Affaristi, poteri occulti, massoneria: il segreto del successo di Renzi

Renzi massoneMatteo Renzi è diventato il Terminator della politica italiana. Una perfetta macchina succhiavoti. Alle elezioni europee il Pd ha superato la vetta del 40% delle preferenze, roba che nemmeno ai tempi di Berlinguer. Molti paragonano il potere renziano in espansione a quello della Dc, ma i successi della Balena Bianca poggiavano sulle salde fondamenta del progresso e dello sviluppo economico degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Il miracolo Renzi, invece, si è compiuto con l’Italia in piena recessione (-0,1% di Pil nel primo trimestre 2014) e con la disoccupazione in crescita inarrestabile, soprattutto tra i giovani (rapporto Istat).

A svelare il segreto del successo del giovane premier non bastano, dunque, gli 80 euro messi in tasca a qualche milione di lavoratori come voto di scambio in pieno stile Achille Lauro. E nemmeno il rassicurante faccione da bravo figlio di mamma mostrato con ostentazione a reti tv unificate. Dietro il fenomeno Renzi deve esserci per forza qualcosa di grosso. Già in molti si sono lanciati in approfondite analisi e spericolate tesi. Poteri occulti, massoneria, poteri forti, amministrazione USA, Club Bilderberg, affaristi e faccendieri senza scrupoli. Tutte verità plausibili ma, finora, nessuna prova certa.

Certo è che la carriera politica del rottamatore fiorentino è stata misteriosamente folgorante. Esordisce giovanissimo nel 1996 come militante dei comitati per Prodi. In seguito, diventa segretario provinciale del Partito Popolare Italiano (uno dei partitini della galassia post Dc), ma poi fa il salto nella Margherita di Rutelli con la quale nel 2004 viene eletto presidente della Provincia di Firenze. La fusione tra ex Dc ed ex Pci nel neonato Pd, siamo alla fine del 2007, è solo un dettaglio in una carriera di un enfant prodige che comunista non è mai stato e che gli eredi di Gramsci e Togliatti, piuttosto, ha intenzione di fagocitarli nel nuovo partitone di Regime. Nel 2009 arriva la poltrona di sindaco di Firenze e, infine, ma questa è cronaca, la defenestrazione di Enrico Letta e l’ingresso, se pur dalla porta di servizio, nella stanza dei bottoni di Palazzo Chigi.

Per Nicola Bizzi, presidente nazionale della Nuova Destra Sociale, non ci sono dubbi: “Matteo Renzi è un massone figlio di massoni!” (il padre Tiziano controlla da un ventennio la distribuzione di giornali e pubblicità in Toscana). Secondo Bizzi, anche se non esistono prove della sua affiliazione, “Renzi è l’espressione più diretta ed immediata di quella culturalità massonica di cui si servono i grandi burattinai del potere occulto per agire indisturbati ai danni della società”. Insomma, detta lombrosianamente, che Renzi è massone si vede dalla faccia e da come si comporta, lui e il cerchio magico che lo circonda. E poi, Tiziano Renzi sarebbe legato a doppio filo attraverso la società Btp di Riccardo Fusi (inchiesta P3) ad un altro presunto massone come Denis Verdini.

Sospetti confermati dal Maestro Venerabile del Grande Oriente d’Italia, Gustavo Raffi, secondo il quale più di 4000 iscritti al Pd, in prevalenza toscani, sono affiliati all’obbedienza di Palazzo Giustiniani, storica sede del Goi. E un altro famigerato Maestro Venerabile, Licio Gelli, è sospettato di essere uno dei padrini politici di Renzi. Il vecchio capo della P2 ultimamente ha preso le distanze (o ha fatto finta) da Renzi, ma un politico di lungo corso come Rino Formica sospetta che l’Operazione Renzi sia stata architettata da Gelli e Berlusconi.

Il fatto inspiegabile è che proprio “il Venerabile”, tra gli altri, ha avanzato il sospetto di un coinvolgimento di Washington nella creazione del personaggio Renzi. Sarà il solito depistaggio come per la strage di Bologna? Altre fonti descrivono Renzi come un protetto di Gianni Letta, rappresentante in Italia di Goldman Sachs e della cordata statunitense-israeliana. Secondo Gioele Magaldi, fondatore del Grande Oriente Democratico, per arrivare al vertice del potere Renzi avrebbe baciato “la sacra pantofola del Fratello Draghi (Mario, presidente Bce) e il sacro anello del Fratello Napolitano (Giorgio, presidente della repubblica” per tramite di due ambigui personaggi come Marco Carrai e Davide Serra. Non solo politica e massoneria, ma anche affari dietro l’inarrestabile ascesa di Matteo Renzi.

Licio Gelli scarica Renzi: “Mai stato massone. Durerà poco”

Gelli Renzi“Renzi non è destinato a durare a lungo…comunque non è mai stato (né lui né i suoi familiari) nella massoneria”. Alla veneranda età di 96 anni, il Venerabile capo della Loggia P2, Licio Gelli, rilascia un’intervista a Marco Dolcetta del Fatto Quotidiano per prendere le distanze da Matteo Renzi, quello che molti avevano indicato come suo figlioccio politico. Un disconoscimento clamoroso, vista la corrispondenza di armoniosi sensi tra il suo Piano di Rinascita Democratica e le riforme istituzionali che il premier vorrebbe varare in accordo con un altro fratello P2, Silvio Berlusconi.

Uno sfogo sincero, quello di Gelli, oppure l’ennesima manovra di depistaggio compiuta per riportare nell’ombra indicibili accordi? Se si considera il curriculum dell’uomo coinvolto nei principali Misteri Italiani la risposta non può che essere la seconda. Il livore dimostrato da Gelli nei confronti di Renzi risulta, infatti, troppo smaccato per non destare più di qualche sospetto.

Lo “zio Licio” definisce il giovane premier un “bambinone” a causa del “suo comportamento che è pieno di parole e molto ridotto nei fatti”. Un giudizio tranchant al quale va aggiunta la simbolica cacciata dal tempio della fratellanza muratoria (“mai stato massone”) e una menata misogina contro le Renzi-girls al governo che il Venerabile, rimasto fedele al credo fascista “Dio, patria e famiglia”, vedrebbe “molto meglio a occuparsi d’altro”. Poi, un’altra rivelazione su Renzi. “Mi risulta – dice Gelli – che fra i suoi mentori politici ci siano persone che vivono a Washington”.

La sfortuna del premier, però, è essere circondato da quelle che il capo della P2 chiama “mezze tacche”, come gli “ex lacchè di Berlusconi” Fini, Schifani e Alfano, “personaggi non certo di livello”. Convinto, probabilmente a ragione, di avere l’autorità per stabilire quale sia la “vera” massoneria, il vecchio Gelli sconfessa anche l’altro protagonista delle larghe intese, Berlusconi, circondatosi di “personaggi di bassa levatura” come Denis Verdini, descritto come un “mediocre uomo di finanza; è un massone… credo, ma non della nostra squadra”.

Gelli si lancia poi in una ardita comparazione tra il piano di riforme istituzionali presentato da Renzi e i suoi vecchi Piani per “salvare” l’Italia. Le riforme del premier su legge elettorale e Senato “sono goffe”. Al contrario, il Piano di Rinascita Nazionale (in seguito Piano di Rinascita Democratica), scritto insieme al politico e noto massone Randolfo Pacciardi su input del presidente Giovanni Leone, avrebbe potuto “creare i fondamenti per uno Stato più efficace”. Ma, prosegue il racconto di Gelli, lo stesso Leone “non diede mai alcun riscontro” (circostanza storicamente non provata). Nella riforma renziana del Senato, comunque, il Venerabile vede molti punti di affinità con il suo Piano: abolizione quasi totale, ridotto numero di membri, competenze limitate a materie economiche e finanziarie.

Il re dei Misteri Italiani non poteva naturalmente farsi mancare un pensiero per il principe Luigi Bisignani, “più che un amico, un figlioccio”, una persona di cui Gelli ha sempre avuto una “grande stima”. Una lode particolare Gelli la riserva a Francesco Cossiga e Giulio Andreotti, vertici inimitabili di un “sistema di controllo politico” attraverso le reti di Gladio e dell’Anello. Il finale dell’intervista è truculento. Interrogato sul futuro dell’Italia, Gelli non smentisce la sua indole antidemocratica e si sbilancia in una profezia: “Probabilmente solo un tributo di sangue potrà dare una svolta, diciamo pure rivoluzionaria, a questa povera Italia”.

Il denaro sporco dello IOR finisce nei paradisi fiscali

Lo IOR, l’Istituto Opere Religiose noto come la banca del Vaticano, in queste ore è il teatro di una delle più grandi operazioni di “ripulitura di denaro nero” della storia. Ad affermarlo è un non meglio identificato “investigatore anonimo” che ha rilasciato l’esplosiva confidenza ai due giornalisti del Fatto Quotidiano, Marco Lillo e Valeria Pacelli. La banca vaticana è costretta a un giro di vite sui suoi conti correnti, finora rimasti inviolabili, dal nuovo corso imposto dal titolare del Soglio di Pietro, papa Francesco, e dalla stretta internazionale sulle regole di trasparenza bancaria.

Ior scandaliInvece di collaborare con l’Agenzia delle Dogane e con le autorità italiane come la procura di Roma e la Banca d’Italia, comunicando i nomi dei correntisti occulti, i banchieri di dio starebbero favorendo il trasferimento di centinaia di milioni di euro verso paradisi fiscali come la Svizzera. Gli spalloni con le valigie cariche di banconote che usciranno fisicamente dalle mura vaticane, ritrovandosi nell’ostile territorio italiano, sono comunque solo una minoranza. Questa romantica immagine da film è stata sostituita dai più pratici bonifici estero su estero. Da qualche anno, infatti, lo IOR ha trasferito la sua tesoreria, ovvero il denaro contante, presso la filiale tedesca di Francoforte della banca Jp Morgan. Una furbata che non permetterà al fisco italiano di intercettare il denaro sporco. Sporco perché frutto di evasione fiscale ma, soprattutto, perché di provenienza occulta, non esclusa quella criminale.

D’altronde la storia scandalosa della banca vaticana annovera nei suoi annali nomi del calibro del monsignor Joseph Marcinkus, di Roberto Calvi e di Michele Sindona. Mafia, massoneria e poteri occulti da sempre interessati a nascondere i loro tesori nelle casse della Santa Sede. E ancora oggi, nonostante l’apparente sintonia generale con il pauperismo di Bergoglio, le resistenze all’interno dei Palazzi vaticani sono fortissime. Una guerra intestina che la decisione di papa Francesco di nominare nel giugno 2013 due uomini di sua fiducia in posti chiave – monsignor Battista Ricca “prelato dello IOR” e il cardinale salesiano Raffaele Farina presidente della “pontificia commissione referente” – non è riuscita a sedare, ma ha forse acuito.

Dietro la figura del presidente dell’Istituto, Ernst von Freyberg (successore dello “sfiduciato” Ettore Gotti Tedeschi), si celano evidentemente forze che neanche il papa buono riesce a controllare. Quelli che qualcuno identifica come i “tradizionalisti”, disposti a tutto pur di evitare l’ingresso della massoneria in Vaticano (come se in passato non fosse mai accaduto). Prova del marcio nascosto nello IOR sono le infinite inchieste giudiziarie aperte dalla procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone. Alcuni filoni sono già stati chiusi, ma altri potrebbero portare alla condanna di personaggi come Paolo Cipriani e Massimo Tulli (rispettivamente ex direttore) e vice dello IOR, e dell’avvocato Michele Briamonte.

E poi, ci sono i quasi 500 milioni di euro depositati nei conti IOR, svaniti nel nulla tra il 2009 e il 2012, secondo quanto ricostruito dalla Guardia di Finanza. Un fuggi fuggi generale di capitali più o meno sporchi rinvigorito dalla lettera che a settembre scorso il presidente Freyberg ha spedito a 1250 correntisti per avvisarli che gli unici conti ammessi da oggi nella banca vaticana sono quelli di “istituzioni cattoliche, ecclesiastici, dipendenti vaticani e diplomatici accreditati presso la Santa Sede”.

Una storia ancora tutta da scrivere che, per il momento, si chiude con una beffa per il fisco italiano. L’Uif, l’Autorità antiriciclaggio di Bankitalia, ha chiesto al suo omologo vaticano, l’Aif, i nominativi dei correntisti in fuga. Il direttore Aif, René Brulhart si è dimostrato collaborativo, raccontano ancora Lillo e Pacelli, fornendo i dati di un cliente con un deposito di ben 8 milioni di euro. Naturalmente tutti dichiarati e tassati fino all’ultimo penny. La classica eccezione che conferma la regola.

L’ombra di Licio Gelli dietro l’accordo Renzi-Berlusconi

Renzi Berlusconi massoneriaDietro la decisione di Matteo Renzi di formare il governo con una maggioranza da Prima Repubblica – rinunciando al ruolo vincente di rottamatore per rischiare di impantanarsi con Alfano nella palude dei veti incrociati dei  partitini centristi – ci sarebbe un accordo segreto con Silvio Berlusconi. Di più. Il patto stretto con il Cavaliere ricalca in molti punti il Piano di Rinascita Democratica della P2 di Licio Gelli. A proporre questa ipotesi è stato Rino Formica nei giorni immediatamente precedenti l’accettazione dell’incarico di premier da parte del segretario Pd.

Lo scaltro politico, socialista e più volte ministro ai tempi d’oro di Craxi, ha scritto una nota sulla rivista storica del socialismo Critica Sociale, per accusare Renzi di “protervia” e “insolenza” perché il neo premier avrebbe avviato “sue personali consultazioni da capo del governo non ancora incaricato”. Il j’accuse di Formica si chiudeva con un passaggio inquietante: “Dopo 35 anni vedo il realizzarsi del programma di Rinascita Nazionale del ‘toscano’ Licio Gelli”. Nazionale, o Democratica che dir si voglia, la Rinascita teorizzata da Gelli colpisce ancora l’immaginario del politico socialista che, non a caso, virgoletta la toscanità del Venerabile per accostarla a quella del giovane Renzi.

Passata sotto il silenzio complice dei media, la denuncia di Formica viene ribadita da lui stesso con una intervista rilasciata a ilsussidiario.net venerdì 21 febbraio, giorno dell’incarico. Questa volta però l’accusa è più circostanziata. Secondo Formica il paese si trova ad affrontare una “crisi di sistema”. Impensabile vedere “due diverse maggioranze” (quella “ufficiale” con Alfano per occuparsi di economia, l’altra con Berlusconi per le riforme istituzionali). Un modus operandi che metterebbe addirittura a rischio la democrazia in Italia.

“C’è un patto tra Renzi e Berlusconi – aggiunge Formica, secondo il quale i due – “non sopportano i corpi intermedi, non hanno un’idea della democrazia partecipativa e vogliono semplificare senza riguardo”. Renzi avrebbe accettato di governare con una maggioranza identica a quella del governo Letta perché “ha verificato con Berlusconi la saldezza del patto di ‘maggioranza occulta’ che non si sottoporrà al vaglio costituzionale del voto di fiducia”. In pratica, i partitini “morenti” usati per svolgere il lavoro sporco, mentre “la maggioranza in sonno si legge invece su una intesa solidissima”.

L’indicibile patto si reggerebbe su tre punti fondanti: intesa sull’elezione del presidente della Repubblica (Mario Draghi?), elezioni politiche entro un anno, legge elettorale pro Pd e Forza Italia. Tutto in nome delle richieste dei “Mercati”. Una “fotocopia del programma di Gelli” con maggioranze catto-massoniche al posto di quelle catto-comuniste. E, in effetti, alcuni dei punti fondanti della Rinascita Democratica piduista sono proprio la nascita di due partiti, il controllo dei media, il presidenzialismo, la riforma della magistratura, la riduzione dei parlamentari e l’abolizione delle province.

A pensar male si fa peccato, ma ci si indovina quasi sempre, diceva Giulio Andreotti, uno che di trame segrete se ne intendeva. In questo senso, un altro indizio del possibile connubio massonico tra Berlusconi e il suo erede è l’articolo pubblicato dal sito linkiesta.it. “L’attuale presidente di Mps Antonella Mansi – scrive Antonio Vanuzzo – è stata numero uno di Banca Federico Del Vecchio, istituto privato della borghesia fiorentina controllato da Banca Etruria, feudo della massoneria aretina nel cui consiglio d’amministrazione siede il padre di Maria Elena Boschi”.

La promettente figlia di Pier Luigi Boschi, il ministro delle Riforme Maria Elena, legata come il padre alla massoneria. Niente più di un sospetto, corroborato però dai frequenti incontri avuti dalla Boschi con Denis Verdini per discutere di legge elettorale. Verdini, il plenipotenziario berlusconiano, da sempre in contatto con la massoneria toscana, è stato tirato in mezzo anche da Beppe Grillo durante l’incontro in streaming con Renzi. “Ti sei messo insieme a Verdini e alla massoneria per fare la legge elettorale”, ha detto il guru del M5S al segretario Pd. E chi sa che non avesse ragione lui.

Berlusconi-Napolitano story: Craxi, massoneria e accuse di golpe

Napolitano Berlusconi massoniAlla vigilia del voto del Senato che il 27 novembre sancirà la decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di senatore, il rapporto tra il Cavaliere e Giorgio Napolitano giunge ai ferri corti. Il leader di Forza Italia accusa il presidente della Repubblica di essersi messo di fatto a capo di un golpe orchestrato dalla Sinistra per farlo fuori. L’inquilino del Colle si difende attaccando a sua volta, tacciando di eversione la protesta dei berlusconiani prevista sotto Palazzo Grazioli nel giorno della decadenza. Ma il rapporto tra i due grandi vecchi della politica italiana risale ai tempi di Craxi e, se pur mai idilliaco, ha attraversato anche momenti di forte e misteriosa vicinanza.

Per cercare di comprendere un nebuloso passato è necessario, però, partire dalla fine. Dalle dichiarazioni al vetriolo rilasciate dai due. A cominciare era stato il Cavaliere durante l’incontro di sabato scorso con i Giovani di FI. “Mercoledì 27 ci sarà il voto del Senato per fare fuori il presidente del centrodestra – aveva detto – dopo un periodo di vent’anni di tentativi che non erano andati in porto. Questa operazione si chiama colpo di Stato”. Concetto di golpe ribadito poi anche il giorno seguente, tanto per far capire la strategia di guerra messa in campo per difendersi dalla condanna Mediaset. Logico e scontato che, di fronte alle accuse di golpe, il Capo dello Stato fosse costretto a ribattere alla sua maniera, con la solita nota quirinalizia.

“Si sono ora manifestati giudizi e propositi di estrema gravità, privi di ogni misura nei contenuti e nei toni”, scrive Napolitano che poi lancia un “pacato appello a non dar luogo a comportamenti di protesta che fuoriescano dai limiti del rispetto delle istituzioni e di una normale, doverosa legalità”. Una controaccusa, neanche troppo velata, di considerare quelli berlusconiani comportamenti eversivi e i limiti della legalità costituzionale. Parole che non sono piaciute al Cavaliere il quale, per la verità, cercava spasmodicamente il casus belli. Secondo i dietrologi, Berlusconi si sente tradito da Napolitano che con un fantomatico patto segreto lo aveva convinto di poter ottenere il tanto agognato “lasciapassare giudiziario”, in cambio della stabilità assicurata al governo Letta.

 

È il Corriere della Sera a descrivere il retroscena di un Cavaliere furioso, che ai suoi fedelissimi avrebbe confessato di sospettare Napolitano di essere il “regista” dell’operazione decadenza. Lo scopo sarebbe quello di consegnare il potere alla Sinistra, anche con la partecipazione di Alfano e Ncd, convinti alla scissione da FI dalle promesse del Presidente. Golpe architettato già nel 2011 con i casi Merkel-Sarkozy e bunga-bunga, e con la cooptazione al governo di Mario Monti. Sospetti pesantissimi a cui si collega la dichiarazione di guerra pronunciata sul Giornale di famiglia dal direttore Alessandro Sallusti. Riferendosi al monito presidenziale, Sallusti si scaglia contro il vecchio Re Giorgio: “Siamo all’avvertimento, all’intimidazione. Perché, presidente, a che cosa dovremo stare attenti? Chi scenderà in piazza mercoledì e magari nei giorni successivi che cosa rischia? La galera, il fermo di polizia, la schedatura come sovversivo?”.

Parole pesanti come pietre al cui confronto le invettive di Grillo sembrano carezze. Ad aggiungere un tocco di mistero allo scontro Berlusconi-Napolitano si aggiunge un libro da poco pubblicato. Si tratta de I panni sporchi della Sinistra (ed. Chiarelettere), scritto da Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara. Intervistato da affaritaliani.it, Santachiara definisce Napolitano “garante dei Poteri Forti”, un “comunista borghese collaterale al Psi di Craxi e favorevole, già negli anni Ottanta, ai rapporti con Berlusconi”. Agli albori degli anni ’80, il migliorista Napolitano avrebbe spinto il Pci di Berlinguer verso posizioni vicine a quelle di Craxi. Con il futuro Cavaliere, poi, i rapporti erano strettissimi visto che “il rampante Berlusconi finanziava il settimanale della corrente migliorista, Il Moderno”.

Altra accusa mossa dagli autori del libro è quella di aver promulgato senza battere ciglio lodi e leggi ad personam (Alfano e Schifani) rivelatisi poi incostituzionali. Infine, ci sarebbe il sospetto non provato di una comune fratellanza nella massoneria. Di Berlusconi sono noti i trascorsi come tessera 1816 della P2 di Licio Gelli. Per Napolitano è una fonte anonima, un “noto avvocato figlio di un esponente del Pci”, a parlare dell’appartenenza alla massoneria atlantica delle famiglie liberal-comuniste degli Amendola e dei Napolitano (Giorgio compreso). Si spiegherebbero così gli storici rapporti di Napolitano con gli Usa. E anche quelli con Berlusconi.