Licio Gelli scarica Renzi: “Mai stato massone. Durerà poco”

Gelli Renzi“Renzi non è destinato a durare a lungo…comunque non è mai stato (né lui né i suoi familiari) nella massoneria”. Alla veneranda età di 96 anni, il Venerabile capo della Loggia P2, Licio Gelli, rilascia un’intervista a Marco Dolcetta del Fatto Quotidiano per prendere le distanze da Matteo Renzi, quello che molti avevano indicato come suo figlioccio politico. Un disconoscimento clamoroso, vista la corrispondenza di armoniosi sensi tra il suo Piano di Rinascita Democratica e le riforme istituzionali che il premier vorrebbe varare in accordo con un altro fratello P2, Silvio Berlusconi.

Uno sfogo sincero, quello di Gelli, oppure l’ennesima manovra di depistaggio compiuta per riportare nell’ombra indicibili accordi? Se si considera il curriculum dell’uomo coinvolto nei principali Misteri Italiani la risposta non può che essere la seconda. Il livore dimostrato da Gelli nei confronti di Renzi risulta, infatti, troppo smaccato per non destare più di qualche sospetto.

Lo “zio Licio” definisce il giovane premier un “bambinone” a causa del “suo comportamento che è pieno di parole e molto ridotto nei fatti”. Un giudizio tranchant al quale va aggiunta la simbolica cacciata dal tempio della fratellanza muratoria (“mai stato massone”) e una menata misogina contro le Renzi-girls al governo che il Venerabile, rimasto fedele al credo fascista “Dio, patria e famiglia”, vedrebbe “molto meglio a occuparsi d’altro”. Poi, un’altra rivelazione su Renzi. “Mi risulta – dice Gelli – che fra i suoi mentori politici ci siano persone che vivono a Washington”.

La sfortuna del premier, però, è essere circondato da quelle che il capo della P2 chiama “mezze tacche”, come gli “ex lacchè di Berlusconi” Fini, Schifani e Alfano, “personaggi non certo di livello”. Convinto, probabilmente a ragione, di avere l’autorità per stabilire quale sia la “vera” massoneria, il vecchio Gelli sconfessa anche l’altro protagonista delle larghe intese, Berlusconi, circondatosi di “personaggi di bassa levatura” come Denis Verdini, descritto come un “mediocre uomo di finanza; è un massone… credo, ma non della nostra squadra”.

Gelli si lancia poi in una ardita comparazione tra il piano di riforme istituzionali presentato da Renzi e i suoi vecchi Piani per “salvare” l’Italia. Le riforme del premier su legge elettorale e Senato “sono goffe”. Al contrario, il Piano di Rinascita Nazionale (in seguito Piano di Rinascita Democratica), scritto insieme al politico e noto massone Randolfo Pacciardi su input del presidente Giovanni Leone, avrebbe potuto “creare i fondamenti per uno Stato più efficace”. Ma, prosegue il racconto di Gelli, lo stesso Leone “non diede mai alcun riscontro” (circostanza storicamente non provata). Nella riforma renziana del Senato, comunque, il Venerabile vede molti punti di affinità con il suo Piano: abolizione quasi totale, ridotto numero di membri, competenze limitate a materie economiche e finanziarie.

Il re dei Misteri Italiani non poteva naturalmente farsi mancare un pensiero per il principe Luigi Bisignani, “più che un amico, un figlioccio”, una persona di cui Gelli ha sempre avuto una “grande stima”. Una lode particolare Gelli la riserva a Francesco Cossiga e Giulio Andreotti, vertici inimitabili di un “sistema di controllo politico” attraverso le reti di Gladio e dell’Anello. Il finale dell’intervista è truculento. Interrogato sul futuro dell’Italia, Gelli non smentisce la sua indole antidemocratica e si sbilancia in una profezia: “Probabilmente solo un tributo di sangue potrà dare una svolta, diciamo pure rivoluzionaria, a questa povera Italia”.

L’ombra di Licio Gelli dietro l’accordo Renzi-Berlusconi

Renzi Berlusconi massoneriaDietro la decisione di Matteo Renzi di formare il governo con una maggioranza da Prima Repubblica – rinunciando al ruolo vincente di rottamatore per rischiare di impantanarsi con Alfano nella palude dei veti incrociati dei  partitini centristi – ci sarebbe un accordo segreto con Silvio Berlusconi. Di più. Il patto stretto con il Cavaliere ricalca in molti punti il Piano di Rinascita Democratica della P2 di Licio Gelli. A proporre questa ipotesi è stato Rino Formica nei giorni immediatamente precedenti l’accettazione dell’incarico di premier da parte del segretario Pd.

Lo scaltro politico, socialista e più volte ministro ai tempi d’oro di Craxi, ha scritto una nota sulla rivista storica del socialismo Critica Sociale, per accusare Renzi di “protervia” e “insolenza” perché il neo premier avrebbe avviato “sue personali consultazioni da capo del governo non ancora incaricato”. Il j’accuse di Formica si chiudeva con un passaggio inquietante: “Dopo 35 anni vedo il realizzarsi del programma di Rinascita Nazionale del ‘toscano’ Licio Gelli”. Nazionale, o Democratica che dir si voglia, la Rinascita teorizzata da Gelli colpisce ancora l’immaginario del politico socialista che, non a caso, virgoletta la toscanità del Venerabile per accostarla a quella del giovane Renzi.

Passata sotto il silenzio complice dei media, la denuncia di Formica viene ribadita da lui stesso con una intervista rilasciata a ilsussidiario.net venerdì 21 febbraio, giorno dell’incarico. Questa volta però l’accusa è più circostanziata. Secondo Formica il paese si trova ad affrontare una “crisi di sistema”. Impensabile vedere “due diverse maggioranze” (quella “ufficiale” con Alfano per occuparsi di economia, l’altra con Berlusconi per le riforme istituzionali). Un modus operandi che metterebbe addirittura a rischio la democrazia in Italia.

“C’è un patto tra Renzi e Berlusconi – aggiunge Formica, secondo il quale i due – “non sopportano i corpi intermedi, non hanno un’idea della democrazia partecipativa e vogliono semplificare senza riguardo”. Renzi avrebbe accettato di governare con una maggioranza identica a quella del governo Letta perché “ha verificato con Berlusconi la saldezza del patto di ‘maggioranza occulta’ che non si sottoporrà al vaglio costituzionale del voto di fiducia”. In pratica, i partitini “morenti” usati per svolgere il lavoro sporco, mentre “la maggioranza in sonno si legge invece su una intesa solidissima”.

L’indicibile patto si reggerebbe su tre punti fondanti: intesa sull’elezione del presidente della Repubblica (Mario Draghi?), elezioni politiche entro un anno, legge elettorale pro Pd e Forza Italia. Tutto in nome delle richieste dei “Mercati”. Una “fotocopia del programma di Gelli” con maggioranze catto-massoniche al posto di quelle catto-comuniste. E, in effetti, alcuni dei punti fondanti della Rinascita Democratica piduista sono proprio la nascita di due partiti, il controllo dei media, il presidenzialismo, la riforma della magistratura, la riduzione dei parlamentari e l’abolizione delle province.

A pensar male si fa peccato, ma ci si indovina quasi sempre, diceva Giulio Andreotti, uno che di trame segrete se ne intendeva. In questo senso, un altro indizio del possibile connubio massonico tra Berlusconi e il suo erede è l’articolo pubblicato dal sito linkiesta.it. “L’attuale presidente di Mps Antonella Mansi – scrive Antonio Vanuzzo – è stata numero uno di Banca Federico Del Vecchio, istituto privato della borghesia fiorentina controllato da Banca Etruria, feudo della massoneria aretina nel cui consiglio d’amministrazione siede il padre di Maria Elena Boschi”.

La promettente figlia di Pier Luigi Boschi, il ministro delle Riforme Maria Elena, legata come il padre alla massoneria. Niente più di un sospetto, corroborato però dai frequenti incontri avuti dalla Boschi con Denis Verdini per discutere di legge elettorale. Verdini, il plenipotenziario berlusconiano, da sempre in contatto con la massoneria toscana, è stato tirato in mezzo anche da Beppe Grillo durante l’incontro in streaming con Renzi. “Ti sei messo insieme a Verdini e alla massoneria per fare la legge elettorale”, ha detto il guru del M5S al segretario Pd. E chi sa che non avesse ragione lui.