notizia del nome di Prodi manca solo Silvio Berlusconi il quale, comunque, già nei giorni scorsi, da quel del palco della manifestazione di Bari, aveva espresso chiaramente la sua intenzione di “abbandonare l’Italia” nel caso “il mortadella” fosse diventato il dodicesimo presidente della Repubblica. I giochi non sono ancora fatti, e la riuscita positiva dell’operazione Prodi è tutt’altro che scontata ma, fossimo in Berlusconi, terremo pronte le valigie e caldi i motori del jet privato.