Processi e ineleggibilità: Berlusconi invoca la protezione di Napolitano

Il concetto di “lasciapassare giudiziario” per Silvio Berlusconi è tornato prepotentemente sulle bocche dei commentatori all’indomani della deliberazione della Corte Costituzionale che ha dato torto alle ragioni dei legali berlusconiani nell’ambito del processo Mediaset. Si dice che Berlusconi abbia attivato tutti i suoi canali, dal Giornale di Sallusti all’intramontabile Zio Gianni Letta per cercare una sponda salvifica nell’azione del presidente della Repubblica Napolitano. Per il momento una telefonata diretta del Caimano non è giunta al Colle, ma la strada della protezione del Quirinale sembra l’ultima battibile per il clan di Arcore.

La decisione della Consulta di mercoledì 20 giugno ha rappresentato infatti uno spartiacque in quella che i fedeli di Berlusconi si ostinano a definire “la guerra dei 20 anni” tra Silvio e le procure italiane. Respingendo il conflitto tra poteri dello Stato sollevato dal leader Pdl nel 2011 contro il collegio giudicante presieduto da Edoardo D’Avossa, a causa di un legittimo impedimento negato nel 2010, la Corte ha dato finalmente un taglio alla pretesa di immunità sostenuta dall’ex premier. Una svolta storica che apre le porte innanzitutto al passaggio in Cassazione del processo Mediaset nel quale il Cavaliere, come tutti sanno, è stato condannato in appello a 4 anni di carcere e, sciagura tra le sciagure, a 5 di interdizione dai pubblici uffici. La fine sua, del Pdl e di tutto il suo esercito di fedelissimi.

 

Come se non bastasse, le prossime scadenze ravvicinate del calendario giudiziario di Arcore mettono i brividi: oggi 21 giugno il processo Ruby-bis con Fede, Minetti e Mora; lunedì 24 giugno la sentenza sul caso Ruby; mercoledì 26 giugno la Giunta per le elezioni del Senato avvia la discussione sull’eventuale ineleggibilità di B. in base ad una legge del 1957; giovedì 27 giugno, infine, la Cassazione stabilirà definitivamente se i 560 milioni versati dai Berlusconi per il lodo Mondadori debbano prendere definitivamente la via delle tasche di De Benedetti.

Un cronoprogramma da incubo per Silvio Berlusconi che, dopo aver riunito lo stato maggiore del partito a Palazzo Grazioli per decidere sul da farsi, come sempre ha deciso in perfetta solitudine. Per prima cosa continuare a vestire i panni del Berlusconi statista slegando, per il momento,  il destino del governo Letta da quello giudiziario che lo aspetta. “Non credo ci saranno conseguenze, il governo è stabile e concentrato sui suoi obiettivi”, ha detto Silvio, costretto persino a masticare amaro per l’atteggiamento di Letta il Giovane apparso disinteressato al destino dell’alleato di governo. Certo, la tentazione di mandare tutto per aria e ributtarsi in una campagna elettorale permanente c’è, sostenuta anche dai falchi del partito come Santanchè, Biancofiore e Verdini, ma il rischio è che una volta caduto Letta Napolitano decida di trovare una maggioranza alternativa.

In questo modo Berlusconi verrebbe sorpreso dalla sentenza autunnale della Cassazione senza il cappotto del seggio parlamentare a proteggerlo. Un rischio da calcolare prima di fare qualche mossa sbagliata. Lisciare il pelo a Napolitano anche se non è piaciuto il suo immobilismo nello stoppare l’azione dei giudici, questa la parola d’ordine uscita da Palazzo Grazioli. Ecco così spiegato l’intervento di Alessandro Sallusti sul FattoQuotidiano di ieri per ribadire che Berlusconi deve salire al Colle per chiedere se sia ancora valido il patto che ha permesso la formazione del governo Letta per volere di Napolitano. Il presidente “deve dare assicurazioni, bisogna che i due si incontrino di persona”. In pratica, Sallusti pretende un lasciapassare, infischiandosene della giustizia uguale per tutti. L’altro ambasciatore di Arcore pare sia il solito Gianni Letta che i retroscena descrivono già in missione per conto di Dio nelle stanze del Quirinale.

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Nasce il governo Letta-Alfano: ecco la squadra dei ministri

Il governo Letta nasce nel segno dell’incertezza e della novità. Alle 15.00 di oggi, come da prassi istituzionale, il presidente del Consiglio incaricato è salito al Quirinale ma, colpo di scena, non ha sciolto subito la riserva e la lista dei ministri è rimasta congelata per alcune drammatiche ore. Panico tra le centinaia di cameraman e giornalisti assiepati nella piazza bagnata dalla pioggia. Enrico Letta si è intrattenuto nell’ufficio privato “La Palazzina” del capo dello Stato per un incontro interlocutorio durato quasi due ore. Troppi i nodi da sciogliere al termine di una estenuante due-giorni di trattative, culminata nel confronto fiume con il gotha del Pdl e con Silvio Berlusconi in persona.

Poi, proprio quando la tensione mediatica cominciava a salire pericolosamente, i giornalisti sono stati invitati a recarsi alle 17.00 nella Loggia d’Onore, situata di fronte al più consueto studio presidenziale “La Vetrata” per presenziare alla tanto attesa conferenza stampa del nuovo presidente del Consiglio. Erano le 17 e 18 quando Letta ha sciolto positivamente la riserva sull’accettazione dell’incarico e ha comunicato ai mass-media la lista dei 21 ministri  concordata con Napolitano che mette finalmente fine al toto-nomi della squadra di governo che ha impazzato in questi ultimi giorni. Molte donne, età media bassa, un giusto mix tra politici e tecnici e spazio anche per qualche mezzo Big. Questa la ricetta proposta da Letta il Giovane per cercare di convincere innanzitutto l’Europa, ma anche i confusi elettori del suo partito e i falchi parlamentari di Pd e Pdl che non credono in un reciproco patto col diavolo.

I nomi forniti dal Pd, azionista di maggioranza di questo anomalo patto di non belligeranza con i rivali del Pdl, sono quelli di Dario Franceschini, ministro dei Rapporti con il parlamento; di Graziano Del Rio, il renziano presidente dell’Anci, ministro per gli Affari Regionali e per le Autonomie; di Josefa Idem, la pluricampionessa olimpionica, ministro dello Sport e delle Pari Opportunità; del Giovane Turco Andrea Orlando, divenuto ministro dell’Ambiente. Nella rosa Pd entra anche Maria Chiara Carrozza, rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, nominata ministro di Istruzione, Università e della ricerca.

Sono 5 i ministri in quota Pdl. Il segretario Angelino Alfano sarà vicepresidente del Consiglio ministro dell’Interno, anche in funzione di contrappeso a Letta; Maurizio Lupi andrà alle Infrastrutture e Trasporti; il “saggio” Gaetano Quagliariello farà il ministro degli Affari Costituzionali; Beatrice Lorenzin sarà ministro della Salute, mentre Nunzia De Girolamo andrà alle Politiche Agricole.

Tre i montiani. Il ciellino ex Pdl Mario Mauro, ben introdotto in Europa, alla Difesa, Anna Maria Cancellieri, dirottata alla Giustizia per far posto ad Alfano, ed Enzo Moavero Milanesi, il fedelissimo di Mario Monti riconfermato agli Affari Europei. Tra i tecnici, Fabrizio Saccomanni, direttore generale di Bankitalia, al ministero chiave dell’Economia;  Enrico Giovannini, presidente dell’Istat,  al Lavoro; Carlo Trigilia alla Coesione Territoriale; alla Semplificazione va Giampiero D’Alia; Sviluppo economico per Flavio Zanonato e poi Massimo Brai e Cecile Kyenge (entrambi del Pd). Altra poltrona di peso, l’ultima della lista, quella degli Affari Esteri, per Emma Bonino. Sottosegretario alla presidenza del Consiglio sarà Filippo Patroni Griffi. Domani il giuramento.

Intanto, sul fronte dell’opposizione al governo di larghe intese imposto da Napolitano, Beppe Grillo parla di “Notte della Repubblica” e scrive sul blog: “..una crisi economica senza precedenti nella storia repubblicana. I responsabili di quella crisi ora si pongono a salvatori della Patria senza alcun senso del pudore”. Il portavoce del M5S denuncia la probabile mancata assegnazione delle commissioni Copasir e Vigilanza Rai che “andranno all’opposizione farlocca della Lega e di Sel, alleati elettorali di pdl e pdmenoelle” e ribatte ai furibondi attacchi di presunti“giornalisti prezzolati” (facendo riferimento anche al caso Giulia Sarti e ai cosiddetti Grilloleaks) arrivando a colpire anche i piani più alti del Palazzo: “Per il M5S solo scherno o silenzio. Anche il silenzio del presidente della Repubblica del quale sono stati distrutti nei giorni scorsi i nastri delle conversazioni con Mancino”.

Terrore nel Pdl: Ilda Boccassini candidata al Quirinale

L’indiscrezione l’ha rilanciata nella serata di lunedì l’agenzia di stampa Agi, subito ripresa in diretta da Enrico Mentana al tg di La7: il centro-sinistra potrebbe decidere di puntare tutte le sue fiches per il Quirinale su Ilda Boccassini, il pm di Milano da sempre ritenuta “comunista” e nemica giurata di Silvio Berlusconi, e per questo motivo (oltre che per il colore della chioma) soprannominata Ilda La Rossa. La notizia che ha gettato nel panico le schiere berlusconiane non risulta però al momento confermata, né ovviamente dall’interessata, né da altre fonti.

A parlare di un possibile approdo della Boccassini in cima al Colle più alto è stata una fantomatica, quanto sedicente, voce di corridoio di un importante dirigente Pdl che avrebbe pronunciato queste parole: “Altro che moderato, gira anche l’ipotesi di eleggere al Colle Ilda Boccassini”. Uno scoop del giornalista che ha riportato la notizia o una boutade con esclusivo valore di provocazione? Probabilmente nel partito Azzurro l’obiettivo è quello di alzare la tensione in vista dell’inizio delle procedure per l’elezione del Capo dello Stato previsto per il 15 aprile.

 

A Berlusconi, infatti, non è piaciuta per niente la mossa a sorpresa compiuta da Napolitano con la nomina delle due commissioni di saggi. “Mi hanno raccontato per decenni che la Costituzione era inviolabile e ora scopro che in verità si può fare serenamente quel che si vuole”, avrebbe detto il Cavaliere commentando la soluzione indicata e imposta da Napolitano. La paura che scuote il Pdl è che l’insediamento dei saggi serva solo al Pd per prendere tempo allo scopo di evitare il voto a giugno ma, soprattutto, per trovare una convergenza (magari con il M5S) sul nome da fare per il Quirinale, naturalmente sgradito a Berlusconi.

È per questo che il Cavaliere ha mandato in prima linea il fidato segretario (del partito e personale) Angelino Alfano che in favore di telecamere ha dichiarato: “O c’è un’intesa politica piena che conduca a un governo di larga coalizione o è indispensabile andare subito al voto senza che sia resa impraticabile la finestra elettorale di giugno”. Un tono che sa tanto di ultimatum per costringere il Colle a forzare i tempi: “Riteniamo opportuno che il presidente Napolitano riprenda le consultazioni con le forze politiche, e che le stesse forze politiche riprendano a parlarsi. La casa brucia e non sarebbero comprensibili altri rinvii e dilazioni”. Questo, in sintesi, il comunicato di Pasquetta con cui il segretario senza quid ha voluto (dovuto) mettere i puntini sulle i.

Risultati entro dieci giorni altrimenti salta il tavolo dei saggi. Questa la linea ufficiale del Pdl perché Berlusconi ha paura di ritrovarsi intrappolato nella melma di un governo tecnico con un nuovo inquilino del Quirinale a dir poco sgradito. Ecco allora il ritorno dei pasdaran. “Dobbiamo avere piena coscienza che il governo Monti non può sostituirsi all’esigenza di dar vita ad un nuovo governo” dice Fabrizio Cicchitto, mentre Maurizio Gasparri rincara la dose: “Verifiche e approfondimenti sono doverosi ma devono essere rapidi. Manovre dilatorie creano solo problemi ulteriori. Peggio poi sarebbe se la sinistra usasse questo tempo per ambigue manovre per l’elezione del nuovo capo dello Stato”. Repetita iuvant.

M5S: Crimi apre e chiude a un premier scelto da Napolitano

Sarà l’ennesima gaffe, oppure una dichiarazione studiata freddamente a tavolino, fatto sta che Vito Crimi, capogruppo temporaneo al Senato del M5S, ha prima chiuso la porta in faccia in diretta streaming ad un accordo con il Pd su un governo Bersani, salvo poi fare una parziale marcia indietro in serata pronunciando una frase a dir poco sibillina: “Se Napolitano fa un altro nome è tutta un’altra storia. Un nome estraneo ai partiti è bene che il Pd non lo faccia, altrimenti lo brucia. Non voteremo mai un governo targato Pd anche se guidato da una persona terza”. Parole che hanno fatto sobbalzare sulla sedia i dirigenti Democratici.

Il primo a reagire, via twitter, è stato il portavoce del premier incaricato Stefano Di Traglia: “Nel corso delle consultazioni l’ultima provocazione del Movimento 5 Stelle non l’abbiamo sentita. Riguardino la registrazione dello streaming”. E, in effetti, non si può certo affermare che la posizione tenuta da Crimi sia stata univoca nel corso della convulsa giornata di ieri, cominciata con l’incontro faccia a faccia, e in mondovisione, tra Bersani e il duo Crimi-Lombardi. “Appoggiare un governo Bersaniaveva detto Crimivorrebbe dire dare una fiducia in bianco, un atto forte in cui si danno le condizioni per la costruzione di una maggioranza stabile. Noi, anche per il mandato che ci hanno dato gli elettori non ce la sentiamo davvero di poterci fidare. Vogliamo le prove”.

 

Parole in perfetta linea di coerenza con le intenzioni espresse a più riprese da Grillo e dal Movimento. Crimi aveva poi puntualizzato lo schema con cui il M5S si muoverà in parlamento: “Se la politica del Pd è di cambiamento, noi siamo pronti a dare un appoggio su singoli provvedimenti”. Logico che il passo di lato compiuto in serata dovesse scatenare le più inconfessabili voglie di inciucio nel Pd. Un putiferio politico dunque, l’ennesimo, a cui il gaffeur Vito Crimi ha dovuto mettere la solita pezza di smentite più o meno ufficiali. Il dietrofront arriva da facebook: “Leggo da alcune agenzie e da alcune testate online che avrei subordinato la trattativa per la formazione di un nuovo governo all’esclusione di Bersani. Preciso che l’affermazione ‘Se Napolitano fa un altro nome è tutta un’altra storia’ è stata estrapolata dopo la consueta raffica di domande a cascata dei giornalisti, e si deve intendere nel senso di ‘tutto un altro percorso istituzionale”.

Un perfetto politichese, non c’è che dire. Crimi sta imparando in fretta il mestiere di politico. L’aggiustamento di tiro viene poi completato dalla riproposizione di un governo a 5Stelle come unica soluzione alla crisi economica e sistemica: “Se il Presidente Napolitano non dovesse infatti assegnare a Bersani l’incarico di formare un nuovo governo, il percorso delle consultazioni riprenderebbe il suo iter, nel quale il Movimento Cinque Stelle si assumerà la sua responsabilità politica, proponendosi direttamente –conclude Crimi– per l’incarico di formare una squadra composta da nominativi nuovi, in grado di avere il sostegno della maggioranza e dunque la possibilità e l’onore di proporsi per la guida del Paese”. Niente governo del presidente dunque e, soprattutto, nessun appoggio in bianco ad un governo targato Bersani il quale, povero lui, tra poche ore salirà al Colle per riferire sui risultati delle consultazioni.

Giustizia: Napolitano toglie lo scudo a Berlusconi

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, decide di fare marcia indietro dopo le roventi polemiche suscitate dalla sua discutibile presa di posizione sulla vicenda dello scontro senza precedenti tra la magistratura e Silvio Berlusconi, padre-padrone del Pdl. Ieri l’inquilino del Quirinale è stato letteralmente costretto ad inviare una lettera al quotidiano Repubblica al fine di chiarire e meglio indirizzare la sua posizione. “Nessuno scudo è stato offerto a chi è imputato in procedimenti penali da cui non può sentirsi esonerato in virtù dell’investitura popolare ricevuta”, ha esordito il presidente.

L’intervento sul quotidiano dell’amico Eugenio Scalfari si è reso necessario per rispondere ad un articolo del vicedirettore Massimo Giannini che tacciava di “premio ai sediziosi” il contenuto della nota ufficiale con cui il Colle aveva offerto una tregua istituzionale al Caimano, ricevendo con tutti gli onori la delegazione Pdl formata dal trio Alfano-Cicchitto-Gasparri, dopo che questi ultimi si erano resi protagonisti dell’indegna occupazione del tribunale di Milano insieme a tutti i loro colleghi parlamentari azzurri. Lo scudo istituzionale offerto al leader del “partito che si è classificato secondo alle elezioni” era sembrato troppo persino al giornale di De Benedetti che nei mesi scorsi, attraverso le prestigiose penne di Scalfari e Mauro, si era speso in spericolate difese del Colle, persino nella vicenda delle intercettazioni Napolitano-Mancino, portata fino alle estreme conseguenze dello scontro tra poteri dello stato.

 

Questa volta però il migliorista Giorgio non ha trovato la sponda sperata e, messo con le spalle al muro, ha dovuto reagire: “Giannini ha dato una versione arbitraria e falsa dell’incontro con una delegazione del Pdl da me tenuto in Quirinale martedì mattina  – scrive il presidente della RepubblicaE’ falso che mi siano stati chiesti ‘provvedimenti punitivi contro la magistratura’: nessuna richiesta di impropri interventi nei confronti del potere giudiziario mi è stata rivolta”. A detta di Napolitano la delegazione Pdl non avrebbe prospettato nessun  Aventino, anzi, “l’incontro con i rappresentanti della coalizione cui è andato il favore del 29 per cento degli elettori era stato confermato dopo mie vibranti reazioni, espresse direttamente ai principali esponenti del Pdl per la loro presa di posizione”.

Nessun “legittimo impedimento automatico” o “lodo Alfano provvisorio” dunque, ma addirittura una tiratina di orecchie ai pidiellini eversivi. Questa la nuova versione del Colle. E, in effetti, dalle segrete stanze dell’ospedale San Raffaele di Milano, divenuto nuova sede ufficiale del Pdl, filtra l’irritazione del Cavaliere, privato del suo scudo anti-toghe e costretto a “subire” il processo Ruby dalla prossima settimana, proprio quando il clima delle trattative per la spartizione delle Poltrone si stava surriscaldando. Ieri nella clinica fondata dal defunto Don Verzè erano presenti tutti i colonnelli.  Letta, Alfano, Verdini, Bondi, Schifani, Cicchitto e Gasparri si sono spesi a studiare la tattica migliore da seguire.

Per il momento stop alla guerra aperta con la magistratura. La parola d’ordine è “congelare tutto”. Dall’ipotesi di Aventino parlamentare al sit-in di oggi dei militanti Pdl davanti al tribunale di Milano. Anche per domani, giorno in cui si terrà una nuova udienza del processo per i diritti tv Mediaset, sono state annullate le previste mobilitazioni. L’idea che si sta facendo spazio all’interno della nomenklatura Pdl è che, nonostante tutto, esistano ancora margini di manovra inciucista, dei canali aperti sia con Monti che con un pezzo del Pd. Per il momento, l’annuncio del Pd di votare scheda bianca nella prima votazione per i presidenti delle Camere ha lasciato aperta la porta al dialogo. Intesa che Berlusconi vorrebbe raggiungere non tanto per Montecitorio e Palazzo Madama, quanto per il Quirinale dove l’ennesimo presidente “di sinistra” è visto come una iattura.

Il calendario degli appuntamenti istituzionali

Da oggi al 15 maggio è fittissimo il calendario degli appuntamenti istituzionali. La prima data certa è quella del 15 marzo, giorno in cui verranno convocate le nuove Camere. Nella scorsa settimana si era ipotizzato di anticipare la convocazione al 13 o al 14 di marzo di modo tale da concedere più tempo al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per condurre le consultazioni e permettere così la formazione di un nuovo governo la cui maggioranza è al momento di difficile individuazione. Nessun anticipo dunque, ed è lo staff dell’inquilino del Quirinale a renderne noti i motivi:

“Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha preso atto che difficoltà di vario ordine non consentono una anticipazione della data di convocazione delle Camere, già fissata per venerdì 15 marzo” –si legge in una nota ufficiale del Colle che poi continua- “Resta dunque ancora un ampio spazio per una proficua fase preparatoria delle consultazioni del Capo dello Stato per la formazione del governo. Nel ringraziare la magistratura per lo sforzo di celerità compiuto negli adempimenti di sua competenza relativi alla verifica dei risultati elettorali, il Presidente della Repubblica confida che le operazioni relative all’insediamento delle Camere e alla costituzione dei Gruppi parlamentari si svolgano con la massima sollecitudine possibile”.

 

La patata bollente della formazione di un nuovo governo passa adesso nelle mani del segretario del Pd, Pierluigi Bersani, uscito “non vincitore” per pochi voti dalle urne e, quindi, costretto, a fare un passo avanti, anche se il progetto Democratico di presentarsi in aula con un programma di 8 punti con il quale convincere il M5S ad appoggiare un governo Bersani sembra al momento fantapolitica. Troppo netto il No di Grillo ad un governo dei partiti, o dei partiti travestiti da tecnici. Prima del previsto naufragio bersaniano però, ci sono altre scadenze istituzionali da rispettare obbligatoriamente.

Una volta riunite, le due Camere dovranno eleggere i rispettivi presidenti, entro e non oltre sabato 16 marzo. Il regolamento della Camera prevede che dal quarto scrutinio sarà sufficiente la maggioranza assoluta dei votanti, mentre al Senato i primi due classificati nel terzo scrutinio avranno diritto a partecipare al ballottaggio nel turno successivo. Particolare di colore: a presiedere la prima seduta di Palazzo Madama sarà il 92enne senatore a vita Emilio Colombo, in quanto senatore più anziano (Andreotti, 94 anni suonati, non versa in buone condizioni di salute). L’anziano ex Dc ha già fatto sapere che impedirà l’ingresso in aula ai grillini senza cravatta. Come se quello del bon-ton istituzionale fosse l’unico problema dell’Italia in crisi, e come se, soprattutto, Colombo dimenticasse che tutti, lui compreso, abbiamo difetti e “vizietti” inconfessabili.

Una volta eletti i presidenti dei due rami del parlamento (Dario Franceschini del Pd è dato per favorito alla Camera), dal 18 marzo il Capo dello Stato potrebbe iniziare a consultare i gruppi parlamentari per poi procedere con l’incarico di formare il governo. Meno di un mese il tempo che Napolitano avrà a disposizione per cercare di sbrogliare la matassa di Palazzo Chigi. Il 15 maggio, infatti, scade il settennato di Napolitano, e la Costituzione prevede che i parlamentari e i delegati regionali chiamati a eleggere il nuovo inquilino del Colle debbano essere convocati entro e non oltre i 30 giorni che precedono la scadenza del termine: il 15 di aprile. Una situazione drammatica per Napolitano e le istituzioni, che potrebbe portare addirittura all’elezione quirinalizia in assenza di un governo legittimato dal parlamento. Caos istituzionale.