Servizi sociali e rischio galera. Berlusconi perde il controllo del Pdl

Il condannato Silvio Berlusconi ha chiesto ufficialmente di essere assegnato in prova ai servizi sociali. La richiesta è stata depositata venerdì al Tribunale di Milano dai suoi legali, ma la decisione l’aveva già anticipata qualche giorno prima l’avvocato Franco Coppi. La buona notizia per Berlusconi è che il suo fascicolo dovrà passare adesso al Tribunale del Riesame -competente in materia di assegnazione di misure alternative al carcere– per poi essere assegnato ad un giudice relatore. I soliti tempi biblici della burocrazia italiana. Nessuna procedura ad personam questa volta. Ma intanto di “pulire cessi” o “servire pasti caldi” se ne riparlerà in primavera. L’arrivo della bella stagione coinciderà anche con la fine dell’iter che determinerà l’entità dell’interdizione dai pubblici uffici per il Cavaliere. È vero che la Corte di Appello di Milano si riunirà il 19 ottobre ma, tra ritardi fisiologici e scontato ricorso in Cassazione, il calendario sarà aggiornato almeno a maggio.

Basterebbe puntare sull’amnistia voluta da Napolitano e aggiustare in qualche modo il tiro sul voto del Senato sulla decadenza per indirizzarlo verso un rinvio della legge Severino alla Consulta e il gioco sarebbe fatto: il Cavaliere Decadente ancora in sella per chi sa quanto. Ecco allora le brutte notizie. Sul versante “decadenza”. Sia la Giunta presieduta da Dario Stefàno che l’aula di Palazzo Madama moderata da Pietro Grasso sembrano fare orecchie da mercante. E poi, è stato lo stesso Berlusconi -proprio nel giorno umiliante della richiesta di messa in prova ai servizi sociali agli odiati giudici milanesi- a lasciarsi andare ad uno sfogo, non inedito ma comunque drammatico, di fronte agli europarlamentari Pdl riuniti a Palazzo Grazioli. “I miei avvocati dicono che il mio futuro è infausto. Mi faranno marcire in galera”, ha detto il Cavaliere, terrorizzato dal pensiero della ripresa della persecuzione giudiziaria appena perderà il seggio da Senatore. La paura è quella di fare la fine di Yulia Timoshenko, l’ex primo ministro dell’Ucraina, arrestata 2 anni fa per corruzione dal governo filo russo di Yanukovic e sulla cui sorte si sono spenti i riflettori. E meno male che è lo stesso Berlusconi a ricordare che proprio “Putin mi aveva avvertito”.

 

È sempre il rischio galera a tenere banco negli incubi del “presidente”, e lo scontro interno al partito tra governisti-alfaniani e lealisti non contribuisce certo a renderlo ottimista. “Tra pochi giorni non sarò più un uomo libero. Mi vogliono arrestare, mi vogliono fare andare in galera e voi mi parlate di congresso?”, questa la rabbiosa reazione del Cavaliere alla guerra per bande tesa a conquistare quel che resta del Pdl e quello che sarà di Forza Italia. La causa scatenante una possibile scissione si chiama Congresso, richiesto a gran voce da Raffaele Fitto, il potente collettore di voti pugliese, mandato allo sbaraglio dai falchi Verdini e Santanchè, per cercare di dirottare la creatura berlusconiana -nata con e per il leader e senza organismi di democrazia interna- verso i lidi di una gestione di partito da Prima repubblica. Antiberlusconismo puro, anche se forse inconsapevole, a cui fa da contraltare la teoria degli alfaniani secondo i quali Angelino Alfano sarebbe il successore naturale per manifesta superiorità politica. Pensiero opinabile, ma sottoscritto persino da Fabrizio Cicchitto che avanza addirittura l’ipotesi elezioni primarie se i lealisti non dovessero riconoscere per acclamazione il segretario dal quid ritrovato.

Una gazzarra inguardabile, un pollaio di falchi e colombe, a cui il grande capo ha cercato di mettere una pezza con saggezza inaudita: “Se ci dividiamo adesso, rischiamo di fare il gioco della sinistra”. Tutto inutile perché i servi devoti, che a lui devono tutto, hanno fiutato la sua prossima dipartita e, da buoni segugi della Poltrona quali sono, stanno già cambiando cavallo. Sarà Alfano quello di razza?

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Alfano e il “Manifesto politico di Palazzo Chigi”

La conferenza stampa convocata mercoledì pomeriggio a Palazzo Chigi dai cinque ministri Pdl del governo Letta, gli alfaniani, ha rappresentato per Angelino Alfano l’occasione per alzare la posta nella partita interna che si sta giocando per la conquista del movimento berlusconiano. Più che una conferenza stampa, l’inedita riunione di ministri di uno stesso partito è sembrata la presentazione di un vero e proprio manifesto politico. Certo, il rassicurante scenario di Palazzo Chigi scelto dai governativi del Pdl, tradisce un dato di fatto abbastanza singolare: la truppa degli alfaniani è un movimento politico talmente innovativo e in divenire da non avere a disposizione neppure una sede adeguata per pubblicizzare le proprie idee.

Alla storica sede di Forza Italia-Pdl di Via dell’Umiltà, al centro di Roma, le porte sono sprangate e nessuno risponde al citofono. Chiusa, per sempre. Sostituita dagli stanzoni dipinti di fresco dell’elegante palazzo che affaccia su Piazza San Lorenzo in Lucina. Sempre al centro, sempre a due passi dal Potere, ma più economico, più cool. Peccato che sul portone ci sia scritto (Nuova) Forza Italia e che il padrone di casa, Silvio Berlusconi, abbia pagato come sempre tutto con i soldi suoi (o chi sa di chi) e non sia per niente d’accordo a regalare sede e partito al segretario senza quid e all’ala governista-alfaniana di quello che fu il Pdl. “Traditori” che non si riconoscono in Forza Italia, cioè nella leadership indiscussa del Cavaliere Decadente.

 

Si diceva della location scelta per lanciare il nuovo prodotto, il manifesto politico degli alfaniani, da spendere in favore della stabilità e della lunga durata del governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. Le prime frasi pronunciate da Alfano nella veste di “padre politico” hanno tratto in inganno un po’ tutti, lasciando intendere che il nuovo Pdl (o come si chiamerà) continuerà a svolgere il grato ruolo di “sentinella antitasse” all’interno del governo. Una riproposizione del brunettismo più spinto, ma solo in un’altra veste? Sicuramente no, anche se Alfano è in qualche modo costretto a porgere la carota e non il bastone ai lealisti, i fedelissimi berlusconiani. Gli alfaniani, infatti, non hanno né il potere, né le televisioni, né soprattutto il denaro di Berlusconi, per compiere adesso uno strappo clamoroso con il passato, abbandonando il Cavaliere al suo destino di esodato dalla politica. Ancora troppo alto il rischio di metodo Boffo.

Smessa prontamente la maschera del falco, l’ambizioso Angelino ha indossato quella da governista rivendicando –seduto al centro dei sorridenti colleghi Quagliariello, Lorenzin, Lupi e De Girolamo– il merito di aver reso il governo “più forte e coeso”, azzerando il rischio di “ricatti” da parte dell’anima nera del Pdl. In maniera molto soft, alla democristiana, Angelino ha poi lanciato una sorta di OPA su un Pdl a rischio implosione affermando che “noi non solo non siamo qui per parlare di regole interne al Pdl ma per ribadire che il nostro scopo è tenere unito il partito”. Unito sì, ma nelle sue mani. Dopo la solita lisciata di pelo al mentore Berlusconi, ancora vitale e quindi pericolosissimo, Alfano ha poi ribadito l’unica intenzione sua e dei Suoi ministri “che intendono realizzare nei limiti di una grande coalizione gli altri punti programmatici su cui ci siamo impegnati in campagna elettorale”. Niente più strappi, trappole o diktat come successo con l’Imu, ma il diritto di rivendicare i risultati ottenuti “insieme ai colleghi di governo e in rappresentanza del nostro movimento politico”.

Gli alfaniani, in pratica, si autonominano veri rappresentanti del proprio movimento politico. Gli unici su cui fare affidamento per il futuro. Gli altri? I vari Brunetta, Santanché, Verdini, Capezzone e Bondi? Solo un passato da dimenticare. I “condannati” non ci stanno e provano ad alzare la voce, ma Alfano ha già lo sguardo rivolto al futuro, verso “un grande centrodestra che riunisca tutti i moderati alternativi alla sinistra italiana”.

Dall’Ilva a Mps. Le ragioni della pacificazione tra Pd e Pdl

Quali sono i veri motivi che hanno convinto due forze politiche teoricamente agli antipodi, il Pd e il Pdl, a mettere da parte astio e rivalità per concorrere alla formazione di un governo di coalizione, o di inciucio che dir si voglia? La prima risposta che viene in mente sono le vicende giudiziarie che da decenni coinvolgono i due schieramenti, soprattutto Silvio Berlusconi da una parte, mentre dall’altra si registra un’alternanza di protagonisti. Il clima di “pacificazione” instaurato dalla rielezione di Napolitano al Quirinale ha permesso di mettere sotto il letto argomentazioni “divisive” e di dare il via al grande inciucio che, dietro al nome “pulito” di Enrico Letta, nasconde un mondo di corruzione e malaffare.

Il fatto di cronaca più eclatante legato ai traffici della casta è forse la vicenda dell’Ilva di Taranto. È proprio di ieri la notizia che il gip della città jonica, Patrizia Todisco, divenuta l’eroina di chi combatte contro i veleni prodotti dalla più grande acciaieria d’Europa, ha emesso un decreto di sequestro della mostruosa cifra di 8 miliardi e 100 milioni di euro. La novità assoluta sta nel fatto che questa volta la Todisco non ha imposto il sequestro dei prodotti usciti dalla fabbrica, ma direttamente del patrimonio della famiglia Riva. Il provvedimento lungo 46 pagine coinvolge come indagati i soliti nomi: Emilio Riva e il figlio Nicola, l’ex direttore Capogrosso e il tuttofare Girolamo Archinà. Le persone citate sono già in galera o agli arresti domiciliari.

Non è così per gli altri indagati come l’altro figlio di Emilio, Fabio (latitante all’estero), il presidente Bruno Ferrante, i dirigenti Andelmi, Cavallo, Di Maggio, De Felice, D’Alò, Buffo, Palmisano, Dimastromatteo. Per tutti questi galantuomini, comunque, le accuse sono gravissime e vanno dall’omissione di “un piano di emergenza nell’eventualità di un incidente rilevante”, allo “sversamento delle scorie liquide di acciaieria sul terreno non pavimentato e al rilascio di sostanze tossiche dovute allo slopping e al sovradosaggio di ossigeno”. Ma la lista delle nefandezze imputate al gruppo Riva è infinita. “Tutto ciò ha procurato negli anni un indebito vantaggio economico all’Ilva, ai danni della popolazione e dell’ambiente”, mettono nero su bianco i magistrati tarantini. E responsabile di questo scempio è la politica. Ultimo il governo Monti che ha assicurato all’Ilva l’incerta copertura dell’Aia con il ministro Clini. Ma sono tutti i partiti della casta ad aver ricevuto fiumi di denaro in questi anni in cambio di un occhio chiuso, o magari di tutti e due.

Se proviamo a mettere lo scandalo Ilva davanti ad uno specchio l’immagine che verrà riflessa è quella della vicenda Monte dei Paschi di Siena, la madre di tutti gli scandali bancari e finanziari del nostro disastrato paese. L’ultimo atto della tragedia senese lo ha interpretato ieri il presidente Alessandro Profumo che ha letteralmente scaricato la vecchia dirigenza Mussari: “Nascondevano i problemi per mantenere le posizioni”. Difficile però che il furbetto Profumo riesca ad allontanare dalla banca il sospetto che quello di Mps fosse un sistema ben oliato. Ieri intanto il capo della Banda del 5%, Gianluca Baldassarri, è stato interrogato per ore dai magistrati di Lugano e chi sa che lui o qualcun altro non cominci finalmente a vuotare il sacco  sulle complicità e le coperture assicurate dalla politica (i sospetti degli inquirenti si concentrano soprattutto sugli ex comunisti, ma anche sui berlusconiani come Denis Verdini). A fare da sfondo a questi indicibili accordi c’è un fiume di denaro illecito che una eventuale nazionalizzazione paventata anche da Beppe Grillo prosciugherebbe subito.

Urne aperte fino alle 15: decidono maltempo, astensione e indecisi

Oggi urne aperte fino alle 15.00. Ci sarebbe ancora tempo per andare a votare, ma sembra che gli italiani non vogliano sfruttare l’occasione. I dati sull’affluenza ai seggi, registrati alle 22.00 di domenica sera, infatti, non lasciano troppo spazio ai dubbi: ha votato il 55,17% degli aventi diritto, contro il 62,55% della stessa ora delle consultazioni del 2008. Il calo è del 7,38%. Una enormità. La domanda che gli esperti di rilevazioni statistiche si sono posti in questi giorni, dato che un calo del numero dei votanti era atteso, è su quale partito peserà di più la sfiducia degli italiani. Sicuramente il Pdl di Silvio Berlusconi (contestato al seggio di Milano dalle attiviste di Femen), nonostante la strombazzata rimonta, ha visto defluire in buon ordine qualche milione di voti. I delusi dalle mancate promesse del Cavaliere.

Altra fetta di arrabbiati è sicuramente quella che ha sempre votato i partiti “istituzionali” (Pd, Pdl o Udc), ma che adesso, dopo aver assistito ai disastri fiscali imposti dal governo Monti e dalla maggioranza tripartita che lo ha sostenuto, non ne vuole più sapere di votare i professionisti della politica. Voti in libera uscita che dovrebbero andare a finire dritti dritti nelle tasche di quei movimenti che si definiscono rivoluzionari e di rottura con il sistema. Movimento5Stelle di Beppe Grillo in primis, seguito da Rivoluzione Civile di Ingroia e, più in piccolo, dai partiti a Destra dello schieramento politico come Storace o Casapound.

 

Ma è comunque l’incertezza a farla da padrona nella tornata elettorale forse più importante della storia repubblicana italiana. Dei 47.011.309 aventi diritto al voto circa il 23% è dato in rotta verso l’astensione. Troppo grande la disillusione per una classe politica, vecchia e nuova, brava a muovere la lingua e a mostrarsi in tv, ma ritenuta incapace di governare nell’interesse di tutti. Ancora più decisivi saranno però gli indecisi. Una categoria di persone quasi inafferrabile, che sfugge da mesi ai sondaggi e che, probabilmente, deciderà dove apporre la sua X solo nel chiuso dell’urna. Un vero terno al lotto per sondaggisti ed esperti di numeri, tanto da aver fatto rischiare l’annullamento dei tradizionali instant-poll, le interviste a campione effettuate da alcuni istituti demoscopici a seggi ancora aperti. Troppo pericoloso sparare cifre a caldo con l’incognita Grillo a farla da padrona. Nelle ultime ore l’allarme instant-poll è comunque rientrato, sconfitto dalla “ragion di tv” difesa dagli addetti ai lavori.

Ma c’è un’altra variabile che probabilmente sta influendo sull’affluenza alle urne. È il maltempo, anche se i soliti sondaggisti sono divisi al riguardo: c’è chi dice che neve, pioggia e vento gelido influiranno poco o nulla sulla ferrea volontà dei coscienziosi elettori, mentre per altri le prime elezioni svolte a febbraio non vedranno partecipare molte persone, soprattutto anziane, scoraggiate dalle bizze meteorologiche. Sta di fatto che, nella giornata di domenica, intense nevicate hanno interessato in particolar modo Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana, mentre la pioggia, accompagnata da forti venti, sta ancora oggi imperversando sul centro-sud. Tutti fattori che rendono ancora più avvincente la maratona tv per la quale i media italiani stanno già scaldando i motori.