Orlando e Fassina bocciano la legge sugli stadi. No alla cementificazione

legge stadiLegge di Stabilità: l’emendamento sugli stadi proposto dal governo è ancora una bozza, ma rischia di essere ritirato a causa delle polemiche. Che l’Italia abbia bisogno di mandare in pensione stadi vetusti e strutture sportive fatiscenti è un dato di fatto. Ne va della sopravvivenza stessa dello sport professionistico nel nostro paese. Certo, ci sarebbero da stanziare i pochi fondi disponibili per infrastrutture più utili, come i trasporti per pendolari e lavoratori. Oppure il governo Letta potrebbe focalizzarsi sulla cura del dissesto idrogeologico che mette a rischio 6 milioni di persone. Invece l’esecutivo, non sazio dei più di 3mila emendamenti piovuti sulla legge di Stabilità, decide di presentare una bozza di emendamento sugli stadi, con il quale non solo si finanzia con 45 milioni di euro un fondo salva-stadi nel triennio 2014-2016, ma si costituisce una corsia preferenziale per quei costruttori che decideranno di cimentarsi nell’impresa.

Enrico Letta ci mette la faccia, ma questo non serve a rassicurare i molti detrattori dell’iniziativa che vedono aprirsi un’autostrada per la speculazione edilizia. L’emendamento del governo, infatti, non si limita agli impianti sportivi, ma concede permessi di edificare appartamenti, negozi, centri commerciali, cinema, anche “non contigui” ad essi. Una mano tesa ai soliti speculatori, uno scempio al cui confronto le colate di cemento di Italia ’90 impallidiscono. Almeno è questa l’opinione di una vasta platea che coinvolge Legambiente, M5S, Sel, Lega, un buon numero di parlamentari Pd, tra cui il senatore Raffaele Ranucci e l’onorevole Roberto Morassut, ma soprattutto due rappresentanti dello stesso governo Letta, due compagni di partito del premier: Andrea Orlando e Stefano Fassina.

Il ministro dell’Ambiente esprime un parere “profondamente negativo” sull’emendamento stadi perché “la norma proposta è in forte contrasto con la legge sul consumo di suolo”. Meno diplomatico il viceministro dell’Economia convinto che “così non va, potrebbe non essere ripresentata”. Per comprendere le ragioni dei contrari ad un provvedimento che sta mandando in fibrillazione il governo, è necessario rileggere la prima parte della bozza di emendamento:

“L’intervento può prevedere uno o più impianti sportivi, nonché insediamenti edilizi e interventi urbanistici entrambi di qualunque ambito o destinazione, anche non contigui agli impianti sportivi, che risultino funzionali al raggiungimento del complessivo equilibrio economico-finanziario dell’intervento e concorrenti alla valorizzazione in termini sociali, occupazionali ed economici del territorio di rifermento”.

In pratica, i soliti furbetti del quartierino avrebbero la possibilità di costruire gli stadi a patto di rientrare dall’investimento attraverso la cementificazione di aree diverse da quella dove sorge l’impianto sportivo. Una truffa che ha fatto sussultare il padre dell’iniziativa, il renziano Dario Nardella, il cui disegno di legge è stato stravolto dall’iniziativa di Letta. “Questa bozza è senz’altro molto diversa dalla nostra proposta originaria che prevedeva un modello sostenibile – dice Nardella – purtroppo il governo si è allontanato in maniera molto preoccupante da quella proposta, lì dove il punto di equilibrio fondamentale era che non si poteva derogare dalla normativa di tutela del territorio e dell’impatto ambientale”.

Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, dichiara senza mezzi termini di essere di fronte a “una vergogna, un problema di credibilità per l’intero Partito democratico”. Essendo poi la legge di Stabilità una procedura speciale, verrebbero messi da parte tutti i vincoli ambientali. Contro la “speculazione edilizia” anche Giancarlo Giorgetti della Lega. A difendere l’iniziativa sono rimasti il Coni, spesosi direttamente nella stesura dell’emendamento sugli stadi, e il ministro degli Affari regionali con delega allo Sport, Graziano Delrio, anch’egli del Pd, il quale prova ad arrampicarsi sugli specchi affermando che “né speculazione edilizia, né devastazione del territorio saranno presenti nell’emendamento governativo ufficiale, bensì la volontà di ammodernare l’impiantistica sportiva, professionistica e di base”. No a  cementificazione, speculazioni edilizie e sfruttamento del territorio, ma intanto il Pd è di nuovo spaccato.

Il Romanzo Quirinale del Pd

Il Partito Democratico si trova a dover fronteggiare una guerra civile che rischia seriamente di cancellarlo dalla cartina della politica. Il motivo del contendere è il nome da proporre per la successione di Giorgio Napolitano al Quirinale. Sulla carta, il partito che fu comunista può contare su 496 grandi elettori. Un numero appena al di sotto della maggioranza semplice di 504, sufficiente per eleggersi da solo il nuovo presidente a partire dal quarto scrutinio. Ecco perché Silvio Berlusconi si è mostrato così desideroso di trattare in questi giorni: vedere seduto al Colle uno come Romano Prodi sarebbe per il Cavaliere come ritrovarsi il diavolo in chiesa. “A quel punto meglio espatriare”, aveva detto Silvio alla misteriosamente osannante folla azzurra, radunata sabato scorso a Bari.

Ma i peggiori incubi berlusconiani rischiano di non avverarsi mai. Le possibilità che Prodi riesca a diventare il dodicesimo presidente della repubblica sono ridotte al lumicino perché il Pd è spaccato. Sul suo nome, certo, ma anche su tutto il resto. Ex democristiani contro Giovani Turchi, bersaniani contro renziani, rottamatori contro rottamati e poi, dalemiani e veltroniani. Il primo a sparare a palle incatenate contro i suoi stessi commilitoni era stato nei giorni scorsi Matteo Renzi. Il sindaco aveva impallinato sul web ed in diretta televisiva i due candidati di bandiera del Pd (ma solo per lo scorso fine settimana). Il “nuovo che avanza”, corrispondente ai nomi del democristiano di lunghi trascorsi, Franco Marini, e alla pasionaria del gruppo storico, Anna Finocchiaro, non è stato per nulla gradito dal Renzi, rottamatore per definizione.

 

E allora via a giudizi sui fallimenti di Marini e le scorte allegre della Finocchiaro. Parole al curaro che hanno innescato una reazione a catena. “Sono dell’opinioneha risposto stizzita la Finocchiaroche chi si comporta in questo modo potrà anche vincere le elezioni, ma non ha le qualità umane indispensabili per essere un vero dirigente politico e un uomo di Stato”. Si scaglia a testa bassa contro Renzi anche il solitamente pacato Marini:Con la sua lettera (a Repubblica, ndr) invece è proprio Renzi che ha commesso il grave errore che mi addebita: usare la religione a fini politici. Cosa assolutamente inaccettabile. Una deriva nella discussione pubblica di cui davvero non si sentiva la necessità e di cui Renzi porta tutta la responsabilità”.

A conti fatti, i nomi dei due dinosauri risultano ormai bruciati dall’entrata a gamba tesa di Renzi. Ecco perché solo nelle ultime ore è esploso il risentimento dei cattolici del partito, sintetizzato da Beppe Fioroni: “Bisognerebbe collegare la lingua al cervello senza perdere il rispetto dell’altro prima di sferrare un colpo, questo è un episodio brutto, accaduto per smania di discesa in campo, che auguro a Renzi di non ripetere”. L’ira dei democristiani potrebbe togliere il terreno da sotto ai piedi ai bersaniani, visto che già si vocifera di decine di franchi tiratori pronti ad affossare il nome di Prodi per il Quirinale. Altro che partito unito come un sol uomo, il gruppo dirigente bersaniano si ritrova invece chiuso all’angolo, anche se il segretario ha provato a lanciare la controffensiva, appoggiato anche dai Giovani Turchi: “Quello è un irresponsabile. Ha paura che io riesca a fare un governo che duri mentre lui vuole andare alle elezioni anticipate. Ma ha fatto male i suoi calcoli”

Dal canto suo Renzi, che si sente a sua volta sotto attacco, è pronto a rispondere per le rime: “Vogliono comandare loro, sempre e solo loro (gli ex ds, ndr ), adesso si sono inventati anche Barca, ma facessero quello che vogliono: se preferiscono perdere per non allargare il perimetro oltre la sinistra, affari loro”. Ma a voler dire la loro all’interno di un Pd divenuto anarchico sono un po’ tutti in queste ore. Enrico Letta, Simona Bonafè, Barbara Pollastrini, Francesco Bonifazi, Roberta Agostini e molti altri sembra stiano remando tutti, contemporaneamente, in direzioni diverse per sfasciare la zattera del Partito Democratico.

Pd spaccato. Renzi pensa a un nuovo partito

Matteo Renzi si starebbe preparando per fondare un nuovo partito nel caso il segretario del Pd Bersani decida di non passare subito la mano e di tentare la carta di un governo di minoranza o che si avvalga persino dei voti del Pdl. L’indiscrezione l’ha rilanciata questa mattina Fabrizio Rondolino sul Giornale diretto da Alessandro Sallusti. Renzi avrebbe confidato ai suoi fedelissimi di essere disposto a mettersi alla testa di una ancora fantomatica “Lista Nazionale” che riesca a pescare voti anche a destra.

Sembra che ai renziani non sia proprio andato giù il cambio di velocità imposto da Bersani alla sua tabella di marcia. La decisione del segretario di non passare la mano, nonostante sia stato prima premier incaricato, poi congelato e, infine, quasi rottamato, ha scatenato la reazione dei seguaci del sindaco di Firenze: “Finora ha fatto il soldato leale, ma non si può continuare così, basta, è Pier Luigi che ha rotto i patti”, questo il pensiero comune ai renziani, convinti che Bersani stia giocando sporco. Durante il suo intervento alle celebrazioni per i 120 anni della Camera del Lavoro di Firenze e con un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Matteo Renzi ha fatto capire chiaramente quale sia il suo pensiero: “Il Pd deve decidere: o Berlusconi è il capo degli impresentabili, e allora chiediamo di andare a votare subito, oppure Berlusconi è un interlocutore perché ha preso dieci milioni di voti”.

 

Il tono del rottamatore si è fatto maledettamente deciso, segno evidente che Renzi sta già scaldando i motori in vista della sua discesa in campo. Il j’accuse nei confronti del gruppo dirigente bersaniano si fa sempre più duro: “Pensiamo a cosa è successo nel mondo dal 25 febbraio a oggi. In Vaticano c’era ancora Ratzinger; in un mese è stata scritta una pagina di storia. Il pianeta corre. E l’Italia è totalmente ferma. Le aziende chiudono. La disoccupazione aumenta. E la politica perde tempo”. Renzi, in pratica, seppellisce definitivamente la tregua post-elettorale che aveva consentito a Bersani di provare a trovare la fiducia in parlamento a patto, non scritto, che si ritirasse a vita privata in caso di mancato incarico di governo.

Ecco perché Renzi è andato su tutte le furie, decidendo di calare il jolly della sua candidatura a Palazzo Chigi anche senza primarie e, se necessario, persino senza il Pd. Il rampante politico toscano è terrorizzato dall’evenienza che Bersani riesca a portare a casa un governo sfiduciato e di minoranza che gli permetta di menare ancora le danze per i prossimi mesi. Un nervosismo che si taglia a fette, tanto che qualcuno giura di aver sentito Renzi gridare “se siamo in stallo è colpa sua, ci ha lasciato in mutande”. Sulle parole del rottamatore il Pd naturalmente si spacca. Parole di appoggio sono arrivate dal dalemiano Francesco Boccia: “Matteo ha ragione. O armistizio collettivo per fare un governo o al voto”.

Mentre dal “tortellino magico” di Bersani è venuta fuori la risposta di Davide Zoggia: “Non stiamo perdendo tempo, è la Costituzione che detta i passaggi, si fa solo cattiva politica quando si accredita l’idea che si stia solo perdendo tempo”. Ad ogni modo pare che Renzi abbia ordinato ai suoi di affilare le armi in vista di elezioni che potrebbero tenersi già il 7 luglio. Addio vecchio Pd.