Europa, Comuni, Regioni: Pd pigliatutto. M5S resiste in Valsusa

Grillo NoTavDopo il trionfo alla democristiana nelle elezioni europee, Matteo Renzi fa il pieno anche alle amministrative. Forte di un livello di popolarità mai raggiunto da nessuno nell’Italia repubblicana, ora il premier cercherà di imporsi a livello internazionale come interlocutore principale della Merkel e di Obama. Sul fronte interno, invece, punta a spaccare il Movimento di Beppe Grillo, ancora frastornato dal contro-boom elettorale, cercando di coinvolgerlo nelle tanto declamate Riforme.

Il Pd di turbo-Renzi è una macchina da guerra inarrestabile. Le regioni Piemonte e Abruzzo vengono strappate con la forza al centrodestra. Tra i capoluoghi di provincia, i Comuni di Firenze, Prato, Pesaro, Sassari, Ferrara, Forlì, Modena, Reggio Emilia e Campobasso restano al Pd o passano sotto il suo controllo già al primo turno. Ballottaggio previsto a Bari, Livorno, Perugia, Terni, Bergamo, Padova, Foggia, Potenza, Cremona e Pavia. Ma anche in questo caso i Democratici fanno la parte dei leoni perché, a parte Pavia dove è in testa il sindaco uscente Alessandro Cattaneo (il rottamatore di destra) e la piccola Foggia, il Pd è in testa di molti punti ovunque. Berlusconi, al contrario, si deve accontentare di mettere la bandierina di Forza Italia su Ascoli Piceno. Quasi umiliante.

E il M5S? Se il 21% ottenuto nelle urne europee rappresenta una sconfitta bruciante, ma non un tracollo, le percentuali raggiunte nelle città sono un campanello d’allarme da non trascurare. Praticamente ovunque i numeri del Movimento non si scostano dal 5, 10, massimo 20%. L’unica città medio-grande in cui i grillini riescono a strappare almeno il ballottaggio è Livorno. Una volta rossissima, la città portuale toscana non ha cambiato pelle, solo che il candidato del centrosinistra Marco Ruggeri si è fermato al primo turno al 40%, mentre lo sfidante pentastellato, Filippo Nogarin, arranca con poco meno del 20%.

Beppe Grllo e il M5S non possono però considerarsi definitivamente sconfitti. La loro battaglia politica, come ribadito sul suo blog dal deluso ma combattivo guru, continua sotto lo slogan VinciamoPoi, naturale sostituto del VinciamoNoi preelettorale. Il punto di ripartenza non potrà che essere la Valsusa, terreno di scontro sul Tav Torino-Lione. Le percentuali raggiunte qui dal Movimento trasformano questa valle piemontese in una valle bulgara, nel segno della protesta dei NoTav.

Nella ridotta della Valsusa – attuale sostituta della storica ridotta della Valtellina in cui i fascisti più ferventi speravano che Mussolini volesse ritirarsi per continuare la lotta antimperialista nel 1945 – i grillini incamerano tra il 30 e il 40% dei consensi in paesi della Bassa valle come Almese, Villar Dora e Sant’Ambrogio di Susa. Fiducia che aumenta man mano che ci si avvicina al confine francese: 47% a Exilles e 49,7 a Venaus. In controtendenza, con il Pd cioè sopra al M5S, anche se di poco, i comuni di Chiomonte e Giaglione, territori dove è situato il cantiere del tunnel geognostico, scelti non a caso, secondo il NoTav grillino Marco Scibona, perché dotati di amministrazioni Pd compiacenti.

Il coraggio di Grillo e dei suoi forse non basterà ad arginare la montante marea renziana. Il piano del rottamatore (dei suoi avversari e non certo di un Sistema marcio e corrotto) è tanto semplice quanto diabolico: portare il disorganizzato M5S alla scissione cercando di coinvolgere i grillini dialoganti nel percorso di Riforme che ripartirà a breve. Un tentativo che a questo punto ha anche buone possibilità di riuscita visto che, come scrive Grillo, “quest’Italia è formata da generazioni di pensionati che forse non hanno voglia di cambiare, di pensare un po’ ai loro nipoti, ai loro figli, ma preferiscono stare così”.

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Meta di Sorrento: il comandante Schettino sale a bordo del Pd

Schettino Tito BubbicoIn un qualsiasi paese del mondo Francesco Schettino, ex comandante della Costa Concordia diventato tragicamente famoso per l’inchino con successivo naufragio all’isola del Giglio, sarebbe stato bandito dalla vita pubblica, oltre che lasciato marcire in galera. Ma l’Italia è un caso a parte, soprattutto quando si parla di politica. Schettino l’ha capito e si è gettato anima e corpo nel mestiere più desiderato da corrotti, tangentisti, mafiosi, criminali, frodatori fiscali o, semplicemente, da persone incapaci e arroganti come lui.
Ad accaparrarsi l’appoggio di una figura tanto scomoda quanto nota non è stato il vecchio partito degli inquisiti di Silvio Berlusconi e neanche quello Nuovo di Angelino Alfano, ma il Partito Democratico che i suoi pregiudicati, indagati e impresentabili sa sceglierseli con classe. È così che Schettino si è messo a fare campagna elettorale a Meta di Sorrento, suo paese natale, per il candidato sindaco del Pd Giuseppe Tito. Incontri elettorali, strette di mano e persino un appello scritto.
L’immagine del nuovo corso Pd impressa da Matteo Renzi è però racchiusa in una fotografia imbarazzante scattata pochi giorni fa a Meta. Nell’istantanea, accanto all’impresentabile Schettino, compaiono beati e sorridenti il candidato sindaco Tito, il deputato Massimo Paolucci e, soprattutto, Filippo Bubbico. Il viceministro dell’Interno, rinviato a giudizio per abuso d’ufficio, è accorso sulla costiera sorrentina insieme al collega Umberto Del Basso De Caro, sottosegretario alle Infrastrutture, indagato per peculato nella rimborsopoli campana, per dare una mano a Tito. E quale migliore pubblicità per un candidato che farsi ritrarre con un comandante che ha affondato e abbandonato la sua nave, accompagnato da una sfilza di onorevoli indagati?
Con questo parterre de rois mandato in gita a Sorrento, il Pd riesce in una pratica autolesionista che nemmeno il più perverso masochista. Il giallo si infittisce ancor di più se si tiene conto che l’onorevole Paolucci è candidato alle europee e, se dovesse essere eletto, lascerebbe la sua poltrona di Montecitorio ad Anna Maria Carloni, moglie del ras campano Antonio Bassolino. Il solito cerchio di amicizie che si stringe. Il Pd risulta inoltre diviso tra due liste civiche a Meta di Sorrento: una è quella di Tito, l’altra è roba dell’Udc. Un puzzle difficilissimo da ricostruire all’interno del partito di Renzi che vede comunque al centro Francesco Schettino.
“In Tito non si è mai assottigliato l’entusiasmo di sentirsi utile – scrive Schettino in un appello pubblicato dal quotidiano locale on-line politicainpenisola.it – lo ricordo sempre presente, dove la sola gratificazione è stata l’elemento trainante della sua irrefrenabile attività del sapersi mettere a disposizione degli altri. Un giovane al servizio della comunità, e non il contrario, un concetto pratico da lui sempre applicato con entusiasmo, che dovrebbe prescindere da ogni colorazione politica e trovare puntuale riscontro nei ricordi di chiunque con onestà rivolge un pensiero al passato”.
Di certo a Schettino ha imparato in fretta la piaggeria dialettica obbligatoria in politica, utile anche per ringraziare i compaesani che lo hanno sempre difeso dopo il naufragio della Concordia. Colgo l’occasione – continua – per esprimere a tutti i Metesi indistintamente la mia sincera gratitudine per l’affetto dimostratomi in questi due anni, allo stesso modo non posso esimermi dal sottolineare le doti umane, che ho avuto modo di riscontrare personalmente in Giuseppe Tito, integrità morale e la sensibilità che lo contraddistingue assieme l’intera famiglia”. Il suo endorsement per Tito si conclude con una excusatio non petita che, come da copione non convince nessuno. “La mia presenza prescinde da ogni colorazione politica”, scrive Schettino. Ma il Pd lo ha già fatto salire a bordo.

Nuova Tangentopoli: Renzi copre il Pd con il cemento di Expo

Renzi ExpoIl bubbone delle tangenti sugli appalti di Expo 2015 è esploso da qualche giorno. Il rischio concreto è che l’arresto bis di Primo Greganti e Gianstefano Frigerio sia solo la punta dell’iceberg e che una Nuova Tangentopoli possa presto travolgere la politica. La paura è talmente tanta che, passate poche ore di smarrimento, la casta ha deciso di affidarsi all’appeal mediatico di Matteo Renzi per cercare di salvare quel Sistema che ha permesso a due protagonisti della prima Tangentopoli di pilotare appalti e mazzette a più di vent’anni dall’inizio dell’inchiesta Mani Pulite. E il premier non ha deluso: “Fermare i ladri ma non i lavori di Expo”. Questo il suo motto, dietro al quale trovano riparo l’ormai compromessa destra berlusconiana e, soprattutto, gli amici del “compagno G” che guidano il Pd.

Renzi ha parlato da Milano dove a partecipato ad una riunione sull’emergenza Expo con il governatore lombardo Roberto Maroni, il sindaco meneghino Giuliano Pisapia, i ministri Lupi e Martina, nonché il commissario unico di Expo Giuseppe Sala, quello che non si era accorto di avere al fianco dei collaboratori corrotti come Angelo Paris. “Chi ruba va fermato, ma non si fermano le opere – ha detto il premier in conferenza stampa – Non è accettabile che ci sia chi oggi in una logica disfattista dica “fermiamo Expo”. Di fronte al malaffare non si fermano i lavori pubblici. Lo stato è più grande e forte dei ladri”.

All’apparenza, il segretario del Pd offre il petto come Garibaldi per garantire lo sviluppo economico dell’Italia minacciato dai tangentisti. Ma è solo un trucco utile a coprire le responsabilità della politica e dei politici ripetutamente citati nelle intercettazioni dell’inchiesta come i “cattivi” Berlusconi, Lupi e Letta (Gianni) e il “buono” Pierluigi Bersani. In quanto a negare l’evidenza, poi, a Sinistra sono molto più bravi che a Destra. Nel Pd c’è ancora qualcuno che crede nella presunta superiorità morale dei compagni rispetto ai camerati. È questa arroganza che ha portato l’intera nomenklatura del Nazareno a parlare di Greganti come di un semplice tesserato del partito quando, invece, il “compagno G” è stato immortalato in una fotografia il 29 marzo scorso al teatro Carignano di Torino, giusto alle spalle di Piero Fassino e Sergio Chiamparino, in occasione del lancio della candidatura di quest’ultimo a presidente della Regione Piemonte.

Gli italiani che si sono bevuti la teoria dei “mariuoli” (Craxi dixit di Mario Chiesa) riguardo alle tangenti Expo si contano però sulle dita di una mano. Tra i critici della “soluzione Renzi” c’è il giornalista Vittorio Feltri che sul Giornale arriva alla conclusione che un motivo ci sarà se “20 anni di propagandata lotta alle malversazioni non sono serviti a niente”. Secondo Feltri le tangenti “non hanno colore politico”, ma i “ladruncoli” Greganti e Frigerio hanno continuato a rubare (reato presunto) durante i governi Monti, Letta e Renzi che “col centrodestra c’entravano come i cavoli a merenda”. Allora, si chiede Feltri, “come si fa a dire che il padre di tutte le corruzioni è l’ex Cavaliere?”.

Anche Beppe Grillo ha parlato di Expo a Milano quasi in contemporanea con Renzi. “Renzie ha detto che sull’Expo lui ci mette la faccia – ha detto il guru del M5S – ma i cittadini ci mettono il culo (e i soldi)”. Grillo definisce Fassino e Chiamparino “ottimi conoscitori di Greganti”, mette in dubbio la buona fede del commissario Sala, paragona il Greganti “eroe della Sinistra” al Mangano “eroe” di Berlusconi ma, soprattutto, svela le responsabilità dei politici, “gli innominabili di cui tutti sanno i nomi”. Politici che si indignano, ma non con i ladri, dice Grillo, bensì con coloro che si indignano per le “ruberie”.

L’errore palese del Pd sulla decadenza di Berlusconi

L’ultima puntata della telenovela sulla decadenza di Silvio Berlusconi si è chiusa nella Giunta per il Regolamento del Senato con la decisione di votare in aula con il voto palese, anche se con data da destinarsi. Il voto segreto, comunque, codice di Palazzo Madama alla mano, è ancora possibile, se richiesto da almeno 20 senatori e in seguito approvato dai colleghi. Dunque, il Cavaliere è destinato ad uscire dalla scena dei Palazzi del Potere sia a causa dell’interdizione dai pubblici uffici, quantificata in 2 anni dai giudici di Milano, sia per la decadenza decisa in base alla legge Severino alla quale i berlusconiani sembrano non avere i numeri per opporsi. Ma è proprio a questo proposito che i conti non tornano.

Il bizzarro comportamento tenuto dal Pd, appoggiato dal voto decisivo in Giunta della montiana di Scelta Civica, Linda Lanzillotta, rischia infatti di trasformare la doverosa cacciata del Cavaliere in una crociata contra personam. Sul piano mediatico, infatti, sta prendendo corpo la versione della congiura dei Democratici, incapaci di sconfiggere Berlusconi nelle urne, ma desiderosi di liberarsene al più presto attraverso un “frettoloso voto politico”. Il ragionamento è questo: perché il Pd -forte della sentenza definitiva su Mediaset che estromette il Caimano, e soprattutto in netta maggioranza (insieme al M5S) al Senato quando si voterà la decadenza- ha voluto forzare la mano per esprimersi con un voto palese quando con il voto segreto il risultato dovrebbe essere lo stesso?

 

Le risposte a questo harahiri mediatico che sta consegnando alle cronache l’immagine di un Berlusconi martire non possono essere che tre. La prima, improbabile ma non impossibile, è che il Pd stia commettendo degli errori dovuti all’incapacità dei suoi dirigenti, divisi e confusi. La seconda, molto suggestiva e avanzata anche da diversi esponenti del Pdl come Renato Schifani, si riferisce ad una ipotetica strategia mefistofelica che vedrebbe i piddini nel ruolo di provocatori per costringere l’ala governativa e alfaniana del Pdl a rompere con i falchi per andare poi ad elezioni in cui il partito che sarà di Renzi la farà da padrone. E la durezza dimostrata dal segretario reggente Epifani (“la legge Severino va applicata”) lo dimostrerebbe. La terza risposta, la più probabile alla luce della guerra per bande in atto nel Pd, è che i Democratici non si fidino per niente dei Democratici. Cioè, il Pd ha paura del voto segreto che potrebbe scuotere la coscienza garantista (ma solo per i membri della casta) dei suoi senatori, consegnando alla storia il clamoroso salvataggio del Cavaliere.

A confermare i dubbi sulla scelta del voto palese –coerente con quanto sempre dichiarato dai grillini, ma assurda per il Pd che con il Pdl sostiene il governo Letta- è l’esponente centrista dei democrats Beppe Fioroni secondo il quale la decisione del partito potrebbe rivelarsi “l’ennesimo regalo a chi griderà all’esecuzione politica e alla vittima in virtù di un voto che, anche se segreto avrebbe avuto lo stesso esito perché si tratta del rispetto delle leggi e delle norme. Gli uomini di Berlusconi vedono nel comportamento del Pd, questa volta non a torto, una inutile provocazione che renderà di certo più difficile il cammino del già traballante governo Letta-Bruxelles-Alfano.

Ed è proprio il segretario azzerato del Pdl, riberlusconizzato anche grazie al metodo Boffo, a guidare la riscossa dei suoi, nuovamente uniti in nome della salvezza del capo. “La decisione di Sc e Pd di sostenere il voto palese col M5S –ha detto a caldo il vicepremier– è la violazione del principio di civiltà che regola, da decenni, il voto sulle singole persone e i loro diritti soggettivi. E ora, innanzitutto in sede parlamentare, lì dove si è consumato il sopruso, sarà battaglia per ripristinare il diritto alla democrazia”. E con lui questa volta ci sono anche Bondi, Santanché e il resto dei falchi e delle colombe. Potere dell’errore palese commesso dal Pd.

Sfiducia ad Alfano: Renzi sfida Epifani

Il voto sulla mozione di sfiducia nei confronti del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, previsto per questa mattina al Senato ha avuto un esito scontato: il segretario Pdl rimane saldamente ancorato alla sua poltrona, nonostante il polverone internazionale alzato dalla scriteriata gestione del caso Kazakistan. L’alternativa sarebbe stata la crisi di governo e la caduta di Enrico Letta, custode del grande inciucio con Berlusconi. A certificare l’intoccabilità di Letta Nipote era stato ieri persino il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che aveva blindato l’esecutivo da una crisi che sembrava imminente durante il tradizionale discorso tenuto durante la cerimonia del Ventaglio.

“E’ indispensabile, nell’interesse generale, proseguire nella realizzazione degli impegni di governo sul piano della politica economica, finanziaria, sociale e dell’iniziativa europea”, ha scandito forte e chiaro il presidente, tanto per far capire bene a chi è un po’ duro di orecchie che non c’è caso Kazakistan che tenga. Il governo delle larghe intese deve andare avanti a tutti i costi, anche astraendosi da una logica di democrazia parlamentare per trasformarsi, di fatto, in un Governo del Presidente. Alfano & company si gettano dunque alle spalle, almeno per il momento, la sconcertante vicenda che anche le autorità europee hanno definito una extraordinary rendition come quella di Abu Omar.

 

Ma la figuraccia fatta in mondovisione si sta lasciando comunque dietro degli strascichi pesanti. A farne le spese è il solito Partito Democratico, talmente democratico da ritrovarsi sempre diviso, quasi polverizzato, di fronte ad ogni decisione importante. Sul voto di sfiducia ad Alfano previsto al Senato, dopo che mercoledì  la conferenza dei capigruppo ha deciso di votare solo a Palazzo Madama, l’assemblea dei senatori piddini si è spalmata quasi all’unanimità (80 voti favorevoli, 7 astenuti) sulla mozione del segretario Guglielmo Epifani, già rinominata salva-Alfano. Dei 13 renziani presenti in Senato solo tre hanno optato per l’astensione, lanciando un chiaro segnale di tregua, dopo che il leaderino Matteo Renzi aveva fatto finta di sbattere i pugni sul tavolo per farsi un po’ di pubblicità.

“Se Alfano sapeva ha mentito e questo è un piccolo problema, se non sapeva è anche peggio”, ha detto il sindaco di Firenze, senza rendersi però conto che le parole hanno un peso e che le sue presupponevano un convinto voto di sfiducia contro Alfano. Ma Renzi è uno che paura di perdere la faccia non ne ha, visto che nel suo partito va di moda indossare sempre una maschera per non far capire ai propri elettori in fuga cosa si voterà prossimamente. Pace fatta dunque tra Renzi ed un raggiante Epifani? Ieri il segretario esclamava soddisfatto: “Mi pare che il gruppo, praticamente all’unanimità con sette astenuti, ha condiviso l’idea per la quale il governo deve andare avanti”. Ma Renzi non è un politico che si accontenta di sedere in seconda fila e ieri sera si è prontamente presentato di fronte alle telecamere (sempre accese) di Bersaglio Mobile condotto da Enrico Mentana su La7 per sparigliare ancora una volta le carte.

“Io logoro il governo? Non c’è bisogno: il governo si logora da solo”, ha detto il Gianburrasca Fiorentino, apparso ansioso di conquistare il partito nel congresso autunnale e, da lì, spiccare il volo verso Palazzo Chigi dopo aver cucinato a fuoco lento l’amico Enrico Letta. “Il governo vive una fase un po’ difficile – ha poi concluso – si è presentato come il governo del ‘fare’. Spero che non diventi il governo del ‘rinviare’ e che non si chieda sempre quanto durare”. Renzi o non Renzi, i malumori nel Pd restano comunque. Sono i soliti Puppato e Civati ad andare controcorrente, con quest’ultimo che ha accusato il ministro per i Rapporti con il parlamento, Dario Franceschini, di aver minacciato di espulsione chi non si fosse adeguato a votare per “Alfano ministro a sua insaputa”, un po’ come fece il Pdl su “Ruby nipote di Mubarak”.

Dall’Ilva a Mps. Le ragioni della pacificazione tra Pd e Pdl

Quali sono i veri motivi che hanno convinto due forze politiche teoricamente agli antipodi, il Pd e il Pdl, a mettere da parte astio e rivalità per concorrere alla formazione di un governo di coalizione, o di inciucio che dir si voglia? La prima risposta che viene in mente sono le vicende giudiziarie che da decenni coinvolgono i due schieramenti, soprattutto Silvio Berlusconi da una parte, mentre dall’altra si registra un’alternanza di protagonisti. Il clima di “pacificazione” instaurato dalla rielezione di Napolitano al Quirinale ha permesso di mettere sotto il letto argomentazioni “divisive” e di dare il via al grande inciucio che, dietro al nome “pulito” di Enrico Letta, nasconde un mondo di corruzione e malaffare.

Il fatto di cronaca più eclatante legato ai traffici della casta è forse la vicenda dell’Ilva di Taranto. È proprio di ieri la notizia che il gip della città jonica, Patrizia Todisco, divenuta l’eroina di chi combatte contro i veleni prodotti dalla più grande acciaieria d’Europa, ha emesso un decreto di sequestro della mostruosa cifra di 8 miliardi e 100 milioni di euro. La novità assoluta sta nel fatto che questa volta la Todisco non ha imposto il sequestro dei prodotti usciti dalla fabbrica, ma direttamente del patrimonio della famiglia Riva. Il provvedimento lungo 46 pagine coinvolge come indagati i soliti nomi: Emilio Riva e il figlio Nicola, l’ex direttore Capogrosso e il tuttofare Girolamo Archinà. Le persone citate sono già in galera o agli arresti domiciliari.

Non è così per gli altri indagati come l’altro figlio di Emilio, Fabio (latitante all’estero), il presidente Bruno Ferrante, i dirigenti Andelmi, Cavallo, Di Maggio, De Felice, D’Alò, Buffo, Palmisano, Dimastromatteo. Per tutti questi galantuomini, comunque, le accuse sono gravissime e vanno dall’omissione di “un piano di emergenza nell’eventualità di un incidente rilevante”, allo “sversamento delle scorie liquide di acciaieria sul terreno non pavimentato e al rilascio di sostanze tossiche dovute allo slopping e al sovradosaggio di ossigeno”. Ma la lista delle nefandezze imputate al gruppo Riva è infinita. “Tutto ciò ha procurato negli anni un indebito vantaggio economico all’Ilva, ai danni della popolazione e dell’ambiente”, mettono nero su bianco i magistrati tarantini. E responsabile di questo scempio è la politica. Ultimo il governo Monti che ha assicurato all’Ilva l’incerta copertura dell’Aia con il ministro Clini. Ma sono tutti i partiti della casta ad aver ricevuto fiumi di denaro in questi anni in cambio di un occhio chiuso, o magari di tutti e due.

Se proviamo a mettere lo scandalo Ilva davanti ad uno specchio l’immagine che verrà riflessa è quella della vicenda Monte dei Paschi di Siena, la madre di tutti gli scandali bancari e finanziari del nostro disastrato paese. L’ultimo atto della tragedia senese lo ha interpretato ieri il presidente Alessandro Profumo che ha letteralmente scaricato la vecchia dirigenza Mussari: “Nascondevano i problemi per mantenere le posizioni”. Difficile però che il furbetto Profumo riesca ad allontanare dalla banca il sospetto che quello di Mps fosse un sistema ben oliato. Ieri intanto il capo della Banda del 5%, Gianluca Baldassarri, è stato interrogato per ore dai magistrati di Lugano e chi sa che lui o qualcun altro non cominci finalmente a vuotare il sacco  sulle complicità e le coperture assicurate dalla politica (i sospetti degli inquirenti si concentrano soprattutto sugli ex comunisti, ma anche sui berlusconiani come Denis Verdini). A fare da sfondo a questi indicibili accordi c’è un fiume di denaro illecito che una eventuale nazionalizzazione paventata anche da Beppe Grillo prosciugherebbe subito.