Legge elettorale. Verdini sostituisce Brunetta nella trattativa con Renzi

renzi verdiniRenzi e Berlusconi hanno un obiettivo in comune: andare al più presto alle urne con una nuova legge elettorale di tipo maggioritario. Ecco perché, da quando Matteo è divenuto segretario del Pd, i rispettivi staff hanno avviato un trattativa. Segreta però, perché Renzi non può far sapere ufficialmente in giro di cercare il “patto col diavolo”. Pena la perdita dei consensi appena raccolti. A questa necessità di discrezione è legata la decisione di Berlusconi di retrocedere Renato Brunetta dal rango appena acquisito di rappresentante ufficiale della posizione di Forza Italia sulla legge elettorale per sostituirlo con Denis Verdini.

La colpa di Brunetta è quella di non aver tenuto segreto l’incontro con Dario Nardella (fedelissimo di Renzi) e, soprattutto, di aver aperto sul Mattarellum corretto, sistema elettorale che i berlusconiani vedono come fumo negli occhi. Al suo posto, dunque, subentra in re delle trattative nascoste, quel Verdini protagonista fin dai tempi del secondo governo Prodi e di Sergio De Gregorio di conteggi al pallottoliere, telefonate, incontri carbonari in Transatlantico, abboccamenti vari, atti a portare gli avversari dalla parte del Cavaliere. Un esperto in materia che non ha perso tempo ad alzare la cornetta per chiamare il conterraneo Renzi (sono ambedue toscani doc).

“O Matteo, io e te ci si deve parlare”. Così Denis avrebbe apostrofato Matteo, secondo quanto riportato dall’Huffington Post che cita una “autorevole fonte” anonima, interna a FI. Il tono colloquiale di chi sa di trovare un interlocutore aperto e ben disposto. E Renzi non è sembrato spaventarsi troppo di fronte al diktat berlusconiano che, in cambio del sì ad una legge elettorale, pretende la caduta del governo e elezioni politiche accorpate alle europee di primavera. Che il segretario del “nuovo verso” Pd non voglia correre il rischio di consumarsi tenendo in vita l’esecutivo Letta-Alfano, lo si era capito già mercoledì scorso quando, in occasione dell’ennesima presentazione dell’ennesimo libro di Bruno Vespa, il primo faccia a faccia tra lui e il leader di Ncd si era concluso con una vittoria all’attacco per il sindaco di Firenze.

 

Il primo passo della trattativa Renzi-Berlusconi si è concluso però in un flop. Il dossier legge elettorale è finito inopinatamente nelle mani di Brunetta, un asso dell’economia, ma completamente asciutto in materia di sistemi elettorali. Berlusconi aveva comunque affidato al capogruppo alla Camera il delicato incontro con Nardella (“Dovevano vedersi in segreto e lontano da occhi indiscreti”). Ma le mosse del piccolo Renato sono sembrate quelle di un elefante in una cristalleria e l’incontro massonico è finito sulle prime pagine di tutti i giornali. Come se non bastasse, Brunetta si è fissato col Mattarellum con premio di maggioranza. Una soluzione che, sempre secondo l’informatissimo Huffington Post, non piace ai big di Forza Italia e a cui Verdini preferirebbe il sistema spagnolo (“collegi o circoscrizioni piccole ritagliate sulle attuali Province, primo turno a base proporzionale e poi, casomai, apertura a un eventuale ballottaggio e/o doppio turno”).

Ora che c’è Denis al posto di Renato, la trattativa torna ad insabbiarsi. La paura dei berluscones non è tanto il feeling con Renzi e la sua reale intenzione di far saltare il tavolo del governo per prendersi Palazzo Chigi. L’ambizione del segretario Pd traspare, infatti, da ogni dichiarazione. Il vero pericolo è ancora Giorgio Napolitano, arrivato a minacciare le dimissioni in caso di caduta del “governo del presidente”. La conferma arriva dalle parole del costituzionalista Valerio Onida, uno dei Saggi più vicini alle posizioni del Quirinale. Secondo Onida le motivazioni della Consulta sulla bocciatura del Porcellum arriveranno dopo il 14 gennaio. Tempi lunghi che potrebbero nascondere l’intenzione di stoppare tutti i tentativi di stringere su una legge elettorale sgradita al governo Letta-Alfano-Napolitano.

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Rehn boccia l’Italia e Brunetta chiede le dimissioni di Saccomanni

Rehn SaccomanniA 6 mesi dalle elezioni Europee Olli Rehn ufficializza la candidatura con i Liberali come prossimo presidente della Commissione, ma per il momento resta responsabile per gli Affari Economici UE. Ed è in questa veste che il corpulento ex calciatore della serie A finlandese sta facendo impazzire il governo Letta e il nostro ministro dell’Economia Maurizio Saccomanni. Rehn ha rilasciato un’intervista a Repubblica che ha scatenato una reazione a catena di risposte polemiche. Il super-commissario boccia di fatto le misure economiche intraprese dal governo italiano ricevendo in cambio la piccata risposta di Letta e Saccomanni.

Intanto, il capogruppo alla Camera di Forza Italia, Renato Brunetta, coglie la palla al balzo per chiedere le dimissioni del titolare del ministero di Via XX settembre. E Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, si dice preoccupato. Con l’intervista a Repubblica Olli Rehn -il quale da parte sua non muove un dito per rendersi meno antipatico agli italiani- non ha fatto altro che ribadire il contenuto del Rapporto della Commissione scritto un mese fa, ma così facendo è andato a toccare il nervo scoperto del governo Letta: i conti che non tornano con la legge di Stabilità. Rehn dice di aver “preso nota delle buone intenzioni del governo italiano su privatizzazioni e spending review. Ma lo scetticismo è un valore profondamente europeo. E io ho il preciso dovere di restare scettico, fino a prova del contrario. In particolare per quanto riguarda i proventi delle privatizzazioni e i loro effetti sul bilancio del 2014”.

 

Giudizio impietoso che ha fatto sobbalzare sulla sedia il presidente del Consiglio, impegnato a convincere i connazionali che l’ennesima Finanziaria lacrime e sangue servirà a fare da apripista per la ripresa prevista (da lui) nel 2014. Letta cerca a fatica di far sopravvivere l’intesa con Alfano, incalzato dal trio Grillo-Berlusconi-Renzi, e l’entrata a gamba tesa di Rehn proprio non ci voleva. È per questo che il premier ha atteso solo poche ore per offrire la sua acida risposta. “Il Commissario deve essere garante dei Trattati, non può permettersi di esprimere il concetto di scetticismo”, ha detto Letta all’aspirante presidente, soprattutto perché potrebbe lui stesso ritrovarsi presto con “un Europarlamento pieno di euroscettici”. Una frecciata a Rehn che diventa un involontario assist all’euroscettico Beppe Grillo.

Ma Rehn ha detto anche altro. Ad esempio che “l’Italia deve rispettare un certo ritmo di riduzione del debito, e non lo sta rispettando”, il che non gli permetterà di avere margini di manovra sugli investimenti. Una doccia fredda per Saccomanni che non ha potuto fare altro che chiudersi in un catenaccio difensivo. “Non c’è nulla di nuovo in quello che ha detto Olli Rehn –ha dichiarato da New York il ministro del Tesoro- non c’è stata alcuna richiesta di misure correttive da parte della Ue”. Difesa ballerina che, infatti, non ha convinto il mastino Brunetta, scatenato nell’azzannare le caviglie del malcapitato Saccomanni. “Ieri lo abbiamo definito ineffabile e ridicolo per le sue dichiarazioni sul governo che ‘va avanti con il programma’ (quale?) e sui ‘passi avanti’ del nostro debito pubblico –ha infierito Brunetta– Ci chiedevamo: passi avanti nel senso che aumenta? Pensavamo finisse qui. Invece, come per ogni dichiarazione del ministro che si rispetti, è subito arrivata un’altra doccia fredda”.

Secondo Brunetta la bocciatura di Rehn non fa altro che confermare la necessità delle dimissioni di Saccomanni. Un gradino meno dure le critiche espresse nei confronti dell’operato del ministro da Giorgio Squinzi che non arriva fino alla richiesta di dimissioni: “Il ministro Saccomanni è molto ottimista. Diciamo che la situazione è molto seria. Chiedendo investimenti alle imprese dimentica che prima abbiamo bisogno di ritrovare la crescita”. In difesa del governo riscende però in campo il “pensionato” Romano Prodi che definisce quelle di Rehn “parole severe che devono valere anche per gli altri”.

Berlusconi condannato, i parlamentari Pdl: Grazia o dimissioni

È durata quasi due ore la riunione dei gruppi parlamentari del Popolo della Libertà, convocati con urgenza a Palazzo Grazioli da Silvio Berlusconi all’indomani della storica sentenza della Corte di Cassazione che lo ha reso un pregiudicato per il reato di frode fiscale. L’incontro si è concluso con un colpo di scena non del tutto inatteso: i parlamentari del Pdl hanno dato la loro disponibilità a rimettere il mandato da deputati e senatori. La conferma è arrivata direttamente dal capogruppo al Senato, Renato Schifani, che si è spinto persino più avanti, collegando di fatto la mancata defezione in massa dei berlusconiani dalle Istituzioni –con conseguente crisi di governo e fine della legislatura- alla concessione della Grazia a Berlusconi da parte del presidente della Repubblica Napolitano.

Schifani ha poi ufficializzato la richiesta di un incontro con il Capo dello Stato per discutere sull’argomento. Notiziona confermata a stretto giro di posta dall’altro capogruppo Pdl, quello alla Camera, Renato Brunetta, anche lui pronto per la missione al Quirinale. Il pitbull berlusconiano non se lo è fatto ripetere due volte e ha  ringhiato verso i cronisti: “O Napolitano concede la Grazia, oppure tutti sappiamo quello che dobbiamo fare: difendere la democrazia”. La situazione comunque è in continua evoluzione, come confermano i toni più felpati usati dal ministro Maurizio Lupi: “Non è in gioco il governo, ma la democrazia”. Crisi di governo sempre più vicina, con buona pace dei facili profeti che avevano pronosticato che dopo la sentenza Mediaset i due piani, quello politico e quello giudiziario, sarebbero rimasti separati in nome della “difesa dell’Italia dal pericolo crollo economico”. Su queste poche carte il debole presidente del Consiglio, Enrico Letta, aveva puntato tutte le sue fiches, incapace di tenere testa all’ira funesta del Caimano, forse ex Cavaliere.

 

Proprio così, perché, tra le pene accessorie inflitte ad una persona condannata a 4 anni di galera (di cui 3 indultati) per frode fiscale, potrebbe esserci anche la cancellazione del nome di Silvio Berlusconi dall’albo dei Cavalieri del Lavoro, anche se l’espulsione dal cavalierato non scatta automaticamente con la condanna. Intanto, il cittadino Berlusconi, ancora per poco senatore, ha dovuto subire l’onta di vedersi ritirati sia il passaporto personale che quello diplomatico. Proprio oggi, poi, l’esecuzione della sua condanna –gli manca un anno da scontare ai domiciliari o, in alternativa, in affidamento ai servizi sociali- è stata firmata dal giudice, ma sospesa per il periodo feriale fino al 15 settembre. Da quel giorno il “detenuto” Berlusconi avrà un mese di tempo per scegliere se spassarsela in una delle sue mega-ville, oppure seguire la strada intrapresa dall’amico Cesare Previti, finito a dare una mano agli ex tossicodipendenti del centro “don Mario Picchi”.

Altri ostacoli sulla strada della salvezza per il Cavaliere (ex) sono l’interdizione dai pubblici uffici (da 1 a 3 anni) da discutere in autunno, ma soprattutto la probabile decadenza dal ruolo di senatore, con annessa incandidabilità perpetua, a causa di una legge votata anche dai suoi uomini durante lo sciagurato anno di governo Monti. Logico che di fronte a questa imminente Caporetto politico-giudiziaria, Berlusconi sia passato subito al contrattacco, facendo prima pubblicare un videomessaggio alle dieci della sera di giovedì, a Palazzaccio ancora caldo, e convocando poi i Suoi parlamentari per mettere a punto la nuova strategia che, arrivati a questo punto, sembra essere la seguente: Grazia di Napolitano o crisi della legislatura e nuove elezioni targate Forza Italia.

Rimpasto di governo: il Pdl vuole più ministri, ma litiga sull’omofobia

Sono passati solo pochi giorni da quando il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha salvato la pelle dallo scandalo Ablyazov che ha portato alla extraordinary rendition verso il Kazakistan della signora Shalabayeva e della figlia. Un caso internazionale che potrebbe portare, questa l’opinione del magistrato Bruno Tinti sul Fatto, all’incriminazione per sequestro di persona di molti pezzi grossi appartenenti al nostro apparato di sicurezza. Per il segretario Pdl senza quid è stato invece un gioco da ragazzi superare le forche caudine delle mozioni di sfiducia presentate da M5S e Sel, vista la compattezza granitica dimostrata in aula dalla strana maggioranza Pd-Pdl.

Se cade Alfano cade il governo Letta. È questo il mantra che i corazzieri del pensiero berlusconiano vanno ripetendo da giorni. Adesso che la testa di Alfano è rimasta al Viminale serve però qualche altro argomento per tenere alta la tensione in vista del 30 luglio, giorno della sentenza della Cassazione sul caso Mediaset e spartiacque decisivo per il futuro del Cavaliere e della sua corte di servi devoti, considerata la possibilità concreta, adombrata persino dall’avvocato Ghedini, che Berlusconi venga condannato e quindi buttato fuori dai Palazzi della politica. Ecco così spiegato l’affondo del corazziere numero 1 (almeno nello spirito) Renato Brunetta che ha avuto il coraggio di alzare la posta dell’accordo con il Pd per chiedere addirittura un riequilibrio nel numero dei ministri,“visto che tra Pd e Pdl c’è stato solo uno scarto dello 0,3% nelle elezioni di febbraio”.

 

I rumors di Montecitorio dicono che il furioso Brunetta abbia assunto questa posizione indifendibile solo per controbattere alle parole del segretario Pd Guglielmo Epifani che venerdì sera al Tg3 aveva parlato di un “tagliando” per il governo, lasciando intendere che il caso Kazakistan non sia ancora chiuso. A questo punto Brunetta non si è fatto pregare e ha colto la palla al balzo per deviare ancora una volta l’attenzione mediatica dal B-day del 30 luglio. Sostituire alcuni ministri in quota Democratica con altri provenienti dalle file azzurre; una sparata utopica che ha coinvolto emotivamente il solito, stupefacente, Maurizio Gasparri che ha colto l’assist di Brunetta per proporre addirittura di “sostituire il ministro Saccomanni conferendo a Letta Nipote l’interim all’Economia”.

Per rispondere al sempre politicamente alticcio Gasparri, si è dovuto scomodare persino l’etereo Francesco Boccia –amico intimo di Enrico, nonché dolce metà del ministro Pdl Nunzia De Girolamo- che alle agenzie ha dichiarato: “Rimpasti, sostituzione di ministri, l’assalto a Saccomanni? Ai cittadini interessa la soluzione dei loro problemi. Il resto piace agli attempati protagonisti della politica”. Messaggio cifrato subito raccolto dal capogruppo azzurro alla Camera che si è avventurato a proporre ”un patto di legislatura che duri fino al 2018” (con annesso lasciapassare giudiziario per Silvio, si intende). La strategia dei berlusconiani resta comunque sempre la stessa: tenere in vita il governo Letta grazie a quegli imbelli del Pd fino a quando farà comodo al Cavaliere, ma tenersi pronti a staccare la spina puntando sul mancato conseguimento di alcuni punti programmatici come la cancellazione dell’Imu e il mancato aumento dell’Iva.

Il Pdl si trova però in uno stato di fibrillazione talmente alto da rischiare l’implosione (idem i colleghi del Pd). A far saltare gli equilibri interni nel partito è un tema che non ti aspetti: la legge sull’omofobia. Alcuni parlamentari di spicco come Maurizio Lupi, Mara Carfagna, Mariastella Gelmini e Maurizio Sacconi hanno proposto “una moratoria sui temi etici” (legge contro l’omofobia compresa) per dare priorità all’economia. Mossa azzardata che ha fatto saltare sulla sedia l’ala libertaria del partito rappresentata da Sandro Bondi, Stefania Prestigiacomo e Giancarlo Galan che ha così chiuso la bocca ai colleghi: “È nostro preciso dovere trovare soluzioni, dare risposte, predisporre misure in grado di abbattere le barriere che quotidianamente incontrano i cittadini. Questo vale tanto in termini economici che civili”. Confusione sotto il cielo del berlusconismo al tramonto.

Cassazione Mediaset: Berlusconi fuori dalla politica tra 20 giorni

Silvio Berlusconi rischia di uscire definitivamente dalla scena politica dal 30 luglio prossimo. È questa la notizia più clamorosa di una giornata, quella di martedì 9 luglio, che è stata ricca di colpi di scena sul fronte dello scontro politico-giudiziario tra il Cavaliere e la procura di Milano. Con una mossa a sorpresa degna del generale sudista Lee nella Guerra di Secessione, la Corte di Cassazione ha anticipato i consueti tempi biblici della giustizia italiana, decidendo di spostare l’udienza sul caso Mediaset dall’autunno (come sembrava scontato) al 30 di luglio. A stabilire il futuro politico del leader del centro-destra italiano sarà addirittura la sezione feriale della Suprema Corte. Un’onta oltre che un danno.

Un blitzkrieg che ha colto di sorpresa persino le folte schiere degli avvocati berlusconiani che, forti del fresco patrocinio del principe del foro, Franco Coppi, nella stessa mattinata di martedì avevano appena depositato il ricorso contro la condanna di Berlusconi a quattro anni di reclusione per frode fiscale e a cinque di interdizione dai pubblici uffici nell’ambito del processo Mediaset. Un fulmine a ciel sereno sconosciuto alla memoria giurisprudenziale italica dal quale lo stesso Coppi è rimasto folgorato: “Sono esterrefatto, non si è mai vista una cosa del genere che determina un aggravio delle possibilità di difesa, perché contavamo di avere più tempo per svolgere i nostri approfondimenti e ora dovremo fare in venti giorni quello che contavamo di fare con maggior respiro”.

 

La risposta ai dubbi di chi non considera corretto questo anticipo dei tempi giudiziari la si poteva però trovare scritta nelle pagine del Corriere della Sera del 9, alcune ore prima della decisione della Cassazione. Il quotidiano di via Solferino anticipava la possibilità che l’interdizione dai pubblici uffici per Berlusconi potesse arrivare solo tra un anno o addirittura mai per colpa, o per merito, dei tempi di prescrizione imposti dalla legge ex Cirielli. Si legge sul foglio milanese: “Anche nel caso in cui la Cassazione ne confermasse la colpevolezza per frode fiscale nel processo sui diritti tv Mediaset, (Berlusconi) potrebbe scampare allo scatto della tanto temuta interdizione dai pubblici uffici a fine 2013 con la conseguente perdita dello status di parlamentare e l’impossibilità di ricandidarsi”.

Un complicato giro di calcoli avrebbe portato al tanto agognato lasciapassare giudiziario per Silvio, senza colpo ferire e sfruttando le maglie larghe fornite alla premiata ditta  Ghedini & co. dalle leggi ad personam e dalla rinomata lentezza della Giustizia nel nostro Paese. Ecco allora che l’intervento a gamba tesa commesso dai Supremi Giudici, se da un lato fa esplodere di gioia il folto popolo degli antiberlusconiani, dall’altro fa sentire puzza di colpetto di stato ai berluscones più sfegatati, più o meno consapevoli che il loro futuro politico è legato come un gemello siamese alla sopravvivenza nei Palazzi del Caro Leader. Appena presa coscienza dell’imminenza della data del 30 luglio, il Pdl è entrato completamente nel panico. Carlo Giovanardi, ospite di In Onda di Luca Telese su La7, non lasciava il tempo ad ospiti e conduttore di provare a ragionare sui fatti. Meglio “buttarla in caciara” con Tangentopoli come sottolineato dall’irrilevante Matteo Orfini, pronto a tirare la pietra e nascondere il braccio.

Gli altri pidiellini, causa il forte choc, sono stati colti invece da allucinazioni di carattere bolscevico-rivoluzionario. Daniela Santanchè si è convinta di essere Rosa Luxembourg sulle barricate di Berlino: “Che cosa facciamo noi? Aspettiamo ancora l’unica manifestazione che forse riusciremo a fare, e cioè quella di accompagnarlo in carcere? Non ci sto. Basta divisioni. Serve passare all’azione”. Il solito Renato Brunetta  straparla di “golpe contro il governo”, ripreso anche da Fabrizio Cicchitto che pensa ad un piano per colpire Berlusconi per far cadere il governo Letta. Stessi toni biblici per Biancofiore, Gelmini e gli altri. L’unico a tenere la bocca cucita è proprio Berlusconi che ieri sera ha deciso di disertare la riunione del gruppo Pdl alla Camera. Profilo basso per cercare di salvare il salvabile, ma la resa dei conti si avvicina.

Il ddl Letta abolisce le Province ma non salva i conti pubblici

Dopo il fallimento di Monti adesso è il turno di Letta. Il governo in carica riprova a battere il tasto dell’abolizione delle Province  nonostante la recente sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato questi Enti previsti dalla Costituzione, le Province appunto, cancellabili solo attraverso una legge costituzionale. Questa volta Letta jr sembra meno sprovveduto del predecessore e decide di presentare un disegno di legge costituzionale che dovrebbe così passare indenne dalla cassazione della Consulta.

Procede spedito il governo che ieri ha approvato il ddl sull’abolizione delle 107 Province italiane con una celerità degna di ben altre deliberazioni. Il provvedimento governativo non convince infatti più di un commentatore. Vediamo perché. Composto di soli 3 articoli, il ddl prevede nel primo l’annuncio dell’abolizione degli Enti in questione; nel secondo, la citazione dei diversi passaggi costituzionali sul tema Province; il terzo, infine, impone in sei mesi dall’entrata in vigore del ddl il tempo massimo per la soppressione definitiva delle Province. È stato però lo stesso Letta a togliersi da solo la maschera nel giro di poche ore e a confessare più o meno testualmente: “L’obiettivo principale è salvaguardare i lavoratori delle province e le funzioni di questi enti abrogati con il ddl costituzionale”. Ovvero sia, verrà cancellata la dicitura Province da qualsiasi documento ufficiale, ma le spesa pubblica rimarrà praticamente la stessa, altro che spending review.

 

“Salvaguardare i lavoratori” significa infatti che i circa 60mila dipendenti provinciali manterranno intatto stipendio e posto di lavoro, indipendentemente dalla reale necessità, spostandosi semplicemente nei nuovi Uffici delle Regioni e delle Città Metropolitane che ingloberanno, parola di Letta, “le funzioni di questi enti abrogati”. Sacrosanto difendere l’unica entrata economica di centinaia di migliaia di persone (familiari compresi), ma da qualche parte si dovrà pur partire nel tagliare i costi del carrozzone pubblico, soprattutto nei settori più improduttivi. Contro questa ipotesi, e contro il governo Letta, si è subito scagliato Antonio Saitta, presidente dell’Upi (Unione delle Province italiane), terrorizzato dall’ipotesi di veder rompersi il giocattolo Province: “E il dimezzamento dei parlamentari quando si farà? Quando si rivedranno gli sprechi causati dal sovrapporsi delle competenze tra Stato e Regioni che hanno fatto lievitare la spesa pubblica in questi 10 anni?”. Della serie: tutti per uno e uno per tutti.

Un parere interessante sulla spinosa questione lo ha pubblicato sul Fatto Quotidiano di venerdì il giornalista ed ex magistrato Bruno Tinti. Secondo l’esperto di materie giuridiche è stato un marchiano errore tentare di abolire le Province senza un iter legislativo costituzionale. Frecciatina al Professor Monti. La cancellazione di questo Ente risulta poi superflua alla luce del mantenimento dello stesso numero di dipendenti e di tutte le funzioni. Per Tinti il risparmio su qualche decina di presidente e consigliere provinciale in meno rappresenta sì una vittoria per il fronte del taglio della spesa pubblica, ma solo una goccia nel mare degli sprechi italiani. Le conclusioni dell’ex magistrato convergono tutte verso un unico punto: il problema della riduzione della mastodontica macchina della Pubblica Amministrazione -ingigantitasi senza controllo nei decenni del boom economico fino agli anni ’80- che conta oggi 3 milioni e mezzo di impiegati.

Oggi che è finito il tempo del bengodi di raccomandazioni e posti a iosa per quelli che Renato Brunetta ha definito “fannulloni” (per una volta non a torto), sembra comunque impossibile scalfire la montagna del debito pubblico di oltre 2mila miliardi di euro. Province o non Province, bisognerebbe fare come in Grecia, dove è stato mandato a casa il 20% dipendenti pubblici. 700mila licenziamenti che in Italia significherebbero la guerra civile. “Altro che Alba Dorata”, conclude Tinti.

Letta dice addio al Porcellum, ma la maggioranza è spaccata

L’unica certezza è che non si voterà più con la legge elettorale nota come Porcellum. È questo il succo delle parole pronunciate dal premier Enrico Letta a margine del vertice di maggioranza convocato mercoledì mattina e a pochi minuti dalla sua partenza per Bruxelles dove Letta ha illustrato la posizione italiana su austerità, debito e crescita. Il presidente del Consiglio ha chiarito l’iter che, entro l’estate, il governo intende assegnare alla riforma della legge elettorale, contestualmente ad un piano di riforme più ampio della Carta costituzionale. Intanto è necessario sbarazzarsi del Porcellum, non tanto per l’assurdità di una legge che non assegna una maggioranza chiara al vincitore delle elezioni, quanto per evitare la brutta figura di una pronuncia di incostituzionalità della Corte Costituzionale.

È già stato anticipato da più voci che la mannaia della Consulta si abbatterebbe soprattutto su due aspetti del pasticcio firmato Roberto Calderoli: l’impossibilità di indicare una preferenza e il premio di maggioranza abnorme. Ecco così spiegata l’accelerazione lettiana sulla questione. Letta ha poi spiegato che “sulle riforme e sul loro percorso di riforma costituzionale si gioca la vita del governo”. Riforme costituzionali, legge elettorale, costi della politica, riduzione del numero dei parlamentari, finanziamento ai partiti. Tutte questioni scottanti riversate sul tavolo di Palazzo Chigi che inducono il premier a precisare il senso del superamento del Porcellum: “La legge elettorale sarà diversa, complessiva e terrà conto della forma di stato o di governo che uscirà dalla riforma”.

 

Fin qui tutto chiaro, compreso il fatto che il 30 maggio si riunirà per la prima volta l’ennesimo Comitato di Saggi di nomina governativa al quale farà bella compagnia a breve un Comitato dei 40 formato dai membri delle commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato. Un intasamento di carriere e poltrone come sul Raccordo nell’ora di punta che lascia trasparire la confusione che sta corrodendo la strana maggioranza Pd-Pdl. “C’è l’accordo per modifiche minime”, ha riferito Renato Brunetta, ma i colleghi del Pdl, più falchi di lui, hanno già fatto trapelare l’ipotesi di una nuova legge ancora senza preferenze, che non preveda la ridefinizione dei collegi e assegni il premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge il 40% dei voti.

Di tutt’altro avviso sono, naturalmente, i riottosi alleati del Pd che per bocca di Dario Franceschini, ministro dei Rapporti con il Parlamento, hanno detto la loro: “Siamo di fronte a una vittoria del Pdha detto Franceschiniperché abbiamo incassato che non si andrà più a votare con la legge vigente. Questo aveva annunciato il presidente del Consiglio, questo è quello che si è deciso oggi. Altre ipotesi, sono frutto di invenzione”. Il sospetto è che, nonostante lo strepitare di Franceschini contro Brunetta, l’escamotage del quorum del 40% (irraggiungibile nelle condizioni attuali di tripolarismo) possa rivelarsi una sorta di ritorno al sistema proporzionale e ad un modo di governare di democristiana memoria. Il sogno di Enrico Letta e delle colombe pidielline come il ministro Quagliariello.

“La riforma della Costituzione che dovrebbe essere approvata dal Parlamento –ha detto il ministro delle Riforme- sarà sottoposta in ogni caso a referendum confermativo, a prescindere dal fatto che le Camere la approvino con la maggioranza qualificata”. Uno stile di linguaggio ecumenico che vorrebbe nascondere la profonda spaccatura che caratterizza questa maggioranza. Enrico Letta ha segnato comunque sul calendario il 29 maggio come giorno spartiacque della legislatura perché verranno votate le mozioni parlamentari del governo che definiranno l’iter delle riforme. La parola magica resta clausole di salvaguardia che salvi il Porcellum dall’azione della Consulta trasformandolo in quello che molti hanno già ribattezzato un Porcellinum.

Il governo Letta ostaggio dell’Imu

Il futuro del governo a guida Enrico Letta è appeso ad un filo chiamato Imu, la famigerata e detestata tassa sugli immobili introdotta dal governo Berlusconi, ma messa a regime da quello Monti. Il Cavaliere non vuole rinunciare ad uno dei punti fondanti del suo programma elettorale. “Se andremo al governo aboliremo l’Imu e restituiremo quanto pagato nel 2012”, aveva giurato Berlusconi, facendo dell’Imu la bandiera della rimonta contro il Pd. E adesso che -con le larghe intese imposte dal presidente bis Giorgio Napolitano– il Pdl ci sta veramente per tornare al governo, occorre capitalizzare le promesse, se non altro per giocare la carta Imu nelle prossime elezioni che, comunque vada, si terranno tra breve.

Complice l’inettitudine politica e l’istinto da harahiri della dirigenza del Partito Democratico, Berlusconi si ritrova ancora una volta con il coltello dalla parte del manico. I sondaggi danno il redivivo Pdl avanti di qualche incollatura rispetto ai rivali allo sfascio (34% contro 27%). Per questo i berluscones, su input del Cavaliere “americano” in visita all’amico George Bush, hanno deciso di alzare la posta in queste ore. Prova ne sono le dichiarazioni rilasciate all’agenzia di stampa Reuters dal capogruppo alla Camera Renato Brunetta: “L’abolizione dell’Imu sulla prima casa e la restituzione di quanto pagato nel 2012 sono per il Pdl una condizione dirimente perché nasca il governo”.

 

Ma le pretese di un rinvigorito centro-destra non si fermano qui. A bloccare l’ascesa a Palazzo Chigi del “nipote di Gianni Letta” (titolo del Fatto Quotidiano) è soprattutto il toto-ministri che si sta svolgendo dietro le quinte. Le pretese sempre più alte di Berlusconi hanno letteralmente congelato il povero Letta. Altro che lo “scongelatevi” gridato a gran voce, e in diretta streaming, da Lettino durante le consultazioni di ieri con il Movimento5Stelle. A congelare le speranze di Letta, e i cuori degli elettori Pd, è l’idea di ritrovarsi Angelino Alfano alla Giustizia, Renato Schifani agli Interni, Maria Stella Gelmini all’Istruzione e il solito trottolino Brunetta all’Economia. Nomi che per l’elettore medio del Pd sono paragonabili a quelli di Matteo Messina Denaro (Interni o Giustizia), Sergio Marchionne (Economia) e alla maestrina dalla penna rossa (la Gelmini) protagonista di Cuore di De Amicis.

Pretese talmente fuori dalla portata da costringere Letta a rilasciare questa dichiarazione: “La discussione con il Pdl è stata la più lunga. Penso che molte ore ci vorranno ancora. Le differenze ancora permangono, ma sono state due ore animate da spirito costruttivo”. Che, tradotto dal linguaggio democristiano inserito nel dna di Letta jr, significa che tra i due contendenti sono volati gli stracci e l’accordo è ancora in alto mare. Intanto bisognerà aspettare il ritorno di Berlusconi dagli States, che ieri ha ribadito la linea dura: “Abbiamo preparato otto disegni di legge che sono ciò che secondo noi è indispensabile e urgente fare”, otto punti sui quali anche il segretario Alfano si è fatto sentire: “Senza l’abolizione all’Imu è come immaginare la partecipazione al governo di una grande forza politica senza mantenere i rapporti di fiducia col proprio elettorato”.

E il Pd? Dalle parti di largo del Nazareno le bocche restano cucite e la confusione regna sovrana. Con uno strepitoso sforzo di fantasia, il partito allo sbando si limita a far uscire qualche nome che, però, proprio non riesce a scongelarli i cuori dei suoi elettori: il vicepresidente del Csm Michele Vietti (ex Dc) alla Giustizia, e il duo Rieccolo (Massimo D’Alema agli Esteri e Giuliano Amato dove capita). Intanto Letta, prima ancora di cominciare il suo lavoro, si ritrova sul tavolo la bocciatura del ministro dell’Economia teutonico Wolfgang Schauble che non ha digerito la menata anti-rigorismo snocciolata dal premier incaricato: “Il problema in Italia è stata l’irritazione dell’economia per i ritardi nel formare il governo. Scaricare sugli altri i propri problemi è comprensibile umanamente, ma è una sciocchezza”. Se il buon giorno si vede dal mattino.