Crack Sorgenia: le banche distratte dimenticano il debito di De Benedetti

De Benedetti SorgeniaSorgenia spa – società che opera nel mercato dell’energia e fa capo alla holding Cir della famiglia De Benedetti – è sull’orlo di un fragoroso fallimento. Sorgenia ha un debito di oltre 1,9 miliardi di euro, ma non è nemmeno in grado di pagare gli interessi sul debito. Tant’è che alla fine di febbraio i vertici della società hanno comunicato di essere a un mese dal disastro. I maggiori creditori di Sorgenia sono naturalmente le banche alle quali il numero uno del gruppo Cir, Rodolfo De Benedetti figlio dell’Ingegnere Carlo, ha comunicato seccamente di non avere un soldo in tasca per onorare quanto dovuto.

“Tenuto conto dell’entità dell’indebitamento – scrive il rampollo di casa De Benedetti in un comunicato – Sorgenia ritiene necessaria una ristrutturazione finanziaria…nel frattempo ha avanzato richiesta di moratoria e stand still fino al 1 luglio 2014”. Un bel guaio per i 21 istituti bancari creditori, con in testa Mps e Intesa Sanpaolo, che rischiano adesso di dover ripagare di tasca propria il salvataggio di Sorgenia. La società elettrica dei De Benedetti avrebbe bisogno subito di 600 milioni di capitali freschi, ma la Cir può metterne sul piatto meno di 150. I restanti 500 dovrebbero garantirli le banche convertendo i loro crediti in azioni. L’accordo però è ancora in alto mare. Ridicolo per una società che, scrive Giorgio Meletti sul Fatto Quotidiano, “solo un anno fa dichiarava un patrimonio netto vicino al miliardo” e adesso vale zero.

Una situazione assurda – quasi kafkiana, come va di moda dire oggi – se si tiene conto che i dati allarmanti sulla situazione debitoria di Sorgenia erano da anni davanti agli occhi di chi non ha visto, o non ha voluto vedere. I guai per la sezione “energetica” dell’impero De Benedetti vengono alla luce nel 2010, quando falliscono tutti gli obiettivi prefissati nel 2007. Per prima cosa, i debiti che dovevano essere di 1,4 miliardi erano schizzati a 1,7 mld. Il patrimonio netto, al contrario, dagli 1,3 mld stimati non era salito più in alto di 1,1 mld. Una differenza complessiva di 500 milioni di euro di cui i distratti banchieri di casa nostra non si sono accorti. Ma nel 2010 Sorgenia non riesce a raggiungere i 3 mld di fatturato previsti, fermandosi a 2,5 mld: le sue centrali termiche vengono spazzate via dal mercato del fotovoltaico. Con tanti saluti ai fondi da stanziare per ripagare le banche.

Tutto chiaro come il sole. Per tutti, ma non per il Monte dei Paschi di Siena allora guidato da Giuseppe Mussari, lo stesso Mussari dell’acquisto suicida di Antonveneta. Il distratto calabrese di toscana con frequentazioni massoniche, non si era accorto che l’istituto di piazza Salimbeni era esposto per 1,2 mld con Sorgenia, i due terzi dell’intero debito contratto dalla società di De Benedetti. Come Mussari, sembrano avere gli occhi foderati di prosciutto anche gli ispettori della Banca d’Italia che hanno spulciato i conti dell’istituto senese dopo lo scandalo della Banda del 5%. Oggi Mps vanta un credito di “soli” 600 mln, primo della lista, seguito in seconda posizione dai 350 mln attesi da Intesa Sanpaolo e poi  Ubi, Banco Popolare, Bpm e Portigon.

A rendere ancora più grottesca la vicenda del possibile crack di Sorgenia ci si mettono pure i soldi intascati dalla De Benedetti family come risarcimento da Silvio Berlusconi per il lodo Mondadori. Quasi 500 mln. Giusti giusti, direte voi, per riempire le casse esangui della società elettrica. Peccato che si sia messo in mezzo il solito vorace fisco italiano che ha ridotto il gruzzolo a circa 300 mln. Di questi, 259 mln finiranno nelle tasche dei possessori delle obbligazioni Cir in scadenza nel 2024. Il resto sono spiccioli che non spiegano il contratto a perdere firmato tra De Benedetti e le banche.

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Gli scandali Mps e Telecom mandano in tilt Renzi

 

Renzi Grillo TelecomDopo un primo dell’anno passato tranquillamente in famiglia, Matteo Renzi riprende la sua logorroica linea comunicativa che questa volta però lo porta ad andare in confusione – complice il panettone ancora sullo stomaco – sulle vicende Mps e Telecom, due scandali che toccano da vicino il Pd. Una intervista al FattoQuotidiano e un post sulla sua eNews sono stati i mezzi con cui il segretario dei Democratici ha inondato web, giornali e tv per dire tutto e il contrario di tutto.

Un programma politico denso e ambizioso che comprende un nuovo patto con Beppe Grillo sulla “trasformazione del Senato in Camera delle autonomie locali”; la rottura con Enrico Letta sullo sforamento del tetto europeo del 3% sul rapporto deficit Pil, possibile con un governo più “deciso”; una lettera ai segretari dei partiti sulle riforme; 3 proposte di legge elettorale; riforma del titolo V della Costituzione; Job Act; taglio dei costi della politica; modifica della Bossi-Fini e legge sulle unioni civili. Tutto questo a partire dal 4 gennaio quando la segreteria renziana si riunirà per la prima volta nel 2014.

Logico che, preso dalla foga di onniscienza, il sindaco di Firenze abbia tralasciato di approfondire (forse con malizia) la sua opinione sugli scandali Mps e Telecom. L’evidente imbarazzo di Renzi nel trattare due questioni che toccano i nervi scoperti dei vertici Pd è stato messo a nudo dalle domande poste dal giornalista del Fatto Quotidiano Stefano Feltri.

Stranamente sorpreso dalla richiesta di chiarire il suo pensiero sul possibile passaggio di Telecom agli spagnoli di Telefonica, Renzi è andato nel panico e ha buttato la palla in tribuna. “Su Telecom e Monte dei Paschi il segretario del Pd sconta il peso di una eredità – ha balbettato il segretario – in passato su queste vicende chi aveva responsabilità nella sinistra non si è comportato in modo politicamente inappuntabile, per usare un eufemismo”. Una excusatio non petita per una domanda all’apparenza semplice. Anche su Mps Renzi scarica sulla “vecchia politica” la responsabilità della possibile nazionalizzazione della banca invocata anche da Grillo. “Se fossi stato sindaco di Siena, e quindi di fatto azionista della banca –ha aggiunto – avrei detto la mia. Il mio silenzio da segretario del Pd non è di chi non ha niente da dire, ma di chi anzi ne avrebbe troppo. Ma tace, per rispetto delle istituzioni preposte a risolvere il problema”.

O forse tace per salvare quello che è diventato il suo partito. Che Renzi non voglia, o non possa, prendere una posizione univoca su Telecom lo dimostra il suo latitare tra la proposta pro Opa del senatore Pd Mucchetti e il veto posto da Letta. “Che la legge sull’Opa vada cambiata è un dato di fatto – così Renzi ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte – che cambiarla adesso dia l’impressione di un intervento a gamba tesa, prendendo le posizioni di un giocatore contro un altro è altrettanto vero. Non si cambiano le regole in corsa”.

Il giovane Matteo invita il coetaneo Enrico ad utilizzare la “moral suasion” del governo per protegge gli investimenti pubblici in Mps e la Rete di Telecom, ma si guarda bene dal ficcare lui il naso nella cassaforte della famiglia Pd custodita a Rocca Salimbeni. E secondo lei mi schiero in un derby tra banchieri? – ha risposto Renzi alla domanda di Feltri sullo scontro Profumo/Mansi – A me interessa che il denaro dei cittadini italiani sia speso bene e il quadro delle regole, ma non entro nelle vicende gestionali. Posso chiedere di cambiare la legge sulle fondazioni bancarie, ma non sostituirmi a chi ha responsabilità gestionali”. Matteo Renzi ha paura che la rottamazione di quel Sistema che lui dice di voler scardinare possa travolgere anche il nuovo Pd.

Dall’Ilva a Mps. Le ragioni della pacificazione tra Pd e Pdl

Quali sono i veri motivi che hanno convinto due forze politiche teoricamente agli antipodi, il Pd e il Pdl, a mettere da parte astio e rivalità per concorrere alla formazione di un governo di coalizione, o di inciucio che dir si voglia? La prima risposta che viene in mente sono le vicende giudiziarie che da decenni coinvolgono i due schieramenti, soprattutto Silvio Berlusconi da una parte, mentre dall’altra si registra un’alternanza di protagonisti. Il clima di “pacificazione” instaurato dalla rielezione di Napolitano al Quirinale ha permesso di mettere sotto il letto argomentazioni “divisive” e di dare il via al grande inciucio che, dietro al nome “pulito” di Enrico Letta, nasconde un mondo di corruzione e malaffare.

Il fatto di cronaca più eclatante legato ai traffici della casta è forse la vicenda dell’Ilva di Taranto. È proprio di ieri la notizia che il gip della città jonica, Patrizia Todisco, divenuta l’eroina di chi combatte contro i veleni prodotti dalla più grande acciaieria d’Europa, ha emesso un decreto di sequestro della mostruosa cifra di 8 miliardi e 100 milioni di euro. La novità assoluta sta nel fatto che questa volta la Todisco non ha imposto il sequestro dei prodotti usciti dalla fabbrica, ma direttamente del patrimonio della famiglia Riva. Il provvedimento lungo 46 pagine coinvolge come indagati i soliti nomi: Emilio Riva e il figlio Nicola, l’ex direttore Capogrosso e il tuttofare Girolamo Archinà. Le persone citate sono già in galera o agli arresti domiciliari.

Non è così per gli altri indagati come l’altro figlio di Emilio, Fabio (latitante all’estero), il presidente Bruno Ferrante, i dirigenti Andelmi, Cavallo, Di Maggio, De Felice, D’Alò, Buffo, Palmisano, Dimastromatteo. Per tutti questi galantuomini, comunque, le accuse sono gravissime e vanno dall’omissione di “un piano di emergenza nell’eventualità di un incidente rilevante”, allo “sversamento delle scorie liquide di acciaieria sul terreno non pavimentato e al rilascio di sostanze tossiche dovute allo slopping e al sovradosaggio di ossigeno”. Ma la lista delle nefandezze imputate al gruppo Riva è infinita. “Tutto ciò ha procurato negli anni un indebito vantaggio economico all’Ilva, ai danni della popolazione e dell’ambiente”, mettono nero su bianco i magistrati tarantini. E responsabile di questo scempio è la politica. Ultimo il governo Monti che ha assicurato all’Ilva l’incerta copertura dell’Aia con il ministro Clini. Ma sono tutti i partiti della casta ad aver ricevuto fiumi di denaro in questi anni in cambio di un occhio chiuso, o magari di tutti e due.

Se proviamo a mettere lo scandalo Ilva davanti ad uno specchio l’immagine che verrà riflessa è quella della vicenda Monte dei Paschi di Siena, la madre di tutti gli scandali bancari e finanziari del nostro disastrato paese. L’ultimo atto della tragedia senese lo ha interpretato ieri il presidente Alessandro Profumo che ha letteralmente scaricato la vecchia dirigenza Mussari: “Nascondevano i problemi per mantenere le posizioni”. Difficile però che il furbetto Profumo riesca ad allontanare dalla banca il sospetto che quello di Mps fosse un sistema ben oliato. Ieri intanto il capo della Banda del 5%, Gianluca Baldassarri, è stato interrogato per ore dai magistrati di Lugano e chi sa che lui o qualcun altro non cominci finalmente a vuotare il sacco  sulle complicità e le coperture assicurate dalla politica (i sospetti degli inquirenti si concentrano soprattutto sugli ex comunisti, ma anche sui berlusconiani come Denis Verdini). A fare da sfondo a questi indicibili accordi c’è un fiume di denaro illecito che una eventuale nazionalizzazione paventata anche da Beppe Grillo prosciugherebbe subito.

I magnifici 7 candidati alla segreteria Pd

Il congresso del Partito Democratico si terrà ad ottobre. Una data troppo lontana per essere raccontata come un fatto di cronaca, ma fin troppo vicina per gli spaesati e rissosi candidati alla poltrona di segretario, protagonisti della cupio dissolvi di un partito che avrebbe dovuto essere un faro della sinistra riformista, italiana ed europea, ma che invece si è rivelato solo un contenitore vuoto, la dimostrazione di un passaggio storico incompiuto: la fusione tra ex democristiani di sinistra (morotei) ed ex comunisti del partito che fu di Togliatti e Berlinguer.

Con il Pd impegnato a far parte della bislacca maggioranza per sostenere il governo di Enrico Letta (teoricamente uno dei suoi, ma in pratica il referente di Napolitano in persona), dalle parti di largo del Nazareno sono cominciate le grandi manovre in vista della designazione del successore del fallimentare Pierluigi Bersani e dell’attuale segretario-reggente Guglielmo Epifani. Il primo candidato a succedere proprio a se stesso sarebbe lo stesso ex numero uno della Cgil che a fare il segretario a tempo, così come vorrebbe il resto della nomenklatura del partito, non ci pensa proprio, ma punta ad ampliare potere e consenso grazie alla visibilità ottenuta in questi giorni. Primizie tattiche degne di uno che è riuscito a farsi eleggere primo segretario socialista della storia di un sindacato comunista.

 

A contendere il ruolo di favorito ad Epifani è una new entry scritturata negli ultimi giorni. Si tratta di Sergio Chiamparino, il renziano ex sindaco di Torino –votato anche da qualcuno come possibile presidente della Repubblica- che tenta il doppio salto mortale carpiato: da politico a banchiere (nella Fondazione San Paolo) e da banchiere nuovamente a politico. Praticamente una nemesi dei peggiori vizi del Pd (ricordate Fassino nella vicenda Unipol? “Abbiamo una banca”). La lista degli altri contendenti alla segreteria si apre con Gianni Cuperlo, un illustre sconosciuto che però, assicurano dal partito, è stato l’ultimo segretario della Fgci e, cosa che più conta, è un dalemiano di ferro. Questi tre sono i “candidati di corrente”.

La squadra degli outsider è capitanata invece da Fabrizio Barca. Figlio del partigiano ed esponente storico del Pci Luciano Barca, il Barca attuale è un professore di economia entrato in politica dalla porta sul retro: il governo tecnico di Mario Monti. Messo da parte l’aplomb istituzionale, di fronte all’autocombustione del Pd, Barca si è lanciato ufficialmente alla conquista della Sinistra italiana dicendosi “pronto a dare una mano” e vergando di proprio pugno addirittura un Manifesto programmatico. A puntare al seggio di segretario è anche il volto più noto (anche perché quasi l’unico) dei cosiddetti “dissidenti”. È Pippo Civati, uno dei pochi che ha avuto il coraggio di opporsi al governo dell’inciucio Pd-Pdl, ma senza uscire dal partito per dare vita all’ennesima scissione nella storia della Sinistra.

La lista degli aspiranti segretari si chiude con Goffredo Bettini, il ghost writer della repentina ascesa e della altrettanto repentina caduta di Walter Veltroni, e con Gianni Pittella, vicepresidente del Parlamento europeo già candidato, non si capisce perché, prima dell’uscita di scena di Bersani. Sulla corsa verso la poltrona più alta di largo del Nazareno pesano però come macigni alcuni fatti di cronaca che rischiano di schiacciare il Pd prima ancora che riesca a rinnovarsi. Stiamo parlando della vicenda Ilva di Taranto, dove mercoledì scorso è stato addirittura arrestato il presidente della Provincia in quota Pd, Gianni Florido, protagonista di una infinita spirale di malaffare e che, secondo i pm jonici, si sarebbe fatto corrompere dalla famiglia Riva in cambio della vita e della salute dei tarantini. Altro macigno sulla testa dei piddini è l’inchiesta Monte dei Paschi di Siena. Proprio di ieri è la notizia di nuove perquisizioni in tutta Italia da parte della Guardia di Finanza contro la banda del 5%. Chi sa se il Pd riuscirà ad arrivare al congresso tutto intero.

Mps: Mussari e Ceccuzzi indagati per la bancarotta del pastificio Amato

Non solo la procura di Siena indaga sullo scandalo dei conti truccati del Monte dei Paschi. È di oggi la notizia di un nuovo avviso di garanzia spiccato nei confronti dell’ex presidente Giuseppe Mussari. Ad emetterlo è stata la procura di Salerno che accusa Mussari del reato di concorso in bancarotta per dissipazione. Concorso”, appunto, perché a fare buona compagnia al grande acquisitore di Banca Antonveneta ci sono Franco Ceccuzzi -l’ex sindaco di Siena in quota Pd, oggi nuovamente candidato-, Marco Morelli -capo italiano di Merrill Lynch e indagato a Siena in veste di ex vicedirettore generale della Rocca- e l’ex deputato Pd Paolo Del Mese, già arrestato con l’accusa di corruzione.

Il fascicolo curato dal pm Vincenzo Senatore rappresenta solo uno stralcio della ben più pasciuta inchiesta sul crack del pastifico Antonio Amato che ha già portato ad una trentina di rinvii a giudizio. Secondo la ricostruzione fatta dagli uomini del nucleo di polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Salerno, guidato dal colonnello Antonio Mancazzo, nel 2008 sarebbe stata costituita la società Amato Real estate, controllata dalla famiglia dei pastai. Nelle casse della Re e della sua associata, una società off-shore di Malta, sarebbero finiti 27 milioni di euro, di cui 17 versati da Mps, allo scopo dichiarato di riqualificare uno stabilimento Amato da trasformare in un centro residenziale di lusso.

 

Agli inquirenti sarebbe sembrato anomalo il milionario interessamento del Monte dei Paschi, quando molte banche avevano già voltato le spalle agli Amato in difficoltà. Dietro l’operazione sospetta, nelle veci di mediatore, ci sarebbe Paolo Del Mese, presidente della commissione Finanze della Camera nel 2006, anno in cui Mussari, Ceccuzzi, Morelli e lo stesso Del Mese parteciparono a una cena nella villa degli Amato, in  compagnia del sindaco di Salerno Vincenzo De Luca. Il finanziamento arrivò due anni dopo, ma i magistrati sono convinti che Del Mese, insieme all’ex esponente Udeur Simone Labonia, abbia ricevuto dagli Amato centinaia di migliaia di euro senza alcuna pezza d’appoggio che possa giustificare tale esborso.

Come detto, secondo il pm Senatore, la Amato Re fu costituita proprio per rastrellare finanziamenti, in totale 27 milioni di euro compresi i 17 erogati da Mps. Il patrimonio della società fantasma era costituito quasi interamente da beni immobili per acquistare i quali la famiglia Amato aveva svuotato le casse del pastificio ormai in bancarotta, prima di dichiarare fallimento nel 2011. L’ex opificio di via Picenza a Mercatello di Salerno -dove doveva sorgere il complesso residenziale progettato dall’architetto francese Jean Nouvel (valore stimato 12 milioni e 816 mila euro)-, la villa di Vietri sul mare della famiglia Amato (stimata poco più di cinque milioni) e l’appartamento di corso Garibaldi a Salerno di quindici vani, il cui valore si aggira intorno ai 2 milioni e 800 mila euro non rappresentavano secondo la procura una garanzia sufficiente ad ottenere i favori dei Mussari-boys.

Era stata l’interessata intercessione a scopo corruttivo di Del Mese a convincere Mussari, Ceccuzzi e Morelli della bontà dell’operazione. Convinzione che fatica a trovare spazio nella mente degli inquirenti che hanno deciso di ascoltare gli indagati verso la metà della prossima settimana. Un brutto colpo per le speranze di Belli Capelli Mussari di uscire pulito dallo scandalo Mps, proprio adesso che la Corte dei Conti e il Tar del Lazio si erano decisi a sbloccare 4 miliardi di Monti Bond.

Berlusconi difende Formigoni e Fitto: “Magistratura cancro della democrazia”. La Casta al contrattacco

Nervi tesi per Berlusconi. Prima il rinvio a giudizio di Roberto Formigoni, accusato dai pm milanesi di corruzione, finanziamento illecito e associazione a delinquere nello scandalo della sanità lombarda. Poi, a ruota, la condanna dell’ex ministro Raffaele Fitto, ras pugliese del Pdl, a quattro anni (di cui tre indultati) per corruzione, finanziamento illecito ai partiti, e abuso d’ufficio nell’ambito del processo La Fiorita. Il tutto a pochi giorni, se non poche ore, da altre inchieste che rischiano di decapitare il gotha del capitalismo predatorio italiano: l’arresto dell’ad di Finmeccanica Giuseppe Orsi per corruzione, le indagini sul presidente Eni Paolo Scaroni per tangenti e, sullo sfondo, il Sistema Monte dei Paschi, appannaggio sì del Pd, ma terreno di caccia anche di berlusconiani come Denis Verdini.

È forse per questo che il Cavaliere non è più riuscito a contenersi e, di fronte alle telecamere mattutine di Agorà su RaiTre è sbottato: “Mps è uno scandalo da 3 miliardi, altro che 12 elicotteri, in cui il Pd è assolutamente coinvolto. “La tangente è un fenomeno che esiste non si possono negare le situazioni di necessità se si va trattare nei Paesi del terzo mondo o con qualche regime”. Ammettere il sistema tangentizio al fine di legittimarlo, invece di negarne l’esistenza di fronte all’evidenza, e attaccare la Rossa Mps, alla quale una volta Berlusconi era legato a doppio filo, per mettere alla gogna mediatica anche l’odiato Pd. È questa la nuova strategia approntata dagli uomini di Arcore per ribattere alla tempesta giudiziaria che rischia di spazzare via tutti i punti di appoggio che contano nel mondo Pdl.

 

Ma è un Silvio Berlusconi a briglie sciolte quello che, parlando della possibile reintroduzione dell’immunità parlamentare, ritira fuori dal cilindro un vecchio cavallo di battaglia: “C’è una magistratura rossa che è il cancro della nostra democrazia, è una patologia, come la cosa barbara delle intercettazioni”. Descrivere la magistratura come cancro della democrazia è oramai divenuto un classico della letteratura politica berlusconiana. Toni forti utilizzati per coprire le ruberie e il malaffare della casta imprenditoriale buttando la palla nel campo dello scontro politico. Nel caso specifico, poi, il Cavaliere potrebbe aver ricominciato a spararle grosse anche per sovrapporre la sua voce a quella di Joseph Ratzinger, il papa dimissionario che sta monopolizzando l’attenzione dei media.

Coperti dal fuoco di fila sparato dal capo, è stato gioco facile per Fitto e Formigoni sparare contro la solita “giustizia ad orologeria”, azionata per sotterrare definitivamente lo scandalo Mps. Non importa che pm senesi e Guardia di Finanza stiano continuando indagini e perquisizioni, il messaggio che deve passare è quello di una magistratura di sinistra che arresta solo esponenti di destra. È su questo canovaccio che si innestano le bordate di Berlusconi convinto, almeno a favore di telecamere, che le indagini sui benefits milionari a Formigoni e sul giro di tangenti e stecche intascate dai vertici delle due più importanti aziende del paese, Finmeccanica e Eni, rappresentino soltanto dei “moralismi assurdi, dato che in tutto il mondo funziona così.

Una logica da Caimano alla quale si sono comodamente adeguati in questi anni tutti i padroni del vapore italiani, convinti che la mano politica potesse sempre lavare quella che si sporca negli affari. La chiusura il Cavaliere l’ha dedicata a Mario Monti, suo vero e unico avversario. Informato della volontà di Monti di schierarsi dalla parte dei magistrati, con la richiesta di un cambio ai vertici di Finmeccanica, Berlusconi ha definito quello del Professore “un moralismo da sepolcri imbiancati”.

Misteri del Monte: 40 milioni sequestrati alla Banda del 5%…e siamo solo all’inizio!

In queste ore gli uomini del nucleo speciale della polizia valutaria della guardia di finanza stanno eseguendo una serie di sequestri di titoli e denaro liquido nelle sedi di banche e fiduciarie di Mps per un ammontare di circa 40 milioni di euro, tornati in Italia grazie allo scudo fiscale di Tremonti. Il sospetto degli inquirenti è che quei soldi possano essere parte della stecca destinata alla Banda del 5% e creata attraverso i fondi neri ottenuti con l’acquisto gonfiato di Antonveneta. Intanto ieri si è svolto anche un drammatico consiglio di amministrazione Mps in cui è stato per la prima volta messo nero su bianco il potenziale ammontare delle perdite per lo scandalo derivati: 730 milioni.

Sul fronte degli interrogatori eccellenti, per il momento Giuseppe Mussari è riuscito a dribblare l’interrogatorio a cui doveva sottoporsi lunedì in procura a Siena. Non che l’ex presidente di Mps e Abi -accusato di falso in prospetto e manipolazione del mercato per la vicenda dell’acquisto di Antonveneta nel 2007 da parte della banca più antica del mondo- si sia reso uccel di bosco come un Bernardo Provenzano qualsiasi; questo no, il suo è stato solo un tentativo di prendere tempo per poter approntare una linea di difesa quantomeno credibile, visti anche i continui colpi di scena che si stanno susseguendo nella vicenda Mps. Mussari dovrebbe sedersi oggi di fronte ai pm Antonio Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso; tutta colpa di un impegno improvviso per uno degli avvocati del suo stuolo. Cose che succedono.

 

Prima di lui, mercoledì per la precisione, è stato sentito per 8 ore l’ex direttore generale di Mps Antonio Vigni che, oltre alla provenienza occulta del tesoretto,  ha dovuto spiegare meticolosamente agli inquirenti il contenuto di agende personali e supporti elettronici che gli uomini del Nucleo di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza hanno sequestrato a lui e al resto del vecchio management di Rocca Salimbeni. Tra questa montagna di file e documenti più o meno segreti -con i quali gli inquirenti sperano di fare luce sui lati oscuri dell’acquisto di Antonveneta nel 2007 per quasi 10 miliardi dagli spagnoli del Banco Santander– ce ne sono alcuni di primaria importanza investigativa. Il primo è contenuto in un’informativa delle Fiamme Gialle, già depositata e a disposizione delle parti, che fa riferimento a una mail inviata nel 2007 dal vicedirettore generale di Mps, Giuseppe Menzi, al suo superiore Vigni,“con la quale illustra la criticità dell’operazione”.

“Antonveneta”scrive Menzi dimostrando di aver fiutato il pericolo che incombe su Mps“è divisionalizzata male, la governance è concentrata su Amsterdam, bisogna riconsiderare gli accantonamenti del 2007, i crediti danno una crescita zero”. L’ex vicedirettore rincara la dose considerando che “le criticità devono essere curate con terapia d’urto anche per non incidere troppo sul 2008”. Le sue preoccupazioni sono tutte rivolte al rischio di impresa che Mps si sta accollando pur di acquistare una banchetta come Antonveneta, compreso il prestito Fresh da 1 miliardo di euro contratto con Jp Morgan a tassi da strozzinaggio. I sospetti di Menzi sono suffragati da Alessandro Daffina, il banchiere della Rothschild incaricato da Santander di tenere i contatti con Mps e interrogato il 9 marzo 2012. “Fu Botin (presidente di Santander ndr) a pretendere l’assenza di due diligence finalizzata all’aggiustamento e compenso pattuito”, vuota il sacco Daffina, “Mussari chiese a Botin in tutte le fasi preliminari all’accordo di poterla effettuare senza, tuttavia, mai riuscire a ottenerla”.

Una due diligence  è in pratica un acquisto a scatola chiusa, senza avere la possibilità di fare accertamenti contabili su Antonveneta (nel nostro caso). Circostanza ancor più inspiegabile se si pensa al prezzo gonfiato e non certo di favore, 10 miliardi, sganciato sull’unghia dai Mussari boys (Baldassarri, Vigni e la Banda del 5%) che adesso dovranno fornire spiegazioni convincenti ai pm senesi per non finire al fresco. Così come la Consob, l’autorità che dovrebbe vigilare sulle società quotate in borsa, potrebbe essere chiamata a rispondere dell’omesso controllo sulle magagne di Mps. I maneggi dei furbetti del Monte erano stati, infatti, denunciati in un esposto anonimo inviato nell’agosto del 2011 alla Consob e, successivamente, a dicembre, alla redazione di Report di Milena Gabanelli. Protagonista della denuncia anonima è l’ex responsabile dell’area Finanza di Mps, Gianluca Baldassarri, descritto come autore di “sciagurati investimenti” per Mps (si parla di 800 milioni di perdite), ma molto fruttuosi per i suoi conti personali grazie al sistema da lui stesso creato attraverso una serie di contatti con innumerevoli brokers amici, tanto “nessuno mai controllerà o si permetterà di contestare qualcosa fatta da Baldassarri”. Previsione errata.

Mps: Mail segrete ed esposti anonimi mettono nei guai i Mussari boys

Per il momento Giuseppe Mussari è riuscito a dribblare l’interrogatorio a cui doveva sottoporsi lunedì in procura a Siena. Non che l’ex presidente di Mps e Abi -accusato di associazione a delinquere, aggiotaggio, false comunicazioni alle autorità di vigilanza, turbativa e truffa  per la vicenda dell’acquisto di Antonveneta nel 2007 da parte della banca più antica del mondo- si sia reso uccel di bosco come un Bernardo Provenzano qualsiasi; questo no, il suo è stato solo un tentativo di prendere tempo per poter approntare una linea di difesa quantomeno credibile, visti anche i continui colpi di scena che si stanno susseguendo nella vicenda Mps. Mussari dovrebbe sedersi giovedì prossimo di fronte ai pm Antonio Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso; tutta colpa di un impegno improvviso per uno degli avvocati del suo stuolo. Cose che succedono.

Prima di lui, mercoledì per la precisione, verrà sentito l’ex direttore generale di Mps, Antonio Vigni, che dovrà spiegare meticolosamente agli inquirenti il contenuto di agende personali e supporti elettronici che gli uomini del Nucleo di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza hanno sequestrato a lui e al resto del vecchio management di Rocca Salimbeni. Tra questa montagna di file e documenti più o meno segreti -con i quali gli inquirenti sperano di fare luce sui lati oscuri dell’acquisto di Antonveneta nel 2007 per quasi 10 miliardi dagli spagnoli del Banco Santander– ce ne sono alcuni di primaria importanza investigativa. Il primo è contenuto in un’informativa delle Fiamme Gialle, già depositata e a disposizione delle parti, che fa riferimento a una mail inviata nel 2007 dal vicedirettore generale di Mps, Giuseppe Menzi, al suo superiore Vigni,“con la quale illustra la criticità dell’operazione”.

“Antonveneta”scrive Menzi dimostrando di aver fiutato il pericolo che incombe su Mps“è divisionalizzata male, la governance è concentrata su Amsterdam, bisogna riconsiderare gli accantonamenti del 2007, i crediti danno una crescita zero”. L’ex vicedirettore rincara la dose considerando che “le criticità devono essere curate con terapia d’urto anche per non incidere troppo sul 2008”. Le sue preoccupazioni sono tutte rivolte al rischio di impresa che Mps si sta accollando pur di acquistare una banchetta come Antonveneta, compreso il prestito Fresh da 1 miliardo di euro contratto con Jp Morgan a tassi da strozzinaggio. I sospetti di Menzi sono suffragati da Alessandro Daffina, il banchiere della Rothschild incaricato da Santander di tenere i contatti con Mps e interrogato il 9 marzo 2012. “Fu Botin (presidente di Santander ndr) a pretendere l’assenza di due diligence finalizzata all’aggiustamento e compenso pattuito”, vuota il sacco Daffina, “Mussari chiese a Botin in tutte le fasi preliminari all’accordo di poterla effettuare senza, tuttavia, mai riuscire a ottenerla”.

Una due diligence  è in pratica un acquisto a scatola chiusa, senza avere la possibilità di fare accertamenti contabili su Antonveneta (nel nostro caso). Circostanza ancor più inspiegabile se si pensa al prezzo gonfiato e non certo di favore, 10 miliardi, sganciato sull’unghia dai Mussari boys (Baldassarri, Vigni e la Banda del 5%) che adesso dovranno fornire spiegazioni convincenti ai pm senesi per non finire al fresco. Così come la Consob, l’autorità che dovrebbe vigilare sulle società quotate in borsa, potrebbe essere chiamata a rispondere dell’omesso controllo sulle magagne di Mps. I maneggi dei furbetti del Monte erano stati, infatti, denunciati in un esposto anonimo inviato nell’agosto del 2011 alla Consob e, successivamente, a dicembre, alla redazione di Report di Milena Gabanelli. Protagonista della denuncia anonima è l’ex responsabile dell’area Finanza di Mps, Gianluca Baldassarri, descritto come autore di “sciagurati investimenti” per Mps (si parla di 800 milioni di perdite), ma molto fruttuosi per i suoi conti personali grazie al sistema da lui stesso creato attraverso una serie di contatti con innumerevoli brokers amici, tanto “nessuno mai controllerà o si permetterà di contestare qualcosa fatta da Baldassarri”. Previsione errata.