OP è tornato…per dire NO a Renzi e Boschi

L’Osservatore Politiko è tornato a puntare il suo sguardo inquisitorio sul marcio e corrotto sistema politico italiano. La notizia potrebbe apparire di trascurabile o nessun interesse al lettore distratto e occasionale. Ma in tempi in cui il Regime politico del ‘berluschino’ Matteo Renzi ha ottenuto, senza il minimo sforzo, i favori della quasi totalità del circo mediatico -riducendo quei leccaculo nati dei giornalisti di carta stampata e tv mainstream ad innocui cagnolini da riporto delle malefatte del Potere-, risulta oltremodo necessario, anzi vitale, la presenza nel web di un esercito di pensatori liberi (di cui OP fa parte) che si impegnino, di qui al referendum costituzionale dell’ottobre prossimo, a mettere nel campo virtuale della rete tutti i loro sforzi per mandare a casa l’attuale governo.

L’occasione di liberarsi una volta per tutte dei Renzi’s boys&girls è, infatti, troppo ghiotta persino per quei pecoroni assonnati degli italiani che, con un semplice NO sulla scheda referendaria, non saranno più costretti a sorbirsi la montagna di sparate a reti unificate che il bugiardo di Rignano riversa quotidianamente nelle nostre orecchie. Il fatto strano, e tuttora inspiegabile per i non addetti ai lavori, è che a mettere da solo la testa dentro la ghigliottina è stato lo stesso Renzi con la promessa di togliersi dai piedi in caso di sconfitta nelle urne. Una scelta azzardata e misteriosa, comprensibile solo se si inquadra l’ascesa al potere del ‘bomba’ come una gentile concessione dei centri di potere più o meno occulti che dirigono la politica globale. Quel grumo di interessi vampireschi che, negli anni ’70 del ‘900, in modo più che mai attuale, i militanti delle Brigate Rosse avrebbero definito SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali).

renzi referendum costituzionaleChe Renzi sia stato infilato a Palazzo Chigi con un colpo di mano ai limiti della costituzionalità dal vecchio, ma ancora potentissimo, Giorgio Napolitano, seguendo naturalmente lo schema prefissato da una non ancora precisata compagnia di merende, non è certo un mistero. Perché la scelta sia caduta proprio su di lui, insieme a quella infornata di figli di papà nota come ‘Giglio Magico’, non è però ancora dato saperlo. Fatto sta che la conferma della spada di Damocle che pende sulla carriera dei giovani toscani al governo, costretti ad agire su ordinazione (come nel caso del Jobs Act, letteralmente dettato dalla Confindustria per abbattere i residui diritti dei lavoratori), è arrivata proprio l’altro giorno dalla numero 2 del regimetto, Maria Elena Boschi, che ha spergiurato di voler abbandonare, anche lei come il suo boss, la politica in caso di sconfitta del SI.

Una presa di posizione non richiesta, una vera e propria excusatio non petita, perché le riforme costituzionali per definizione (perché dovrebbero coinvolgere l’intero agone politico) non dovrebbero toccare il destino dei membri di un governo. Arrivati a questo punto -con i cazzari di governo impegnati a ripeterci un giorno si e l’altro pure, complici quei servi dei mass media, che l’Italia viaggia a gonfie vele verso il benessere generale quando, invece, le ricchezze sono concentrate sempre di più nelle mani dei pochi squali che dominano i mercati finanziari– non serve nemmeno entrare nel merito di una riforma costituzionale, peraltro elitaria e pasticciata.

La battaglia che si combatterà da qui ad ottobre diventa un vero e proprio spartiacque politico-sociale per il nostro Paese. Se vince Renzi il mito dell’uguaglianza, dell’onestà e del benessere per tutti resterà tale, con i lavoratori (i fortunati che un impiego riescono a trovarlo) ridotti al rango di servi ammaestrati del Capitale. Se vince il NO, al contrario, i Signori che comandano in Italia, in Europa, negli Usa e sull’intero globo dovrebbero finalmente fare i conti con una opinione pubblica informata e combattiva (vedi il caso dello studente catanese che ha messo in mutande ‘di pizzo’ la povera MEB). Ma il SIM è ancora spietatamente forte, mentre l’opinione pubblica italiana è tenuta costantemente sotto l’effetto della morfina mediatica. Che fare allora? Basta spegnere la tv e svegliarsi.

Renzi alle Olimpiadi

renzi-olimpiadi-roma-2024Matteo Renzi ufficializza la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024. Un modo per allontanare l’attenzione dai nuovi arresti di tre ufficiali della Marina Militare nell’inchiesta Mafia Capitale. Ignazio Marino sostituisce tra le polemiche un altro assessore. La responsabile Welfare del Pd Micaela Campana, intercettata con Buzzi, non si dimette e Giorgia Meloni correrà per il Campidoglio. Critiche alla governatrice Debora Serracchiani per i rimborsi facili in Regione Friuli Venezia Giulia. Politica e corruzione: Beppe Grillo accusa Renzi e i partiti. Assemblea nazionale Pd il giorno dopo: pace armata tra renziani e minoranza ‘di sinistra’. Il segretario-premier non caccia nessuno e gli oppositori per il momento rinunciano all’ipotesi scissione. Incontro Renzi-Prodi per parlare di Quirinale? Domani il temutissimo Tax day.

Un clima di incontenibile entusiasmo di dirigenti sportivi e atleti (in prima fila il presidente ‘trendy’ Giovanni Malagò) quello che ha accolto questa mattina Matteo Renzi nella sede del Coni per la cerimonia di consegna dei Collari d’oro 2014. E il premier non si è lasciato sfuggire l’occasione per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dall’inchiesta Mafia Capitale con uno dei suoi mirabolanti annunci: «L’Italia presenterà la propria candidatura ai Giochi olimpici del 2024». Mafia a Roma permettendo. Ma non solo, perché, secondo ‘il bomba’, noi italiani non parteciperemo ai Giochi «con lo spirito di De Coubertin, per partecipare: lo faremo per vincere, statene certi». Manca solo un ducesco ‘E vinceremo!’.

Non altrettanto entusiasta della notizia si dimostra il grillino Alessandro Di Battista secondo il quale «oggi, in pieno scandalo #MafiaCapitale questi amici dei ladri pensano a lanciare le Olimpiadi di Roma». Il membro del direttorio M5S ricorda inoltre che i politici «hanno mangiato su Italia ’90 e sui Mondiali di nuoto del 2009». Non meno ‘oxfordiano’ si dimostra il leader della Lega Matteo Salvini per il quale si tratta semplicemente di «una follia, sarebbe l’Olimpiade dello spreco. Tirino fuori i soldi per sistemare strade, scuole e ospedali. E poi ripensino alle Olimpiadi». I soliti ‘gufi antimodernisti’ non devono però preoccuparsi perché il ‘progetto Olimpiadi’ (e appalti) coinvolgerà, a sentir dire Renzi, altre città italiane «da Firenze, a Napoli, alla Sardegna» e «saremo all’avanguardia nel controllo della spesa». Quantomeno una promessa azzardata visti i precedenti ancora caldi.

Mafia Capitale, appunto. Stamattina sono stati eseguiti altri sei arresti, tra cui tre membri della Marina Militare. Intanto, il sindaco Ignazio Marino ha sostituito l’assessore alle Politiche sociali Rita Cutini con Francesca Danese («cugina, praticamente nipote, di Giulio Andreotti», scrive ‘Il Giornale’). Un avvicendamento misterioso perché la Cutini era finita al centro delle polemiche, accusata proprio dal Pd di non aver saputo affrontare la ‘rivolta di Tor Sapienza’. E Salvatore Buzzi, intercettato, diceva di lei all’attuale vicesindaco Luigi Nieri: «Dacce ‘na mano perché stamo veramente messi male co’ la Cutini». Col senno di poi, i fatti di Tor Sapienza potrebbero essere letti come una provocazione pilotata da certi ambienti di destra, ma a pagare resta inspiegabilmente la Cutini che se ne va sbattendo la porta e smentendo la motivazione buonista propagandata da Marino che ha parlato di «separazione consensuale». Perché?

Un altro membro del Pd finito nella bufera è la renzianissima responsabile del Welfare Micaela Campana, intercettata mentre chiama Buzzi «grande capo», sospettata di aver presentato un’interrogazione parlamentare (rigettata) in favore del ras della cooperativa ’29 giugno’ e con l’ex marito, Daniele Ozzimo, assessore indagato nell’inchiesta ‘mondo di mezzo’. Troppo poco. Lei, imperturbabile, intervistata dal ‘Corriere della Sera’, nega tutto e si incolla alla poltrona. Ancora più incomprensibile, se si vuole, è l’annunciata candidatura al Campidoglio di Giorgia Meloni, presidente di Fd’I. «Appena il Pd manderà a casa Kung Fu Panda Marino non ci tireremo indietro dalla sfida per il Campidoglio. Io sarò in prima fila se sarà necessario», ha dichiarato ieri ‘Giorgina’ al teatro Quirino di Roma. Ricordiamo agli smemorati che la Meloni è compagna di partito di Gianni Alemanno, indagato per associazione mafiosa insieme ai suoi più stretti collaboratori che con lui hanno ‘amministrato’ la città fino al 2013. Alle ripetute richieste di autocritica (Alemanno è parte importante della destra storica romana) Meloni ha sempre risposto picche, senza però riuscire a spiegare perché i presunti difensori della legalità contro ‘negri’ e ‘zingari’ erano i primi a fare soldi sporchi sulla loro pelle. Sul tema Mafia Capitale, si rifà vivo Luciano Violante, da poco trombato nella corsa verso la Consulta. Il pupillo di Giorgio Napolitano propone di «fare subito un congresso straordinario a Roma» allo scopo di «ripulire e non dimenticare».

Politica e corruzione, due vocaboli che si confondono secondo Beppe Grillo. Il guru del M5S sul suo blog paragona il premier ad un membro della Banda Bassotti perché «di fronte alla valanga di corruzione che sta travolgendo l’Italia ha avviato un ddl e non un decreto legge che potrebbe essere attivo in breve tempo» e preferisce occuparsi di questioni secondarie come l’abolizione del Senato e dell’articolo 18. Le motivazioni di questo comportamento non lasciano spazio ad interpretazioni: «La prima fonte di corruzione sono i partiti e le loro innumerevoli diramazioni, dalle fondazioni alle partecipate, è da autolesionisti andare contro sé stessi».

L’Assemblea nazionale del Pd di ieri si è chiusa tra accuse reciproche, con la maggioranza renziana e la minoranza interna che convivono ormai da separati in casa. Comunque sia, nessuno dei frondisti, a parte Pippo Civati, ha evocato la parola ‘scissione’. Anzi, Stefano Fassina ha rivendicato anche oggi l’intenzione dei ribelli di rimanere a lottare nel partito ed ha accusato Matteo Renzi di cercare un casus belli per andare ad elezioni anticipate («Se vuole il voto lo dica»). Il premier ha ribattuto con un inequivocabile «non accetto diktat». Senza dimenticare che sui contrasti piddini aleggia sempre l’ombra di Silvio Berlusconi che, non a caso, proprio ieri, in contemporanea con l’happening romano dell’Hotel Parco dei Principi, ha fatto la sua irruzione mediatica confermando che nel patto del Nazareno è prevista anche la nomina del nuovo presidente della Repubblica. Eventualità subito smentita da una coppia di imbarazzatissimi vicesegretari del Pd, Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini. Ma, ad infittire il mistero Quirinale, si è aggiunto, oggi pomeriggio, il primo incontro ufficiale ‘già previsto’ a Palazzo Chigi tra il premier e Romano Prodi. Fantapolitica, però, pensare che Renzi voglia puntare sul Professore al Colle dopo l’impallinamento subito dai 101 franchi tiratori nel 2013. Più facile immaginare un accordo tra i due.

Proprio la ‘renziana riciclata’ Serracchiani è finita al centro dell’ennesimo scandalo di casta. In Friuli Venezia Giulia, dove la nostra ‘eroina’ occupa anche la poltrona di Governatore, maggioranza e opposizione ‘nazarene’ hanno votato un emendamento bipartisan che assicura lauti rimborsi ai consiglieri regionali anche in caso di assenza dal lavoro (se di lavoro si può parlare). Uno scandalo doppio se si tiene conto che nella ‘Serracchiani’s land’ è ancora aperta un’inchiesta per Rimborsopoli con altri 20 consiglieri chiamati a rispondere di spese facili con soldi pubblici.

80 euro, quota 96, pensioni: le promesse di Renzi vanno in ferie

Renzi al mareIl governo Renzi viaggia ormai a vele spiegate verso l’approvazione del primo passaggio in Senato delle riforme costituzionali. Entro l’8 agosto, secondo il calendario stabilito insieme a Pietro Grasso, presidente suicida di Palazzo Madama, sarà tutto finito e i poveri parlamentari potranno così godersi qualche giorno di meritata vacanza, dopo un anno speso a spingere l’Italia sempre di più verso il fallimento. Peccato che, insieme ai politici, anche le sfavillanti promesse fatte agli italiani dal “bomba” premier fiorentino abbiano deciso di prendersi un lungo periodo di ferie.

È notizia ancora fresca la vergognosa marcia indietro messa dal Gianburrasca di Pontassieve su quattro norme del decreto Pubblica Amministrazione, votato dalla Camera con voto di fiducia. Si tratta del mancato pensionamento di 4000 lavoratori della Scuola (cosiddetti “quota 96”, somma di età anagrafica e contributiva) rimasti già bloccati dalla riforma delle pensioni di “coccodrillo” Elsa Fornero. Niente prepensionamento anche per medici primari e baroni universitari, niente abolizione delle penalizzazioni per chi lascia il lavoro a 62 anni, e persino niente vitalizi per i parenti delle vittime del terrorismo.

La motivazione ufficiale è che mancano le coperture economiche. Si tratta di “soli” 580 milioni in 7 anni, una briciola del bilancio dello Stato ma che, unita al dietro front renziano sull’estensione della platea dei beneficiari degli 80 euro in busta paga, diventa più di un indizio sulle difficoltà che Renzi sta incontrando a far digerire le sue balle al mondo reale, come nell’imitazione che ne fa il comico Maurizio Crozza. Sicuramente non è colpa del premier, Renzi non ne sapeva niente. Si starà ripetendo la “ggente” come in un qualsiasi regime dittatoriale che si rispetti.

E allora? Chi sono i colpevoli, i gufi, i sabotatori, i nemici della patria da additare al pubblico ludibrio? I rilievi sulle mancate coperture economiche delle sparate renziane sono partiti dalla Ragioneria Generale dello Stato, la tecnostruttura del ministero del Tesoro dove i renziani non sono ancora riusciti a mettere piede. I soliti burocrati, si dirà, come il capo di gabinetto del ministro Padoan, Roberto Garofoli, o il ragioniere generale, Daniele Franco, ansiosi di difendere le loro rendite di posizione a scapito del bene comune. E sarà pure così, ma le casse dello Stato sono vuote veramente, se si esclude il coniglio che ogni tanto Renzi ne tira fuori.

Un altro untore da additare al pubblico ludibrio risponde al nome di Carlo Cottarelli, commissario alla misteriosa spending review che si è permesso di far notare all’esecutivo che molte spese già messe in bilancio per il 2014 (compresa “quota 96”) sono state fatte prima ancora di trovare le coperture. La rabbiosa frustrazione del “governo del fare” è talmente incontenibile da far affermare a Francesco Boccia, padre di “quota 96” e renziano dell’ultima ora, che il Mef è “una potente burocrazia fuori controllo”. Vero, come è vero che gli italiani sono sempre più poveri.

Il fatto che Renzi abbia perso l’appoggio di alcuni Poteri Forti è però innegabile. Clamorose le critiche mosse al nipotino di Gelli dal cacciatore di upupe (insieme al presidente Napolitano) Eugenio Scalfari: prima renziano sfegatato ed ora divenuto un pericoloso scettico (“l’operazione 80 euro è fallita”). Preoccupante il fuoco di fila antirenziano delle Grandi Firme del Corriere della Sera, da Alberto Alesina a Giuseppe De Rita, da Francesco Giavazzi a Michele Ainis e Massimo Franco. Tutti folgorati dal verbo fiorentino ed ora quasi pentiti. Stesso discorso per Il Sole 24ore e per una serie di imprenditori capitanati da Diego Della Valle. Guerra per accaparrarsi prebende e poltrone, o l’inizio della fine della brevissima Era renziana?

Renzi-Berlusconi: dal Patto del Nazareno alla Grande Coalizione

Pattodel NazarenoAll’indomani della sentenza di appello del Tribunale di Milano che ha assolto Silvio Berlusconi nel processo Ruby, ribaltando clamorosamente la condanna a 7 anni inflitta in primo grado al capo di Forza Italia, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è riuscito a volare fino in Africa, in Mozambico, a Maputo, per dichiarare quello che tutto il mondo già sapeva. “In un paese civile le regole si fanno insieme – ha detto il premier a chi gli chiedeva lumi sulla solidità del Patto del Nazareno– dal punto di vista istituzionale avrei mantenuto la parola anche se Berlusconi fosse stato condannato”.

La misteriosa conferma da parte del Rottamatore del patto segreto siglato con il Caimano nella sede appena espugnata del Pd, veniva considerata scontata da tutti gli addetti ai lavori, compresi coloro i quali si sono convinti da tempo che i fili del pactum sceleris del Nazareno siano tirati da Licio Gelli, il Venerabile Maestro della P2. Con Berlusconi trasformato miracolosamente da Papi Prostituente in Padre Costituente, l’accordo tra destra e sinistra potrebbe compiere ora un ulteriore passo avanti.

“Se l’oggetto di questo governo sono le riforme cosa c’è di strano che Berlusconi rientri in maggioranza? Io dico che Forza Italia deve entrare in maggioranza – dichiara senza mezzi termini il senatore Paolo Naccarato di Gal – “Archiviata l’alleanza con i 5 stelle, l’agenda dei mille giorni evocata dal premier va proprio in questa direzione”. Un abbozzo di trattativa che, se si vuole dar credito al retroscena riportato dal fattoquotidiano.it, sarebbe stato avallato da Berlusconi in persona che, oltre ad Italicum e Senato vuole portare a casa la “riforma” della Giustizia. E non solo, perché già si vocifera di un lavorio diplomatico portato avanti sottobanco dagli sherpa pro-Renzi Denis Verdini e Gianni Letta.

I due, secondo il quotidiano diretto da Peter Gomez, starebbero tramando con i renziani per far rientrare FI prima in maggioranza e poi addirittura al governo (il totoministri riporta già i nomi di Alessandro Cattaneo ed Elena Centemero). Un piano diabolico che rappresenterebbe una Nakba (la Catastrofe dei palestinesi) per le ambizioni di Angelino Alfano e la sopravvivenza stessa di Ncd, ma soprattutto diventerebbe la pietra tombale del dialogo sulle Riforme intavolato da Renzi con il M5S.

A dire la verità lo stucchevole (per Renzi) dibattito con i grillini su preferenze e clausole di sbarramento era già stato stoppato dall’apatia e dalla strabordante pinguedine mostrata senza vergogna dal giovane premier durante la diretta streaming di qualche giorno fa. Ma il Movimento, con in testa Luigi Di Maio, aveva comunque deciso di andare avanti. Per uscire dall’angolo politico in cui è stato cacciato ma, soprattutto, per mostrare agli italiani il bluff di Renzi che finge di trattare con i seguaci di Beppe Grillo quando ha già in tasca il Patto del Nazareno.

Diciamo che Grillo e i suoi non hanno preso molto sportivamente la rinnovata corrispondenza di amorosi sensi tra il “nipotino di Gelli” (copyright Piero Pelù) e la tessera P2 1816. Sul blog del guru genovese è apparso prima un post che riportava una parte del discorso pronunciato il 19 luglio dal magistrato Nino Di Matteo, in cui il pm del processo alla trattativa Stato-mafia ha attaccato, senza nominarli, il presidente “interventista” Giorgio Napolitano e “un soggetto da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa Nostra” (Berlusconi ndr) che oggi “discute con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all’ultimo respiro”. Messaggio chiaro quello voluto lanciare da Grillo.

Domenica sera, poi, Di Maio e gli altri protagonisti della trattativa con Renzi hanno provato a rilanciare una proposta in 6 punti al solo scopo di smascherare la “tattica dilatoria” del “gasteropode Renzie” interessato, in realtà, solo a confermare il Patto del Nazareno.

Renzi rottama anche la Germania, ma si dimentica i marò

Renzi maròInaugurazione del semestre di presidenza italiana della UE. Matteo Renzi vola a Strasburgo per recitare la parte del rottamatore dell’austerità germanica in nome del contentino chiamato flessibilità. Durante la sua permanenza nel parlamento europeo il premier del 40,8% non si fa mancare nemmeno un teatrale botta e risposta con il capogruppo del PPE Manfred Weber, un nuovo kapò, anche lui tedesco come il kapò Martin Schulz di berlusconiana memoria.

Torna a Roma da trionfatore, dipinto come il nuovo Churchill dalla fedele stampa di Regime ma, tradito da una debordante presunzione, inciampa inaspettatamente proprio su una domanda di Bruno Vespa, il decano dei giornalisti embedded, che lo inchioda senza pietà sull’accogliente poltrona di Porta a Porta. “Perché durante il suo discorso non ha fatto alcun riferimento alla vicenda dei marò?”. Con questo fulmine a ciel sereno il multimilionario conduttore sorprende Renzi, impegnato a glorificare le meravigliose sorti e progressive dell’Italia al comando (ininfluente) dell’UE. Per qualche secondo nello studio tv di RaiUno cala il gelo. Il loquace Renzi non favella più. Poi, piano piano, comincia a balbettare qualcosa, senza però riuscire a nascondere un clamoroso imbarazzo.

Alla fine arriva una risposta di rito che non convince nessuno: “La scelta di non parlarne è voluta: è una vicenda complicata, che resta una ferita… Una parola rischia di essere di troppo. Non credo che la soluzione sia che l’Italia vada al Parlamento europeo perché non è quella la sede dove si risolvono i problemi con l’India. Non faccio campagna elettorale o demagogia sulla pelle dei marò”. Insomma, detta diplomaticamente, il presidente del consiglio si è dimenticato di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò trattenuti in India da due anni con l’accusa di omicidio.

L’omissione renziana non è passata naturalmente inosservata, scatenando reazioni di sdegno, più o meno strumentali, soprattutto nel centrodestra. “Renzi si dimentica i nostri marò. Che tristezza” twitta Raffaele Fitto, il mister preferenze pugliese di Forza Italia. “Ci sono rimasto male, mi aspettavo di più – va giù duro l’altro Matteo, il leghista Salvini – Non una parola sui marò. Ci occupiamo dei diritti delle donne in Pakistan, giusto. Dei cristiani perseguitati in Nigeria… In questo palazzo troviamo ipocrisia e menzogna: due soldati italiani, e quindi europei, sono da due anni in galera in India e qui ci occupiamo degli sfigati di tutto il mondo, ma non dei nostri soldati”.

E pensare che Maurizio Gasparri, non certo un fulmine di guerra di intelligenza, aveva addirittura “imbeccato” il premier prima del discorso di Strasburgo. “Matteo Renzi avrai il coraggio parlando all’Europa di chiedere la libertà per i #marò?”, scriveva il social Gasparri su Twitter. Niente da fare. E così Renzi si è attirato gli strali anche della Sorella d’Italia Giorgia Meloni che si dice totalmente “sconcertata di fronte al premier Italiano che nel suo primo discorso da presidente dell’Ue invoca la reazione dell’Europa per tutte le ingiustizie del mondo, salvo per quella che viene perpetrata nei confronti dei due marò italiani illecitamente trattenuti in India da due anni in piena violazione del diritto internazionale”. All’assalto di Renzi si lanciano anche i forzisti D’Ambrosio e Gardini.

Quello che fa andare in bestia la destra italiana (o ciò che ne rimane) è l’inguaribile arroganza di Renzi che, nel suo discorso strasburghese, si lancia in una appassionata analisi geopolitica globale, passando dall’Africa alla Russia, dalla questione palestinese ai diritti delle donne in Pakistan, Nigeria e Sudan. Tutto condito da riferimenti al mondo classico nel discorso preparato dai suoi ghost writers che però non riescono assolutamente nello scopo di far sembrare il capo uno statista intellettuale.

Renzi spacca la Rai: torna la lotta di classe tra dirigenti e precari

Tra Matteo Renzi e i vertici della Rai è scoppiata la pace. Il prelievo forzoso di 150 mln di euro sul canone, imposto dal premier all’azienda che gestisce il servizio pubblico televisivo, aveva fatto infuriare i 13mila dipendenti del carrozzone di viale Mazzini, dall’ultimo dei non garantiti al primo dei dirigenti. Una bufera di indignazione che aveva portato ad indire una giornata di mobilitazione per mercoledì 11 giugno. Ora, lo sciopero che lo stesso Renzi aveva definito “umiliante” è confermato, ma il comitato promotore si è spaccato a metà. Da una parte l’esercito sempre più folto dei fedelissimi renziani “garantiti”, dall’altra i lavoratori precari della tv pubblica, gli unici rimasti a rischiare sul serio il posto di lavoro. Una nuova lotta di classe.

Il fronte antirenziano è stato sbaragliato dall’accordo raggiunto tra il governo e gli alti papaveri che siedono al settimo piano di viale Mazzini. Resta il taglio di 150mln attraverso la cessione di una quota di RaiWay. In cambio, Palazzo Chigi si è impegnato a non applicare alla Rai la riduzione dei costi operativi per le società partecipate (50-70 mln nel 2014, 100 nel 2015). Tutto scritto nero su bianco in parlamento grazie ad un emendamento ad hoc presentato dalla maggioranza Pd-Ncd.

Così facendo Renzi si è garantito la sconfessione dello sciopero da parte di tutta la casta dirigente della Rai. Ad aprire le danze dei mea culpa ci ha pensato Lugi Gubitosi che ha definito un “errore” lo sciopero. “La Rai fa parte del sistema – ha continuato il dg in uscita che evidentemente si riposiziona in vista di una nuova nomina – ci è stato chiesto un sacrificio e noi lo faremo”. Un peana proseguito da Luigi De Siervo, presidente dell’Adrai (Associazione Dirigenti Rai). “Arroccarsi in posizione di difesa dello status quo – ha dichiarato quello che le cronache giornalistiche definiscono amico di vecchia data di Renzi – sarebbe come cercare di fermare il vento con le mani”.

Nel fronte dei rivoluzionari pentiti si inseriscono anche il membro della Vigilanza Michele Anzaldi (in realtà poco pentito perché del Pd) che parla di “sciopero frustrante” e l’imprenditrice dalla doppia poltrona (Cda Rai e presidenza Poste) Luisa Todini. Le ultime notizie danno anche l’agguerrita Usigrai (il potente sindacato dei giornalisti Rai) di ritorno con la coda tra le gambe sulla via di Rignano sull’Arno. Perfino il Garante ha dichiarato “illegittimo” lo sciopero. Mentre le sigle sindacali confederali si scindono immancabilmente con la Cisl di Raffaele Bonanni che, non avendo rappresentanza tra i lavoratori precari Rai, decide di mollarli al loro destino.

Dall’altra parte della barricata non è rimasto quasi nessuno di quelli che contano, fatta eccezione per Roberto Fico (presidente M5S della Vigilanza), Susanna Camusso della Cgil e Lugi Angeletti della Uil, questi ultimi rimasti incastrati nella manifestazione del Teatro delle Vittorie del 3 maggio scorso che ha visto il popolo dei contratti a progetto e delle partite Iva confermare lo sciopero dell’11 maggio, visto che all’orizzonte si prospettano tagli all’organico, ma solo tra i precari e non tra i garantiti Figli di papà, parenti di Qualcuno o amici di Chi sa chi che da decenni occupano le scrivanie di un servizio pubblico lottizzato dalle segreterie dei partiti.

Quella che si gioca con la Rai è comunque una partita già persa in partenza perché nel servizio pubblico nessuno si sogna, nemmeno Renzi il rottamatore, di tagliare gli sprechi veri come quelli per “nani”, “ballerine” e consulenze esterne. Di mettere al passo coi tempi l’azienda riducendo i costi, andando ad eliminare decine di sedi inutili (come quelle regionali) o mandando a casa migliaia di fannulloni raccomandati neanche a parlarne. E poi c’è anche chi si lamenta dell’alta evasione del canone usato per pagare stipendi d’oro ai vari Bruno Vespa, Carlo Conti, Giovanni Floris e Antonella Clerici.

Affaristi, poteri occulti, massoneria: il segreto del successo di Renzi

Renzi massoneMatteo Renzi è diventato il Terminator della politica italiana. Una perfetta macchina succhiavoti. Alle elezioni europee il Pd ha superato la vetta del 40% delle preferenze, roba che nemmeno ai tempi di Berlinguer. Molti paragonano il potere renziano in espansione a quello della Dc, ma i successi della Balena Bianca poggiavano sulle salde fondamenta del progresso e dello sviluppo economico degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Il miracolo Renzi, invece, si è compiuto con l’Italia in piena recessione (-0,1% di Pil nel primo trimestre 2014) e con la disoccupazione in crescita inarrestabile, soprattutto tra i giovani (rapporto Istat).

A svelare il segreto del successo del giovane premier non bastano, dunque, gli 80 euro messi in tasca a qualche milione di lavoratori come voto di scambio in pieno stile Achille Lauro. E nemmeno il rassicurante faccione da bravo figlio di mamma mostrato con ostentazione a reti tv unificate. Dietro il fenomeno Renzi deve esserci per forza qualcosa di grosso. Già in molti si sono lanciati in approfondite analisi e spericolate tesi. Poteri occulti, massoneria, poteri forti, amministrazione USA, Club Bilderberg, affaristi e faccendieri senza scrupoli. Tutte verità plausibili ma, finora, nessuna prova certa.

Certo è che la carriera politica del rottamatore fiorentino è stata misteriosamente folgorante. Esordisce giovanissimo nel 1996 come militante dei comitati per Prodi. In seguito, diventa segretario provinciale del Partito Popolare Italiano (uno dei partitini della galassia post Dc), ma poi fa il salto nella Margherita di Rutelli con la quale nel 2004 viene eletto presidente della Provincia di Firenze. La fusione tra ex Dc ed ex Pci nel neonato Pd, siamo alla fine del 2007, è solo un dettaglio in una carriera di un enfant prodige che comunista non è mai stato e che gli eredi di Gramsci e Togliatti, piuttosto, ha intenzione di fagocitarli nel nuovo partitone di Regime. Nel 2009 arriva la poltrona di sindaco di Firenze e, infine, ma questa è cronaca, la defenestrazione di Enrico Letta e l’ingresso, se pur dalla porta di servizio, nella stanza dei bottoni di Palazzo Chigi.

Per Nicola Bizzi, presidente nazionale della Nuova Destra Sociale, non ci sono dubbi: “Matteo Renzi è un massone figlio di massoni!” (il padre Tiziano controlla da un ventennio la distribuzione di giornali e pubblicità in Toscana). Secondo Bizzi, anche se non esistono prove della sua affiliazione, “Renzi è l’espressione più diretta ed immediata di quella culturalità massonica di cui si servono i grandi burattinai del potere occulto per agire indisturbati ai danni della società”. Insomma, detta lombrosianamente, che Renzi è massone si vede dalla faccia e da come si comporta, lui e il cerchio magico che lo circonda. E poi, Tiziano Renzi sarebbe legato a doppio filo attraverso la società Btp di Riccardo Fusi (inchiesta P3) ad un altro presunto massone come Denis Verdini.

Sospetti confermati dal Maestro Venerabile del Grande Oriente d’Italia, Gustavo Raffi, secondo il quale più di 4000 iscritti al Pd, in prevalenza toscani, sono affiliati all’obbedienza di Palazzo Giustiniani, storica sede del Goi. E un altro famigerato Maestro Venerabile, Licio Gelli, è sospettato di essere uno dei padrini politici di Renzi. Il vecchio capo della P2 ultimamente ha preso le distanze (o ha fatto finta) da Renzi, ma un politico di lungo corso come Rino Formica sospetta che l’Operazione Renzi sia stata architettata da Gelli e Berlusconi.

Il fatto inspiegabile è che proprio “il Venerabile”, tra gli altri, ha avanzato il sospetto di un coinvolgimento di Washington nella creazione del personaggio Renzi. Sarà il solito depistaggio come per la strage di Bologna? Altre fonti descrivono Renzi come un protetto di Gianni Letta, rappresentante in Italia di Goldman Sachs e della cordata statunitense-israeliana. Secondo Gioele Magaldi, fondatore del Grande Oriente Democratico, per arrivare al vertice del potere Renzi avrebbe baciato “la sacra pantofola del Fratello Draghi (Mario, presidente Bce) e il sacro anello del Fratello Napolitano (Giorgio, presidente della repubblica” per tramite di due ambigui personaggi come Marco Carrai e Davide Serra. Non solo politica e massoneria, ma anche affari dietro l’inarrestabile ascesa di Matteo Renzi.

Europa, Comuni, Regioni: Pd pigliatutto. M5S resiste in Valsusa

Grillo NoTavDopo il trionfo alla democristiana nelle elezioni europee, Matteo Renzi fa il pieno anche alle amministrative. Forte di un livello di popolarità mai raggiunto da nessuno nell’Italia repubblicana, ora il premier cercherà di imporsi a livello internazionale come interlocutore principale della Merkel e di Obama. Sul fronte interno, invece, punta a spaccare il Movimento di Beppe Grillo, ancora frastornato dal contro-boom elettorale, cercando di coinvolgerlo nelle tanto declamate Riforme.

Il Pd di turbo-Renzi è una macchina da guerra inarrestabile. Le regioni Piemonte e Abruzzo vengono strappate con la forza al centrodestra. Tra i capoluoghi di provincia, i Comuni di Firenze, Prato, Pesaro, Sassari, Ferrara, Forlì, Modena, Reggio Emilia e Campobasso restano al Pd o passano sotto il suo controllo già al primo turno. Ballottaggio previsto a Bari, Livorno, Perugia, Terni, Bergamo, Padova, Foggia, Potenza, Cremona e Pavia. Ma anche in questo caso i Democratici fanno la parte dei leoni perché, a parte Pavia dove è in testa il sindaco uscente Alessandro Cattaneo (il rottamatore di destra) e la piccola Foggia, il Pd è in testa di molti punti ovunque. Berlusconi, al contrario, si deve accontentare di mettere la bandierina di Forza Italia su Ascoli Piceno. Quasi umiliante.

E il M5S? Se il 21% ottenuto nelle urne europee rappresenta una sconfitta bruciante, ma non un tracollo, le percentuali raggiunte nelle città sono un campanello d’allarme da non trascurare. Praticamente ovunque i numeri del Movimento non si scostano dal 5, 10, massimo 20%. L’unica città medio-grande in cui i grillini riescono a strappare almeno il ballottaggio è Livorno. Una volta rossissima, la città portuale toscana non ha cambiato pelle, solo che il candidato del centrosinistra Marco Ruggeri si è fermato al primo turno al 40%, mentre lo sfidante pentastellato, Filippo Nogarin, arranca con poco meno del 20%.

Beppe Grllo e il M5S non possono però considerarsi definitivamente sconfitti. La loro battaglia politica, come ribadito sul suo blog dal deluso ma combattivo guru, continua sotto lo slogan VinciamoPoi, naturale sostituto del VinciamoNoi preelettorale. Il punto di ripartenza non potrà che essere la Valsusa, terreno di scontro sul Tav Torino-Lione. Le percentuali raggiunte qui dal Movimento trasformano questa valle piemontese in una valle bulgara, nel segno della protesta dei NoTav.

Nella ridotta della Valsusa – attuale sostituta della storica ridotta della Valtellina in cui i fascisti più ferventi speravano che Mussolini volesse ritirarsi per continuare la lotta antimperialista nel 1945 – i grillini incamerano tra il 30 e il 40% dei consensi in paesi della Bassa valle come Almese, Villar Dora e Sant’Ambrogio di Susa. Fiducia che aumenta man mano che ci si avvicina al confine francese: 47% a Exilles e 49,7 a Venaus. In controtendenza, con il Pd cioè sopra al M5S, anche se di poco, i comuni di Chiomonte e Giaglione, territori dove è situato il cantiere del tunnel geognostico, scelti non a caso, secondo il NoTav grillino Marco Scibona, perché dotati di amministrazioni Pd compiacenti.

Il coraggio di Grillo e dei suoi forse non basterà ad arginare la montante marea renziana. Il piano del rottamatore (dei suoi avversari e non certo di un Sistema marcio e corrotto) è tanto semplice quanto diabolico: portare il disorganizzato M5S alla scissione cercando di coinvolgere i grillini dialoganti nel percorso di Riforme che ripartirà a breve. Un tentativo che a questo punto ha anche buone possibilità di riuscita visto che, come scrive Grillo, “quest’Italia è formata da generazioni di pensionati che forse non hanno voglia di cambiare, di pensare un po’ ai loro nipoti, ai loro figli, ma preferiscono stare così”.

Europee: l’italiano medio vota in massa per gli 80 euro di Renzi

renzi 80 euroL’italiano medio che nella Prima Repubblica votava con convinzione Dc e nella Seconda aveva riposto le sue speranze di tirare a campare nel miracolo Silvio Berlusconi, in queste elezioni europee ha deciso di puntare su un nuovo uomo della Provvidenza: Matteo Renzi, con le sue promesse sfavillanti e gli 80 euro già infilati nelle tasche di quei lavoratori che, per riconoscenza, si sono venduti diventando il suo fedele bacino elettorale. Si spiega così il risultato storico raggiunto dal Pd con oltre il 40% delle preferenze (dati del Viminale). Numeri da capogiro che nemmeno il Pci nel 1984 dopo la morte di Berlinguer e il Pd del “Si può fare” veltroniano che nel 2008 toccò il 33%.

Il trionfo epocale del Pd, perché di questo si deve parlare e anche rendere merito al convincente populismo renziano, è il dato più significativo di una tornata elettorale continentale che ha visto l’onda lunga dell’antieuropeismo abbattersi su Francia (Marine Le Pen-FN) e Gran Bretagna (Nigel Farage-Ukip), ma risparmiare inaspettatamente proprio l’Italia, patria del grillismo, paese allo sbando, travolto da crisi economica, corruzione dilagante e mancanza di prospettive in cui tutti si attendevano un trionfo della contestazione.

E invece no, perché Grillo e il M5S deludono le aspettative e rimangono inchiodati al 21%. Non un crollo, ma un sensibile arretramento rispetto alle politiche del 2013 (25%). Lo sfondamento grillino che molti pronosticavano o temevano non c’è stato. Come detto sopra, gli italiani evidentemente si accontentano dell’osso che ancora riescono a rimediare da Pantalone, vivono alla giornata e non ci pensano proprio di impegnarsi per un nuovo modello di società. Contenti loro. Ma sarebbe intellettualmente disonesto non rimarcare anche le responsabilità del Movimento che, evidentemente, stante la situazione drammatica in cui versa la società italiana, non è riuscito a far passare il suo messaggio di speranza con il quale, purtroppo, non si riempie subito il portafoglio, come invece ha fatto Renzi con gli 80 euro.

Terzo in classifica, come da pronostico, il vecchio Silvio Berlusconi con quel che resta di Forza Italia. Il partito azzurro sfiora il 17%, più o meno i numeri già usciti dai sondaggi. Il condannato Berlusconi non scompare, dunque, dalla scena politica. FI ne esce sì ridimensionata definitivamente, più che doppiata dal ciclone Renzi, ma il Caimano conserva ancora un discreto potere contrattuale e potrà ancora dire la sua, visto che “l’ebetino di Firenze” dovrà (e vorrà) bussare alla porta di Arcore per assicurarsi i numeri in parlamento per fare le tanto sbandierate Riforme.

Detto della lenta ma inesorabile discesa politica di Berlusconi, nel campo del centrodestra non sarà certo Ncd di Angelino Alfano ad ereditare lo scettro di guida dei “moderati” italiani. Il ticket elettorale Ncd-Udc o, se preferite, Alfano-Casini, riesce per un soffio a superare il quorum del 4% (4,38%), salvato dalle sue sparute clientele e dai pacchetti di voti nel Sud, ma non riesce ad evitare un triste destino che lo condanna all’irrilevanza politica. Numeri alla mano, infatti, risulta che il governo Renzi sia praticamente un monocolore Pd con i piccoli partiti alleati che tutti insieme (Ncd, Udc, Popolari e Sc) non raggiungono nemmeno il 5%. A questi partiti dello zero virgola adesso non sarà più permesso porre condizioni all’esecutivo, pena venire accusati di ricatto, ma saranno obbligati a sostenere Renzi perché tutti a rischio estinzione in caso di elezioni politiche anticipate.

Continuando nell’analisi dei dati, sorprese positive arrivano per la Lega targata Matteo Salvini che, dietro allo slogan No Euro, riesce a ricompattare le disorientate truppe padane e a raggiungere un lusinghiero 6%. Soglia di sbarramento raggiunta per il rotto della cuffia anche dalla Lista Tsipras (4,03%), mentre i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni restano malinconicamente l’unico partito per il quale sondaggi, exit polls, proiezioni e dati reali non hanno mai oscillato: 3,7% fisso e addio sogni di Bruxelles.

Licio Gelli scarica Renzi: “Mai stato massone. Durerà poco”

Gelli Renzi“Renzi non è destinato a durare a lungo…comunque non è mai stato (né lui né i suoi familiari) nella massoneria”. Alla veneranda età di 96 anni, il Venerabile capo della Loggia P2, Licio Gelli, rilascia un’intervista a Marco Dolcetta del Fatto Quotidiano per prendere le distanze da Matteo Renzi, quello che molti avevano indicato come suo figlioccio politico. Un disconoscimento clamoroso, vista la corrispondenza di armoniosi sensi tra il suo Piano di Rinascita Democratica e le riforme istituzionali che il premier vorrebbe varare in accordo con un altro fratello P2, Silvio Berlusconi.

Uno sfogo sincero, quello di Gelli, oppure l’ennesima manovra di depistaggio compiuta per riportare nell’ombra indicibili accordi? Se si considera il curriculum dell’uomo coinvolto nei principali Misteri Italiani la risposta non può che essere la seconda. Il livore dimostrato da Gelli nei confronti di Renzi risulta, infatti, troppo smaccato per non destare più di qualche sospetto.

Lo “zio Licio” definisce il giovane premier un “bambinone” a causa del “suo comportamento che è pieno di parole e molto ridotto nei fatti”. Un giudizio tranchant al quale va aggiunta la simbolica cacciata dal tempio della fratellanza muratoria (“mai stato massone”) e una menata misogina contro le Renzi-girls al governo che il Venerabile, rimasto fedele al credo fascista “Dio, patria e famiglia”, vedrebbe “molto meglio a occuparsi d’altro”. Poi, un’altra rivelazione su Renzi. “Mi risulta – dice Gelli – che fra i suoi mentori politici ci siano persone che vivono a Washington”.

La sfortuna del premier, però, è essere circondato da quelle che il capo della P2 chiama “mezze tacche”, come gli “ex lacchè di Berlusconi” Fini, Schifani e Alfano, “personaggi non certo di livello”. Convinto, probabilmente a ragione, di avere l’autorità per stabilire quale sia la “vera” massoneria, il vecchio Gelli sconfessa anche l’altro protagonista delle larghe intese, Berlusconi, circondatosi di “personaggi di bassa levatura” come Denis Verdini, descritto come un “mediocre uomo di finanza; è un massone… credo, ma non della nostra squadra”.

Gelli si lancia poi in una ardita comparazione tra il piano di riforme istituzionali presentato da Renzi e i suoi vecchi Piani per “salvare” l’Italia. Le riforme del premier su legge elettorale e Senato “sono goffe”. Al contrario, il Piano di Rinascita Nazionale (in seguito Piano di Rinascita Democratica), scritto insieme al politico e noto massone Randolfo Pacciardi su input del presidente Giovanni Leone, avrebbe potuto “creare i fondamenti per uno Stato più efficace”. Ma, prosegue il racconto di Gelli, lo stesso Leone “non diede mai alcun riscontro” (circostanza storicamente non provata). Nella riforma renziana del Senato, comunque, il Venerabile vede molti punti di affinità con il suo Piano: abolizione quasi totale, ridotto numero di membri, competenze limitate a materie economiche e finanziarie.

Il re dei Misteri Italiani non poteva naturalmente farsi mancare un pensiero per il principe Luigi Bisignani, “più che un amico, un figlioccio”, una persona di cui Gelli ha sempre avuto una “grande stima”. Una lode particolare Gelli la riserva a Francesco Cossiga e Giulio Andreotti, vertici inimitabili di un “sistema di controllo politico” attraverso le reti di Gladio e dell’Anello. Il finale dell’intervista è truculento. Interrogato sul futuro dell’Italia, Gelli non smentisce la sua indole antidemocratica e si sbilancia in una profezia: “Probabilmente solo un tributo di sangue potrà dare una svolta, diciamo pure rivoluzionaria, a questa povera Italia”.