Berlusconi non è più il Re della Tv. Alfano alla conquista della Rai

Berlusconi re della tvSilvio Berlusconi, il padrone di Mediaset che per 20 anni è riuscito ad imporre il suo volto e i suoi uomini anche alla concorrente Rai, non sarebbe più il signore incontrastato della televisione italiana. Angelino Alfano, dopo la lacerante scissione tra Forza Italia e Nuovo Centrodestra, avrebbe dato l’ordine di riattivarsi alle “cellule in sonno” alfaniane già operanti all’interno della tv pubblica allo scopo di conquistare viale Mazzini. Il Cavaliere, come se non bastasse, è costretto a subire la fronda interna di quanti nel Biscione rifiutano di schierarsi apertamente dalla parte del rinato partito del Padrone. Rai1, Rai2, Canale5, Italia1 e Rete4, al netto di Sky, rischiano davvero di fare la fine di Rai3 e La7 già in mano agli antiberlusconiani?

È questo il succo di una interessante analisi comparsa sul quotidiano on-line Huffington Post firmata dal giornalista Ettore Maria Colombo. Il Colombo la butta sul romanzo quando racconta di un incontro carbonaro avuto con un misterioso deputato, fresco di passaggio in Forza Italia, nell’area fumatori del Transatlantico di Montecitorio. “Berlusconi non ha più la presa sulla Rai, ormai finita nelle mani di Alfano e dei suoi, che avevano già i loro uomini e li stanno per piazzare anche lì, a viale Mazzini, nei tg e nelle trasmissioni che contano”, avrebbe confidato la gola profonda a Colombo. Una considerazione per nulla campata per aria, se si tiene conto che gli uomini (e le donne) rimasti fedeli al Cavaliere stanno progressivamente scomparendo dagli schermi di Mamma Rai.

 

Prova ne è la doppia apparizione di Alfano sulla rete ammiraglia, con una lunga intervista al Tg1 domenica 17 e la repentina comparsa nel salotto di Porta a Porta, ospite di Bruno Vespa il lunedì successivo. Per non parlare poi dell’Arena di Massimo Giletti, più che mai zeppa di alfaniani come Schifani o Quagliariello. Anche Rai2 e Tg2, così come i cugini del primo canale, starebbero ricadendo nel vizio atavico dei funzionari pubblici televisivi, sempre pronti a baciare le sottane del governo di turno. E Berlusconi adesso è di fatto all’opposizione. È così che, oltre al poco presentabile Raffaele Fitto, anche le belle presenze di Lara Comi, Mara Carfagna, Maria Stella Gelmini e Annamaria Bernini rischiano l’oblio catodico per colpa della fede berlusconiana.

Cose impensabili fino a pochi mesi fa. Fatto sta che un falco storico come Francesco Giro è stato costretto a pubblicare un comunicato stampa in cui denuncia che “la Rai ci sta sotto-rappresentando”. Per correre ai ripari di fronte all’offensiva mediatica dei giornalisti scopertisi improvvisamente con un’anima alfaniana, Berlusconi ha deciso di nominare Deborah Bergamini “responsabile media” di FI. La Bergamini, forte della sua trascorsa e discussa esperienza da vice-direttore del Marketing strategico in Rai, lo aiuterà nella scelta dei volti nuovi da far ruotare nei talk-show. Il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo e l’imprenditrice Federica Guidi sono le prime due facce pulite uscite dallo scouting che Berlusconi starebbe svolgendo personalmente.

Ma le apprensioni per il Cavaliere vengono anche dal fronte interno. Secondo Colombo, solo Paolo Del Debbio di Quinta Colonna e il doppio direttore di Tg4 e Studio Aperto, Giovanni Toti, sono pronti a morire berlusconiani. Tutti gli altri, dal Tg5 a Tgcom24, attendono vigliaccamente a metà del guado lo sviluppo degli eventi. Per il momento comunque, se pur a fronte di un calo del giro d’affari tra il 2008 e il 2012, Mediaset ha corrisposto agli azionisti dividendi per 1,19 miliardi di euro. Con un occhio di riguardo, ovviamente, per la Fininvest della famiglia Berlusconi.

Annunci

Mediaset: la sentenza su Berlusconi in diretta tv

La camera di consiglio che deciderà sulle sorti processuali di Silvio Berlusconi si riunirà alle ore 12.00 di giovedì 1 agosto 2013. I giudici della Corte di Cassazione hanno ufficializzato la notizia poco dopo le 19.00 di oggi, al termine di una interminabile giornata passata ad ascoltare le arringhe tenute dagli avvocati difensori degli imputati nel processo Mediaset. Quando anche l’avvocato degli avvocati, Franco Coppi, stava terminando la sua esibizione, è iniziata a girare persino la voce che tutto si sarebbe chiuso entro la serata con il pronunciamento della sentenza. Ma a raffreddare i bollenti spiriti di giornalisti e politici ci ha pensato la comunicazione della Suprema Corte: la sentenza arriverà domani pomeriggio, trasmessa in diretta tv nonostante la prassi contraria del Palazzaccio.

Nelle prossime ore, dunque, tutto rimarrà sospeso sull’orlo del precipizio della crisi del Pdl, del governo Letta e dell’intero Sistema Italia. La sorte giudiziaria e politica di Silvio Berlusconi -per il quale il sostituto procuratore generale Antonio Mura ha chiesto la conferma della condanna a 4 anni, anche se con una riduzione da 5 a 3 anni dell’interdizione- ha assunto i toni del giorno della resa dei conti per l’intera Seconda Repubblica, considerando che i partiti della strana maggioranza Pd-Pdl non potrebbero sopportare il salto nel buio di una politica senza Berlusconi. Da una parte ci sono i falchi del partito di Arcore, pronti a manifestare la loro solidarietà al Padrone con un sit-in di fronte a Palazzo Grazioli, sede romana del Cavaliere. A confermare l’allegro ritrovo dei pidiellini per giovedì alle 17.00 è stato Osvaldo Napoli, ospite di Enrico Mentana. Ma niente sembra scontato e anche il corteo pro-Silvio potrebbe saltare (Verdini ha prontamente smentito la notizia).

 

Il panico che sta tappando le bocche ai big del Pdl ha però già contagiato anche gli alleati del Pd. Le Voci dei corridoi di Montecitorio riferiscono che gli uomini di Letta ed Epifani sarebbero disposti a dare un braccio pur di vedere cancellata la condanna del fraterno nemico Berlusconi. Difficile sostenere, soprattutto a livello internazionale, la liceità di un governo di coalizione con il partito di un uomo condannato definitivamente per evasione fiscale. E poi, l’eventuale colpo di coda del Caimano ferito a morte fa ancora una paura nera ai disorientati membri del partito che avrebbe dovuto smacchiare il giaguaro, ma che ha finito per legare il proprio destino al suo. Il rischio è quello di un voto anticipato in cui il Cavaliere vorrebbe correre dietro le insegne di una rinata Forza Italia, anche in caso di assoluzione, scusa buona per gridare al complotto dei giudici contro Silvio. Non è un caso che il parlamento abbia calendarizzato proprio oggi l’iter per la modifica del Porcellum.

Tornando al Palazzaccio, Coppi ha chiesto la cancellazione della sentenza o, in alternativa, la non comminabilità dell’interdizione dai pubblici uffici per il suo assistito e l’annullamento con rinvio in corte d’Appello, anche se quest’ultima decisione porterebbe il processo Mediaset dritto dritto verso il porto delle nebbie della prescrizione. Ipotesi prescrizione che l’ex legale di Andreotti ha accolto con un poco elegante “ma non sarebbe mica colpa nostra!”. Secondo Coppi l’ipotesi di reato che si poteva al limite contestare al suo datore di lavoro sarebbe stata quella di abuso di diritto, derubricabile facilmente in un illecito amministrativo e tributario. Quasi una presa in giro delle ragioni dell’accusa. L’aria che tira è comunque quella della condanna, ma non della fine dell’impero berlusconiano perché un Berlusconi come Grillo, ovvero fuori dal parlamento, potrebbe comodamente continuare a comandare dal salotto di Arcore.

I grillini all’assalto di Mediaset

Non solo sentenza della Cassazione per Berlusconi. Da giovedì scorso, infatti, la giunta delle elezioni del Senato ha avviato la discussione sulla eventuale ineleggibilità del Cavaliere in quanto concessionario di pubblico servizio. E con un problema in più: l’oscuramento delle sue televisioni richiesto dal grillino Mario Giarrusso. È il vecchio pallino imprenditoriale di Silvio, la Fininvest poi divenuta Mediaset, la TV insomma. Quell’ingresso rocambolesco dell’illusionista di Arcore nel tubo catodico, prima attraverso la porta di servizio di TeleMilano sul finire dei ’70 e poi, grazie alle conoscenze giuste come quella di Bettino Craxi, la nascita di Italia1, Canale5 e Retequattro.

La ciliegina sulla torta era infine arrivata nel 1990 con la legge Mammì che, all’insegna dell’italianità più ruspante, decideva per il “chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto”, regalando frequenze non sue a Berlusconi, premiandolo così per la sua vincente spericolatezza imprenditoriale. Ebbene, lo scenario peggiore che si sta materializzando nella giunta di Palazzo Madama, non è l’espulsione di Silvio dal parlamento in base ad una legge del 1957 che, oltre a sembrare uno schiaffo al buon senso, non ha convinto i membri della maggioranza Pd-Pdl. Sentenza favorevole scontata per Silvio dunque, almeno in questa sede, nonostante la morbida opposizione di Felice Casson, unico membro della giunta in quota Pd ad aver almeno fatto finta di ribellarsi all’ennesima puntata dell’inciucio. Il vero pericolo per Berlusconi viene adesso dalla denuncia del M5S della mancanza del permesso di trasmettere, delle suddetta concessione, fin dagli albori dell’avventura mediatica chiamata Mediaset.

 In realtà il sasso nello stagno non è stato l’esponente dei 5Stelle Giarrusso a lanciarlo. Il senatore grillino si è solo limitato a rispondere all’autogol commesso dallo stesso Pdl. Ha sparato di fronte ai microfoni Giarrusso: “Il M5S si rivolgerà alla Guardia di Finanza per accertare a che titolo Silvio Berlusconi ha fatto l’imprenditore della Tv in Italia. Dobbiamo verificare se Berlusconi è abusivo e per questo chiediamo l’intervento della Guardia di Finanza”. All’apparenza solo un’infondata provocazione, ma il grillino argomenta la sua posizione: “Abbiamo chiesto che la Giunta per le elezioni del Senato acquisisca gli atti della concessione governativa che consentono a Mediaset di trasmettere i suoi programmi, ma gli esponenti del Pdl, del partito-azienda, ci hanno risposto che non ci sono concessioni da acquisire, il che vuol dire che Mediaset trasmette senza averne i titoli, allora dovrebbe essere sanzionata e al limite oscurata”.

Ma cosa avevano combinato gli esponenti berlusconiani? La volontà di scagionare a tutti i costi il boss li aveva portati a sostenere l’insostenibile: Berlusconi non può essere giudicato secondo la legge del 1957 perché Mediaset non ha mai avuto concessioni pubbliche. Apriti cielo. L’occasione che gli zelanti grillini aspettavano per chiedere di inserire agli atti della giunta la vicenda “concessioni”. È a questo punto che, per salvare il salvabile, oltre ad una nota ufficiale di Mediaset, è sceso in campo il senatore Giacomo Caliendo (già indagato per la P3) che ha provato a stoppare Giarrusso: “Dalla legge Gasparri in poi in Italia la disciplina è sottoposta ad un’autorizzazione generale. Il M5S non conosce la legge e chiede un documento che non esiste”. Una toppa peggiore del buco che Caliendo non esita ad allargare ancora: “Non ci sono più le concessioni, ma la legge consente di trasmettere a tutti quelli che in passato erano titolari di concessione”. Ecco, appunto, ma è proprio di questa benedetta concessione che il Pdl aveva negato l’esistenza.

Comunque sia, in attesa che anche questo ennesimo pasticcio si chiarisca, Berlusconi non ci pensa proprio a mandare in soffitta i gioielli rappresentati dalle reti Mediaset. È notizia delle ultime ore, infatti, che i giornalisti del Biscione sono stati precettati in vista di un’estate che si prospetta di fuoco dopo che la Cassazione il 30 luglio si pronuncerà proprio sul caso Mediaset. Giovanni Toti (Tg4 e Studio Aperto), Clemente Mimun (Tg5), Paolo Del Debbio (Quinta Colonna) e gli altri giornalisti di Cologno Monzese sono già pronti agli straordinari.

Berlusconi pensa alla Nuova Forza Italia

Silvio Berlusconi ha deciso: confermare la fiducia al governo Letta e dare il via all’operazione di maquillage politico che porterà alla resurrezione di Forza Italia. Sono stati questi gli argomenti sui quali si è discusso (si fa per dire quando a decidere è il Cavaliere) nell’incontro serale che ha visto tutto il gotha del Pdl riunito mercoledì sera nella cornice romana di Palazzo Grazioli per fare il punto sulla frana elettorale del partito alle amministrative. Falchi e colombe uniti in religioso silenzio ad attendere l’ennesimo coniglio dal cilindro con il quale Berlusconi salverà ancora una volta se stesso e le loro poltrone.

E Berlusconi non si è fatto di certo pregare. Il ritorno alle origini della mai dimenticata Forza Italia stuzzica l’immaginazione del Cavaliere il quale, per usare un eufemismo, non ha mai digerito il freddo acronimo Pdl. L’allontanamento della “sua” gente dalle urne e la disaffezione per il vecchio amore berlusconiano lo hanno convinto di dover dare una svolta al partito, altro che minacciare il ricorso alle urne dopo aver letto sondaggi a dir poco inattendibili. Il rischio è quello di scomparire dai radar della politica. L’idea dell’entourage azzurro sarebbe quella di organizzare un partito smart, leggero ed economico, perché la crisi colpisce duro anche dalle parti del tycoon di Arcore.

È per questo che la storica sede capitolina di via dell’Umiltà verrà smantellata nei prossimi giorni per trasferire armi e bagagli nella vicina piazza San Lorenzo in Lucina. Ambiente altrettanto elegante e lussuoso, ma costi più contenuti, visto che si passerà dagli attuali 2 milioni di affitto ad “appena” 700mila. Cambiamenti all’insegna della sobrietà figli della possibile eliminazione dei finanziamenti ai partiti che il governo dell’inciucio Letta dovrà adottare per non perdere la faccia di fronte alle pressioni esercitate in parlamento da Beppe Grillo e dal M5S.

 

Ma le novità su Forza Italia 2.0 non finiscono qui perché Berlusconi sta pensando seriamente di azzerare con un colpo di mano i vertici regionali e provinciali, dimostratisi delle incapaci macchine mangia soldi, per sostituirli con una nuova classe di imprenditori-politici capaci anche di autofinanziarsi e finanziare il partito. Esecutori delle volontà berlusconiane pare siano stati eletti i falchi Daniela Santanchè, Denis Verdini e Daniele Capezzone. Circostanza che non è andata giù alle colombe, o vecchia guardia, capitanate da Renato Schifani, Maurizio Gasparri, il segretario-vicepremier-ministrodell’Interno Angelino Alfano e Fabrizio Cicchitto che dichiara: “La definizione di un modello di partito non può essere realizzata attraverso un’operazione del tutto verticistica senza alcun confronto collegiale e collettivo”.

Una guerra per bande che rischia di farsi ancora più feroce mano mano che gli spazi politici per il Pdl si ridurranno. Intanto, sul destino di quella che sarà Forza Italia 2.0, pesano come macigni le vicende giudiziarie che riguardano il fondatore. L’ultima notizia bomba l’ha data questa mattina l’edizione cartacea del FattoQuotidiano che titola sulla presunta richiesta fatta da Berlusconi ai servizi segreti di uccidere “l’amico” Muhammar Gheddafi. Vicenda degna di approfondimento ma che, per il momento, è ancora oscurata dalle prossime scadenze giudiziarie del Cavaliere. Tra meno di una settimana, il 19 giugno, la Corte Costituzionale si dovrà esprimere sul ricorso dei legali berlusconiani sul caso Mediaset, mentre per fine mese è prevista la sentenza di Primo grado nel processo Ruby. Logico che il destino di tutti i servi della corte di Arcore sia legato al buon esito delle vicende giudiziarie del capo. Disarcionato lui per gli altri non resterebbe che l’oblio politico.

La maggioranza Pd-Pdl si scioglie sul nome di Nitto Palma

Che differenza passa tra l’esprimere voto favorevole sull’elezione di Fabrizio Cicchitto alla commissione Esteri della Camera -oppure su quelle di Roberto Formigoni e Maurizio Sacconi al Senato, rispettivamente alla commissione Agricoltura e alla commissione Lavoro- e il votare Francesco Nitto Palma, ultimo ministro della Giustizia berlusconiano, proprio alla commissione Giustizia di palazzo Madama? La risposta dell’elettore medio del Partito Democratico, impegnato in questi giorni nella manifestazione di protesta contro la dirigenza chiamata “Occupy Pd”, sarebbe sicuramente univoca: “Nessuna, sono tutti impresentabili allo stesso modo”.

E invece la suddetta classe dirigente Democratica, passata dalle mani del disastroso segretario Bersani a quelle ben più democristianamente ambiziose di Enrico Letta, continua a perseverare nella sua furia autodistruttiva. Per ben due volte infatti, durante le votazioni tenutesi ieri, i membri piddini della commissione Giustizia (tra gli altri, Felice Casson e Rosaria Capacchione) hanno votato compattamente scheda bianca, lasciando Nitto Palma solo con 13 voti, uno in meno del quorum richiesto. Una presa di posizione inspiegabile alla luce di quanto appena detto. Perché il Pd, dopo aver stretto un patto col diavolo di Arcore ed essersi ingoiato senza fiatare persino Angelino Alfano come vice-premier e ministro dell’Interno, rischia di dare il via ad una spirale di scontri che potrebbe presto portare alla crisi di governo?

 

Una domanda a cui forse neanche Letta il Giovane è riuscito a darsi una risposta. Un Pd a pezzi abbandonato alla mercè del Caimano dunque? Che il partito sia allo sbando non c’è dubbio. Sabato i delegati Democrats dovranno scegliere il reggente che li traghetterà verso il congresso di giugno, ma intanto a largo del Nazareno, e conseguentemente a palazzo Chigi, si continua a navigare a fari spenti. Il Pd non si vergogna con la sua base, inferocita per il tradimento delle promesse elettorali di cambiamento, per l’inciucio a cui l’ha sottoposto il presidente bis Napolitano, ma rischia di rompere il giocattolo così faticosamente costruito impuntandosi sul nome di un impresentabile tra tanti (compresi gli stessi Pd con in testa Francesco Boccia al Bilancio).

E Berlusconi? Il caimano sembra soffrire di un forte mal di denti perché non azzanna più come una volta il nemico agonizzante. “Un pessimo inizio. Così non si supera l’estate –riporta le parole del Cav Il Giornale di Sallusti- Se la loro base non regge non è certo un problema mio, ditelo a chi di dovere. Noi abbiamo votato senza battere ciglio sia Donatella Ferranti alla Giustizia che Guglielmo Epifani alle Attività produttive”. Un po’ pochino per un vecchio alligatore della politica come lui.

Evidentemente Berlusconi ha paura. Paura che il governo anarchico di Letta non giunga nemmeno alle vacanze di ferragosto e che un eventuale ribaltone, l’accordo tra un redivivo Pd e il M5S di Grillo, possa favorire la ripresa dell’iniziativa giudiziaria contro di lui. Incubo che rischia di materializzarsi già a breve, visto il respingimento dell’istanza di legittimo sospetto presentata dai legali di B. contro i giudici di Milano. Saranno Ruby e Mediaset a decidere il futuro del governo Letta. Oggi intanto si torna a votare Nitto Palma o chi per lui alla commissione Giustizia.

Bersani fallisce, Renzi ad Amici: Pd verso la spaccatura

Non sono passate che poche ore dal fallimento delle consultazioni affidate dal Capo della Stato, Giorgio Napolitano, al premier incaricato Pierluigi Bersani, segretario del Pd, partito che “non ha vinto le elezioni” con la maggioranza relativa dei voti. Ma nel Partito Democratico i pensieri vanno già oltre la delusione per un mancato ingresso a Palazzo Chigi che tutti gli addetti ai lavori davano per scontato prima delle elezioni del 24 e 25 febbraio. Oggi è il giorno, l’ennesimo, del sindaco di Firenze Matteo Renzi.

Questa sera lo sconfitto delle primarie democratiche dovrebbe partecipare alla registrazione della trasmissione Amici, condotta su Canale5 da Maria De Filippi, che andrà in onda sugli schermi Mediaset il prossimo 6 aprile. Una visita nella tana del lupo Berlusconi, proprio nel momento più difficile per il Pd, a poco più di 24 ore dal botto fragoroso fatto dal volenteroso ma irrimediabilmente malinconico Bersani. Una presenza sulla scena catodica, quella di Renzi, che viene letta sia come una presa di distanza dal gruppo dirigente bersaniano, uscito mazziato dalle consultazioni ma, soprattutto, come la riconquista del palcoscenico mediatico in vista di una prossima, si spera (per lui) fulgida, carriera politica alla guida del Pd e del Paese.

 

Il partito che fu di Berlinguer e Togliatti si trova in uno stato confusionale talmente grave a causa della sberla istituzionale da aver accolto la goliardata renziana con parole ovattate. Uno per tutti, il Giovane Turco fedelissimo del segretario Matteo Orfini: “Se un dirigente del Pd ha l’occasione di andare a una trasmissione come questa e rivolgersi a un pubblico diverso dai talk show politicidice Orfinifa bene ad andarci. Poi spero che dica cose di buon senso. Io la prima edizione di Amici l’ho anche vista tutta”. Parole in libertà che fanno segnare un febbrone da cavallo al termometro della tenuta politica del Pd. Renzi ridotto a fare il piccolo Berlusconi per conquistare il cuore e il voto di quella parte di italiani che, per beata ignoranza, non masticano di politica ma, in compenso, vedono tanta tv spazzatura.

Intanto, Bersani sogna ancora di essere richiamato per incassare, lui che è uno specialista di negazioni, una “non fiducia” al Senato che gli permetta ancora di traghettare il partito verso lidi a tutt’oggi ignoti. Anche perché ieri il vicesegretario Pd, Enrico Letta, uscendo dall’incontro con Napolitano aveva ribadito che “le ampie contrapposizioni rendono non idoneo un gtovernissimo (con il Pdl ndr)”. Un sussulto di inutile orgoglio piddino, seguito da un inchino ai voleri di Napolitano: “Non mancherà il nostro sostegno alle decisioni che prenderà il presidente”. Il riferimento, limpido come acqua di fonte, è ad un governo “di scopo” o “del presidente”. Un inciucio presidenziale invece che di esclusiva pertinentza dei partiti.

Nonostante la bruciante sconfitta, nel Pd pensano di avere ancora il coltello dalla parte del manico perché l’ampia maggioranza numerica nelle due Camere, dovuta alle conseguenze dello scandaloso Porcellum, consente agli ex comunisti di potersi scegliere un nuovo presidente della repubblica di fiducia che possa fare strame delle pretese di immunità giudiziaria avanzate da Berlusconi. Il ricatto al Pdl per il momento non ha funzionato, facendoci rimettere le penne al povero Bersani. L’ipotesi Renzi, invece, diventa sempre più in voga, anche se un passo troppo più lungo della gamba costerebbe una spaccatura insanabile al partito.