Renzi spacca la Rai: torna la lotta di classe tra dirigenti e precari

Tra Matteo Renzi e i vertici della Rai è scoppiata la pace. Il prelievo forzoso di 150 mln di euro sul canone, imposto dal premier all’azienda che gestisce il servizio pubblico televisivo, aveva fatto infuriare i 13mila dipendenti del carrozzone di viale Mazzini, dall’ultimo dei non garantiti al primo dei dirigenti. Una bufera di indignazione che aveva portato ad indire una giornata di mobilitazione per mercoledì 11 giugno. Ora, lo sciopero che lo stesso Renzi aveva definito “umiliante” è confermato, ma il comitato promotore si è spaccato a metà. Da una parte l’esercito sempre più folto dei fedelissimi renziani “garantiti”, dall’altra i lavoratori precari della tv pubblica, gli unici rimasti a rischiare sul serio il posto di lavoro. Una nuova lotta di classe.

Il fronte antirenziano è stato sbaragliato dall’accordo raggiunto tra il governo e gli alti papaveri che siedono al settimo piano di viale Mazzini. Resta il taglio di 150mln attraverso la cessione di una quota di RaiWay. In cambio, Palazzo Chigi si è impegnato a non applicare alla Rai la riduzione dei costi operativi per le società partecipate (50-70 mln nel 2014, 100 nel 2015). Tutto scritto nero su bianco in parlamento grazie ad un emendamento ad hoc presentato dalla maggioranza Pd-Ncd.

Così facendo Renzi si è garantito la sconfessione dello sciopero da parte di tutta la casta dirigente della Rai. Ad aprire le danze dei mea culpa ci ha pensato Lugi Gubitosi che ha definito un “errore” lo sciopero. “La Rai fa parte del sistema – ha continuato il dg in uscita che evidentemente si riposiziona in vista di una nuova nomina – ci è stato chiesto un sacrificio e noi lo faremo”. Un peana proseguito da Luigi De Siervo, presidente dell’Adrai (Associazione Dirigenti Rai). “Arroccarsi in posizione di difesa dello status quo – ha dichiarato quello che le cronache giornalistiche definiscono amico di vecchia data di Renzi – sarebbe come cercare di fermare il vento con le mani”.

Nel fronte dei rivoluzionari pentiti si inseriscono anche il membro della Vigilanza Michele Anzaldi (in realtà poco pentito perché del Pd) che parla di “sciopero frustrante” e l’imprenditrice dalla doppia poltrona (Cda Rai e presidenza Poste) Luisa Todini. Le ultime notizie danno anche l’agguerrita Usigrai (il potente sindacato dei giornalisti Rai) di ritorno con la coda tra le gambe sulla via di Rignano sull’Arno. Perfino il Garante ha dichiarato “illegittimo” lo sciopero. Mentre le sigle sindacali confederali si scindono immancabilmente con la Cisl di Raffaele Bonanni che, non avendo rappresentanza tra i lavoratori precari Rai, decide di mollarli al loro destino.

Dall’altra parte della barricata non è rimasto quasi nessuno di quelli che contano, fatta eccezione per Roberto Fico (presidente M5S della Vigilanza), Susanna Camusso della Cgil e Lugi Angeletti della Uil, questi ultimi rimasti incastrati nella manifestazione del Teatro delle Vittorie del 3 maggio scorso che ha visto il popolo dei contratti a progetto e delle partite Iva confermare lo sciopero dell’11 maggio, visto che all’orizzonte si prospettano tagli all’organico, ma solo tra i precari e non tra i garantiti Figli di papà, parenti di Qualcuno o amici di Chi sa chi che da decenni occupano le scrivanie di un servizio pubblico lottizzato dalle segreterie dei partiti.

Quella che si gioca con la Rai è comunque una partita già persa in partenza perché nel servizio pubblico nessuno si sogna, nemmeno Renzi il rottamatore, di tagliare gli sprechi veri come quelli per “nani”, “ballerine” e consulenze esterne. Di mettere al passo coi tempi l’azienda riducendo i costi, andando ad eliminare decine di sedi inutili (come quelle regionali) o mandando a casa migliaia di fannulloni raccomandati neanche a parlarne. E poi c’è anche chi si lamenta dell’alta evasione del canone usato per pagare stipendi d’oro ai vari Bruno Vespa, Carlo Conti, Giovanni Floris e Antonella Clerici.

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Beppe Grillo a Sanremo. Panico a viale Mazzini

Cresce l’attesa per il ritorno di Beppe Grillo al Festival di Sanremo. Crisi di panico si registrano ai piani alti di viale Mazzini dove i dirigenti sono disorientati dall’arrivo dello sgradito ospite. Mistero fitto, invece, sui tempi e i modi con cui il guru del Movimento5Stelle deciderà di prendere possesso della platea televisiva più importante d’Italia. L’unica certezza l’ha data lui stesso la scorsa settimana con un tweet: “Martedì sarò a Sanremo 2014. Prima fuori dall’Ariston e poi dentro”. Nessuna spiegazione. Nessuna anticipazione. Non un indizio che possa far capire come Grillo riuscirà a penetrare all’interno del celebre teatro sanremese.

Indiscrezioni di stampa danno per certo l’acquisto di regolari biglietti da parte del “politico”, uscito per l’ultima volta da Festival della canzone italiana nel 1986, quando faceva ancora il “comico”, e quando la sua brillante carriera rischiò di essere stroncata da una battuta sui Socialisti che il premier dell’epoca, Bettino Craxi, eufemisticamente non gradì. Ma di quanti tagliandi si tratti, né in quale posto, se in prima fila o in balconata, nessuno lo sa. Niente lascia ritenere, dunque, che Beppe Grillo, riesca a prendere la parola all’interno dell’Ariston, per giunta durante la diretta del Festival presentato da Fabio Fazio. A meno di una goliardata del grillino numero 1 compiuta in mondovisione, come ad esempio una invasione di palco. Ma, data anche l’età di Grillo, l’ipotesi non sembra praticabile.

 

E allora, stando così le cose, perché tutti danno per scontata l’esibizione di Grillo a Sanremo? Tra i “tutti” ci sono anche gli uomini di Gubitosi e Tarantola, i dirigenti Rai che contano di incassare un bel po’ di soldini dalle entrate pubblicitarie del Festival e che, approfittando dell’annuncio del capo dei 5Stelle, potrebbero aver deciso di mettere sul tavolo un pericoloso doppio gioco per puntare a un clamoroso record di ascolti. Dimostrazione ne sono le indiscrezioni che filtrano da viale Mazzini. C’è chi vorrebbe normalizzare la presenza di Grillo permettendogli di salire sul palco e approfittare del boom mediatico. E chi, al contrario, vorrebbe tappargli la bocca impedendo persino l’ingresso in platea ai giornalisti scomodi. I milioni fanno gola alle disastrate casse del servizio pubblico, ma un trionfo del M5S alle Europee potrebbe produrre danni irreparabili.

Unico dato certo, per il momento, è proprio l’operazione mediatica vincente messa in atto dal Movimento5Stelle per assicurarsi una vetrina globale alla vigilia delle elezioni Europee. A Grillo, infatti, sono bastati pochi caratteri postati su un social network per attirare l’attenzione di quel branco di iene dei mass media, già una settimana prima dell’apertura ufficiale del Festival di Sanremo.

Chi ha capito subito la brutta aria elettorale che tira è stato, per una volta, il Partito Democratico. Di fronte alle difficoltà di Renzi nel varare il nuovo governo e alle prese con sondaggi nuovamente in picchiata, la dirigenza Pd ha mandato avanti il semisconosciuto deputato Michele Anzaldi per avvertire i 5Stelle, riparandosi dietro la scusa di difendere gli utenti Rai che pagano il canone. Anzaldi chiede al grillino Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza Rai, se Grillo sia intenzionato a “danneggiare la trasmissione di punta della programmazione del servizio pubblico”. Il deputato Pd teme che la “propaganda” di Beppe Grillo possa creare un danno economico alla Rai mettendo a rischio gli introiti pubblicitari. Ma sono gli stessi introiti pubblicitari che i dirigenti di Mamma Rai intascherebbero proprio grazie a Grillo. Non sarà invece che Anzaldi e il Pd temono di subire una sonora sconfitta alle elezioni Europee di maggio?

Berlusconi non è più il Re della Tv. Alfano alla conquista della Rai

Berlusconi re della tvSilvio Berlusconi, il padrone di Mediaset che per 20 anni è riuscito ad imporre il suo volto e i suoi uomini anche alla concorrente Rai, non sarebbe più il signore incontrastato della televisione italiana. Angelino Alfano, dopo la lacerante scissione tra Forza Italia e Nuovo Centrodestra, avrebbe dato l’ordine di riattivarsi alle “cellule in sonno” alfaniane già operanti all’interno della tv pubblica allo scopo di conquistare viale Mazzini. Il Cavaliere, come se non bastasse, è costretto a subire la fronda interna di quanti nel Biscione rifiutano di schierarsi apertamente dalla parte del rinato partito del Padrone. Rai1, Rai2, Canale5, Italia1 e Rete4, al netto di Sky, rischiano davvero di fare la fine di Rai3 e La7 già in mano agli antiberlusconiani?

È questo il succo di una interessante analisi comparsa sul quotidiano on-line Huffington Post firmata dal giornalista Ettore Maria Colombo. Il Colombo la butta sul romanzo quando racconta di un incontro carbonaro avuto con un misterioso deputato, fresco di passaggio in Forza Italia, nell’area fumatori del Transatlantico di Montecitorio. “Berlusconi non ha più la presa sulla Rai, ormai finita nelle mani di Alfano e dei suoi, che avevano già i loro uomini e li stanno per piazzare anche lì, a viale Mazzini, nei tg e nelle trasmissioni che contano”, avrebbe confidato la gola profonda a Colombo. Una considerazione per nulla campata per aria, se si tiene conto che gli uomini (e le donne) rimasti fedeli al Cavaliere stanno progressivamente scomparendo dagli schermi di Mamma Rai.

 

Prova ne è la doppia apparizione di Alfano sulla rete ammiraglia, con una lunga intervista al Tg1 domenica 17 e la repentina comparsa nel salotto di Porta a Porta, ospite di Bruno Vespa il lunedì successivo. Per non parlare poi dell’Arena di Massimo Giletti, più che mai zeppa di alfaniani come Schifani o Quagliariello. Anche Rai2 e Tg2, così come i cugini del primo canale, starebbero ricadendo nel vizio atavico dei funzionari pubblici televisivi, sempre pronti a baciare le sottane del governo di turno. E Berlusconi adesso è di fatto all’opposizione. È così che, oltre al poco presentabile Raffaele Fitto, anche le belle presenze di Lara Comi, Mara Carfagna, Maria Stella Gelmini e Annamaria Bernini rischiano l’oblio catodico per colpa della fede berlusconiana.

Cose impensabili fino a pochi mesi fa. Fatto sta che un falco storico come Francesco Giro è stato costretto a pubblicare un comunicato stampa in cui denuncia che “la Rai ci sta sotto-rappresentando”. Per correre ai ripari di fronte all’offensiva mediatica dei giornalisti scopertisi improvvisamente con un’anima alfaniana, Berlusconi ha deciso di nominare Deborah Bergamini “responsabile media” di FI. La Bergamini, forte della sua trascorsa e discussa esperienza da vice-direttore del Marketing strategico in Rai, lo aiuterà nella scelta dei volti nuovi da far ruotare nei talk-show. Il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo e l’imprenditrice Federica Guidi sono le prime due facce pulite uscite dallo scouting che Berlusconi starebbe svolgendo personalmente.

Ma le apprensioni per il Cavaliere vengono anche dal fronte interno. Secondo Colombo, solo Paolo Del Debbio di Quinta Colonna e il doppio direttore di Tg4 e Studio Aperto, Giovanni Toti, sono pronti a morire berlusconiani. Tutti gli altri, dal Tg5 a Tgcom24, attendono vigliaccamente a metà del guado lo sviluppo degli eventi. Per il momento comunque, se pur a fronte di un calo del giro d’affari tra il 2008 e il 2012, Mediaset ha corrisposto agli azionisti dividendi per 1,19 miliardi di euro. Con un occhio di riguardo, ovviamente, per la Fininvest della famiglia Berlusconi.