Europa, Comuni, Regioni: Pd pigliatutto. M5S resiste in Valsusa

Grillo NoTavDopo il trionfo alla democristiana nelle elezioni europee, Matteo Renzi fa il pieno anche alle amministrative. Forte di un livello di popolarità mai raggiunto da nessuno nell’Italia repubblicana, ora il premier cercherà di imporsi a livello internazionale come interlocutore principale della Merkel e di Obama. Sul fronte interno, invece, punta a spaccare il Movimento di Beppe Grillo, ancora frastornato dal contro-boom elettorale, cercando di coinvolgerlo nelle tanto declamate Riforme.

Il Pd di turbo-Renzi è una macchina da guerra inarrestabile. Le regioni Piemonte e Abruzzo vengono strappate con la forza al centrodestra. Tra i capoluoghi di provincia, i Comuni di Firenze, Prato, Pesaro, Sassari, Ferrara, Forlì, Modena, Reggio Emilia e Campobasso restano al Pd o passano sotto il suo controllo già al primo turno. Ballottaggio previsto a Bari, Livorno, Perugia, Terni, Bergamo, Padova, Foggia, Potenza, Cremona e Pavia. Ma anche in questo caso i Democratici fanno la parte dei leoni perché, a parte Pavia dove è in testa il sindaco uscente Alessandro Cattaneo (il rottamatore di destra) e la piccola Foggia, il Pd è in testa di molti punti ovunque. Berlusconi, al contrario, si deve accontentare di mettere la bandierina di Forza Italia su Ascoli Piceno. Quasi umiliante.

E il M5S? Se il 21% ottenuto nelle urne europee rappresenta una sconfitta bruciante, ma non un tracollo, le percentuali raggiunte nelle città sono un campanello d’allarme da non trascurare. Praticamente ovunque i numeri del Movimento non si scostano dal 5, 10, massimo 20%. L’unica città medio-grande in cui i grillini riescono a strappare almeno il ballottaggio è Livorno. Una volta rossissima, la città portuale toscana non ha cambiato pelle, solo che il candidato del centrosinistra Marco Ruggeri si è fermato al primo turno al 40%, mentre lo sfidante pentastellato, Filippo Nogarin, arranca con poco meno del 20%.

Beppe Grllo e il M5S non possono però considerarsi definitivamente sconfitti. La loro battaglia politica, come ribadito sul suo blog dal deluso ma combattivo guru, continua sotto lo slogan VinciamoPoi, naturale sostituto del VinciamoNoi preelettorale. Il punto di ripartenza non potrà che essere la Valsusa, terreno di scontro sul Tav Torino-Lione. Le percentuali raggiunte qui dal Movimento trasformano questa valle piemontese in una valle bulgara, nel segno della protesta dei NoTav.

Nella ridotta della Valsusa – attuale sostituta della storica ridotta della Valtellina in cui i fascisti più ferventi speravano che Mussolini volesse ritirarsi per continuare la lotta antimperialista nel 1945 – i grillini incamerano tra il 30 e il 40% dei consensi in paesi della Bassa valle come Almese, Villar Dora e Sant’Ambrogio di Susa. Fiducia che aumenta man mano che ci si avvicina al confine francese: 47% a Exilles e 49,7 a Venaus. In controtendenza, con il Pd cioè sopra al M5S, anche se di poco, i comuni di Chiomonte e Giaglione, territori dove è situato il cantiere del tunnel geognostico, scelti non a caso, secondo il NoTav grillino Marco Scibona, perché dotati di amministrazioni Pd compiacenti.

Il coraggio di Grillo e dei suoi forse non basterà ad arginare la montante marea renziana. Il piano del rottamatore (dei suoi avversari e non certo di un Sistema marcio e corrotto) è tanto semplice quanto diabolico: portare il disorganizzato M5S alla scissione cercando di coinvolgere i grillini dialoganti nel percorso di Riforme che ripartirà a breve. Un tentativo che a questo punto ha anche buone possibilità di riuscita visto che, come scrive Grillo, “quest’Italia è formata da generazioni di pensionati che forse non hanno voglia di cambiare, di pensare un po’ ai loro nipoti, ai loro figli, ma preferiscono stare così”.

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Voto di scambio, M5S contro tutti: Fuori la mafia dallo Stato

voto di scambioIl Senato ha approvato in via definitiva la riforma dell’articolo 416-ter del Codice Penale che punisce lo scambio elettorale politico-mafioso. La maggioranza è stata schiacciante, 191 voti favorevoli. Praticamente tutti tranne i leghisti astenuti e i grillini contrari. Anche tra gli addetti ai lavori, politici, magistrati, avvocati, giornalisti e giuristi, l’aggiornamento del 416-ter è stato accolto quasi unanimemente con favore. L’estensione del reato di “scambio” dalla sola “erogazione di denaro” fino ad includere la fatidica “altra utilità”, unita alla condanna non più solo per chi “ottiene la promessa” illegale, ma anche per chi “accetta la promessa”, sembrano due buoni argomenti a sostegno degli estensori della legge.

Ma il M5S è convinto che le nuove norme siano una inutile pubblicità elettorale di Renzi e ha tentato di opporsi in tutti i modi al varo della legge al grido di “Fuori la mafia dallo Stato”. Per i seguaci di Grillo, presente personalmente a Palazzo Madama durante la discussione di martedì scorso, la riduzione della pena rispetto al vecchio testo (da un minimo di 4 a un massimo di 10 anni, invece di 7 e 12 anni) è uno scandaloso “regalo alla mafia” e ai politici corrotti. Anche questa volta le ragioni portate con veemenza nell’aula dai grillini sono costate l’espulsione di Vincenzo Santangelo e Alberto Airola. Il presidente del Senato Pietro Grasso non ha esitato a reprimere il dissenso grillino, ma non ha aperto bocca sullo sconto di pena agli scambisti di voti, offrendo così il fianco alla reazione del senatore M5S Michele Giarrusso.

“Ci si scandalizza per i nostri modi e i nostri termini –ha detto Giarrusso durante la dichiarazione di voto – e non ci si scandalizzava a sedersi accanto ad uno come Andreotti che andava in Sicilia a dare ordini alla mafia. Senza pensare a Berlusconi che si era messo in casa uno come Mangano e Dell’Utri che lo aiutava e che ora fa il latitante a Beirut”. Parole che colgono nel segno di quello che è stato, e forse è ancora, il rapporto tra gli uomini dello Stato e quelli d’onore. Concetto ribadito sul blog di Grillo da Roberto Fico. Il presidente della Vigilanza Rai ha denunciato “un abbassamento delle sanzioni del 42%” e ha aggiunto che “sulla lotta alla mafia non bisogna mai arretrare di un passo”.

La posizione “fondamentalista” tenuta dal Movimento di Grillo e Casaleggio sui rapporti tra mafie e Istituzioni si scontra con l’opinione di personalità apparentemente insospettabili. Il procuratore Antimafia Franco Roberti giudica addirittura “perfetta” la nuova versione del 416-ter. Il suo collega Raffaele Cantone, presidente dell’Authority Anticorruzione, la trova “equilibrata”, mentre il presidente dell’ANM, Rodolfo Sabelli, la ritiene “efficace”. Favorevole a metà l’associazione Libera di don Luigi Ciotti che in una nota ritiene una “buona notizia l’inserimento delle parole altra utilità”, ma giudica un “errore” aver ridotto le pene. Magistrato fuori dal coro si dimostra il Procuratore di Reggio Calabria Nicola Gratteri che parla di “pena troppo lieve”. Ecco spiegati i motivi del suo siluramento preventivo da ministro della Giustizia: troppo antimafioso.

Alla luce di queste reazioni contrastanti, si può affermare che sul voto di scambio si poteva fare di più e meglio. Quel che è certo è che Salvatore Borsellino non si fida troppo dello Stato – lo stesso della trattativa con Cosa Nostra che è costata la vita al fratello Paolo – e decide di schierarsi dalla parte di Grillo. “Non capiamo perché bisogna fare un regalo ai politici collusi con la mafia e ai mafiosi che intendono aiutarli, abbassando la pena – ha detto Borsellino – non capiamo perché rendere ancora più conveniente per lo Stato deviato trattare con la mafia”. Già, perché?

Redditi dei politici: dai milioni di Berlusconi allo zero dei grillini

redditi politiciSilvio Berlusconi resta sempre il politico italiano più ricco. Molti cittadini del Movimento5Stelle, al contrario, prima di entrare in parlamento non facevano nemmeno la dichiarazione dei redditi: entrate zero. Il resto della casta, invece, guadagna bene ma non troppo, forse perché la sobrietà trasformata in status symbol è l’unico modo per non essere travolti dall’onda dell’antipolitica. Sono questi i dati che emergono dalle dichiarazioni dei redditi dei politici del 2013, relative al reddito percepito nel 2012, consultabili dal 14 aprile in parlamento.

Il confronto tra il padrone di Mediaset e i “poveri” grillini è impietoso. Anche se la prima cosa a saltare all’occhio è il crollo verticale delle entrate nelle tasche del dell’ex Cavaliere, decaduto anche dal Senato. Berlusconi ha dichiarato di aver guadagnato nel 2012 la “miseria” di 4.515.298 euro. Una fortuna per un comune mortale, ma che diventano spiccioli in confronto ai 35,4 mln del 2011 e ai 48 del 2010. Senza contare gli anni precedenti e al netto della frode fiscale per cui il rifondatore di Forza Italia è stato condannato in via definitiva.

L’altra faccia della medaglia del berlusconismo, una volta rampante, è la sconcertante normalità dei redditi da Terzo Mondo dichiarati dai parlamentari del M5S. Prima di entrare nel Palazzo, infatti, risulta che molti di loro non abbiano denunciato alcun reddito imponibile per l’anno fiscale 2013. Entrate troppo basse o nulle, quello che sta accadendo ad una parte consistente di quella che prima della crisi era la classe media italiana. Basta prendere come esempio tre dei nomi più conosciuti tra i grillini per rendere l’idea del perché gli italiani sono arrabbiati: Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico.

Dei tre, l’unico a potersi vantare di avere un reddito imponibile nel 2012 è il Che Guevara de Noantri Di Battista che ha denunciato la bellezza di 3.176 euro. Non proprio la cifra ideale per godersi la vita. Di Maio e Fico, invece, rispettivamente vicepresidente della Camera e presidente della Commissione di Vigilanza Rai, sono inchiodati ad un imbarazzante zero. Il giovane Di Maio però, e qui andiamo nel grottesco, rispetto al collega può vantare di aver speso 400 euro per la campagna elettorale, ma di averne ricevuti 2.714 tra donazioni e servizi. Praticamente un privilegiato. Buon per i grillini aver risolto almeno momentaneamente i loro problemi economici con il lauto stipendio da casta (se pur autodimezzato).

Confronto Berlusconi-M5S a parte, è la bassa media (rispetto all’Uomo Qualunque) dei redditi degli altri politici a stupire. La palma del Paperone la vince il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi di Ncd, naturalmente ciellino come Formigoni. Lupi ha dichiarato redditi per 282.499 euro, non risulta possessore di terreni o immobili, ma ha quote di partecipazione in alcune società (Btp, Ente Fiera di Milano e 50 euro nella cooperativa Tempi). Il suo presidente di partito, l’appena eletto Angelino Alfano, denuncia 105.186 euro, una casa ad Agrigento, un fabbricato rurale e un’autorimessa.

Tra gli altri capi di partito, ci sono gli 86.713 euro di Pier Ferdinando Casini, vicino ormai alla fusione con gli alfaniani, e i 117.671 euro di Stefania Giannini. Interessante registrare le entrate dei presidenti delle Camere. Quello di Palazzo Madama, Pietro Grasso, dichiara 176.499 euro. Laura Boldrini, presidente di Montecitorio, si ferma ad appena 6.314 euro, a cui vanno però sommati 94.304 euro percepiti in qualità di funzionario dell’UNHCR, somma “non è soggetta a imposizione nazionale”, come ha tenuto a precisare la stessa Boldrini. Benefici da funzionario. Per gli amanti del gossip, infine, riportiamo l’imponibile dichiarato nel 2013 dalle Renzi Girls: Maria Elena Boschi 76.259 euro, Marianna Madia 98.471 euro, Pina Picierno 98.471 euro, Alessandra Moretti 46.853 euro e, fanalino di coda, Simona Bonafè 28.021 euro.

Alleanza anti-euro: attrazione fatale tra Grillo e Le Pen

Le Pen GrilloBeppe Grillo ha smentito ufficialmente l’ipotesi di alleanza anti-euro con Marine Le Pen in vista delle elezioni europee. Ma tra i due leader, più popolari che populisti, potrebbe ancora scoppiare un’attrazione fatale alimentata dalla possibilità di spazzare via questa Europa dominata dai burocrati di Bruxelles. La nuova stella della politica francese, dopo il successo del suo Front National alle amministrative d’Oltralpe, punta a fare incetta di seggi a Strasburgo proponendo una Alleanza a “tutte le forze euroscettiche”. Il M5S non può e non vuole spostare il suo asse verso Destra, ma non è detto che esigenze tattiche non spingano Grillo e Le Pen ad azioni comuni all’interno del parlamento europeo.
Ai piedi della Signora del FN si sta coagulando il gotha dell’euroscetticismo di destra. Per formare un gruppo parlamentare in Europa occorrono almeno 25 deputati di 7 paesi diversi. Ecco perché la Le Pen ha già stretto un patto d’acciaio col leader del PVV olandese Gert Wilders, nonostante la differenza di vedute su immigrazione islamica e coppie gay (la figlia di Jean Marie è molto più aperta dell’allampanato Wilders). Accordo vicino anche con i belgi del Vlaams Belang, con l’austriaco FPO di Heinz-Christian Strache, con l’AFD tedesco e l’Ukip britannico di Nigel Farage. Arruolati anche gli ex impresentabili della Lega Nord italiana il cui accordo con l’Alleanza della Le Pen dovrebbe essere reso pubblico a metà aprile.
Alleanza euroscettica di destra che, stando agli ultimi sondaggi, dovrebbe riuscire a superare i 40 seggi, senza l’apporto di Grillo e senza contare i movimenti ritenuti anche dalla Le Pen xenofobi e razzisti come i greci di Alba Dorata, gli ungheresi di Jobbik, i bulgari di Ataka, i tedeschi dell’NPD e i Democratici Svedesi.
Ma i 19 seggi (sui 73 spettanti all’Italia) di cui sono accreditati oggi i grillini fanno comunque gola alla bionda Marine. E le affinità con i 7 punti per l’Europa del M5S sono più di quanti le ripetute scaramucce mediatiche avute con Grillo possano far pensare. Sul suo blog Grillo è stato ultimativo: “Marine Le Pen è una bella signora di grande successo. Nessuno la odia. Ha però un’appartenenza politica diversa dal M5S e per questo non sono possibili accordi. Rien d’autre. Adieu”. Ma la Giovanna d’Arco del FN non si è data per vinta e ha rimarcato il fatto che “i nostri partiti sono d’accordo su molti temi, a cominciare dalla lotta contro l’euro”.
Marine Le Pen auspica per l’Europa il “ritorno della democrazia, della sovranità dei popoli e delle identità nazionali”. Tutti temi sui quali il M5S potrebbe agevolmente convergere a Strasburgo. Due volte divorziata e con un segretario generale del partito, Steeve Brios, dichiaratamente omosessuale ma trionfatore nel comune di Hénin Beaumont, la Le Pen ha consegnato definitivamente alla storia lo sciovinismo sull’Algeria francese marchio di fabbrica di papà Jean Marie.
Si avvicina molto a Grillo sui temi della disoccupazione e dello ius soli e, dei 7 punti grillini, apprezza soprattutto la volontà di abolire il Fiscal Compact e il ricorso al referendum per decidere sulla permanenza nell’area euro. Vicine al credo grillino anche le parole d’ordine del FN alle recenti elezioni francesi: taglio delle tasse e lotta senza quartiere al clientelismo. Se non è amore questo, presto potrebbe diventarlo.

Elezioni europee: gli anti-euro volano nei sondaggi

sondaggi elezioni europeeGli ultimi sondaggi pubblicati sul sito pollwatch2014.eu – un osservatorio politico finanziato direttamente dal Parlamento europeo – danno i movimenti anti-euro in continua e inarrestabile ascesa in vista delle elezioni europee del 25 maggio prossimo che eleggeranno i 751 membri del Parlamento di Strasburgo. Le coalizioni tradizionali come il Partito Popolare (EPP, European People’s Party) e il Partito Socialista – ora divenuto anche Democratico (S&D, Socialists & Democrats) per far spazio al Pd renziano – rimangono in testa ma perdono sensibilmente consensi, tanto da far ipotizzare il ricorso ad una Grande Coalizione europea per tenere testa agli euroscettici (la Destra di EFD, Europe of Freedom and Democracy; la Sinistra di EUL, European United Left; i Conservatori di ECR, European Conservatives and Reformists; i Non Iscritti NI).

L’alleanza tra i partiti che sostengono la costruzione europea così come si presenta oggi – Socialisti (209 seggi previsti), Popolari (202), ma anche Verdi (G/EFA, 44) e Liberali (ALDE, 61) – dovrebbe farcela per un pelo ad arginare i movimenti di protesta che, con i consensi gonfiati da crisi economica e disoccupazione crescenti, pretendono a gran voce di cambiare il Sistema Europa sorto, a loro modo di vedere, per difendere gli interessi di Banche e Finanza speculativa. Un’Europa dei Popoli che sostituisca quella dei tecnocrati al servizio del Mercato. È questa la parola d’ordine che potrebbe riservare ulteriori sorprese nelle urne e che sta terrorizzando i burocrati di Bruxelles e dintorni.

Dalla Germania al Regno Unito, passando per l’Italia e arrivando all’Europa dell’Est, gli anti-euro continuano a mietere successi. Nel regno di Angela Merkel, custode dell’ortodossia germanocentrica, gli euroscettici di Alternatif für Deutschland dovrebbero riuscire a sfondare, conquistando 6 seggi a Strasburgo dopo aver fallito per un pelo l’ingresso nel Bundestag. Anche Die Linke, il rassemblement dei vecchi comunisti, si prenderebbe 8 seggi. C’è da dire però che il gruppo della Sinistra Radicale in Europa (EUL/NGL) parte da posizioni anti-euro in apparenza inconciliabili con quelle di AfD e degli altri movimenti di Destra.

In Gran Bretagna, da sempre euro-diffidente e, non a caso, fuori dalla moneta unica, l’Ukip, il partito indipendentista britannico, fa registrare il 23% delle preferenze e 17 seggi, ad appena un punto e un seggio dai Conservatori e non lontano dai Laburisti. Con questi numeri, la promessa del leader dell’Ukip, Nigel Farage, di uscire dall’UE diventa sempre più reale.

Ancora più agguerrita si prospetta l’offensiva dell’estrema destra in Francia. Il Front National guidato con grande sagacia politica dalla figlia d’arte Marine Le Pen, non fa più paura ai radical-chic francesi che, persa la certezza del lavoro e dei diritti assicurati una volta dalla Republique, hanno voltato le spalle ai Socialisti per abbracciare la battaglia anti-euro della bionda Marine. Il FN è dato attualmente al 20% con 18 seggi, a soli due punti dall’UMP di Sarkozy , ma ben 4 punti sopra il Parti Socialiste del disastroso Hollande. L’estrema destra sorride anche in Olanda, dove il Partij voor de Vrijheid (PVV) di Geert Wilders viaggia addirittura al primo posto con percentuali da record (19%). Stesso trend verso Destra lo fanno registrare il Belgio con il partito Vlaams Belang, la Repubblica Ceca (Akce nespokojených občanů) e gli altri Paesi dell’ex blocco sovietico.

Capitolo finale dedicato all’Italia. Nonostante l’offensiva mediatica e giudiziaria messa in campo per screditare il M5S di Beppe Grillo (che vuole abolire il Fiscal Compact), i grillini affiancano Forza Italia con oltre il 22% di preferenze virtuali e 19 seggi a Strasburgo. Adesso nel mirino c’è il Pd, dato ancora al 29,5%. Dovrebbero farcela a entrare nel parlamento europeo anche la Lista Tsipras (5,5%) e la Lega Nord (4,9%). Fuori, invece, tutti gli altri, a cominciare dal NCD di Alfano precipitato al 3,3%, ma ormai in caduta libera.

Decreto Bankitalia, un regalo alle banche. L’UE dà ragione a Grillo

decreto BankitaliaL’Europa ha il dubbio che il decreto Bankitalia nasconda un clamoroso aiuto di Stato alle banche italiane. E il M5S di Beppe Grillo esulta. Per ora quella europea è solo una richiesta di chiarimento, si è affrettato a precisare Antoine Colombani, portavoce del commissario antitrust della UE Joaquin Almunia. Ma la mossa compiuta dal governo di Bruxelles di inviare una lettera al ministero dell’Economia italiano per chiedere maggiori informazioni sulle concrete conseguenze del provvedimento pro banche votato insieme alla cancellazione dell’Imu, rischia di scatenare un terremoto politico sotto le poltrone del neonato governo Renzi.

Il decreto con cui è stato rivalutato il capitale sociale della Banca d’Italia (da 300 milioni delle vecchie lire a 7,5 miliardi di euro) non ha convinto i membri della Commissione antitrust fin dal 29 gennaio scorso, giorno della sua conversione a Montecitorio. Una giornata memorabile nella storia parlamentare italiana perché i “cittadini” del M5S avevano tentato l’assalto ai banchi del governo non appena la presidente Laura Boldrini aveva fatto ricorso alla cosiddetta “tagliola” per accelerare i tempi della discussione in aula. Un inedito legislativo che aveva scatenato una bagarre da curva Sud che – proprio nello stesso giorno dello scoop di Repubblica sulle indagini condotte dagli uomini di Almunia – ha portato a pesanti sanzioni nei confronti dei grillini protagonisti della baruffa.

Fin troppo facile adesso per Grillo parlare di 26 M5S sospesi dalla Boldrini, 26 medaglie e gridare allo scandalo della collusione tra governanti e banchieri, visto che anche l’Europa, se pur con il dovuto tatto del caso, sembra propendere per la tesi del clamoroso e illegale (secondo le regole di mercato imposte dai burocrati di Bruxelles) regalo fatto ai maggiori istituti di credito del Belpaese come Unicredit, Intesa-San Paolo, ma anche ad altri azionisti Bankitalia come Generali e Inps.

A dire la verità l’intervento pubblico di Colombani si è reso necessario a poche ore dall’articolo scritto da Federico Fubini per il quotidiano di Ezio Mauro. L’unico modo per cercare di tappare la falla mediatica aperta dalla pubblicazione di notizie che anche l’UE avrebbe voluto ritenere riservate. Ufficialmente, infatti, l’inchiesta del commissario Almunia era partita già da qualche tempo, a seguito del ricorso presentato in Commissione antitrust dall’eurodeputato dell’Idv Niccolò Rinaldi e dopo la denuncia firmata da Adusbef e Federconsumatori.

I solerti commissari UE erano comunque già sulle tracce del decreto Bankitalia perché le banche italiane, così come gli altri istituti di credito della UE, sono sottoposte in questi mesi a rigorosi esami sulla tenuta dei loro conti sia da parte della BCE che dell’EBA (European Banking Authority). Si avvicina la scadenza del 2015 e Mario Draghi, insieme alle autorità di Bruxelles, pretende che le banche rafforzino i loro capitali, ma senza ricorrere ad aiuti di Stato. Per questo motivo monta il sospetto che, dietro l’attivismo di Joaquin Almunia, possa celarsi lo zampino delle grandi banche europee desiderose di bloccare il tentativo di Palazzo Koch di foraggiare illegalmente i boccheggianti banchieri italiani.

Il trucco architettato dall’ex ministro di via XX settembre, Maurizio Saccomanni (che non ha mai notificato il decreto alla UE come potenziale caso di sussidi pubblici), era semplice ma ingegnoso: rivalutare le quote della Banca d’Italia dai 300 milioni del 1936 (anno della fondazione) a 7,5 miliardi. I già citati azionisti, però, non potrebbero più detenere una quota di azioni superiore al 3% (al momento Intesa-San Paolo ha il 30,3% e Unicredit il 22,1%) e sarebbero costretti ad immettere sul mercato la partecipazione in eccesso. Se poi, ecco la fregatura (per i contribuenti), nessuno volesse acquistare quelle azioni, sarebbe la stessa Banca d’Italia a farsene carico. Tradotto: una plusvalenza calcolata in 2 mld per Intesa e 1,6 per Unicredit. Adesso la Commissione UE dovrà valutare se esistono i presupposti per denunciare un aiuto di Stato alle banche. Ma è certo che la mossa di Bruxelles ha dato ragione alla battaglia condotta da Beppe Grillo.

Beppe Grillo a Sanremo. Panico a viale Mazzini

Cresce l’attesa per il ritorno di Beppe Grillo al Festival di Sanremo. Crisi di panico si registrano ai piani alti di viale Mazzini dove i dirigenti sono disorientati dall’arrivo dello sgradito ospite. Mistero fitto, invece, sui tempi e i modi con cui il guru del Movimento5Stelle deciderà di prendere possesso della platea televisiva più importante d’Italia. L’unica certezza l’ha data lui stesso la scorsa settimana con un tweet: “Martedì sarò a Sanremo 2014. Prima fuori dall’Ariston e poi dentro”. Nessuna spiegazione. Nessuna anticipazione. Non un indizio che possa far capire come Grillo riuscirà a penetrare all’interno del celebre teatro sanremese.

Indiscrezioni di stampa danno per certo l’acquisto di regolari biglietti da parte del “politico”, uscito per l’ultima volta da Festival della canzone italiana nel 1986, quando faceva ancora il “comico”, e quando la sua brillante carriera rischiò di essere stroncata da una battuta sui Socialisti che il premier dell’epoca, Bettino Craxi, eufemisticamente non gradì. Ma di quanti tagliandi si tratti, né in quale posto, se in prima fila o in balconata, nessuno lo sa. Niente lascia ritenere, dunque, che Beppe Grillo, riesca a prendere la parola all’interno dell’Ariston, per giunta durante la diretta del Festival presentato da Fabio Fazio. A meno di una goliardata del grillino numero 1 compiuta in mondovisione, come ad esempio una invasione di palco. Ma, data anche l’età di Grillo, l’ipotesi non sembra praticabile.

 

E allora, stando così le cose, perché tutti danno per scontata l’esibizione di Grillo a Sanremo? Tra i “tutti” ci sono anche gli uomini di Gubitosi e Tarantola, i dirigenti Rai che contano di incassare un bel po’ di soldini dalle entrate pubblicitarie del Festival e che, approfittando dell’annuncio del capo dei 5Stelle, potrebbero aver deciso di mettere sul tavolo un pericoloso doppio gioco per puntare a un clamoroso record di ascolti. Dimostrazione ne sono le indiscrezioni che filtrano da viale Mazzini. C’è chi vorrebbe normalizzare la presenza di Grillo permettendogli di salire sul palco e approfittare del boom mediatico. E chi, al contrario, vorrebbe tappargli la bocca impedendo persino l’ingresso in platea ai giornalisti scomodi. I milioni fanno gola alle disastrate casse del servizio pubblico, ma un trionfo del M5S alle Europee potrebbe produrre danni irreparabili.

Unico dato certo, per il momento, è proprio l’operazione mediatica vincente messa in atto dal Movimento5Stelle per assicurarsi una vetrina globale alla vigilia delle elezioni Europee. A Grillo, infatti, sono bastati pochi caratteri postati su un social network per attirare l’attenzione di quel branco di iene dei mass media, già una settimana prima dell’apertura ufficiale del Festival di Sanremo.

Chi ha capito subito la brutta aria elettorale che tira è stato, per una volta, il Partito Democratico. Di fronte alle difficoltà di Renzi nel varare il nuovo governo e alle prese con sondaggi nuovamente in picchiata, la dirigenza Pd ha mandato avanti il semisconosciuto deputato Michele Anzaldi per avvertire i 5Stelle, riparandosi dietro la scusa di difendere gli utenti Rai che pagano il canone. Anzaldi chiede al grillino Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza Rai, se Grillo sia intenzionato a “danneggiare la trasmissione di punta della programmazione del servizio pubblico”. Il deputato Pd teme che la “propaganda” di Beppe Grillo possa creare un danno economico alla Rai mettendo a rischio gli introiti pubblicitari. Ma sono gli stessi introiti pubblicitari che i dirigenti di Mamma Rai intascherebbero proprio grazie a Grillo. Non sarà invece che Anzaldi e il Pd temono di subire una sonora sconfitta alle elezioni Europee di maggio?

Boldrini e sessismo: le bugie della Stampa di Regime su Grillo e M5S

L’indignazione della casta nei confronti del presunto attacco sessista del M5S alla presidente della Camera, Laura Boldrini, è solo una foglia di fico che serve a coprire la vergogna e la criminale incapacità dei partiti. Quello di Berlusconi, Forza Italia, nato e resuscitato solo per prendersi cura degli affari privati del Condannato. Quello di Renzi, il Pd, arrivato persino a riabilitare come padre della patria e dell’Italicum il Cavaliere, dopo che lo stesso Pd (Pds, Ds) di D’Alema e Veltroni ci aveva inciuciato per un ventennio. Per i partiti zombie e per la loro serva stampa di Regime non è grave il regalo da 7,5 miliardi fatto alle banche con il decreto Imu-Bankitalia, ma il fatto che qualche grillino giustamente inkazzato (Massimo De Rosa) si sia lasciato scappare qualche volgarità nei confronti delle donne del Pd, definite “pompinare”. Se l’avesse detto alla solita Mara Carfagna, Boldrini e le altre femministe da salotto del partito radical chic non avrebbero battuto ciglio.

Si guarda la pagliuzza nell’occhio e non la trave. Si adottano due pesi e due misure come nel caso della pentastellata Loredana Lupo, picchiata da quell’energumeno di Dambruoso, ma destinataria di una solidarietà falsa e pelosa o, peggio ancora, di un “ben gli sta” scritto nero su bianco dal giornalista del Corriere della Sera, Pierluigi Battista, divenuto da tempo “idolo” del Movimento. La storia dei “pompini” – di cui la pasionaria Alessandra Moretti è divenuta protagonista, guidando le permalose donne del Pd dritte dritte al commissariato per una denuncia di ingiuria che sa di grottesco – ha raggiunto il suo apice con le folli dichiarazioni di Michela Marzano, professoressa di filosofia cooptata sulle comode poltrone di Montecitorio.

“Ai miei studenti spiego sempre lo hate speech, ossia l’incitamento all’odio –ha dichiarato la Marzano, ripresa dai giornali amici come Repubblica (GUARDA IL VIDEO)”- e viverlo realmente non è facile. Sto male. Stamattina sono stata dal medico e mi ha prescritto un ansiolitico. Sì, questi insulti sono il frutto di vent’anni di degrado”. Parole allucinanti. Per prima cosa una persona che si sente male per una volgarità “presa nel mucchio” dovrebbe essere immediatamente allontanata dall’insegnamento e dai giovani. Inutile utilizzare vocaboli impegnativi come hate speech quando non si ha la minima idea di cosa sia la vita di tutti i giorni. Una gioventù vissuta per strada e non in qualche paradiso dorato avrebbe forse fatto bene alla salute della Marzano. Per quanto riguarda gli ansiolitici, poi, consigliamo alla professoressa di “farsi una canna di marijuana”, come avrebbe detto Capezzone quando era Radicale. Gli ansiolitici fanno male, l’erba no.

 

Nel caos anti-grillino, seguito agli attacchi contro Laura Boldrini, ha provato ad inserirsi anche Daria Bignardi, riuscita ad accusare di fascismo Alessandro Di Battista, ospite delle Invasioni Barbariche. Daria la furbetta è stata ripagata con il suo stesso pane da Rocco Casalino sul blog di Grillo: “Come si sente tuo figlio a scuola ad avere il nonno (Adriano Sofri) mandante di un assassino? Come è l’ aver sposato il figlio di un assassino (Luca Sofri)?”. Un esempio di come le bugie della Stampa di Regime (anche se quella di Sofri assassino di Luigi Calabresi è una verità storica e processuale, mentre l’accusa di fascismo a Di Battista è strumentale e falsa) siano usate quotidianamente per distruggere il grillino, nemico del Sistema. Ma non gli amici di uno scandalizzato e ipocrita Enrico Letta.

La Bignardi fa comunque la figura della dilettante di fronte al re dei ballisti della carta stampata che di nome fa Curzio Maltese e scrive, manco a dirlo, su Repubblica di Carlo De Benedetti, la tessera n. 1 del Pd. Il Maltese accusa il duo Grillo-Casaleggio nientedimeno che di “alto tradimento” nei confronti di 9 milioni di elettori. I due baderebbero solo “ai propri interessi aziendali”, usando la gazzarra parlamentare per lanciare un “messaggio fascista”. All’arrogante Maltese non salta proprio in zucca il dubbio che chi ha votato M5S lo ha fatto proprio per mandare i corrotti “tutti a casa”. Con le buone o con le cattive, al di là degli steccati di destra e sinistra. Secondo il cane maltese da riporto, messo al servizio della casta, lo scopo di Grillo è quello di mettersi all’opposizione a vita e non quello di cacciare a calci nel culo tutti quelli come lui. Maltese e tutti gli altri si accorgeranno del destino che spetta loro quando sentiranno il prossimo Boom.

“Bella Ciao”. Lega e M5S chiedono le dimissioni di Laura Boldrini

Ufficialmente il Movimento5stelle chiede le dimissioni di Laura Boldrini da presidente della Camera per la “tagliola” imposta alla discussione parlamentare sul decreto Imu-Bankitalia. Ma le ragioni che spiegano l’inadeguatezza della signora Boldrini nel ricoprire una carica così importante sono molto più profonde. Certo, mercoledì scorso l’aula di Montecitorio è stata testimone di un evento mai visto in precedenza nella storia della Repubblica italiana: la terza carica dello Stato ha fatto ricorso all’istituto della “tagliola” (previsto dal regolamento del Senato, ma non da quello di Montecitorio) per far approvare entro la mezzanotte il decreto Imu-Bankitalia, altrimenti in scadenza.

Ma non solo, perché, mentre il governo riusciva a portare a casa quello che molti addetti ai lavori, tra cui Sebastiano Barisoni del Sole24Ore, hanno definito un regalo alle banche, i “compagni” della Boldrini di Sel e Pd cantavano a squarciagola Bella Ciao, la canzone simbolo della lotta partigiana, ridotta da quelli che dovrebbero essere i post-comunisti ad inno ufficiale del capitalismo predatorio degli istituti di credito. Roba da costringere i partigiani, quelli veri che hanno sconfitto il nazi-fascismo, se fossero ancora vivi, a riprendere in mano i fucili contro quella che senza vergogna si definisce la “nuova Sinistra italiana”. L’intenzione di Pd e Sel (teoricamente all’opposizione) era quella di cantare Bella Ciao per controbattere all’ostruzionismo grillino, definito “fascista”. Ma l’unica conseguenza è stata quella di far rivoltare nella tomba gente come Giovanni Lazzetti, detto il “Ballonaio”, Luigi Longo “Italo” o lo stesso Sandro Pertini. Partigiani veri.

 

Alle proteste dei grillini – secondo i quali il presidente della Camera passerà alla storia per essere riuscita a tappare la bocca alle opposizioni, appartenendo lei stessa all’opposizione – si sono aggiunte le critiche della Lega di Matteo Salvini che senza peli sulla lingua ha dichiarato: “Una signora come la Boldrini è una vergogna. Vada a Cuba o in Corea del Nord a fare la presidenta! Dimissioni. Dimissioni. Dimissioni”.

La “tagliola” però è solo l’ultimo errore commesso da Laura Boldrini. A tracciare un quadro desolante della gestione della presidenza della Camera ci ha pensato Andrea Scanzi sul fattoquotidiano.it. Il telegenico giornalista accusa la Boldrini di aver contribuito a distruggere il partito di Niki Vendola e la inquadra come “una delle più grandi delusioni nella storia recente della politica italiana: supponente, sussiegosa coi potenti, per nulla imparziale e drammaticamente respingente”. Analisi impeccabile. Secondo Scanzi la sua “vocetta da robot Super Vicky para-leninista” è servita in questi mesi solo per tappare la bocca al dissenso con una “intolleranza zdanovista”.

Sacrosanta, poi, l’accusa rivoltale da Scanzi di essere una veterofemminista caricaturale. Una che, insomma, crede veramente di essere criticata solo perché donna e non per le sue “politiche disastrose”. Indifendibile anche la condotta minimizzatrice utilizzata dalla Boldrini per prendere tempo nel condannare la vigliacca aggressione del deputato di Sc Stefano Dambruoso alla grillina Loredana Lupo. Su Dambruoso, ripreso in mondovisione a picchiare una donna, si sta ancora indagando, mentre la maestrina Boldrini non ha avuto dubbi nel sospendere i deputati del M5S che erano saliti sul tetto di Montecitorio per protestare contro la riforma (fallita) dell’art. 138 della Costituzione.

La sensazione che l’ex portavoce dell’UNHCR sia una persona cosiddetta radical-chic, prona al volere della casta, che però si diverte a fare il sergente di ferro con chi non è allineato al politically correct, è confermata anche dal recente scandalo del viaggio in Sudafrica per i funerali di Mandela. Volo di Stato per lei e il compagno, quando la sua stessa presenza era inutile e non richiesta dal protocollo. Un viaggio esotico a spese del contribuente, insomma. Dimissioni, dimissioni, dimissioni.

M5S: Napolitano boia, pronto l’impeachment. La casta insorge

Secondo il cittadino-deputato del Movimento5Stelle, Giorgio Sorial, il presidente Napolitano è un boia. I grillini lo accusano di non essere imparziale e di non tutelare i diritti delle opposizioni, soprattutto per quanto riguarda il frequente ricorso del governo Letta alla decretazione di urgenza. Vedi il decreto Imu-Bankitalia. Il resto della casta coglie al volo l’occasione per schierarsi strumentalmente in difesa del capo dello Stato, cercando così di coprire il fallimento del governo su crisi economica e Lavoro. L’ammuina parlamentare contro i cattivi grillini aiuta anche a far digerire agli italiani lo stucchevole e inutile balletto sulla nuova legge elettorale Italicum.

I parlamentari a 5Stelle, intanto, tirano dritti per la loro strada, ribadendo che presto chiederanno la messa in stato di accusa, l’impeachment, del bis-presidente Napolitano. Grazie allo strappo grillino le aule parlamentari si sono trasformate nei marciapiedi degli anni ’70 del secolo scorso, quando il “boia chi molla” di Ciccio Franco risuonava per le strade di Reggio Calabria in rivolta. “Il boia Napolitano – ha detto Sorial durante una conferenza stampa a Montecitorio – sta avallando una serie di azioni per cucire la bocca all’opposizione e tagliarci la testa. Ha messo una tagliola sulle opposizioni”.

 

Sorial e colleghi ce l’hanno con il vecchio Giorgio per via delle violazioni che, a loro modo di vedere, sarebbero state commesse dal governo Letta-Alfano nell’iter di approvazione dei decreti legge, con il silenzio-assenso dell’inquilino del Colle. Il M5S si riferisce in particolare alla legge di Stabilità, al decreto salva-Roma (poi ritirato proprio a causa del pressing grillino) e all’ancora caldo decreto Imu-Bankitalia considerato, a ragione, un regalo fatto alle banche italiane. L’intenzione manifestata dai seguaci di Beppe Grillo è quella di inviare al Quirinale una serie di lettere di protesta, cominciando proprio dalla legge di Stabilità.

A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato poi il collega di Sorial, Manlio Di Stefano. “Un boia è colui che uccide il condannato a morte – ha detto il pentastellato – quindi Napolitano è stato accusato di aver ucciso qualcosa o qualcuno. In questi due mandati il Re ha ucciso: la democrazia, la Costituzione, il popolo italiano, la giustizia”. Apriti cielo, parole pesanti come il piombo dei “boia chi molla”.

Logica e prevedibilmente scontata la reazione di sdegno della casta parlamentare, pronta a ricompattarsi, dalla sinistra di Sel alla destra di Fd’I, all’ombra della bandiera della fedeltà assoluta verso il garante delle larghe intese (quella Letta-Alfano, ma anche l’inedita Renzi-Berlusconi). I più duri sono stati gli alfaniani, evidentemente nervosi a causa della legge elettorale che li costringerebbe ad un forzato ritorno all’ovile berlusconiano. “Descrivere il presidente della Repubblica come un boia – dichiara Giuseppe Esposito (chi?) di Ncd – trascende ogni diritto di critica e di espressione, è un oltraggio inammissibile che richiederebbe l’apertura di un procedimento per vilipendio al Capo dello Stato”. Un reato di marca ottocentesca, il vilipendio, che già il Kaiser tedesco e lo zar russo avevano pensato di abolire.

Matteo Renzi approfitta invece dell’occasione per tornare alla carica dei rappresentanti (ma soprattutto dei voti) del M5S. Una manifestazione di opportunismo degna del maestro Berlusconi. “La solidarietà a Napolitano, innanzitutto – scrive su facebook l’ebetino di Firenze (copyright Grillo) – ma anche un appello ai (tanti) deputati e senatori perbene del movimento di Grillo: perché continuare a tenere il Movimento 5 Stelle ostaggio di chi insulta e non provare finalmente a cambiare le cose?”. Votando insieme al Pd renziano, ci sarebbe da aggiungere. Dello stesso tenore le reazioni del resto della casta. Enrico Letta (“indegno attacco e deriva estremista”), Renato Brunetta (“ignoranza politica”), Laura Boldrini (“insulti inaccettabili”). Intanto la procura di Roma prende sul serio le richieste degli alfaniani e sta valutando se ci siano gli estremi per procedere contro Sorial per il reato di vilipendio al capo dello Stato. Semplicemente ridicolo.