Lorenzin teme il “metodo Boffo”: già pronto il dossier Alfano

L’intervista rilasciata da Silvio Berlusconi all’Huffington Post ha avuto l’effetto desiderato: intimorire la pattuglia dei governisti Pdl con la minaccia ben mimetizzata di riservare loro il metodo Boffo. “Se si contraddicono i nostri elettori, non si va da nessuna parte –dice il Cavaliere rivolto agli alfaniani– anche Fini e altri ebbero due settimane di spazio sui giornali, ma poi è finita come è finita. Ripeto: è nel loro interesse ascoltare cosa dicono i nostri elettori, per non commettere errori che li segnerebbero per tutta la vita”. Il tono è rassicurante, quasi mellifluo. La parola “nostri elettori” viene ripetuta due volte, come a sottolineare che il “tradimento” messo in atto con la scissione e il mancato ingresso in Forza Italia, non sarebbe un torto fatto a lui, ma all’intero popolo del centrodestra.

Un effetto scenico che non ha però distratto l’attenzione dei governisti, destinatari del messaggio, da un concetto che solo a pensarci mette i brividi: fare la fine di Gianfranco Fini. Chi sa perché, ma Alfano, Lorenzin, Lupi, Quagliariello, De Girolamo e il resto della pattuglia degli Innovatori, non hanno letto l’uscita di Berlusconi come un ricordo dell’ingloriosa fine della vita politica di quello che fu il delfino di Almirante, ma come un riferimento al metodo Boffo. Villa di Montecarlo e Giancarlo Tulliani, tanto per capirci. I “traditori” sono stati messi in guardia e adesso hanno paura. All’epoca dell’esordio del metodo Feltri, utilizzato per abbattere con il fango mediatico il direttore di Avvenire Dino Boffo, nessuno tra i berlusconiani ebbe il coraggio di denunciare il presunto metodo mediatico-mafioso. Normale dialettica politica e diritto di cronaca diceva anche Beatrice Lorenzin, il ministro della Salute che, bontà sua, decide di varare il metodo Boffo 2.0, quello preventivo.

“Ho sempre pensato che ci si possa confrontare in modo civile, democratico – dice la Lorenzin a Repubblica – noi poniamo questioni politiche, ma ci rispondono scagliando insulti. Utilizzano il metodo Boffo, l’unico metodo che conoscono per fare politica”. Il ministro ce l’ha con Sandro Bondi, cantore ufficiale delle odi al dio di Arcore, il quale ricorda “di aver proposto la nomina di Beatrice Lorenzin a coordinatore regionale del Lazio, opponendomi a tante resistenze al rinnovamento. Pochi mesi dopo fu costretta alle dimissioni da una base in rivolta”. Nessun metodo Boffo, se mai solo un assaggino.

Il primo ad avere la tremarella all’idea di diventare una nullità politica come Fini è Angelino Alfano. Nel corso dell’intervista di Maria Latella su SkyTg24, considerata da Berlusconi come un “atto di guerra”, il vicepremier si è lasciato scappare una frase a dir poco evocativa: “Il metodo Boffo è messo in conto, se dissentiremo ne saremo probabilmente vittime, ma non abbiamo paura”. I timori di Angelino sembrano al momento più fondati di quelli di Beatrice. Federico Fubini di Repubblica riferisce di un Alfano furioso col suo padre politico perché messo a conoscenza da un “amico fidato” dell’esistenza di un dossier Alfano preparato da una testata “amica” del Cavaliere (probabilmente Panorama).

Manie di persecuzione da vicepremier con la coda di paglia, oppure drammatica consapevolezza del rischio di finire la carriera politica anzitempo? A corroborare la tesi dell’esistenza di un dossier Alfano era stato il Fatto Quotidiano già il 30 ottobre scorso. Secondo la ricostruzione fornita dal quotidiano diretto da Antonio Padellaro, i governisti Pdl accusano “l’anima nera” dei falchi, Niccolò Ghedini, di aver fatto riferimento a Tiziana Miceli – moglie di Alfano e avvocato civilista – in quanto titolare di conti bancari milionari, tenuti finora segreti. Altra polpetta avvelenata è quella relativa all’affitto di favore pagato dagli Alfano ai Ligresti (quelli del caso Cancellieri) per vivere nel famoso condominio dei vip di via delle Tre Madonne ai Parioli.

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Alfano e i diversamente berlusconiani scoprono il “metodo Boffo”

“Con i ministri abbiamo chiarito”. Così ieri Silvio Berlusconi (il poliziotto buono) durante una drammatica riunione dei gruppi parlamentari Pdl. Ma la resa dei conti tra falchi e colombe del partito sembra ormai inevitabile. Poche ore prima, infatti, era stato proprio il vicepremier dimissionario, nonché segretario del Pdl estinto, Angelino Alfano, a tirare fuori dall’armadio lo scheletro del “metodo Boffo” per controbattere agli attacchi ricevuti dal direttore de Il Giornale, Alessadro Sallusti (il poliziotto cattivo), in uno dei suoi soliti editoriali al vetriolo. Excursus necessario: è passata alla storia come “metodo Boffol’arte di abbattere con una feroce persecuzione mediatica chi manifesta critica o dissenso politico nei confronti della linea ufficiale (di Berlusconi). La definizione prende le mosse dal caso Dino Boffo, il giornalista che nel 2009, da direttore del quotidiano Avvenire, si permise di commentare pubblicamente le vicende personali (il “ciarpame senza pudore” coniato da Veronica Lario) dell’allora premier.

La risposta dei berlusconiani fu affidata a Vittorio Feltri che, proprio dalle colonne del quotidiano di Paolo Berlusconi, diffuse un certificato del casellario giudiziale da cui risultava una condanna di Boffo per molestie e una presunta informativa di polizia che certificava l’ancor più presunta omosessualità dello stesso Boffo. Tutto falso, fu accertato in seguito. I dubbi però erano rimasti, insieme alle dimissioni rassegnate da un umiliato Boffo. Ma l’attuale direttore di TV2000 era da sempre ritenuto un profano dai falchi berlusconiani. Un possibile traditore. Non così i destinatari degli strali di Sallusti, i 5 ministri in quota Pdl fatti dimettere in fretta e furia con una lettera di poche righe firmata dal Capo. Quagliariello, Lupi, Lorenzin, De Girolamo e lo stesso Alfano -pur obbedendo seduta stante all’ordine di dimissioni giunto da Arcore- avevano osato manifestare il loro dissenso su una Forza Italia caduta in mano ai falchi Verdini, Bondi, Santanchè e Capezzone.

 

Ingenui se pensavano di passarla liscia. Al direttore Sallusti domenica sera prudevano le mani mentre scriveva il suo pezzo da prima pagina. L’editoriale dal titolo Eversivo alzare tasse. Liberale non farlo, colpisce il bersaglio sin dalle prime righe. “Alfano, Quagliariello, Lorenzin, Lupi e Di Girolamo, con qualche distinguo di forma e di sostanza –verga Sallusti- si adeguano ma non condividono, al punto di ventilare un loro futuro fuori da Forza Italia, non si capisce se sulle orme di quel genio di Gianfranco Fini”. Ecco la parola che fa saltare i nervi, il nome dell’innominabile Gianfranco Fini, altra vittima del “metodo Boffo”, traditore affondato dall’affaire “casa di Montecarlo” dopo aver puntato il dito contro il boss di Arcore gridando pubblicamente “che fai, mi cacci?”. Risultato: Fini cacciato dal Pdl e defenestrato anche dal parlamento. Carriera politica finita.

Chi di Boffo ferisce, di Boffo perisce. Ecco perché i 5 hanno stilato in fretta e furia una nota congiunta anti-Sallusti. “È bene dire subito al direttore del Giornale, per il riguardo che abbiamo per la testata che dirige e una volta letto il suo articolo di fondo di oggi, che noi non abbiamo paura. Se pensa di intimidire noi e il libero confronto dentro il nostro Movimento politico, si sbaglia di grossoscrivono i diversamente berlusconianise il metodo Boffo ha forse funzionato con qualcuno, non funzionerà con noi”. Un errore tattico grosso come una casa, quello di riconoscere l’esistenza del “metodo Boffo”, che offre il fianco alla reazione del falco Sallusti che pure qualcosa di sensato l’aveva scritto. “Alfano non può non sapere che Berlusconi non è uomo condizionabile –continua il direttore- come dimostra la sua vita di politico e imprenditore che nei momenti decisivi, dopo aver ascoltato tutti fino alla nausea, ha sempre deciso di testa propria, a volte smentendo i pareri di consiglieri storici, figli e potenti di turno. Attribuire ai falchi un tale, inedito potere è ridicolo”.

Interpretazione inoppugnabile che inchioda Alfano e i diversamente berlusconiani. Dare la colpa ai falchi è solo una scusa per cercare di salvare la poltrona da ministri. Anche se i 5 certificano che “noi che eravamo accanto a Berlusconi quando il direttore del Giornale lavorava nella redazione che divulgò informazioni di garanzia al nostro presidente, durante il G7 di Napoli nel 1994”, questa specie di contro-minaccia non nasconde la paura della penna di Sallusti: “Se intende impaurirci con il paragone a Gianfranco Fini, sappia che non avrà case a Montecarlo su cui costruire campagne”. Proprio sicuri?