Due Matteo: Renzi cambia verso al Pd, Salvini alla Lega

Renzi segretario PdMatteo Renzi e Matteo Salvini sono i nuovi segretari rispettivamente del Partito Democratico e della Lega Nord. Durante il fine settimana i due Matteo si sono imposti trionfalmente nelle elezioni primarie dei loro partiti. Mediaticamente più importante è di certo il successo a valanga di Renzi nei gazebo Pd: quasi 3 milioni di votanti,  70% dei consensi conquistati e strada spianata per l’avvio dell’epopea renziana nel centro-sinistra italiano e, forse, a Palazzo Chigi. Meno seguite, e meno partecipate (voto aperto ai soli iscritti al Carroccio) le primarie leghiste, dove il candidato di “apparato” Salvini ha spazzato via le macerie di Umberto Bossi: 82% contro il 18% dei 10 mila votanti e ritorno sulla scena della “Lega di battaglia” contro Roma Ladrona.

Due figure, quelle di Renzi e Salvini, per certi versi così vicine tra loro e, allo stesso tempo, così agli antipodi. Caratteristica comune è sicuramente la giovane età. Renzi ha 38 anni (11 gennaio 1975), mentre Salvini 40 (9 marzo 1973). Due uomini fatti e formati per l’anagrafe, due poppanti in fasce per le consuetudini del gerontocratico Potere italiano. La carta d’identità dei due resta comunque un dato confortante per gli italiani, se non altro perché non dovranno più ascoltare un leader politico pronunciare “Gogol” la parola “Google”.

In comune i due enfant prodige hanno anche la lunga militanza politica. Il lombardo Salvini è praticamente nato nella sede leghista di via Bellerio, tirato su come uno di famiglia da nonno Bossi e dagli zii Maroni, Calderoli e Zaia. Consigliere comunale di Milano per 19 anni consecutivi (dal 1993 al 2012), due volte eletto al Parlamento Europeo (2006 e 2009), Salvini ha ricoperto diverse cariche anche all’interno della Lega fino a diventare prima segretario della Lega Lombarda nel 2012 e, adesso, numero 1 della Lega che fu di Bossi.

 

Il fiorentino Renzi vanta una storia meno romantica, ma molto simile. Figlio d’arte (il padre Tiziano era consigliere comunale Dc a Rignano sull’Arno), il giovane Matteo, sostenitore di Romano Prodi, si iscrive al Partito Popolare Italiano nel 1996 e dalla posizione di ex Dc di Sinistra fa irruzione nel 2007 nel neonato Pd. Prima però il passaggio nella Margherita di cui nel 2003 diventa segretario provinciale fiorentino. Dal 2004 al 2009 ricopre la carica di presidente della Provincia di Firenze e, dal 2008, in quota Pd, quella di sindaco di Firenze. Oggi è il nuovo segretario dei Democratici.

Altra caratteristica condivisa dai due Matteo è quella di voler rompere con il passato. Salvini punta all’indipendenza del Nord e all’uscita dall’Euro, preservando così le origini del Carroccio. Renzi, al contrario, si presenta più moderato nei confronti dell’Europa, ma promette di “rottamare” la politica italiana buttando nel cestino anche il vecchio Pd, il suo partito. Battaglia condivisa, ma con toni diversi, anche quella contro amnistia e indulto. Mentre Salvini parla di “guerriglia” contro eventuali “provvedimenti umanitari” sulle carceri, Renzi si limita a dichiarare di “non condividere” la linea di Napolitano sull’amnistia.

Ma qui si può dire che si esauriscano le convergenze parallele tra Renzi e Salvini. E i loro programmi politici stanno lì a dimostrarlo. Già detto del rapporto dell’Italia con l’Europa: per Salvini “bisogna smontarla questa Europa” e uscire “dall’Euro criminale”, mentre per Renzi bisogna superare il “vincolo anacronistico” del rapporto deficit-Pil e andare verso gli Stati Uniti d’Europa. Sul Lavoro, Renzi vorrebbe “rivedere lo Statuto dei lavoratori” in senso liberista, mentre Salvini appoggia la protesta dei Forconi in difesa di chi “lotta per il lavoro”. Renzi vorrebbe solo staccare il Pd dall’abbraccio dei sindacati; Salvini, invece, pensa che siano diventati un “ostacolo per lavoratori e imprese”. Sul fronte dei diritti, Renzi apre a unioni di fatto e legge anti-omofobia. Salvini non ne vuol sentir parlare, ma propone di abolire i reati di opinione perché “le idee non si processano”. In pratica, Salvini parla da capopopolo, mentre Renzi studia già da statista.

Primarie Pd. Prodi vota e prepara la vendetta contro i 101 traditori

Perché, a 48 ore dall’apertura dei gazebo, Romano Prodi ha deciso improvvisamente di cambiare idea e ha dichiarato che voterà alle primarie Pd? A giudicare dal comunicato reso pubblico ieri, Prodi sembra deciso a tornare in qualche modo in pista per prendersi la vendetta sui 101 traditori, responsabili della sua mancata ascesa al Quirinale per dare vita al governo di larghe intese. Una mossa a sorpresa, arrivata dopo mesi burrascosi in cui i rapporti tra il Professore e la sua creatura, il Partito Democratico, sembravano compromessi irreversibilmente.

Solo un mese fa Prodi aveva liquidato con parole sprezzanti l’ipotesi di votare alle primarie. “Non voterò alle primarie – aveva detto – non per polemica, ma ho deciso di ritirarmi dalla vita politica”. Qualche settimana prima, invece, era arrivata la conferma di non voler rinnovare la tessera del Pd. Troppa l’amarezza di vedere il suo nome umiliato a Montecitorio dai doppiogiochisti del voto segreto. Sicuramente, si pensava, Prodi non vorrà mai più sporcarsi le mani con le beghe della politica italiana. E invece.

Il due volte premier decide di rientrare in campo nelle vesti di difensore del bipolarismo e dell’intero sistema politico italiano, messi a rischio, a suo dire, dalla sentenza della Consulta sul Porcellum. “I rischi aperti dalla recente sentenza della Corte Costituzionale – scrive Prodi – mi obbligano a ripensare a decisioni prese in precedenza”. Secondo l’ex leader dell’Ulivo “le primarie del Pd assumono oggi un valore nuovo. Nella situazione che si è venuta a determinare è infatti necessario difendere a ogni costo il bipolarismo”. Segue un assist per quello che ritiene ancora il Suo Partito. “Pur con tutti i suoi limiti, il Pd resta l’unico strumento della democrazia partecipata di cui tanto abbiamo bisogno. Domenica, di ritorno dall’estero, mi recherò quindi a votare – conclude Prodi – In questa così drammatica situazione mi farebbe effetto non mettermi in coda con tanti altri cittadini desiderosi di cambiamento”.

 

Questo lo stringato comunicato ma, a leggere tra le righe, vi si possono già intuire i retroscena. Il primo pensiero che viene in mente è il “sacrificio” che il Fondatore sarebbe disposto a fare per ridare un po’ di ossigeno alle spompate primarie Pd che, nonostante il ciclone Renzi, sembrano destinate a non andare oltre i 2 milioni di votanti . Partecipazione scarsa rispetto alle precedenti edizioni. Un flop. Il nome di Romano Prodi è ancora amato dal popolo di centro-sinistra e la sua annunciata presenza potrebbe avere un effetto trainante.

Fin qui l’aspetto edificante della vicenda: il rafforzamento del Partito Democratico indipendentemente da chi vincerà tra Renzi, Cuperlo e Civati. Ma l’impressione è che Prodi voglia andare oltre. Le spie della strategia prodiana sono tre locuzioni utilizzate nel comunicato: “rischi aperti dalla sentenza”, “difendere il bipolarismo” e “cambiamento”. Il Professore considera rischiosa la deliberazione della Consulta che, amputando il Porcellum, ha spostato le lancette del sistema elettorale indietro di 20 anni, al proporzionale da Pentapartito. E chi sono i più strenui difensori del proporzionale? Il presidente Napolitano e il governo Letta-Alfano, naturalmente?

Ma chi sono stati i responsabili della creazione del governo di larghe intese, nato dopo l’affondamento della sua candidatura al Colle, ritenuta “divisiva”? I 101 traditori del Pd che, dopo averlo acclamato, lo hanno impallinato nel segreto delle urne, naturalmente. Tra questi ci sono di certo i Grandi Elettori di Gianni Cuperlo, dalemiani in testa. Le malelingue puntano il dito anche sui renziani, ma Matteo Renzi rappresenta per definizione il “cambiamento” auspicato da Prodi. Così come vicino al Professore può essere considerato anche Pippo Civati. Il piano diabolico di Prodi potrebbe dunque comprendere l’ipotesi di un suo ritorno come Padre Nobile, dopo che Renzi e Civati (che secondo i sondaggi rischia di superare Cuperlo) avranno fatto piazza pulita della vecchia nomenklatura.

Letta chiede la fiducia a Renzi: un patto per il 2014

Il governo chiederà al Parlamento un nuovo voto di fiducia, ma solo dopo l’8 dicembre, giorno delle primarie Pd. Da Vilnius in Lituania, dove si trovava per un vertice europeo, Enrico Letta si è detto convinto di ottenere “una nuova fiducia che rafforzerà il governo”. Giudizio ribadito da Venezia, durante il Congresso Nazionale Socialista dove il premier si è lasciato andare ad uno sfrenato ottimismo quando ha parlato di “svolta” per il governo e per l’Italia nel 2014. Il passaggio nelle due Camere, in effetti, non dovrebbe nascondere trabocchetti, considerati i 171 voti già ottenuti al Senato sulla legge di Stabilità che potrebbero presto salire a 174-175. Non tutto però potrebbe filare liscio come auspicato da Letta.

Eliminato Berlusconi dal Parlamento, adesso l’ostacolo più insidioso per la tenuta del governo Letta-Alfano si chiama Matteo Renzi. Non a caso il premier ha rinviato al post-primarie Pd il voto di fiducia imposto da Napolitano. Inevitabile dover fare i conti con lo scalpitante segretario in pectore per non dover assistere, primo caso nella storia italiana, ad un governo di fatto monocolore Pd (appoggiato da Ncd, Ppi e Sc) buttato giù dallo stesso Pd. Negli ultimi giorni -compresa la serata di ieri durante il confronto a tre su Sky con Cuperlo e Civati- Renzi ha continuato a mettere paletti e porre condizioni affinchè il nuovo Partito Democratico dominato dai renziani continui a tenere in vita Letta e i suoi ministri.

 Immancabile il mantra, divenuto un tormentone televisivo, sul governo del “Fare” che se resterà immobile dovrà andare a “casa”. Decisa anche la presa di posizione sul tema della cancellazione del porcellum. “Ancora qualche giorno e poi la portiamo alla Camera questa benedetta legge elettorale. E si fa sul serio”, ha detto Renzi che ha anche fatto capire di non voler vedere l’Italia schiacciata dai diktat europei sulla stabilità dei conti. Nonostante la serenità mostrata da Letta, l’arrivo di Renzi fa paura. Un sondaggio commissionato a Ixè dalla trasmissione Agorà di Rai3 vede il nuovo fenomeno del centro-sinistra schiacciare gli avversari con il 56% delle preferenze contro il 23 di Cuperlo e il 13 di Civati.

Con l’ambizione renziana pronta a prendere il comando del Pd, Letta è costretto a correre ai ripari puntando tutto su un patto con Renzi per il 2014. Patto dal quale passa il nuovo voto di fiducia che il presidente Giorgio Napolitano ha ritenuto onesto concedere agli sconfitti di Forza Italia dopo l’incontro avvenuto al Quirinale con la delegazione berlusconiana guidata da Brunetta e Romani. Obbligatorio dunque attendere l’8 dicembre per ascoltare le “condizioni” che Renzi porrà sul tavolo della trattativa. Ecco perché, per non rimanere schiacciato, il capo del governo ha cercato di pubblicizzarsi al meglio dichiarando che “il prossimo anno l’Italia avrà finalmente il segno più, con l’avvio della crescita e la fine dell’emorragia dell’occupazione che ci angoscia, e con le riforme”.

Quale arma migliore se non quella di prendersi i meriti della ripresa economica –anche se finora nascosta agli occhi dei comuni mortali- per bloccare sul nascere la corsa di Renzi verso elezioni anticipate? Letta Nipote è scaltro, conosce da sempre la politica, ha avuto come mentore lo Zio Gianni e si è fatto ancora più accorto da quando siede a Palazzo Chigi. “Il 2013 è un anno che abbiamo giocato in difesa, sotto assedio come eravamo” ha aggiunto durante l’incontro Socialista, con un chiaro riferimento al senso di liberazione provocato dalla cacciata di Berlusconi dal Palazzo e di FI dalla maggioranza. Ma il premier dalla verve inusuale è destinato presto a scontrarsi col rullo compressore mediatico Matteo Renzi.

Cancellieri e governo: partita a due tra Renzi e Napolitano

Annamaria Cancellieri ha passato indenne la prova della mozione di sfiducia presentata alla Camera dal M5S. La maggioranza Pd, (ex) Pdl, (ex) Scelta Civica ha retto compatta alla prova del voto, sposando in toto la spericolata tesi del ministro della Giustizia sulla natura “amichevole” e “umanitaria” del suo rapporto telefonico con i Ligresti. Non proprio come il voto sulla famigerata “Ruby nipote di Mubarak”, ma qualcosa di molto simile. Le cronache narrano che sia stato il diktat pronunciato da Enrico Letta durante la drammatica assemblea Pd di martedì sera (“Sfiduciare la Cancellieri significa sfiduciare il governo”), a far rientrare nei ranghi Matteo Renzi e gli altri candidati alla segreteria, costretti a piegarsi alla linea della “fedeltà al partito e al governo”. Come ai tempi di Togliatti.

I retroscena pubblicati dal Fatto Quotidiano raccontano però un’altra storia, diversa dalla favola di Letta “Palle d’acciaio”, deciso a difendere il proprio Guardasigilli fino al punto di sfidare Renzi, segretario in pectore del Pd, e rischiare la caduta dell’esecutivo. “Caro Matteo – esordisce suadente al telefono “Enrico” martedì pomeriggio – è il presidente che lo chiede, sulla Cancellieri fate un passo indietro”. Il “presidente” a cui fa riferimento Letta è, naturalmente, Giorgio Napolitano, colui che in cambio della rielezione al Colle ha preteso le chiavi del governo delle larghe intese (poi divenute un po’ più strette), affidandone poi la guida al fiduciario Letta Nipote.

 

Altro che “Palle d’acciaio”. Letta si sarebbe rifugiato sotto l’ombrello di Napolitano per far cambiare idea ad uno scalpitante Renzi che, dopo un furioso scambio di opinioni su procura di Torino, innocenza della Cancellieri e “questione politica e non giudiziaria”, aveva twittato: “Il gruppo si riunisce: o il presidente del Consiglio pone una questione di fiducia sulla vicenda Cancellieri, e fossi in lui non lo farei, oppure il Pd deve votare”. Toni bellicosi magicamente dissoltisi poche ore dopo quando, per ricompattare il partito lacerato, il sindaco di Firenze ha compiuto il richiesto “passo indietro”. Napolitano ha così esercitato per l’ennesima volta il suo potere di persuasione, immenso, perché il presidente ha legato la cattiva sorte del governo Letta alle sue dimissioni dal Quirinale.

L’ambizioso Renzi è consapevole che il suo maggiore avversario sulla strada di Palazzo Chigi non sarà il “giovane” Letta, ma ancora il “vecchio” Napolitano, deciso con il suo interventismo a garantire all’Europa la “stabilità” richiesta. Resta ancora un mistero comprendere perché, nella testa del presidente, il governo Letta sia l’unica soluzione possibile e, soprattutto, perché la caduta di un ministro divenuto impresentabile di fronte all’opinione pubblica avrebbe condotto ad una reazione a catena. In attesa di prendersi la segreteria l’8 dicembre e il governo chissà quando, Renzi è costretto ad ingoiare anche il rospo degli sfottò di Massimo D’Alema, uomo di apparato per tutte le stagioni. “Renzi ha fatto tutto questo numero contro la Cancellieri che sembrava volesse rovesciare il mondo – ha detto il Lìder Massimo – Finito twitter, il Gruppo del Pd ha deciso di votare la Cancellieri e Renzi ha incartato e portato a casa”.

La ritirata strategica di Renzi sul caso Cancellieri risveglia la vena polemica di Beppe Grillo sul vero ruolo di Napolitano. “La scissione del Pdl con un gruppo di residuati tossici è stata ispirata con tutta probabilità dal Colle a protezione del cocco di mamma Letta – posta Grillo sul blog – E come dimenticare i senatori a vita eletti da Napolitano, quattro voti sicuri per il Nipote?”. Un j’accuse, peraltro non inedito nei confronti del Quirinale (vedi la richiesta di impeachment), che si conclude scandendo che “Napolitano è il collante di questa situazione, Letta è solo un pupazzo”. Esattamente quello che pensa Renzi, pronto a dare il via allo scontro finale con Napolitano, ma solo dopo le primarie dell’8 dicembre.

Primarie Pd: Renzi e Cuperlo divisi sui numeri, uniti dal caso Cancellieri

Si fa sempre più duro lo scontro interno al Partito Democratico in vista delle primarie dell’8 dicembre. Il caso Cancellieri sta spaccando il partito. Una non-notizia, l’ennesima spaccatura dei Democratici, che riesce a conquistare le prime pagine grazie alla notizia, questa sì, che tutti e 4 i candidati alla segreteria del partito, Matteo Renzi, Gianni Cuperlo, Pippo Civati e Gianni Pittella, si sono schierati dalla parte di chi ritiene inopportuna la permanenza di Annamaria Cancellieri sulla poltrona di ministro della Giustizia. In pratica, la parte del Pd rimasta a sostenere senza se e senza ma l’amica dei Ligresti è quella dei “governativi”; il premier Enrico Letta, il ministro dei Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini, qualche ministro e il segretario uscente Guglielmo Epifani.

I lettiani temono un effetto valanga sul governo, innescato dalla sostituzione del ministro “garantito” da Napolitano che ora rischia persino di essere indagato. Gli aspiranti segretari Renzi e Cuperlo preferirebbero delle politicamente comode dimissioni, ma non se la sentono di “strappare” con un voto positivo sulla mozione di sfiducia alla Cancellieri, presentata dal M5S e calendarizzato a Montecitorio il 20 novembre prossimo. Una posizione pilatesca messa alle strette in queste ultime ore dal colpo di teatro architettato da Civati: la presentazione di una mozione di sfiducia targata Pd per rispondere all’ipocrisia di quanti, come il ministro Franceschini, pensano che sia “un atto dovuto” respingere una mozione presentata dall’opposizione, ovvero dal M5S.

 

“Siccome per la serie ‘gli argomenti più stupidi del mondo’ il Pd dice di non poter ‘sfiduciare’ la Cancellieri perché non si può votare la mozione del M5S, segnalo che ne possiamo presentare una noi”, scrive Civati sul suo blog, mettendo nel sacco in un colpo solo sia i lettiani, sdraiati sulle posizioni di Napolitano, sia i due cavalli favoriti nella corsa delle primarie. Renzi non ha ancora risposto personalmente all’appello civatiano, ma è stato costretto a mettere in campo le sue giovani leve. “Il ministro Cancellieri deve dimettersi – sbatte i pugni sul tavolo la “Mara Carfagna renziana” Maria Elena Boschi – ha dato l’idea profondamente sbagliata di un sistema in cui solo se conosci qualcuno riesci a vedere tutelati i tuoi diritti”. Cuperlo si dimostra più diplomatico, ma si rivela più infido. “Non è in discussione la correttezza del ministro Cancellieri –fa sapere il dalemiano dal Piemonte – quel che ho posto è un problema di opportunità politica: se esistono tutte le ragioni di serenità per adempiere appieno a una funzione particolarmente delicata come è quella del Guardasigilli”.

Ma qui finiscono le analogie tra Renzi e Cuperlo per lasciare spazio allo scontro all’ultimo voto della campagna elettorale. Una guerra di cifre e numeri. La votazione nei circoli di tutta Italia si è chiusa da poche ore e i renziani, con migliaia di schede ancora da scrutinare, cantano vittoria con più del 46% delle preferenze contro il 38% di Cuperlo e le briciole per gli altri. L’esatto contrario di quanto risulta ai cuperliani che danno il loro candidato vincente per un’incollatura.

Dietro al confronto Renzi-Cuperlo si cela lo scontro epocale tra la nomenklatura storica del partito, formata da ex comunisti ed ex democristiani, rappresentata da Cuperlo, e il renzismo rampante vissuto da molti della vecchia guardia come un berlusconismo di centro-sinistra. Si spiega così l’affondo di Massimo D’Alema che ha evocato persino la scissione in caso di vittoria di Renzi alle primarie. “Può esserci il rischio che una parte del Pd non si senta più nelle condizioni di viverci dentro. Sarebbe la cosa peggiore – ha detto il Lìder Massimo – C’è uno schieramento del potere economico e dei mass media a favore di Renzi che è impressionante. Basta sfogliare i giornali, guardare le tv. Ma vedo, con ammirazione, che c’è una parte notevole di iscritti al Pd che reagisce e resiste”. La fusione a freddo che ha preso il nome di Pd rischia di fare la stessa fine del Pdl, nato sul Predellino e scomparso al Palazzo dei Congressi dell’Eur.

Renzi diventa di Sinistra e rompe con la Cgil

renzi contro la CgilMatteo Renzi attacca i privilegi di pensionati e lavoratori garantiti (soprattutto pubblici) e scatena la reazione della Cgil. L’idea di Renzi è quella di condurre una politica di Sinistra, rivolta verso l’equità e la giustizia sociale. Spietato con Poteri Forti, banchieri e fruitori di rendite, senza però abbandonare il sentiero tracciato dall’economia di Mercato liberista. Insomma, un Bill Clinton o un Tony Blair che parla in dialetto toscano. Paradossalmente, non è questo mix esplosivo tra un marxismo d’annata e lo sfruttamento di uomini e risorse prodotto dal consumismo sfrenato ad aver allontanato dal prossimo segretario del Pd i favori della Cgil, il sindacato guidato da Susanna Camusso da sempre vicino agli ex Comunisti.

La Cgil non teme il Renzi “di Destra”, amico di stilisti, imprenditori e persino di Berlusconi, ma proprio il Renzi “di Sinistra”. Quello che ieri ha ribadito via twitter la necessità di “introdurre una maggiore equità previdenziale”. Il sindaco di Firenze pensa che “sia più equo chiedere un contributo a chi ha avuto di più, grazie a regole troppo generose, anziché a chi ha una pensione da settecento euro al mese”. Ma l’affondo di Renzi prosegue con il consiglio dato ai sindacati di “cambiare se vogliono sopravvivere” perché crede “siano in crisi di rappresentanza, se è vero che il 54% degli iscritti sono pensionati. Renzi contro i pensionati? No, meno male che si iscrivono. Ma c’è un problema di lavoratori”. Un concetto che richiama quello espresso nei giorni scorsi sui mali del Pd, votato solo da pensionati e lavoratori garantiti, ma evitato come la peste da disoccupati, precari, operai e giovani.

 

Forse è per questo che Susanna Camusso, consapevole del probabile trionfo renziano alle primarie dell’8 dicembre, lunedì abbia deciso di seguire l’esempio di Romano Prodi, dichiarando a Porta a Porta di non voler votare alle primarie Pd. La scusa addotta è quella di una sua “funzione di rappresentanza” che renderebbe inappropriata la partecipazione alla gazebata piddina, una questione tutta interna ai Democratici. Ma l’impressione è che Camusso voglia sabotare l’investitura a segretario del giovane fiorentino, dato dai sondaggi oltre il 70% delle preferenze. Trionfatore nonostante lo scandalo delle tessere gonfiate che ha messo a nudo la natura settaria di un partito mai diventato socialdemocratico, rimasto appannaggio dei capibastone ex Dc ed ex Pci.

Ma perché Renzi fa paura all’establishment come uomo di Sinistra? Proprio lui che era dato come nipotino della Balena Bianca? La risposta potrebbe darla il rapporto di Renzi con Yoram Gutgeld, suo consigliere economico e parlamentare Pd. Per il duo Renzi-Gutgeld bisogna “liberarsi dalle trappole asfissianti dei diritti acquisiti e delle rendite di posizione intoccabili” attraverso la percezione di “un pervasivo e inequivocabile desiderio di equità”. Parole di Sinistra, pronunciate da Gutgeld anche nel nome di John Maynard Keynes, ma che vanno a cozzare proprio con il grumo di interessi (pensionati e lavoratori pubblici) rappresentato dalla Cgil.

Peraltro, non è che l’ex dipendente della società di consulenza McKinsey possa essere sospettato di sediziose simpatie bolsceviche, visto che vorrebbe abbattere, non il Mercato, ma il “complesso di inferiorità” che la Sinistra italiana ha avuto verso il Mercato negli ultimi 20 anni. Più uguaglianza ma senza aumentare la spesa pubblica, predica il guru Gutgeld. Per questo sarebbe necessario colpire le pensioni concesse con il sistema retributivo, quelle sopra i 3500 euro. Una ricetta che è piaciuta subito a Renzi, l’ideale per riempire i suoi vuoti slogan alla Crozza.

Roma, Marino trionfa nelle primarie Pd e sfida Alemanno

I risultati non sono ancora definitivi, ma i complimenti degli avversari che hanno riconosciuto la sconfitta Ignazio Marino li aveva ricevuti già nella serata di domenica, con meno della metà delle schede scrutinate. Sarà il medico-senatore il candidato sindaco di Roma per il Partito Democratico. Marino ha infatti ottenuto più del 50% delle preferenze degli oltre 100 mila elettori che, secondo gli organizzatori, si sono recati in uno dei 223 gazebo allestiti nella Capitale in occasione delle elezioni primarie del Pd.

“Grazie a tutti i romani che hanno trasformato questo esperimento di democrazia in una grande gioiaha commentato a caldo Marino appena giunto nel suo comitato elettorale del quartiere San LorenzoOra dobbiamo liberare il Campidoglio da una politica oscura. Noi cambieremo tutto”. Parole di distensione dopo un fine-settimana in cui il nervosismo si poteva tagliare con un coltello. È vero che gli avversari non hanno potuto mettere in discussione la vittoria del senatore Pd, visto che il secondo classificato, David Sassoli, si è fermato intorno al 25%, mentre gli altri hanno fatto registrare percentuali irrisorie. Il renziano Paolo Gentiloni ha ottenuto meno del 10%, mentre Patrizia Prestipino, Gemma Azuni di Sel e Mattia Di Tommaso del Psi hanno ottenuto la preferenza solo di parenti, amici e di qualche vecchio “compagno”.

 

Ma le polemiche sono esplose fragorose ad urne ancora aperte. A lanciare il sasso nello stagno è stato Antonio Funicello, portavoce del Comitato GentilonixRoma, che ha dichiarato: “Ci stanno arrivando  numerosissime telefonate e segnalazioni di irregolarità e disservizi nei seggi elettorali, sarebbe davvero grave se una giornata di democrazia come quella di oggi venisse funestata da vicende poco chiare”. Un’accusa gravissima che non è però caduta nel vuoto ed è stata subito raccolta dalla renziana Cristina Alicata, evidentemente piccata dalla sonora disfatta incamerata dall’ignorato (dagli elettori) Gentiloni. “Le solite incredibili file di Rom che quando ci sono le primarie si scoprono appassionatissimi di politica”, ha postato su facebook la seguace del sindaco di Firenze.

In pratica, secondo i trombati gentiloniani, “qualcuno dei candidati”, anche se non ne sono stati specificati i connotati, avrebbe comprato il voto di molti rom (o “zingari” che dir si voglia) residenti nella Capitale, al fine di pilotare l’esito del voto. Tanta è stata la foga denunciatrice della Alicata da farla cadere nella trappola di accuse di razzismo a cui è stata subito costretta a controbattere. “Il razzismo non c’entra nulla. Sono voti comprati. Punto. Chi lo nega è complice dello sfruttamento della povertà che fa il clientelismo in politica”, ha corretto il tiro la renziana, non riuscendo però ad evitare l’effetto boomerang visto, tra l’altro, il distacco abissale con cui Marino ha seppellito i concorrenti.

Adesso, archiviata la pagina delle primarie, il chirurgo Marino si trova di fronte all’ostacolo più alto: conquistare il Campidoglio a spese di una concorrenza più che agguerrita. Il più titolato partecipante alla tenzone sarà il primo cittadino in carica, Gianni Alemanno, ancora col vento in poppa nonostante lo scandalo delle tangenti filobus e l’arresto del “camerata” Riccardo Mancini. Il ruolo di outsider di lusso, in tutti i sensi, lo ricoprirà Alfio Marchini, il “costruttore rosso” autoesclusosi dalle primarie Pd per correre da solo, ma con buone possibilità di dire la sua (sondaggi alla mano). Quarto e quinto incomodo della corsa alla poltrona di sindaco saranno l’avvocato grillino del M5S Marcello De Vito e l’indipendente di sinistra, già presidente del X municipio, Sandro Medici. Una speranza per nulla vacua quella di Marino di attestarsi al Campidoglio, suggellata anche dalla profonda riflessione del neo eletto presidente della Regione, Nicola Zingaretti: “Daje Ignazio”.

Ignazio Marino propone la depenalizzazione delle droghe leggere

È entrata subito nel vivo la corsa delle primarie del Pd che vedrà il vincitore concorrere per la carica di sindaco di Roma nella tornata elettorale di maggio. A sfidare il ricandidato sindaco uscente Gianni Alemanno sarà il nome che uscirà dalla rosa che comprende David Sassoli -ex giornalista Rai, parlamentare europeo dal 2009 e appoggiato da Franceschini e D’Alema-, Ignazio Marino –senatore già candidato alle primarie nazionali del 2008, appoggiato dal romanissimo Goffredo Bettini ma anche da Sel- e Paolo Gentiloni –ex Margherita e ministro delle Comunicazioni nel governo Prodi 2, dato come renziano-.

Le candidature Pd non finiscono qui perché ai tre big vanno aggiunti i nomi di Patrizia Prestipino, Gemma Azuni e del giovane Mattia Di Tommaso. La corsa verso la vittoria delle primarie è comunque ristretta ai primi tre, anzi, ai primi due, Sassoli e Marino, dati dai bookmakers come favoriti. La bomba a mano che ha dato il via alle ostilità primarie l’ha lanciata il medico Ignazio Marino durante una visita compiuta ieri all’ospedale San Camillo: “Io ho simpatia per i giovani e credo che anche loro ne abbiano per me, perché in passato ho affermato (e lo penso ancora) che bisognerebbe depenalizzare le droghe leggere per eliminare la criminalità a Roma che, in questa città, ruota attorno ad esse”.

Una dichiarazione alla Marco Pannella su un argomento assente da tempo dall’agenda della politica perché considerato ancora un tabù. Un rischio, quello preso da Marino nel voler prendere di petto il problema della tossicodipendenza nella Capitale, perché il mercato della droga è più fiorente che mai e l’ipotesi antiproibizionista è stata da sempre lasciata ai margini dalle figure istituzionali (politica, forze dell’ordine, comunità di recupero come San Patrignano) che si occupano del problema droga. Fatto sta che il medico Marino risulta da sempre impegnato nell’approfondire la tematica della riduzione del danno (vedi il lavoro svolto dai volontari dell’unità di strada Villa Maraini a Tor Bella Monaca) e, soprattutto, quella della depenalizzazione delle droghe leggere per togliere il terreno da sotto ai piedi a spacciatori e trafficanti.

Le malelingue e gli avversari politici hanno letto, forse a ragione, l’iniziativa di Marino come una trovata pubblicitaria per ingraziarsi le simpatie e, soprattutto, il voto delle giovani generazioni romane, non certo estranee al circolo vizioso del consumo di droga legato alla repressione di uso e spaccio da parte delle autorità. Come fermare il mare con le mani. A dare fiato alle tesi dei detrattori è stato lo stesso dottor Marino che ha aggiunto: “Sono assolutamente favorevole a far votare i sedicenni alle primarie. I nostri ragazzi, che vivono in una città complessa come Roma, hanno delle problematiche quotidiane con la loro scuola, i trasporti, con i luoghi dove si incontrano che, talvolta, sono diventati pericolosi. Per questo è giusto che diano il loro voto”. Praticamente una confessione di voler fare un sol boccone del voto giovanile.

Ma la guerra delle primarie Pd non si ferma certo a qualche canna di troppo. Il tandem Marino-Gentiloni si è infatti scagliato contro Sassoli, accusato di aver infranto il codice etico per aver permesso l’affissione di manifesti abusivi. I due ne chiedono addirittura l’esclusione dalle primarie “perché ha mentito ai romani”. Sassoli ha risposto alla Scajola: “Se qualche errore è stato commesso, è stato sicuramente a mia insaputa”. Colpi bassi in vista del 7 aprile.