Letta dice addio al Porcellum, ma la maggioranza è spaccata

L’unica certezza è che non si voterà più con la legge elettorale nota come Porcellum. È questo il succo delle parole pronunciate dal premier Enrico Letta a margine del vertice di maggioranza convocato mercoledì mattina e a pochi minuti dalla sua partenza per Bruxelles dove Letta ha illustrato la posizione italiana su austerità, debito e crescita. Il presidente del Consiglio ha chiarito l’iter che, entro l’estate, il governo intende assegnare alla riforma della legge elettorale, contestualmente ad un piano di riforme più ampio della Carta costituzionale. Intanto è necessario sbarazzarsi del Porcellum, non tanto per l’assurdità di una legge che non assegna una maggioranza chiara al vincitore delle elezioni, quanto per evitare la brutta figura di una pronuncia di incostituzionalità della Corte Costituzionale.

È già stato anticipato da più voci che la mannaia della Consulta si abbatterebbe soprattutto su due aspetti del pasticcio firmato Roberto Calderoli: l’impossibilità di indicare una preferenza e il premio di maggioranza abnorme. Ecco così spiegata l’accelerazione lettiana sulla questione. Letta ha poi spiegato che “sulle riforme e sul loro percorso di riforma costituzionale si gioca la vita del governo”. Riforme costituzionali, legge elettorale, costi della politica, riduzione del numero dei parlamentari, finanziamento ai partiti. Tutte questioni scottanti riversate sul tavolo di Palazzo Chigi che inducono il premier a precisare il senso del superamento del Porcellum: “La legge elettorale sarà diversa, complessiva e terrà conto della forma di stato o di governo che uscirà dalla riforma”.

 

Fin qui tutto chiaro, compreso il fatto che il 30 maggio si riunirà per la prima volta l’ennesimo Comitato di Saggi di nomina governativa al quale farà bella compagnia a breve un Comitato dei 40 formato dai membri delle commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato. Un intasamento di carriere e poltrone come sul Raccordo nell’ora di punta che lascia trasparire la confusione che sta corrodendo la strana maggioranza Pd-Pdl. “C’è l’accordo per modifiche minime”, ha riferito Renato Brunetta, ma i colleghi del Pdl, più falchi di lui, hanno già fatto trapelare l’ipotesi di una nuova legge ancora senza preferenze, che non preveda la ridefinizione dei collegi e assegni il premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge il 40% dei voti.

Di tutt’altro avviso sono, naturalmente, i riottosi alleati del Pd che per bocca di Dario Franceschini, ministro dei Rapporti con il Parlamento, hanno detto la loro: “Siamo di fronte a una vittoria del Pdha detto Franceschiniperché abbiamo incassato che non si andrà più a votare con la legge vigente. Questo aveva annunciato il presidente del Consiglio, questo è quello che si è deciso oggi. Altre ipotesi, sono frutto di invenzione”. Il sospetto è che, nonostante lo strepitare di Franceschini contro Brunetta, l’escamotage del quorum del 40% (irraggiungibile nelle condizioni attuali di tripolarismo) possa rivelarsi una sorta di ritorno al sistema proporzionale e ad un modo di governare di democristiana memoria. Il sogno di Enrico Letta e delle colombe pidielline come il ministro Quagliariello.

“La riforma della Costituzione che dovrebbe essere approvata dal Parlamento –ha detto il ministro delle Riforme- sarà sottoposta in ogni caso a referendum confermativo, a prescindere dal fatto che le Camere la approvino con la maggioranza qualificata”. Uno stile di linguaggio ecumenico che vorrebbe nascondere la profonda spaccatura che caratterizza questa maggioranza. Enrico Letta ha segnato comunque sul calendario il 29 maggio come giorno spartiacque della legislatura perché verranno votate le mozioni parlamentari del governo che definiranno l’iter delle riforme. La parola magica resta clausole di salvaguardia che salvi il Porcellum dall’azione della Consulta trasformandolo in quello che molti hanno già ribattezzato un Porcellinum.

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