Nomine: Pansa ok, Scaroni out. Il Senato detta le regole al governo

partecipateSi avvicina il giorno delle nomine di oltre 600 amministratori delle società partecipate dallo Stato e il Senato, che Matteo Renzi vorrebbe rottamare, questa volta scende in campo con il premier. La commissione Industria di Palazzo Madama, presieduta dal Pd Massimo Mucchetti, ha infatti approvato una risoluzione che detta le nuove regole per la scelta dei boiardi di Stato. Il testo approvato, oltre che dal Pd, anche da M5S, Sel, Scelta Civica, Popolari e Autonomie, non ha valore vincolante per Renzi, ma indica il percorso da seguire nel quale, si intuisce chiaramente, non c’è posto per l’ad di Eni Paolo Scaroni.
Insieme a quella di Scaroni, salteranno probabilmente anche la testa di Fulvio Conti di Enel, quella di Flavio Cattaneo di Terna (nonostante i buoni risultati raggiunti) e quella di Massimo Sarmi di Poste. Tra i big, a salvarsi potrebbe essere solo Alessandro Pansa di Finmeccanica, se non altro perché in carica da solo un anno. La cacciata dei plurimilionari, pluripoltronati e, a volte, anche plurinquisiti parrucconi delle partecipate è il frutto del nuovo manuale del perfetto amministratore di Stato stilato da Mucchetti proprio per togliere le castagne dal fuoco a Renzi. Eccone un breve riassunto:
1) I manager non potranno essere riconfermati per più di tre mandati (Scaroni, Conti e Cattaneo). 2) I vertici e i membri dei cda possono essere scelti solo su base meritocratica. 3) Le cariche in scadenza possono essere riconfermate solo in base ai risultati positivi raggiunti (dividendi agli azionisti, rivalutazione del titolo). 4) La retribuzione lorda totale viene ridotta e legata a quella dei dipendenti. 5) I presidenti devono essere figure indipendenti. 6) Stretta sui requisiti di onorabilità che comporterà ineleggibilità e decadenza non solo per i condannati per corruzione, ma anche per gli imputati (sempre il caso di Scaroni). 7) Obbligo di trasparenza su spese pubblicitarie, sponsorizzazioni e altre liberalità.
Il 13 aprile toccherà ad Eni aprire il walzer della presentazione dei nomi dei candidati. Fino alla fine di maggio 50 società quotate in borsa dovranno cambiare i loro vertici e quei posti fanno gola a molti, soprattutto tra i fedelissimi renziani vecchi e nuovi. È per questo che la commissione Industria del Senato e Mucchetti – considerato una sorta di spietato Berja dal capitalismo di relazione italiano (vedi il caso Telecom) – hanno deciso di passare ai raggi x l’operato degli amministratori più importanti.
Sul banco degli imputati siedono le retribuzioni milionarie intascate in questi anni da Scaroni e colleghi. Un’argomentazione populista che torna molto utile per sobillare l’opinione pubblica in tempi di crisi e spending review e costringere i riottosi parrucconi a mollare la poltrona. Dei magnifici tre, da nove anni alla guida di Terna, Eni ed Enel, il più “povero” risulta essere Flavio Cattaneo. Il numero uno di Terna ha guadagnato 23,2 mln di euro tra stipendio, Tfr, stock options e bonus. Una retribuzione che, dall’ultimo suo aggiornamento, vale 47 volte rispetto al costo medio del lavoro nella sua azienda. A sua discolpa, c’è da dire che Cattaneo – secondo il Total shareholder return che misura i risultati ottenuti da un ad in base ai guadagni degli azionisti – lascerà la società ben sopra la media del settore.
Peggio di lui fanno Conti e Scaroni. L’ad di Enel in nove anni si è messo in tasca 34,9 mln, stipendio 62 volte quello dei suoi dipendenti, ma con un Tsr inferiore alla media. Conti della società in rosso, ma conto in banca generoso anche per il Signore di Eni. Per lui 45 mln guadagnati, 73 volte i suoi, con un Tsr imbarazzante. Scaroni puntava ad una difficile conferma anche perché può vantare un curriculum giudiziario di tutto rispetto, ma il Codice Mucchetti dovrebbe metterlo fuori dai giochi.

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Società partecipate e nuovo premier: Scaroni chiede il conto a Renzi

 

Renzi ScaroniIl forzato passaggio di consegne alla guida del governo, avvenuto tra Letta e Renzi, non è stato frutto del caso, né un’operazione a costo zero per le tasche del nuovo premier. Il sindaco dimissionario di Firenze è stato costretto a firmare cambiali pesanti pur di ottenere l’appoggio dei Poteri Forti nella sua ascesa a Palazzo Chigi. Entro la fine del 2014 ci sono da rinnovare i consigli di amministrazione e i collegi sindacali di molte società partecipate dallo Stato. Un valzer di circa 400 poltrone – tra cui quelle di Eni, Enel, Finmeccanica, Poste e Terna – a cui Renzi non sarebbe mai stato invitato come ospite d’onore senza aver dato preventive assicurazioni.

Il primo boiardo di Stato a decidere di rompere gli indugi, per presentare a modo suo il conto al segretario Pd, è stato Paolo Scaroni, da 9 anni amministratore delegato di Eni. Quello che tutti i commentatori hanno definito erroneamente un endorsement è arrivato con un intervista rilasciata da Scaroni a Bloomberg Tv. “Quel che mi piace di Renzi è la sua volontà di agire e di agire velocemente – ha diciarato l’ad Eni – Ha impeto, è davvero una persona che vuole riformare il paese e riformare il paese a volte non equivale a essere popolari, ma quando si vuole qualcosa davvero si è già a metà strada”. Una manifestazione di fiducia totale, perlomeno inusuale per chi, come Scaroni, la sua poltrona in scadenza rischia di perderla. Più logico pensare che i melliflui complimenti rappresentino il risultato di un do ut des.

E infatti, dalle parole di Scaroni emerge chiaramente quali siano le sue intenzioni. “Certamente sono disponibile per un nuovo mandato – aggiunge – Ho il miglior lavoro del mondo e mi diverto parecchio quindi per me avere qualche altro anno di divertimento sarebbe una buona notizia”. Che tradotto significa: “La mia conferma in Eni rappresenta il ringraziamento dovuto da Renzi per l’appoggio ricevuto da me”. A dire la verità, già qualche giorno fa durante una puntata di Porta a Porta, lo scaltro Scaroni non era riuscito a dissimulare l’intesa d’acciaio stretta con Renzi.

A tradirlo, forse, la tensione per l’inchiesta Eni-Saipem. Scaroni è sospettato dai pm milanesi di essere coinvolto, perché “non poteva non sapere”, nello scandalo delle presunte tangenti pagate dalla Saipem, società del gruppo Eni, al governo Algerino. Un déjà vu per il nuovo amico di Matteo Renzi perché già nel 1992, in piena Tangentopoli, quando era manager della Techint, venne arrestato per un giro di mazzette pagate ai partiti in cambio di appalti Enel.

Comunque sia, Scaroni prova a non mostrarsi affatto preoccupato per l’inchiesta e pensa a mettere nel cassetto la nomina in Eni, una delle più importanti società partecipate dallo Stato (direttamente o indirettamente). Con lui ci sono gli altri “dinosauri” come Massimo Sarmi (in Poste dal 2002) e Fulvio Conti (in Enel dal 2005). Ancora mistero sulle poltrone da assegnare in Finmeccanica dopo l’inchiesta sugli elicotteri Agusta e le tangenti indiane. Tutto da decidere anche in Consap, Enav, Istituto Luce, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Italia Lavoro, Rete Autostrade Mediterranee, Sogesid, StMicroelectronics, Studiare Sviluppo, Arcus, Coni Servizi, Gse, Sogin, Sose, Rai, Anas, Invitalia, Fintecna e le altre società indicate sul sito del ministero del Tesoro. Un fiume di potere e denaro il cui destino adesso è nelle mani dell’affidabile Matteo Renzi.