Offensiva giudiziaria per abbattere Beppe Grillo

arrestato Beppe GrilloVenerdì 7 febbraio 2014 è il giorno delle procure italiane contro Beppe Grillo. La procura di Torino chiede nove mesi di reclusione per Grillo per fatti legati alla protesta No Tav. La procura di Genova ha aperto un fascicolo contro di lui per istigazione di militari a disobbedire alle leggi. Sempre da Genova trapela l’indiscrezione che altre procure starebbero indagando sul guru del Movimento5Stelle. Tutti i mass-media aprono con quella che appare come una notizia bomba: il capo dei grillini più indagato di Silvio Berlusconi. Ma è proprio questa strana convergenza di casualità giudiziarie a far sorgere più di un dubbio.

L’elettore medio italiano non berlusconiano, in questo momento si starà domandando, sconvolto, se non aveva ragione proprio il Cavaliere Condannato quando per anni ha gridato all’offensiva giudiziaria orchestrata dai “comunisti” per abbatterlo. A questo punto, non contano le decine di procedimenti penali, anche gravi (frode fiscale, corruzione Mills, De Gregorio, Olgettine, Mondadori), in cui Berlusconi è rimasto invischiato in questo Ventennio. Roba da far impallidire le accuse mosse a Grillo. Contano invece le modalità sospette con cui il Partito Democratico cerca di uscire dal pantano in cui l’ha cacciato la lotta tra Renzi e Letta. Utilizzando cioè la stampa amica come un’arma contro i suoi avversari. Dimostrazione ne è lo zelo con cui l’ Huffington Post di Lucia Annunziata, l’informatissimo foglio di riferimento del gruppo Repubblica-Espresso-De Benedetti-Pd, ha messo in risalto e “manipolato” la notizia.

La verità è che il Partito Democratico di Matteo Renzi è in difficoltà e lo scontro parlamentare avuto con i grillini, descritto dalla stampa di Regime come un tentativo di eversione a 5Stelle, ha fatto montare il consenso per le battaglie del Movimento e acceso i riflettori sullo scandaloso regalo alle banche del decreto Imu-Bankitalia. Il governo guidato dal compagno di partito, Enrico Letta, naviga a vista. Inchiodato nella sua stabilità da cimitero, prigioniero dell’ultimatum del segretario Pd fissato al 20 febbraio, minacciato dai veti incrociati dei piccoli partiti e dai diktat dei lobbisti amici dei politici. Letta sta per cadere e Renzi non sa ancora che pesci pigliare: rimpasto, governo Renzi 1 o ricorso alle urne con o senza Italicum?

In mezzo a questi giochi di Palazzo, che vedono Berlusconi persino eletto padre riformatore della patria dall’abbraccio di Renzi, si sono malauguratamente piazzati quei guastafeste dei grillini. Una delle prime regole della politica consiste nel cercare di comprare il tuo nemico e, se questi non è in vendita, provare a distruggerlo o a toglierlo di mezzo. Il M5S ha dimostrato più volte di non essere in vendita e di non voler scendere a patti con una classe politica descritta come “morta”. Ecco allora servito il piatto avvelenato dell’offensiva giudiziaria ad orologeria (saranno contenti Sallusti e Belpietro) come ultima spiaggia per liberarsi di Beppe Grillo.

Le accuse mosse a Grillo sono risibili, ma la macchina mediatica del fango già lo descrive come un pericoloso rivoluzionario. Altro che Ernesto “Che” Guevara. A Torino i pm Andrea Padalino e Antonio Rinaudo, degni eredi del pensionato Caselli, hanno chiesto 9 mesi di reclusione perché il capo dei 5Stelle, insieme ad Alberto Perino e altri attivisti No Tav, ha violato i sigilli della Baita Clarea, considerato un simbolo dai No Tav valsusini, ma inglobata con la forza nel cantiere dell’alta velocità. Un gesto simbolico, appunto, ma che i solerti pm sabaudi hanno considerato alla stregua di un assedio al Palazzo d’Inverno.

Ancora più inverosimile l’inchiesta che potrebbe aprirsi a Genova. In questo caso è stato direttamente un emissario del Pd, tale Fausto Raciti detto “Raciti chi?”, a fare la figura del più bieco delatore da romanzo. Il giovane Raciti si è fatto carico di presentare un esposto in procura in cui si denuncia come eversiva la lettera aperta che Grillo ha indirizzato ai vertici di polizia, esercito e carabinieri il 10 dicembre scorso, per invitarli a non schierarsi in difesa dei politici corrotti. Erano i giorni della protesta dei Forconi e degli agenti della celere che a Torino si toglievano i caschi per fraternizzare con i manifestanti. Una istigazione alla disobbedienza che potrebbe costare a Grillo una condanna a 5 anni solo per aver detto quello che molti italiani pensano. Tutto grazie a quel piccolo Vishinski di Raciti. Prima di lui erano state le prefiche del Pd (Moretti, Marzano e altre) a presentare una vile denuncia contro il grillino De Rosa che le aveva apostrofate come “pompinare” in un momento di rabbia. La strategia del Pd è chiara: sbarazzarsi di Grillo con l’aiuto delle procure.

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Arrestata la “squadra” Lorenzetti: le mani dei Casalesi sul Tav Firenze

Nelle 450 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla procura di Firenze che indaga sul Tav Firenze, il gip Angelo Antonio Pezzuti ha voluto mettere in risalto il ripetuto riferimento ad una vera e propria “squadra” di presunti corrotti fatto da Maria Rita Lorenzetti. L’attuale presidente della società Italferr -un trascorso nel Pci dal 1975, 4 legislature in parlamento e già due volte presidente della Regione Umbria- si trova da lunedì agli arresti domiciliari nella sua casa di Foligno, colpita dalle accuse di corruzione, associazione per delinquere e truffa. La misura restrittiva si è resa necessaria, secondo gli inquirenti, per il pericolo della reiterazione del reato che la Lorenzetti avrebbe potuto mettere in atto visto che, dal 17 gennaio scorso, giorno dell’avvio dell’inchiesta sul Tav fiorentino, non avrebbe dato alcun segno di ravvedimento.

La trama è sempre la solita, all’italiana: favori (presunti, repetita iuvant) alle società degli Amici degli Amici impegnate nei lavori, in cambio di  vantaggi professionali per il marito. Scrive il gip:  “La Lorenzetti ha messo a disposizione le proprie conoscenze personali, i propri contatti politici e una vasta rete di contatti grazie ai quali era in grado di promettere utilità ai pubblici ufficiali avvicinati, nell’interesse e a vantaggio della controparte Nodavia e Coopsette, da cui poi pretendeva favori per il marito nell’ambito della ricostruzione dell’Emilia”. In pratica, due delle società che si sono aggiudicate l’appalto del Tav, Nodavia e Coopsette appunto, avrebbero usufruito di un trattamento di favore nel pagamento delle loro spettanze, bloccate dalla elefantiaca burocrazia italica.

Bisogna ricordare che l’Italferr, di cui la Lorenzetti si onora di esserne il presidente dal 2010, è la società di ingegneria del gruppo Ferrovie dello Stato che si occupa di sviluppare la rete ferroviaria italiana, leggi Alta Velocità. Una gallina dalle uova d’oro, se si pensa che il predecessore della Lorenzetti è stato l’ad di FS Mauro Moretti, uno che di lauti guadagni se ne intende. Una porta dove è permesso bussare sempre, ma solo agli amici. Sono altre 5, infatti, le persone ristrette ai domiciliari: Gualtiero (detto Walter) Bellomo, membro della commissione Valutazione impatto ambientale del ministero dell’Ambiente; Furio Saraceno presidente di Nodavia; Valerio Lombardi, tecnico di Italferr; Alessandro Coletta, consulente, ex membro dell’Autorità di vigilanza sugli Appalti pubblici; Aristodemo Busillo, della società Seli di Roma. Per altri 6, tra cui i dirigenti della CoopSette (quella che una volta si chiamava Cooperativa Rossa), il giudice ha disposto l’interdizione per due mesi dall’attività.

Il dispositivo con cui il gip Pezzuti descrive il sistema utilizzato da quella che la stessa Lorenzetti, intercettata, ha definito una “squadra”, è uno spaccato indimenticabile della povera Italia del 2013, e merita di essere riproposto testualmente: “L’appartenenza alla “squadra” più volte richiamata da Maria Rita Lorenzetti riporta ad un articolato sistema corruttivo per cui, ognuno nel ruolo al momento ricoperto, provvede all’occorrenza a fornire il proprio apporto per conseguimento del risultato di comune interesse, acquisendo meriti da far contare al momento opportuno per aspirare a più prestigiosi incarichi, potendo contare sul fatto che i relativi effetti positivi si riverbereranno, anche se non nell’immediato, sui componenti della squadra medesima sotto forma anche di vantaggi di natura economica. In questa cornice, che prevede la contestuale ripartizione dei funzionari pubblici interessati ai procedimenti amministrativi di interesse, in amici e nemici, sono stati rilevati scambi di favore di varia natura”.

Ma c’è di più, molto di più. È da gennaio che i pm fiorentini sospettano che siano stati utilizzati materiali scadenti per costruire la galleria e che lo smaltimento dei fanghi e dei rifiuti del cantiere sia stato subappaltato illegalmente a ditte riconducibili al clan dei Casalesi, maestri inarrivabili nell’arte del sotterramento della monnezza, soprattutto se altamente inquinante. Il sospetto è che i dirigenti dell’Italferr pagassero gli elevati costi di smaltimento alle ditte in regola, che poi puntualmente giravano le tonnellate di materiali di risulta alla camorra. L’avvocato difensore della Lorenzetti, Luciano Ghirga, naturalmente nega tutto. Non c’erano dubbi e non c’è altro da aggiungere.

M5S verso il Restitution Day: la fuga dei dissidenti. Sospetti su Zaccagnini

Il Movimento5Stelle ha iniziato il conto alla rovescia in attesa del Restitution Day, il giorno della restituzione allo Stato di diarie e stipendi in eccedenza da parte dei “cittadini” pentastellati. Martedì prossimo, 25 giugno, i grillini presenti in Parlamento dovranno far partire i bonifici verso un Iban della Banca d’Italia per restituire parte della diaria non spesa, rendicontazione alla mano e al netto degli scontrini smarriti. Niente di più che il mantenimento delle promesse su quanto scritto nel programma a 5Stelle, ma per alcuni una vera e propria esca per riuscire a stanare i dissidenti all’interno del Movimento, quelli disposti a tutto pur di intascarsi interamente le prebende spettanti per legge ai membri della casta.

Era stato Grillo in persona ad imprimere una svolta tattica al Movimento a seguito delle polemiche che la scorsa settimana hanno spaccato il web dopo la decisione di espellere la “traditrice” Adele Gambaro. Lo scontro tra talebani e dissidenti rischiava di frantumare quanto di buono costruito fino ad ora. Ecco così spiegato il motivo delle telefonate del guru in persona ai rivoltosi come Paola Pinna e Tommaso Currò, sedicenti difensori della democrazia interna, e l’ammissione di aver commesso errori di comunicazione ed organizzazione alle recenti elezioni amministrative (disastrose se si eccettua Pomezia e, forse, Ragusa).

Il nuovo orizzonte grillino di liberarsi delle mele marce aveva dato i suoi frutti già nella giornata di sabato scorso quando la senatrice Paola De Pin ha deciso di compiere il grande balzo in avanti con la scusa della dittatura Grillo-Casaleggio che aveva avuto l’ardire di spedire ai forni crematori la Gambaro solo perché quest’ultima si era fatta un’idea del tutto personale del M5S. Il numero dei caduti a 5Stelle sale così a 6. Quattro dimissioni (De Pin, Furnari, Labriola e Mangilli) e due espulsioni (Gambaro e Mastrangeli). Ma l’elenco degli anti-sistema pentiti potrebbe allungarsi nelle prossime ore. Logico che la stampa di Regime foraggiata con soldi pubblici si stia scatenando per mettere i bastoni tra le ruote ai Grillo-boys. I più efferati sono i giornalisti dell’Unità, il giornale fondato da Antonio Gramsci che una volta era la voce dei comunisti italiani e ora si è ridotto a fare il cane da riporto del Pd.

 

Secondo il quotidiano diretto da Claudio Sardo sarebbe compreso tra 30 e 40 il numero dei grillini con la valigia in mano. A dare la dritta al Sardo sarebbe stato il “cittadino” Andrea Cecconi che ha ammesso: “Le previsioni dicono che ne perderemo una ventina, tra Camera e Senato”. Le previsioni dell’Unità dicono anche di più, anche se Cecconi “snocciola nomi di colleghi che per rispetto della privacy è giusto non riportare”. Più che una certezza, una speranza da parte della stampa corrotta, protagonista di un “attacco mediatico senza precedenti per l’Italia repubblicana, spaventoso”. Parola di Gianroberto Casaleggio intervistato dal Corriere della Sera.

Un’altra intervista l’ha rilasciata il deputato Adriano Zaccagnini al Fatto Quotidiano. “Sono sempre a disagio”, risponde il cittadino a 5Stelle alle domande di Paola Zanca; “Hanno fatto un processo a me e a Tommaso Currò. Hanno portato i ritagli di giornale con le nostre interviste. La mozione per la nostra cacciata era già pronta”. Zaccagnini come il nuovo Dreyfus insomma; un goffo tentativo di farsi passare per vittima (“non è vero che l’aria è cambiata, il clima è ancora irrespirabile”) per poter così fuggire con tutto il bottino. Da quando però i grillini si sono rimessi a fare i grillini in Parlamento (opposizione sul decreto emergenze, voto su F-35 e No Tav) ai traditori comincia a mancare il terreno sotto ai piedi. Le proprie idee si difendono con il sangue, sul campo, non tradendo le aspettative di milioni di elettori a 5Stelle che dal web pretendono un partito di lotta e non una sfilata di primedonne.

Dopo l’euforia G8 Letta fa i conti con Iva, Imu e Decreto del fare

Le belle parole su lavoro ai giovani e accordo di libero scambio atlantico contenute nel testo finale elaborato dagli 8 Grandi –già volati via dal summit di Lough Erne in Irlanda del Nord-, oltre a una bella pubblicità internazionale, non forniranno certo ad Enrico Letta le armi per risolvere gli enormi problemi economici italiani, Iva e Imu in testa. Oggi, poi, è anche il giorno della deliberazione della Corte Costituzionale in merito ad un legittimo impedimento di Berlusconi non rispettato durante il processo Mediaset. Le campane pidielline suonano da giorni la musica della non consequenzialità tra le condanne del Caimano e la crisi del governo Letta, ma i dubbi e le paure del premier non sono svaniti.

“E’ molto importante l’insistenza che abbiamo messo per dire che la disoccupazione giovanile è la priorità”, ha ripetuto per l’ennesima volta il rampollo della famiglia Letta al termine dell’incontro irlandese. Peccato che, appena il suo aereo ha toccato il suolo italiano, il pensiero sia volato subito ai 4 miliardi da trovare entro i prossimi giorni al fine di scongiurare l’aumento dell’Iva di 1 punto percentuale (dal 21 al 22%) previsto per il primo luglio. Altri 4 ne servirebbero invece per eliminare l’Imu sulla prima casa, cavallo di battaglia elettorale del Pdl a cui, nonostante i chiari di luna delle casse dello Stato, i falchi come Renato Brunetta non vogliono proprio rinunciare, pena la caduta del governo di Letta Nipote.

Tanta è la spinta del centro-destra sulla vicenda Iva da aver convinto persino il vice ministro dell’Economia, il giovane Turco Stefano Fassina, a sposare le posizioni di un oltranzista come Brunetta, quando anche il ministro Zanonato aveva pronunciato il suo niet sulle coperture disponibili. Intervistato dal Corriere della Sera, Fassina ha infatti confermato che “l’asse con Brunetta sulla questione dell’Iva è nei fatti, perché entrambi siamo convinti che un eventuale aumento sarebbe una misura sbagliata e pericolosa”. Se anche un “duro” come Fassina (o almeno quello più a Sinistra nel governo) si mette ad avviare una corrispondenza di amorosi sensi con un antipatico come Brunetta vuol dire che il governo dell’inciucio è ormai una realtà accettata, anche se il Giovane Turco prova tardivamente a ritrovare la primigenia purezza: “Ieri, a Berlusconi che proponeva di sforare il limite del 3 per cento nel rapporto deficit/pil ho risposto, mi sembra, duramente”.

Già, sforare il limite del 3% per avere denaro liquido da innestare nell’economia reale sarebbe il sogno di Letta e Saccomanni, ma il commissario economico europeo Olli Rehn ha già fatto intendere che Bruxelles non cadrà nel gioco delle tre carte proposto dall’Italia. Un grande problema per il premier se si pensa che appena venerdì scorso il governo ha presentato in pompa magna il cosiddetto “decreto del fare”, 80 provvedimenti minori che hanno scatenato l’ilarità della stampa al completo sull’inefficacia delle soluzioni messe in campo con il “decreto del dire” o del “farei se avessi i soldi”.

Oltre ad andare incontro a chi già ha contratto debiti (museruola ad Equitalia e no a pignoramento prima casa) il decreto del fare non ha in tasca un euro per lavoro e sviluppo. Gli unici denari rimediati sono 3 miliardi per le infrastrutture ferroviarie subito cantierabili (come la Metro C di Roma). A pagarne le spese, anche se in pochi l’hanno fatto notare, sarà il cantiere TAV Torino-Lione lasciato senza il becco di un quattrino. Il governo divenuto No Global dice che i soldi non ci sono, ma sono in molti a pensare che occorra la volontà politica di andare a prendere quei fondi dove realmente ci sono. Ieri sera a Ballarò Massimo Giannini di Repubblica ha riproposto l’idea grillina del taglio delle province e delle spese per i caccia F-35, ma da quell’orecchio Letta pare non sentirci proprio.

Dal corteo di Milano al Tav. Inchiesta sui centri sociali

Era da qualche mese che non si sentiva parlare dei centri sociali e della protesta antagonista, proveniente soprattutto dall’estrema sinistra. L’occasione per i disobbedienti di far sentire la loro voce , e non solo, è stata la manifestazione nazionale tenutasi a Milano sabato scorso e indetta per commemorare la morte di Davide Cesare, conosciuto come Dax, militante del centro sociale O.R.So. ucciso dieci anni fa a colpi di coltello da quelli che il movimento apostrofa come “fascisti”, padre e due figli di simpatie politiche di estrema destra.

10 mila partecipanti secondo gli organizzatori, molti di meno, non più di 5 mila, secondo la questura, ma con presenze significative da ogni parte d’Italia (Roma, Torino, Napoli, Bologna) e rappresentanze provenienti da vari stati europei come Grecia, Spagna, Portogallo, Francia e Inghilterra. Il corteo è stato aperto dallo striscione “Dax 16-3-03 ucciso perché militante antifascista. I compagni e le compagne del movimento”, dietro al quale hanno sfilato anche Rosa Piro, madre di Dax, e Haidi Giuliani, la madre di Carlo Giuliani, ucciso da un carabiniere durante il G8 di Genova del 2001. Tutto doveva svolgersi senza tensioni, ma così non è stato.

 

Al momento le prime stime parlano di 400 mila euro di danni solo per le banche, obiettivo preferito dai no global antiliberisti. Lancio di vernice, vetri sfondati con picconi, mazze, pietre e calci. Principi di incendio e la scritta, ripetuta più volte, “il denaro uccide”. A farne le spese Cariparma, Banca Popolare di Sondrio, Barclay’s e altre ancora. La rabbia anti-sistema dei manifestanti si è poi sfogata su auto di lusso e sulla discoteca `Lime Light´, ritenuta luogo di ritrovo di estremisti di destra. Adesso la preoccupazione di inquirenti e forze dell’ordine è che la tensione tra opposte fazioni possa crescere e il livello dello scontro salire ancora. Eppure gli opposti estremisti di destra e di sinistra -categorie superstiti degli anni ’70 ma ormai in declino e divenute antistoriche- di punti in comune contro il sistema ne avrebbero molti.

La contrapposizione frontale alle politiche economiche neoliberiste unisce infatti gli extraparlamentari anarchici dei centri sociali, come quelli del Cantiere milanese, e gli autodefinitisi Fascisti del terzo millennio di CasaPound, il centro sociale di destra che ha la sua sede in via Napoleone III a Roma. Tematiche che però non riescono a trovare una rappresentanza politica istituzionale, se è vero come è vero che i “compagni” non votano certo per Grillo, ma preferiscono astenersi, e i “camerati” sono riusciti a racimolare solo poche decine di migliaia di voti intorno al nome di Simone Di Stefano, candidato alle elezioni per CasaPound. E allora? Cosa fare per cercare di disinnescare l’arma della violenza politica?

L’unica soluzione è legare le lotte antagoniste alle conquiste sociali, soprattutto alla lotta per la casa che i centri sociali rossi e neri ritengono una priorità, soprattutto nelle grandi città. È per questo che nelle metropoli come Roma i movimenti per la casa come Action hanno trovato terreno fertile in centri sociali come il Forte Prenestino o il Sans Papier e, dall’altra parte, i cittadini in difficoltà hanno potuto ottenere un sostegno dal grande palazzo divenuto sede di CasaPound. Più diritti civili per combattere la violenza. Soluzione che potrebbe funzionare anche per estinguere il focolaio di guerriglia acceso da alcuni anni in val di Susa rispetto alla questione della costruzione della Tav.

La contrapposizione frontale tra forze dell’ordine e No Tav, appoggiati dal centro sociale Askatasuna di Torino, ha portato finora solo alla crescita della spirale di violenza nella valle. Legare le rivendicazioni dei valligiani ad una rappresentanza parlamentare è l’unico modo per evitare la violenza. Rappresentanza parlamentare che sarà presente in forze durante la manifestazione del 23 marzo alla quale parteciperanno tutti i 163 parlamentari del M5S che, in questo caso, è riuscito a dare visibilità politica a molti esponenti No Tav. In Val di Susa, dunque, non più antagonisti contro lo Stato, ma è lo Stato a venire incontro alle rivendicazioni dei cittadini. Esempio da seguire.

Il Pd ai piedi di Grillo

A meno di 48 ore dai risultati elettorali che consegnano all’Italia un elevato rischio di ingovernabilità e una frammentazione parlamentare forse insanabile, il Pd rompe gli indugi e lascia intendere di essere disposto a tutto pur di entrare nella stanza dei bottoni di Palazzo Chigi. A lanciare un ramoscello di Ulivo nei confronti del M5S di Beppe Grillo, percepito fino a ieri come il simbolo dell’antipolitica ed ora elevato al rango di statista, è stato in prima persona il segretario Pierluigi Bersani, durante un’affollata conferenza stampa.

Consapevole della cruda realtà dei numeri parlamentari, Bersani aveva solo due soluzioni. Escluso dai giochi Mario Monti, condannato dagli elettori all’irrilevanza politica, non rimane che accordarsi con il Pdl di Berlusconi per un governissimo, oppure mettersi l’anima in pace e virare verso il programma grillino per ottenerne la fiducia. Esclusa di netto la prima ipotesi -pena l’impiccagione di tutto l’inguardabile gruppo dirigente Pd a piazzale Loreto- l’unica soluzione per il partito che “non ha vinto le elezioni” (Bersani dixit), ma che riceverà l’incarico di formare il governo da Napolitano, è quella di aprire a Grillo. Si parla persino della concessione della presidenza della Camera al M5S.

 

Bersani usa tutta la sua abilità politichese per tirare in mezzo i grillini: “So che fin qui hanno detto ‘tutti a casa’, ora ci sono anche loro, o vanno a casa anche loro o dicono che cosa vogliono fare per questo paese loro e dei loro figli”, puntando tutto sul senso di responsabilità che il primo “partito” italiano ha nei confronti dei cittadini che gli hanno dato fiducia. E poi lancia il suo mini-programma in “quattro titoli”: “Riforme istituzionali, la riforma della politica e dei suoi costi, la legge sui partiti e una moralità pubblica e privata”. Se non fosse Gargamella in persona a parlare sembrerebbe di ascoltare un comizio del tribuno genovese. Potere della democrazia che costringe la casta, fino a ieri baldanzosa ed autoreferenziale, a gettarsi ai piedi dell’odiato Grillo pur di sopravvivere.

Grillo aveva ragione: “Entreremo in parlamento e lo apriremo come una scatoletta di tonno. Li costringeremo a non rubare”. Nascosto dietro un paio di Ray-Ban, ma visibilmente raggiante, in mattinata il nuovo protagonista della politica italiana aveva prima tagliato corto su un possibile inciucio di governo tra Pdmenoelle e Pdl. Circondato dalle pressanti domande di un esercito di giornalisti, il guru a 5Stelle non aveva però escluso un appoggio al Pd “legge per legge, qualora ci siano delle proposte convergenti”, come ad esempio il No al Tav, la legge sul conflitto di interessi (compreso il trust Pd-Mps), la tassazione dei ricavi delle slot machines per trovare i fondi per il reddito di cittadinanza e per le piccole e medie imprese.

Una medicina forse troppo amara da bere per Bersani che, infatti, ha voluto replicare con un “Certo, tema per tema è apprezzabile ma anche piuttosto comodo”, paventando anche l’impossibilità di convergere con Grillo sulla possibile uscita dell’Italia dall’euro. Non conviene comunque al segretario alzare troppo la voce perché, accettata la necessità di doversi presentare da Grillo col cappello in mano per tutta la legislatura, per il Pd diventa necessario convincere il M5S a votare la prima fiducia al senato, passaggio burocratico inevitabile, ma che i grillini potrebbero per coerenza non accettare, a meno di clamorose concessioni al loro programma.

Un grattacapo per Bersani che, tentato dalle dimissioni a caldo dopo la clamorosa debacle, rischia adesso di vedersi ricrescere una folta chioma sulla testa a causa dello stress da grillismo acuto. Il terrore per l’ipotesi di governo Grillo-Bersani si è esteso anche al Pdl, salvato da Berlusconi ma ora ostaggio di Grillo. La paura è così tanta che il segretario Alfano ha dovuto farsi avanti proponendo a sua volta, udite udite, un mini programma che sa tanto di 5Stelle: “Meno tasse, più lavoro, riduzione del numero e degli stipendi dei parlamentari, eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti”. Allora è vero che c’era un Grillo in tutti loro.

Grillo torna in tv su Sky e attacca la Rai. La casta trema

Il ritorno di Beppe Grillo in televisione, dopo quasi trent’anni di assenza dal tubo catodico, lo ha ufficializzato proprio il leader del Movimento 5 Stelle mercoledì scorso, con un Tweet che ha già fatto il giro del web e d’Italia. “Domenica 17 andrò in tv. Un’intervista di 30 minuti in diretta dal camper su Sky Tg24 alle 20.30 e su Cielo, in chiaro, alle 21”. Un Grillo in versione annunciatrice ha messo dunque nero su bianco quanto già si vociferava da giorni, la sua ricomparsa sul piccolo schermo dopo i ripetuti divieti imposti ai grillini di mostrare il proprio volto in una “televisione che è morta”. Morta o agonizzante che sia, la tv resta ancora l’unico strumento mediatico utilizzato da milioni di italiani, soprattutto anziani, e Grillo non vuole lasciarsi sfuggire l’occasione di fare il pieno di voti anche tra i teledipendenti.

Molti hanno letto la svolta grillina, fino a ieri feroce critico della presenza degli esponenti del M5S nei talk show definiti una “trappola”, esclusivamente come un ipocrita gesto di convenienza. Per l’occasione è stata riesumata dall’oblio politico in cui è precipitata anche Federica Salsi, l’ex grillina espulsa dal duo Grillo-Casaleggio proprio a causa di una sua partecipazione non autorizzata a Ballarò.Va in tv ora che gli conviene”, ha detto la Salsi ai giornalisti subito prima di venire nuovamente ibernata nel dimenticatoio. Anche Giovanni Favia, altro grillino infedele poi candidato da Ingroia nel movimento Rivoluzione Civile, non ha perso l’occasione di tenere chiusa la bocca, visto che lo Tsunami Grillo in televisione è un evento mediatico che va ben al di là del rancoroso livore espresso dal Favia di turno. “Grillo in tv? Non è certo una novità. Ogni giorno, tutti i talk show lo trasmettono, a reti unificate e senza un contraddittorio, peggio di Berlusconi nella volontà di sottrarsi allo stesso”, ha detto l’invidioso candidato ingroiano in Emilia Romagna.

 

Sta di fatto che Grillo non ha sdoganato né i talk show, divenuti rifugio di una casta decadente, né tantomeno le interviste truffa cucite e ritagliate su misura. Il suo sarà un botta e risposta in rigorosa diretta trasmesso dalla confortevole location del camper con cui sta girando l’Italia. Ieri, a proposito, il comico-politico genovese ha fatto il pieno in Val di Susa, dove ha ricevuto una laica benedizione anche da Alberto Perino e Sandro Plano, due dei leader No-Tav. Oggi lo Tsunami Tour girerà ancora il Piemonte, Novara ed Ivrea, ma a far discutere sono le cifre dei tagli alla spesa pubblica postate da Grillo sul suo blog; proposte che, se messe in atto, rappresenterebbero una vera rivoluzione nella gestione delle finanze dello Stato italiano, giunto ormai quasi al collasso.

A tremare più di tutti sono proprio dirigenti ed alti papaveri della Rai, la tv pubblica che punta sul canone pagato dai cittadini per assicurare programmi di scarsa qualità, ma laute prebende a starlette, presentatori impomatati e personaggi impresentabili finiti sul piccolo schermo solo grazie all’intervento del politico amico di turno. Per Grillo bisogna tagliare, o vendere, due canali Rai su tre, mantenendo il terzo senza interruzioni pubblicitarie. Un vero servizio pubblico e la fine del regno del bengodi della casta di viale Mazzini. Misura giacobina che fa il paio con l’eliminazione dei contributi all’editoria, utilizzati oggi non per favorire le giovani imprese editoriali, ma i pennivendoli messi al servizio dei boiardi della politica.

Due proposte che Grillo affianca alla richiesta di tagliare metà dei parlamentari insieme ai loro ingordi benefits e ad una lista, credibile e fattibile, di misure innovative per drenare denaro dalle casse pubbliche. Successo assicurato, visto che per il gran comizio finale in piazza San Giovanni, il Piacere day, i bookmakers offrono quote da capogiro: Più di un milione di persone si gioca a 2,30, mentre una cifra tra le 600 mila e un milione è a 2,75. A 4,85 se in piazza dovessero esserci tra le 400 e le 600 mila persone, mentre meno di 400 mila seguaci di Grillo a San Giovanni sono a 5,70.