Quirinale, la legge di Renzi

Giornata politica italiana divisa tra le reazioni ai risultati clamorosi, ma attesi, delle elezioni in Grecia e le grandi manovre per il Quirinale. I membri del governo provano ad intestarsi la vittoria di Tsipras in Grecia, ma Lega, Sel e M5S li sbugiardano. Matteo Renzi incontra i parlamentari Pd per imporre un percorso condiviso (da lui e Berlusconi) sul Quirinale: porte aperte a una candidatura femminile, nessuna rosa di nomi come chiesto da Beppe Grillo, ma un candidato unico a partire dalla quarta votazione e scheda bianca nelle prime tre. Secondo il premier il nuovo capo dello Stato verrà eletto «sabato mattina», 31 gennaio. Francesco Storace denuncia la ‘tattica della scheda bianca’. Pippo Civati non ci sta e candida Romano Prodi. Domani al via le (finte) consultazioni tra partiti, M5S autoescluso.

 

renzi berlusconiL’incubo delle cancellerie europee, Alexis Tsipras, è divenuto reale dopo il trionfo di Syriza nelle elezioni greche. E allora i politici, soprattutto quelli italiani, per loro stessa natura ‘doppiogiochisti’, cercano di saltare sul carro del vincitore. È presto per abbandonare la nave dell’austerità di Bruxelles, la falla aperta da Tsipras potrebbe essere ancora riparata. Ma la casta dei nostri tenta comunque di piegare al proprio interesse la vittoria dei ‘rossi’ ellenici. Non si sa mai. Il primo a farsi avanti, di buon mattino, è il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che non considera affatto l’esperienza delle sinistra radicale greca come un trampolino di lancio per le aspirazioni degli antirenziani di casa nostra. Anzi, secondo lui, la vittoria di Tsipras non va letta come un gesto di rottura nei confronti delle politiche economiche Ue, ma solo come un passo avanti della ‘linea della flessibilità’ rispetto a quella, drammaticamente perdente, dell’austerità. In pratica, secondo la fantasia del titolare della Farnesina, Tsipras sarebbe il miglior alleato di Matteo Renzi che intanto però, con ostentato provincialismo, si perde in affettuose effusioni con Angela Merkel, cercando di venderle le bellezze artistiche di Firenze come nemmeno Totò con la Fontana di Trevi. Anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Sandro Gozi, pur di occupare poltrone, si presta senza problemi ad una presa in giro globale affermando che «Tsipras in Italia si chiama Renzi».

Ci pensa Nichi Vendola a denunciare il tentativo dei renziani di mettere il cappello perfino sulla vittoria della sinistra internazionalista. «Lui e Renzi hanno idee molto diverse», dichiara il leader di Sel, «ecco perché trovo ridicoli quelli che dal Pd ieri scrivevano tweet entusiasti per la vittoria di Tsipras». A mettere in guardia il ‘George Clooney del Partenone’ ci si mette anche il grillino Luigi Di Maio con un «consiglio non richiesto». «Stai lontano da Matteo Renzi, la sua ipocrisia è pericolosa», scrive su facebook il ‘pupillo a 5Stelle’. Che l’effetto Tsipras rischi di rivoltare l’impolverata Ue come un calzino lo dimostrano le parole del leghista Roberto Maroni secondo cui la vittoria di Syriza «è più che un’apertura all’euroscetticismo. Può essere il grimaldello che scardina questa vecchia Europa e crea le condizioni perché si apra una fase nuova». Un possibile connubio tra gli opposti estremismi di destra e sinistra anticipato nei giorni scorsi dall’endorsement di Tsipras pronunciato da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. In mezzo a questo sirtaki parlamentare, approfitta di Tsipras per farsi pubblicità persino il ‘fittiano’ Raffaele Fitto, in rotta con Arcore, secondo cui adesso «l’Ue cambia o muore».

Il capitolo Quirinale, entrato oggi nella settimana decisiva, si apre sulle Agenzie di stampa con una bugia grossa come una casa. A pronunciarla è il capogruppo del Pd alla Camera, Roberto Speranza, secondo cui «il patto del Nazareno riguarda solo le riforme, e non c’è nessuno scambio con la scelta del Presidente della Repubblica». Nessuno sprezzo del ridicolo da parte del lucano Speranza. Con queste premesse, si sono svolte in mattinata le riunioni dei gruppi parlamentari Dem con il premier, prima alla Camera e poi al senato. Scopo dichiarato è quello di tracciare una linea di partito comune in vista del primo scrutinio previsto per giovedì 29 gennaio. O meglio, sarà Renzi stesso ad imporre la sua volontà, pena la spaccatura del partito. «Il Pd voterà scheda bianca alle prime tre votazioni». È questa la proposta che non si può rifiutare formulata dal segretario/premier. Chi poi non dovesse condividere il nome del prescelto, calato dall’alto del patto del Nazareno, «dovrà dirlo apertamente». In modo da poter essere inserito per tempo, aggiungiamo noi, nelle liste di proscrizione che da qualche giorno circolano sui giornali (vedi ‘Il Foglio’ di Giuliano Ferrara imbeccato dal n. 2 renziano Luca Lotti).

Di fronte ai suoi Renzi sembra avere le idee chiare e risponde indirettamente a Beppe Grillo che ieri gli aveva chiesto di fare i nomi dei candidati piddini al Quirinale. «Non li facciamo perché poi decidano altri», ha detto il premier che non ci pensa proprio a farsi bruciare dai grillini il nome (uno ‘spaventapasseri’ che non disturbi i manovratori del Nazareno), probabilmente già deciso con Silvio Berlusconi, che verrà tirato fuori dal mazzo al momento opportuno. Del resto, è lui stesso ad ammetterlo candidamente: «Il Pd farà un nome secco per il Colle, alla quarta votazione, e non proporrà una terna». Ordini chiari e precisi che il ‘quasi dissidente’ lettiano Francesco Boccia non ode, augurandosi al contrario che «da oggi in poi si tiri fuori una rosa di nomi che vada bene a tutte le forze politiche», M5S compreso. A favore della ‘rosa’ si dice anche il deputato Franco Monaco, ma il presidente della Repubblica verrà eletto solo «con chi ci sta», ribadisce a muso duro Renzi. Fiori nei cannoni, invece, per il ‘dissidente a targhe alterne’ Stefano Fassina che caldeggia l’unità del partito e la necessità di «cercare l’interlocuzione anche con Forza Italia». Alla faccia di Tsipras e delle bellicose prese di posizione dei mesi scorsi. Al contrario, Davide Zoggia implora, inascoltato, di evitare la scelta di un nome che venga «associata al patto del Nazareno». Proposta condivisa da Cesare Damiano.

Decide invece di rompere gli indugi (forse) il ‘civatiano’ Pippo Civati che prende carta e penna per scrivere una lettera alla segreteria Pd per indicare il suo nome per il Colle: Romano Prodi. Un palese tentativo di mettere in difficoltà l’ex amico Renzi. Un nome, quello di Prodi, «fuori dai giochi» secondo il renziano doc Stefano Bonaccini. Chi invece sente puzza di marcio è Francesco Storace che giudica «gravissimo» l’annuncio di Renzi. «La scheda bianca alle prime tre votazioni significa che si va ad un soluzione di basso profilo», denuncia su facebook il fondatore de La Destra, «ad una scelta con la pistola sul tavolo quando i voti necessari saranno 505 e il premier potrà ricattare praticamente tutti gli schieramenti, ad un metodo che renderà determinanti 148 parlamentari eletti con un premio di maggioranza incostituzionale».

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Unioni gay: Alfano dice No. Renziani pronti a votare il ddl Marcucci

 

unioni gayAngelino Alfano pone il veto sulle proposte avanzate da Matteo Renzi in materia di unioni gay e immigrazione. Una reazione prevedibile e scontata, visto che il Nuovo Centrodestra si presenta come difensore dei valori tradizionali di una parte della società italiana. Quella di Renzi è parsa a tutti come una provocazione utile per stanare il nemico e costringere Alfano e i suoi ad uscire allo scoperto, innescando così la crisi del governo Letta. E, in effetti, il leader di Ncd sembra con le spalle al muro, soprattutto sulla questione delle unioni civili, comprese quelle di persone dello stesso sesso.

Sono i senatori renziani a infilare il coltello nella piaga delle debolezze alfaniane con la minaccia di portare avanti il disegno di legge sulle unioni civilipresentato al Senato da Pd e Scelta Civica il 18 dicembre scorso – anche senza l’appoggio di Ncd. L’ennesimo bluff di Renzi, o questa volta il segretario Democratico fa sul serio? A sentire la reazione di Alfano sembrerebbe di sì. “Non si può pensare alle unioni civili senza pensare prima alle famiglie”, dice al Tg2. “Noi del Ncd siamo avvantaggiati da queste richieste di Renzi – rincara poi la dose con un’intervista al Messaggero – perché rende chiaro che per la sinistra, in una fase così drammatica per l’Italia, la priorità sta sull’immigrazione e sulle unioni civili”.

A rispondere all’ex delfino berlusconiano ci pensano i senatori renziani Andrea Marcucci e Isabella De Monte, firmatari insieme alle colleghe Laura Cantini, Rosa Maria Di Giorgi (anche loro in quota Renzi) e Linda Lanzillotta (Scelta Civica) del ddl sulle unioni gay depositato a Palazzo Madama. “Le unioni civili non sono certo alternative ad interventi per le famiglie – scrivono gli onorevoli ricordando ad Alfano che “nel 1970 la legge Baslini-Fortuna che istituì il divorzio, passò nonostante l’opposizione della Dc, che pure aveva un peso ben maggiore del suo partitino”.

La voglia dei renziani di liquidare l’intesa con gli alfaniani è malcelata. “Abbiamo offerto al Ncd la possibilità di fare un passo avanti in un’ottica riformista – minacciano Marcucci e gli altri – se il partito di Alfano non ci sta, il disegno di legge andrà avanti cercando una maggioranza in Parlamento, esattamente come avvenne per il divorzio”. A chiudere il cerchio ci pensa Davide Faraone su twitter: “Alfano dice: ‘Prima le famiglie poi le unioni civili’. Noi ci occuperemo di entrambe, lui in Parlamento dal 2008 su questi temi non è stato proprio un fulmine”.

Sulla necessità di colmare il vuoto legislativo riguardante le unioni gay si è pronunciata anche la Corte Costituzionale con la sentenza n.138 del 2010. Ma vediamo nello specifico che cosa prevede il ddl di cui è primo firmatario proprio il senatore Marcucci. I proponenti fanno riferimento alla risoluzione del 16 marzo 2000 – con cui il Parlamento Europeo ha chiesto ai membri Ue “di garantire alle famiglie monoparentali, alle coppie non sposate ed alle coppie dello stesso sesso, parità di dignità rispetto alle coppie ed alle famiglie tradizionali” – e alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (Carta di Nizza).

Per questo il ddl Marcucci propone l’istituzione di un Registro delle Unioni Civili per le coppie dello stesso sesso. Diritti identici a quelli delle coppie tradizionali come “l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale”. Le nuove coppie potranno scegliere il regime patrimoniale e vedranno esteso il diritto di usufruire della pensione di reversibilità e quelli riguardanti l’assistenza sanitaria e penitenziaria. Stesso discorso per i diritti successori. Più di tutto farà discutere “l’istituto della ‘stepchild adoption’, mutuato dalla Civil partnership inglese, che consente l’adozione del figlio minore anche adottivo dell’altra parte dell’unione”. Formigoni e Giovanardi sono già sul piede di guerra.

C’era una volta il Pd: Prodi dice addio al Quirinale. Bersani si dimette e chiede aiuto a Napolitano

La cronaca in continuo aggiornamento racconta di un Romano Prodi impallinato da 101 franchi tiratori del Pd e del segretario Bersani deluso fino al punto di annunciare le sue dimissioni a decorrere da “un minuto dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica” e, riportano i retroscena, deciso a chiedere la ricandidatura di Giorgio Napolitano per cercare di salvare il salvabile. Ma quella di venerdì 19 aprile 2013 è stata una delle giornate più incredibili e ricche di tensione della pur travagliata storia repubblicana italiana. Tutto era cominciato di prima mattina, quando l’assemblea dei grandi elettori del Partito Democratico, riunita in quel del teatro Capranica di Roma, aveva nominato per acclamazione, con tanto di alzata di mano, il fondatore del partito, Romano Prodi, nuovo candidato nella corsa verso il Quirinale.

Una mossa utile a ricompattare il partito, uscito già malridotto dalla vicenda Marini, dicevano gli osservatori più attenti. E infatti, mentre sul nome di Marini il partito si era semplicemente spaccato a metà –ma alla luce del sole, con i franchi tiratori sostituiti dai tiratori franchi-, nel caso di Prodi si è assistito alla più classica manovra da Prima Repubblica: ufficialmente tutti entusiasti della candidatura Prodi, ma dietro le quinte già si cominciavano ad affilare i coltelli che hanno prima fatto a fette il professor “mortadella”, finendo poi per infilzare la “musa” presidente del partito Rosy Bindi e l’ormai ex segretario “Cesare” Bersani, trafitto dalle lame dei molti “Bruto” nascosti nel partito. I sospetti si concentrano al momento sull’ambizioso (e gradito a Berlusconi) D’Alema, ma anche il rottamatore Renzi, nonostante l’alibi dell’aperto sostegno a Prodi, potrebbe essere il colpevole.

 

Una svolta drammatica e imprevista che sta facendo gongolare gli storici avversari dei discendenti del Pci. Un regalo gradito soprattutto da Silvio Berlusconi il quale, in poche ore, passa dal terrore per la salita del nemico Prodi al Colle al filotto delle triplici dimissioni Prodi-Bindi-Bersani che segna probabilmente la fine della storia del Partito Democratico così come lo abbiamo conosciuto dal 2008. A fregarsi le mani dalla gioia però c’è anche Beppe Grillo, sottoposto da quasi due mesi al fuoco di fila dei mass-media “amici” di via del Nazareno allo scopo di mettere sotto pressione il M5S, descriverlo come incapace di avanzare proposte concrete e accusarlo di essere l’unico responsabile del fallimento di Bersani, stoppato sulla via di Palazzo Chigi dai capricci grillini.

Adesso che il Pd si è liquefatto nello spazio di 24 ore, Grillo può finalmente vantarsi della tattica, risultata vincente, di non cedere neanche di un millimetro alle avances di “un partito di morti e di zombie” né sul governo, né tantomeno sul nome di Prodi. Nessuno potrà più accusarlo di sfascismo, quando a sfasciarsi è stata una dirigenza Pd talmente incompetente e ripiegata sui propri interessi di bottega da venire pubblicamente ripudiata persino dai suoi elettori. Ma il romanzo del de profundis democratico non finisce certo con la fine ignominiosa dello smacchiatore di Bettola (che avrebbe fatto meglio a dimettersi all’indomani della “non vittoria” elettorale) e con la sparizione dai radar della politica di Prodi (ancora indeciso se rimanere direttamente in Mali dove si trova per conto dell’Europa).

Oggi non c’è tempo per celebrare i funerali del Pd perché c’è ancora un presidente della Repubblica da eleggere. I piddini, ancora sotto shock, voteranno scheda bianca, seguiti più o meno in ordine sparso dagli altri partiti della casta, ora più che mai in corsa per infilare un loro uomo (o donna, Cancellieri o Severino) come garante degli equilibri del prossimo maxi inciucio. Naturalmente i 5Stelle punteranno ancora su Rodotà, imitati dai parlamentari vendoliani, ma con il Pd in pezzi e ben lungi dallo spostarsi a sinistra la marmellata inciucista sembra già servita.

Quirinale: l’assemblea dei grandi elettori Pd candida Prodi all’unanimità

Sarà Romano Prodi il candidato ufficiale del Partito Democratico a partire dalla quarta votazione, prevista nel pomeriggio di oggi a maggioranza semplice e non più dei due terzi dei Grandi Elettori. È questo il risultato prevedibile, ma non scontato, uscito dalla riunione mattutina con cui la dirigenza Pd ha cercato di mettere una pezza al pasticcio combinato ieri con la candidatura al Colle di Franco Marini, subito impallinato dai franchi tiratori. “Sono convinto che il suo nome non provocherà una spaccatura come molti credono”, ha commentato a caldo Dario Franceschini uscendo dalla riunione tenutasi al teatro Capranica.

“Quello che conta è avere una soluzione condivisa da tutto il partito Democratico” ha aggiunto Cesare Damiano. Nel calderone dei commenti a caldo si è gettata anche Rosy Bindi:  “Ci siamo espressi all’unanimità e spero che al momento della quarta votazione possa ricompattarsi tutto il centro-sinistra. Spero che Prodi possa unire il centro-sinistra, ma inviterei il Pdl a riflettere su l’unica possibilità di dialogo in questo paese: Prodi al Quirinale”. Il volto nuovo del Pd Alessandra Moretti, molto vicina a Bersani, sceglie un profilo basso e decide di tuffarsi in un bagno di umiltà dopo la figuraccia targata Marini: “Bisogna avere rispetto per i nostri elettori e condividere le scelte insieme. Oggi è una bella giornata, eleggiamo il nostro presidente della Repubblica.

 

Sembrano volti decisamente più distesi di ieri quelli dei parlamentari piddini usciti dal Capranica, solo poche ore fa assurto al ruolo del teatro lirico di Milano – dove Mussolini nel dicembre 1944 tentò di dare la carica ai ragazzi di Salò nonostante la sconfitta imminente- e oggi divenuto a sorpresa il luogo simbolo della rinascita Pd. O almeno, è questo ciò che sperano Bersani e soci, convinti di aver messo a segno un colpo da ko con la designazione all’unanimità di Romano Prodi come testa d’ariete per abbattere il portone del Quirinale. Ma i giochi non sono ancora fatti. La ritrovata e strombazzata compattezza del Pd dovrà essere verificata dalla prova del voto. E poi, è necessario che sul nome di Prodi, oltre alla pattuglia dei vendoliani di Sel, converga anche parte del M5S, anche attraverso l’uso di franchi tiratori al contrario, che consentano cioè l’elezione del professore di Bologna già dal quarto scrutinio. Dai grillini per il momento è arrivata una risposta univoca: “Si vota Rodotà fino alla fine”.

Tace per il momento Pierluigi Bersani, uscito dal Capranica da una porta sul retro e adesso di nuovo in corsa nella difficile missione di formare un governo. Raccontano i presenti che la conversione di Bersani sul nome di Prodi sia stata accolta con una standing ovation dalla platea del Capranica. E Renzi? Il sindaco di Firenze è giunto nella capitale ieri sera con l’intento, neanche troppo mascherato, di convincere Vendola e i colleghi del Pd a puntare su Sergio Chiamparino, ma il leader di Sel ha risposto picche, così come il resto del Pd che si è ricompattato su Prodi. All’appello delle reazioni alla notizia del nome di Prodi manca solo Silvio Berlusconi il quale, comunque, già nei giorni scorsi, da quel del palco della manifestazione di Bari, aveva espresso chiaramente la sua intenzione di “abbandonare l’Italia” nel caso “il mortadella” fosse diventato il dodicesimo presidente della Repubblica. I giochi non sono ancora fatti, e la riuscita positiva dell’operazione Prodi è tutt’altro che scontata ma, fossimo in Berlusconi, terremo pronte le valigie e caldi i motori del jet privato.