Renzi rottama anche la Germania, ma si dimentica i marò

Renzi maròInaugurazione del semestre di presidenza italiana della UE. Matteo Renzi vola a Strasburgo per recitare la parte del rottamatore dell’austerità germanica in nome del contentino chiamato flessibilità. Durante la sua permanenza nel parlamento europeo il premier del 40,8% non si fa mancare nemmeno un teatrale botta e risposta con il capogruppo del PPE Manfred Weber, un nuovo kapò, anche lui tedesco come il kapò Martin Schulz di berlusconiana memoria.

Torna a Roma da trionfatore, dipinto come il nuovo Churchill dalla fedele stampa di Regime ma, tradito da una debordante presunzione, inciampa inaspettatamente proprio su una domanda di Bruno Vespa, il decano dei giornalisti embedded, che lo inchioda senza pietà sull’accogliente poltrona di Porta a Porta. “Perché durante il suo discorso non ha fatto alcun riferimento alla vicenda dei marò?”. Con questo fulmine a ciel sereno il multimilionario conduttore sorprende Renzi, impegnato a glorificare le meravigliose sorti e progressive dell’Italia al comando (ininfluente) dell’UE. Per qualche secondo nello studio tv di RaiUno cala il gelo. Il loquace Renzi non favella più. Poi, piano piano, comincia a balbettare qualcosa, senza però riuscire a nascondere un clamoroso imbarazzo.

Alla fine arriva una risposta di rito che non convince nessuno: “La scelta di non parlarne è voluta: è una vicenda complicata, che resta una ferita… Una parola rischia di essere di troppo. Non credo che la soluzione sia che l’Italia vada al Parlamento europeo perché non è quella la sede dove si risolvono i problemi con l’India. Non faccio campagna elettorale o demagogia sulla pelle dei marò”. Insomma, detta diplomaticamente, il presidente del consiglio si è dimenticato di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò trattenuti in India da due anni con l’accusa di omicidio.

L’omissione renziana non è passata naturalmente inosservata, scatenando reazioni di sdegno, più o meno strumentali, soprattutto nel centrodestra. “Renzi si dimentica i nostri marò. Che tristezza” twitta Raffaele Fitto, il mister preferenze pugliese di Forza Italia. “Ci sono rimasto male, mi aspettavo di più – va giù duro l’altro Matteo, il leghista Salvini – Non una parola sui marò. Ci occupiamo dei diritti delle donne in Pakistan, giusto. Dei cristiani perseguitati in Nigeria… In questo palazzo troviamo ipocrisia e menzogna: due soldati italiani, e quindi europei, sono da due anni in galera in India e qui ci occupiamo degli sfigati di tutto il mondo, ma non dei nostri soldati”.

E pensare che Maurizio Gasparri, non certo un fulmine di guerra di intelligenza, aveva addirittura “imbeccato” il premier prima del discorso di Strasburgo. “Matteo Renzi avrai il coraggio parlando all’Europa di chiedere la libertà per i #marò?”, scriveva il social Gasparri su Twitter. Niente da fare. E così Renzi si è attirato gli strali anche della Sorella d’Italia Giorgia Meloni che si dice totalmente “sconcertata di fronte al premier Italiano che nel suo primo discorso da presidente dell’Ue invoca la reazione dell’Europa per tutte le ingiustizie del mondo, salvo per quella che viene perpetrata nei confronti dei due marò italiani illecitamente trattenuti in India da due anni in piena violazione del diritto internazionale”. All’assalto di Renzi si lanciano anche i forzisti D’Ambrosio e Gardini.

Quello che fa andare in bestia la destra italiana (o ciò che ne rimane) è l’inguaribile arroganza di Renzi che, nel suo discorso strasburghese, si lancia in una appassionata analisi geopolitica globale, passando dall’Africa alla Russia, dalla questione palestinese ai diritti delle donne in Pakistan, Nigeria e Sudan. Tutto condito da riferimenti al mondo classico nel discorso preparato dai suoi ghost writers che però non riescono assolutamente nello scopo di far sembrare il capo uno statista intellettuale.

Dall’India con furore: l’urlo dei marò terrorizza i burocrati romani

urlo GironePeccato che la tradizionale parata militare del 2 giugno, Festa della Repubblica, sia stata rovinata dalla voce di Salvatore Girone, il marò detenuto in India insieme al collega Massimiliano Latorre per il presunto omicidio di due pescatori. Tutto sembrava andare per il meglio, tra il premier Renzi che batteva cinque senza sosta e le Frecce Tricolori tornate orgogliosamente a solcare i cieli della Capitale. Poi, come un fulmine a ciel sereno, di fronte alle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato appaiono i volti dei due militari, avvolti nella tradizionale uniforme bianca, collegati via internet da New Delhi.

Un saluto ai marò previsto e concordato in occasione delle celebrazioni di via dei Fori Imperiali. Ma questa volta c’è qualcosa di diverso rispetto al solito. Il volto dei due soldati è tirato, il tono della voce visibilmente alterato. Soprattutto quello di Girone che, di fronte allo stupito silenzio dei parrucconi romani in alta uniforme (militari e politici), prende la parola:

Auguro a voi buona Festa della Repubblica, lo auguro agli italiani e a tutti i colleghi militari. Non è bello non essere tra di lorodice a denti stretti e con la bava alla bocca il fuciliere di marinaDopo due anni siamo di nuovo costretti ad assistere da una webcam. Abbiamo obbedito a degli ordini, abbiamo mantenuto una parola e la continuiamo a mantenere con grande dignità. E siamo ancora qui. Vorremmo che fosse riconosciuta la nostra innocenza, che i Paesi si parlassero non per le rotture. Il muro contro muro non serve. Continueremo a comportarci con dignità. Ogni militare impegnato in questo momento, americano o inglese, italiano o indiano, deve sentirsi tutelato nei propri diritti”.

Più che un cordiale saluto, quello pronunciato da Salvatore Girone ha tutta l’aria di essere un avvertimento, una sorta di pizzino inviato agli alti papaveri del governo e dell’esercito che, a suo modo di vedere, non hanno rispettato i patti (sconosciuti all’opinione pubblica) né saputo svolgere il loro mestiere. Non si spiegherebbe altrimenti la necessità dei marò di ribadire pubblicamente di “aver obbedito agli ordini” e di “aver mantenuto la parola” nei confronti delle Istituzioni italiane rivelatesi fin qui incapaci di portarli via da un paese divenuto “ostile” come l’India del neoeletto Primo Ministro Narendra Modi, leader nazionalista indù pronto a mostrarsi inflessibile sul caso marò.

Evidentemente la pazienza dei due militari è arrivata al limite e la paura di vedersi infliggere una condanna pesante sta facendo saltare i nervi a Latorre e Girone. Archiviata la disastrosa gestione del caso da parte dell’ex ministro degli Esteri, Emma Bonino e del suo improponibile inviato a Delhi Staffan De Mistura, l’era di Federica Mogherini alla Farnesina non si è certo aperta sotto i migliori auspici per i fucilieri di marina: silenzio diplomatico assordante. La speranza però è l’ultima a morire. Per questo Girone ha lasciato aperto uno spiraglio di trattativa con i burocrati romani confermando di “continuare ancora a mantenere la parola data”.

In caso contrario, ci si aspettano delle rivelazioni bomba di Girone e Latorre sulla composizione della catena di comando responsabile del disastro dell’uccisione dei pescatori nelle acque del Kerala ma, soprattutto, della imbelle consegna dei marò alle autorità indiane. In questo contesto, non è centrale l’accertamento della responsabilità dei nostri militari – che dovranno comunque pagare il loro conto con la giustizia se riconosciuti colpevoli, anche se continuano a professarsi innocenti – ma il rispetto delle regole di ingaggio internazionali per i militari imbarcati in servizio antipirateria. Interessante, in questo senso, l’iniziativa di alcuni cittadini che hanno presentato un esposto alla procura di Roma per denunciare Napolitano e Monti colpevoli di aver estradato i due marò in un paese dove vige la pena di morte.

Ricatto indiano: la vita dei marò in cambio del silenzio sulle tangenti Finmeccanica

Sonia Gandhi FinmeccanicaLa vita dei marò in cambio del silenzio sulle mazzette intascate dal partito di Sonia Gandhi. C’è un filo invisibile che lega l’inchiesta sulle presunte tangenti Finmeccanica pagate ai politici di Delhi e la minaccia di pena di morte che incombe sui due marò prigionieri in India. È questa l’ipotesi investigativa avanzata dal giornalista Marco Lillo nell’inchiesta pubblicata dal Fatto Quotidiano il 31 gennaio. Lillo è entrato in possesso di una lettera sequestrata insieme ad altri documenti al consulente italo-svizzero Guido Ralph Haschke nella sua villa di Lugano.

Haschke è imputato per corruzione insieme a Giuseppe Orsi, ex presidente Finmeccanica, proprio per i 30 milioni di euro in tangenti che l’azienda italiana avrebbe pagato a pezzi grossi del governo e dell’esercito indiano per favorire la controllata Agusta Westland nella vendita poi bloccata degli elicotteri AW101. Era l’aprile del 2012 quando i carabinieri del NOE del capitano Ultimo, Sergio De Caprio, accompagnati dalle autorità svizzere, fecero irruzione nell’abitazione di Haschke e sequestrarono il prezioso documento, finito adesso nelle mani del pm di Busto Arsizio, Eugenio Fusco. Nell’udienza del 9 gennaio scorso, durante l’interrogatorio di Haschke, Fusco ha collegato la lettera contenente la lista delle personalità su cui Finmeccanica voleva far pressione ad un manoscritto dello stesso Haschke (scritto a suo dire sotto dettatura del faccendiere indagato Christian Mitchell) in cui compaiono le sigle delle istituzioni che avrebbero intascato le mazzette: 6 mln ad AF (Air Force), 8,4 mln a BUR (burocrati), 6 mln a POL (politici).

Tra questi ultimi  risulta un pagamento di 3 mln ad AP che il magistrato lombardo ha creduto potersi riferire ad Ahmed Patel, segretario politico di Sonia Gandhi, il cui nome è presente anche nella lettera sequestrata ad Haschke. Il consulente Finmeccanica non ha smentito la ricostruzione di Fusco, ma ha negato di conoscere Patel, ritratto in una foto con la Gandhi. “Conosco solo Sonia Gandhi”, ha risposto ingenuamente Haschke. Ma è proprio qui che prende forma il possibile collegamento tra l’inchiesta sulle tangenti Agusta Westland e la minaccia di pena di morte sventolata sulla testa dei marò.

Importante seguire fedelmente la consecutio temporum degli avvenimenti. L’udienza di Busto Arsizio si è tenuta il 9 gennaio, presenti alcuni rappresentanti del governo di Delhi. Il 10 gennaio i quotidiani indiani, tra cui l’Indian Express, riportano dettagliatamente i passaggi dell’interrogatorio in cui Fusco chiede lumi ad Haschke sui 3 milioni versati al misterioso AP, che per il magistrato non è altri che Ahmed Patel. L’attenzione dei media del subcontinente cade anche sulla lettera scritta da Mitchell a Peter Hulett (responsabile vendite Agusta Westland in India) che cita alcuni politici da “attenzionare”: Manmonah Singh (premier), Ahmed Patel, Pranab Mukherjee (presidente dal 2012), M. Veerappa Moily (ministro dell’Energia), Oscar Fernandes (ministro dei Trasporti), M.K. Narayanan (governatore del Bengala) e Vinay Singh (responsabile delle Ferrovie).

“La signora Gandhi e i suoi più stretti collaboratori – aggiunge Mitchell – sono persone alle quali l’Alto Commissario (britannico, come per metà AW) dovrebbe mirare”. Uno scandalo pronto ad esplodere, insomma, proprio alla vigilia delle elezioni politiche di primavera nelle quali il partito del Congresso dell’italiana Gandhi, attualmente al potere, parte sfavorito. Ecco perché, sempre il 10 di gennaio, la stampa indiana batte la notizia che il governo deve ancora decidere se applicare il SUA Act, con eventuale pena di morte, nei confronti di Massimiliano La Torre e Salvatore Girone, divenuti due pedine ostaggio della diplomazia italo-indiana. I gandhiani devono per forza fare il muso duro e non mostrarsi filo-italiani per non perdere ulteriori consensi elettorali. In più lanciano un messaggio alle autorità italiane: “O insabbiate la vicenda delle tangenti Finmeccanica pagate ai nostri politici, oppure i marò rischiano la pelle”.

Intanto cresce l’attesa per il pronunciamento della Corte Suprema, previsto per il 3 febbraio. Ma i segnali che arrivano non sono buoni. Il ministro della Difesa indiano, A. K. Antony, ha deciso infatti di vietare al gruppo Finmeccanica la partecipazione alla manifestazione Defexpo 2014, dedicata alla presentazione di armi, equipaggiamento militare e sistemi di sicurezza, in programma a Delhi a partire dal 6 febbraio.

Feltri attacca Casini: gita in India sulla pelle dei Marò

marò pena di morteSta suscitando un vespaio di polemiche il viaggio in India della delegazione parlamentare italiana, organizzato per incontrare i due marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Da più parti stanno piovendo accuse di divismo, incompetenza e opportunismo nei confronti dei partecipanti all’iniziativa, sospettati di essersi recati nel subcontinente indiano in gita turistica e non per tutelare l’incolumità dei marò, adesso a rischio persino della pena di morte per l’uccisione di due pescatori nello stato del Kerala. La voce più grossa l’ha fatta Vittorio Feltri sul Giornale, che ha attaccato in particolar modo Pier Ferdinando Casini, considerato l’emblema della malapolitica italiana.

Variopinta e rappresentativa di tutti i partiti la composizione della delegazione. C’erano, innanzitutto, i presidenti delle commissioni Esteri e Difesa della Camera, Fabrizio Cicchitto (Ncd) ed Elio Vito (FI), e del Senato, Pier Ferdinando Casini (UDC) e Nicola Latorre (Pd, per fortuna solo omonimo di Massimiliano). Con loro, hanno preso il volo per New Delhi i deputati Gian Piero Scanu (Pd), Daniele Del Grosso (M5S), Gianluca Pini (Lega), Edmondo Cirielli (Fdi), Donatella Duranti (Sel), Andrea Causin (Sc) e Domenico Rossi (Per l’Italia). Nutrito anche il gruppo dei senatori: Luis Alberto Orellana (M5S), Antonio Scavone (Gal), Maurizio Gasparri (FI), Riccardo Nencini (Psi) e Marcello Gualdani (Ncd).

Lo scopo del viaggio è quello di far sentire con forza la presenza dello stato italiano in vista del 3 febbraio, data limite per la formulazione  dei capi di accusa nei confronti dei due fucilieri di San Marco. Iniziativa di cui vorrebbero la paternità i parlamentari del M5S, da tempo impegnati ad organizzare l’incontro con i marò. Ma a Vittorio Feltri questo trionfalismo ottimista non è andato proprio giù. “Adesso che siamo alla vigilia della tragedia, le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato si svegliano –scrive il navigato editorialista– ma non compiono atti ufficiali per salvare Girone e Latorre: semplicemente vanno in gita a Delhi per sottolineare la propria bontà d’animo. E Casini, petto in fuori, se ne gloria”.

Il punto, secondo Feltri, è proprio la mancanza di una strategia che porti ad atti concreti da parte del governo italiano. Casini non solo non si vergogna si partecipare “all’escursione”, come la chiama Feltri, ma si permette pure di rilasciare un’intervista al Corriere della Sera nella quale ammette candidamente di trovarsi a Delhi al solo scopo di “esprimere solidarietà ai marò”. Niente di più. Non un pezzo di carta da firmare o un colpo di mano alla israeliana con cui sottrarre i due marinai alle grinfie della (in)giustizia indiana.

Il cinismo da democristiano mostrato da Casini manda in bestia l’ex direttore del Giornale, indignato per le mosse tardive e maldestre compiute dalla politica. “Va da sé che si tratta di iniziative velleitarie –aggiunge Feltri– peggio: finalizzate soltanto ad accendere i riflettori sui protagonisti della spedizione turistica”. Una condanna senza appello chiusa dall’ennesimo affondo contro il genero di Caltagirone: “Casini a denti stretti lo ammette: noi andiamo a Delhi senza uno scopo che non sia quello di dimostrare che ci stanno a cuore i due connazionali. Però, che sensibilità!”.

Parliamoci chiaro: i due marò non sono eroi e, anzi, è probabile che siano assassini, anche se per un tragico errore. Ma da qui all’accettare la condotta scellerata con cui il governo di New Delhi ha gestito questa vicenda diplomatico-giudiziaria ce ne corre. La diplomazia italiana si è rivelata del tutto inconsistente e preda di un inspiegabile complesso di inferiorità nei confronti di un paese come l’India, afflitto da arretratezza giuridica e da una corruzione cronica. E la pezza che adesso prova a mettere il ministro degli Esteri Emma Bonino ma, soprattutto, la goffa iniziativa di Casini & co., rischiano di peggiorare la situazione dei marò.

Caso Marò: il Movimento5Stelle sbarca in India

m5s maroMassimiliano Latorre e Salvatore Girone – i due fucilieri di San Marco in attesa di essere giudicati dalla giustizia indiana per il presunto omicidio di due pescatori nello stato del Kerala – rischiano la pena di morte se il governo di Nuova Delhi dovesse decidere di avvalersi del SUA Act, una sorta di legge speciale utilizzata per reprimere la pirateria. Marò trattati come pirati, neanche fossero novelli Sandokan della vicina Malesia. Di fronte a questo possibile (anche se improbabile) atto di barbarie, la diplomazia italiana si mostra spiazzata. Il ministro degli Esteri, Emma Bonino, e l’inviato della Farnesina a Delhi, Staffan De Mistura, non riescono ad andare oltre le imbarazzate dichiarazioni di circostanza.

È in questo clima di confusione che ha preso corpo l’iniziativa di alcuni deputati del Movimento5Stelle, membri della commissione Affari Esteri di Montecitorio, di recarsi al più presto nell’ambasciata italiana di Delhi “per ottenere informazioni chiare e precise” sulla sorte dei due Marò. La notizia l’hanno data gli stessi “cittadini” con un video e un post apparsi sul blog di Beppe Grillo. La delegazione pentastellata dovrebbe essere formata da Alessandro Di Battista (vicepresidente della commissione), Carlo Sibilia e Daniele Del Grosso.

“Adesso basta!! Sono passati 21 mesi e per i due marò italiani detenuti/sequestrati in India nulla è cambiato – scrivono i 5Stelle – dopo mille promesse, tutte disattese, M5S andrà direttamente in India a conoscere i fatti, così come per il caso Shalabayeva”. Il governo italiano viene accusato di “tentennare” di fronte al dramma dei due Marò. Per questo la partenza per l’India è stata fissata per il 20 gennaio. Di Battista e gli altri ce l’hanno col governo Letta, definito “solo chiacchiere e distintivo”, ma anche con le false promesse di De Mistura che “aveva garantito la non applicabilità della pena di morte da parte del Governo Indiano”.

Proprio ieri l’inviato della Bonino ha scomodato i giornalisti per spiegare di aver “preso una iniziativa molto forte e decisa per uscire dall’impasse”, ma si è dimenticato di aggiungere in cosa consista questa iniziativa definita di “valenza giuridica e politica”. De Mistura parla di opposizione al “ritardo inaudito” delle indagini e alla possibile applicazione del SUA Act, ma niente di più. La titolare degli Esteri, invece, prova a rassicurare parlando di capo di imputazione “non ancora formulato”. Ma la paura di un colpo di mano degli indiani spinge il commissario europeo, Antonio Tajani, a chiedere addirittura la sospensione del trattato economico in corso di negoziazione con il governo di Delhi.

Le voci sulla possibile applicazione della pena di morte per i Marò sono state messe in giro da alcuni organi di informazione indiani, pronti ad eccitare gli animi in vista delle prossime elezioni politiche previste a maggio. L’intento è quello di mettere in difficoltà il Partito del Congresso al potere, puntando sulle origini italiane di Sonia Gandhi, madre di Rahul Gandhi, candidato a succedere al premier uscente Manmohan Singh. E l’argomento Marò sembra aver contribuito a far precipitare nei sondaggi il “partito degli italiani”.

Situazione fluida in cui, come detto, cercano di inserirsi i grillini. “Sono ormai 21 mesi che i nostri fucilieri di marina sono detenuti in India –dice Daniele Del Grosso nel video apparso on-line – sulla loro testa incombe ancora il pericolo della pena di morte”. Il deputato a 5Stelle sembra indignato, deluso. “Cercheremo di conoscere i fatti che si sono nascosti dietro questa vicenda – aggiunge – Sarà un’indagine conoscitiva, ma vogliamo vederci chiaro. Dopo l’ennesima disfatta del governo Letta siamo costretti a recarci a New Delhi per vedere che cosa è successo”. Una speranza in più per i due Marò.

L’India rinuncia agli elicotteri di Finmeccanica ma si tiene i Marò

India MaròIl governo indiano ha annullato il contratto da 560 milioni di euro stipulato con AgustaWestland, controllata Finmeccanica, e ha cancellato la prevista fornitura di 12 elicotteri AW101/VIP. Lo ha reso noto il giorno di Capodanno il governo di Nuova Delhi attraverso un comunicato ufficiale. La motivazione del passo indietro degli indiani sarebbero i sospetti su un giro di tangenti intercorso tra alcuni dirigenti del gruppo Finmeccanica e membri delle istituzioni del paese asiatico come l’ex capo dell’aviazione, S.P. Tyagi (arrestato anche l’ex presidente Giuseppe Orsi). L’unica speranza di salvare l’affare sta adesso nell’arbitrato che il governo di Delhi ha concesso ad AgustaWestland.

Intanto, le reazioni politiche all’ennesima figuraccia internazionale dell’italietta sono state feroci. Anche perché tra Roma e Delhi è ancora aperta la ferita dei due Marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, detenuti nel Kerala per il secondo Capodanno consecutivo perché accusati dell’omicidio di due pescatori. I parlamentari di Scelta Civica, quelli rimasti fedeli a Mario Monti, chiedono le dimissioni del ministro della Difesa, Mario Mauro, considerato peraltro un “traditore” per aver voltato le spalle al Professore insieme a Pierferdinando Casini. La forzista Daniela Santanchè, invece, non si fa sfuggire l’occasione per imputare alla magistratura italiana la responsabilità del pesante danno economico provocato dalla spettacolarizzazione delle inchieste giudiziarie.

Ma procediamo con ordine. Il comunicato reso noto dal governo indiano conferma che Delhi “ha cancellato con effetto immediato l’accordo firmato con AgustaWestland International l’8 febbraio 2010 per la fornitura di 12 elicotteri con la motivazione della trasgressione del Patto precontrattuale di integrità e dell’Accordo stesso con Awil”. Gli indiani, comunque, riferiscono che AgustaWestland “ha a suo tempo spinto per un arbitrato e designato un arbitro per la sua parte (il 20 novembre scorso ndr). Il ministero della Difesa ha nuovamente consultato il Procuratore generale. Nella prospettiva di salvaguardare gli interessi del governo, il ministero della Difesa ha nominato l’ex giudice della Corte Suprema B.P. Jeevan Reddy come arbitro per la sua parte”.

L’arbitrato internazionale lascia dunque aperta la possibilità per il gruppo Finmeccanica di non rinunciare all’investimento previsto e, soprattutto, di non perdere definitivamente la faccia. “Non si tratta di una cancellazione, ma di un’interruzione con ricorso all’arbitrato”, cercano di minimizzare fonti non meglio precisate di Finmeccanica.

“Troppo tardi” è invece il giudizio dei montiani, almeno per quanto riguarda la posizione del ciellino Mauro. “Complimenti! Bravo Mario Mauro… Davvero un bel regalo di inizio anno! – afferma ironico il deputato Gianfranco Librandi – Invece di andare in giro a spender soldi e a far campagna elettorale pro domo sua sarebbe stato meglio si fosse occupato da vicino di questa vicenda che riguarda l’India e l’annullamento della commessa di elicotteri alla AugustaWestland per un danno di 560 milioni di euro alle impresa Finmeccanica. Si tratta di un danno economico e di immagine. Ci faccia lui un regalo vero: si dimetta” Il riferimento al curaro è alla decisione di Mauro di uscire da Sc per fondare i Popolari per l’Italia, un’altra goccia nel mare di sigle centriste.

“Ecco il risultato della spettacolarizzazione delle inchieste quando presunti mostri vengono sbattuti in prima pagina – attacca la Santanchè – poi ci sono ripercussioni di immagine che arrivano a danneggiare il nostro paese anche a livello internazionale. Riformare la giustizia è diventato una emergenza nazionale”. L’intenzione della pitonessa è quella di segnare un punto per Berlusconi contro i giudici, ma l’effetto è quello di difendere il sistema di corruzione e tangenti italiano che ormai ha fatto scuola anche in paesi come l’India. Subcontinente indiano che, tra l’altro, approfitta del suo crescente potere economico per tenere al guinzaglio ex Grandi come l’Italia. Dimostrazione ne è la vicenda dei Marò, forse colpevoli di omicidio, ma che se fossero stati americani e non italiani da tempo sarebbero sfuggiti alle maglie della corrotta giustizia indiana.

Marò: l’ombra di Finmeccanica dietro la crisi diplomatica tra Italia e India

Sta assumendo sempre di più i contorni di un giallo internazionale la vicenda dei due marò italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati dell’omicidio di due pescatori dallo stato indiano del Kerala, la cui giurisdizione è però contesa tra il nostro paese e il governo di Delhi. I due fucilieri di marina avevano ottenuto il permesso di tornare in Italia per poter partecipare alle elezioni politiche. Un mese di “vacanza” che si andava ad aggiungere ad un primo permesso già concesso in occasione delle festività natalizie.

Una gestione del caso improntata sulla fiducia tra i due stati dopo che, per mesi, il tira e molla sulla competenza giuridica aveva portato ad un muro contro muro: l’India disposta a tutto pur di dare giustizia ai connazionali trucidati per errore perché scambiati per pirati, e l’Italia convinta che i due militi imbarcati sulla nave Enrica Lexie abbiano aperto il fuoco in acque internazionali e, quindi, giudicabili in patria. Le acque si erano però calmate con il passare dei mesi, tanto da convincere gli indiani a concedere il lungo permesso premio ai prigionieri.

 

Quando sembrava che tutto dovesse filare liscio, ecco il colpo di scena. Il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha comunicato ufficialmente (ma anche via twitter per essere al passo coi tempi) la decisione del governo italiano di non rispettare i patti e non riconsegnare i marò all’India: “La giurisdizione è italiana. Siamo disponibili a trovare soluzioni con India in sede internazionale. Intanto i nostri marò restano in Italia”. Questa la discutibile formula con cui il ministro ha reso nota la posizione dell’Italia che ritiene l’India non autorizzata a giudicare i nostri. Una mossa diplomatica spiazzante ma rischiosa, visto il peso indiano nel consesso internazionale, che nel paese di Gandhi ha scatenato una ridda di proteste: fantocci dei due marò bruciati in strada, quotidiani come The Hindu che parlano sarcasticamente di “Italian job” e proteste ufficiali che potrebbero portare all’espulsione del nostro ambasciatore Daniele Mancini.

L’ultima stoccata è arrivata dal primo ministro indiano in persona, Manmohan Singh, il quale ha dichiarato freddamente che ci saranno “conseguenze” se l’Italia non restituirà all’India Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Ma quali sono i perché del colpo basso messo a segno dall’Italia? Le possibili spiegazioni sono solo due. La prima, vergognosa, è che l’Italietta abbia seguito la sua indole tornando ad essere lo zimbello della comunità internazionale come nella I Guerra Mondiale, quando gli uomini di Vittorio Emanuele III alleati con gli Imperi Centrali cambiarono casacca all’ultimo momento per abbracciare la causa degli Alleati. Anche nel secondo conflitto mondiale le cose non andarono tanto diversamente: l’alleanza di Mussolini con la Germania di Hitler, la probabile sconfitta e la giravolta badogliana letta (giustamente) come un tradimento dai tedeschi che occuparono l’Italia lasciata indifesa.

Abbandonando però per un momento le ipotesi più catastrofiche, si potrebbe ipotizzare un avvenuto accordo sottobanco tra le due diplomazie che possa sbloccare l’imbarazzante caso delle presunte tangenti pagate dai dirigenti di Finmeccanica ad alte personalità indiane per favorire la vendita di elicotteri Agusta-Westland. Il prezzo dell’insabbiamento della vicenda sarebbe stato la liberazione di Latorre e Girone. “Sono contento della decisione e contentissimo di rientrare a lavoro a breve. Ringrazio le istituzioni e le Forze Armate” ha dichiarato Salvatore Girone, senza però trovare il coraggio di pronunciare una sola parola di cordoglio per i familiari delle vittime da lui assassinate. Una vicenda vergognosa comunque la si voglia leggere.