Forza Italia rompe le larghe intese. Letta si salva in Senato

fiducia governo LettaQuello sul voto di fiducia alla legge di Stabilità è stato il primo passaggio parlamentare in cui il governo Letta ha dovuto fare a meno dei voti di Forza Italia. La maratona notturna si è alla fine conclusa con un risultato confortante per l’esecutivo: 171 voti a favore, contro 135 contrari. Tre voti in più per Letta rispetto ai 168 calcolati dal pallottoliere degli addetti ai lavori. Evidentemente, più di un senatore dato all’opposizione ha temuto che il fallimento della Finanziaria avrebbe portato ad una caduta anticipata del governo e alla fine della legislatura, con annessa cessazione di privilegi e posti in poltrona.

Letta esulta perché vede finalmente “maggiore chiarezza” nei rapporti tra governo e maggioranza che lo sostiene. “Più coesa” secondo il premier, pericolosamente traballante secondo l’opposizione. L’uscita di Forza Italia dalle Larghe Intese resta comunque un dato di fatto che, unito alla cacciata da Palazzo Madama del leader Silvio Berlusconi, renderà la vita difficile al duo Letta-Alfano, titolari di un esecutivo divenuto improvvisamente di Piccole Intese. Per il momento comunque, al netto della vendetta mediatica e politica già messa in atto dal Caimano ferito, il governo sembra reggere. Anche perché Giorgio Napolitano si sta spendendo in prima persona come garante di queste Intese un po’ ristrette. Sua, infatti, l’idea di confermare la fiducia a Letta dopo lo strappo di FI proprio con il voto di fiducia sulla legge di Stabilità, senza la necessità di ricorrere ad una ulteriore verifica parlamentare.

Fatto sta che i numeri al Senato potrebbero non essere sempre così rosei per Letta. Da oggi nasce di fatto un governo retto da un Quadripartito (Pd, Ncd, PPI, Sc) il cui indiscusso azionista di maggioranza resta il Partito Democratico, costretto a portare sulle spalle tutto il peso di scelte economiche impopolari e di interventi insufficienti per far uscire l’Italia dalla crisi. Il rischio per l’esecutivo è quello di essere ricordato come il “governo delle tasse”, accerchiato dall’opposizione feroce di Beppe Grillo e, da oggi, anche di Berlusconi; ma pressato anche dall’interno, con gli “alleati” centristi risoluti a far pesare i loro voti decisivi anche attraverso ricatti politici.

 

Una situazione insostenibile per il Pd che dal 9 dicembre, quando con ogni probabilità Matteo Renzi ne conquisterà la segreteria, si trasformerà in un partito di lotta e di governo. Il neo-segretario è deciso a non farsi schiacciare dagli attacchi di Grillo e Berlusconi, mentre il compagno di partito Enrico Letta è disposto a cedere ai diktat sull’austerità imposti da Bruxelles pur di non farsi cacciare dall’esclusivo club del rigore a cui sono iscritti Ue, Bce e Fmi. Due posizioni inconciliabili che Renzi non vede l’ora di liquidare se il “governo del Fare” da lui preteso continuerà a rimanere “stabile come un cimitero”. “Il Pd ha la maggioranza assoluta della maggioranza, se non si fa quello che chiediamo noi… finish”, aveva minacciato ieri il sindaco di Firenze. Una maniera molto cruenta per chiedere a Letta un “patto programmatico” modellato sulle esigenze del nuovo Pd renziano.

Già da questa sera, poi, il governo delle Piccole Intese dovrà parare i colpi dell’offensiva mediatica (è saltata però la prevista ospitata da Bruno Vespa) e di piazza (manifestazione a via del Plebiscito) che Berlusconi ha scatenato per ribattere al voto sulla decadenza. Il Cavaliere ha paura di essere arrestato ed è disposto a tutto pur di evitare un’uscita di scena ingloriosa. Intanto, dal fronte grillino, gli attacchi al Colle e le bordate verso il duo Letta-Alfano aumenteranno di intensità per conquistare voti nelle prossime elezioni Europee. Una situazione drammatica che stride con lo sconfinato ottimismo mostrato da Letta in queste ore.

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Scissione Berlusconi-Alfano: nasce il governo delle Piccole Intese

L’accelerazione impressa da Angelino Alfano con l’annuncio della scissione da Berlusconi e della formazione di nuovi gruppi parlamentari, il Nuovo Centrodestra, ha tolto un po’ di suspance all’appuntamento del Consiglio Nazionale che oggi ha sancito il ritorno di Berlusconi al primo amore Forza Italia. Gli alfaniani hanno disertato l’appuntamento, ma Berlusconi ha tirato dritto per la sua strada decidendo di non cambiare una virgola del suo discorso e puntando tutto sul ritorno al futuro di Forza Italia. I retroscena lo davano arrabbiato, deluso e amareggiato, sentimenti rimasti ai margini del palco del Palazzo dei Congressi di Roma. Una professione di ottimismo che non nasconde però i problemi prodotti dallo strappo di Alfano.

La drammatica spaccatura dei berlusconiani si porta dietro due effetti negativi immediati: l’indebolimento del centrodestra a tutto vantaggio di Renzi e Grillo e, soprattutto, la fine del governo delle larghe intese, ridimensionato ad esecutivo di Piccole Intese. La destra infatti non è più rappresentata, Berlusconi passa di fatto all’opposizione e i numeri per tenere in vita Enrico Letta e soci dipendono dalla pattuglia centrista guidata da Alfano. Una brutta notizia per Letta nipote, anche se alcuni commentatori vedono nella ritrovata coesione governativa, se pur a scapito della schiacciante maggioranza delle larghe intese, la chiave di volta per allungare la legislatura fino almeno al 2015.

 

In realtà, il governo divenuto delle Piccole Intese sembra sempre più accerchiato. Da una parte c’è da tenere a bada un trio di oppositori che nelle urne (anche quelle delle Europee di giugno) fa paura: Berlusconi, Grillo e Renzi. Dall’altra ci sono i problemi interni come il caso Cancellieri e, soprattutto, la bocciatura data dall’Europa e dal commissario Olly Rehn in persona alla legge di Stabilità. Sorvegliato speciale resta sempre il nostro mostruoso debito pubblico, anche se il ministro dell’Economia Saccomanni (anche lui a rischio) si è dimostrato maestro nel minimizzare la portata del fallimento della ricetta economica lettiana.

I numeri in parlamento consentono per il momento a Letta di respirare. Facendo due conti dando retta all’Innovatore Roberto Formigoni, pare che il Nuovo Centrodestra possa contare su 33-37 senatori e 26-27 deputati, più che sufficienti per formare nuovi gruppi, autonomi da Forza Italia. Ma il ballo delle cifre è destinato inevitabilmente a cambiare le carte in tavola nei prossimi mesi. Collante di questa nuova maggioranza delle Piccole Intese è il desiderio di molti di rimanere attaccati alla Poltrona, mentre per altri (è il caso proprio di Formigoni, indagato a Milano per corruzione) mantenere l’immunità parlamentare è una questione di vita o di morte per evitare eventuali richieste di arresto.

Al di là degli annunci roboanti, quella guidata da Letta e Alfano sembra un’Armata Brancaleone la cui presunta coesione è tutta di facciata. Il Nuovo Centrodestra, infatti, di “nuovo” ha veramente poco, se si considera che tra le sue fila annovera dinosauri del calibro di Cicchitto, Giovanardi, Sacconi, Formigoni, Schifani e lo stesso Alfano che, pur essendo anagraficamente giovane, giovane non lo è mai stato. Inconcepibile persino immaginare che, con questi nomi e con queste facce, il Nuovo Centrodestra possa avere un destino elettorale diverso da quello di Fli di Fini, dell’Udc di Casini o di Sc di Monti: il “suicidio politico” di Alfano secondo Vittorio Feltri.