Trattativa Stato-mafia: pubblicate le telefonate Mancino-D’Ambrosio

telefonate Mancino-DambrosioLa trasmissione Servizio Pubblico di Michele Santoro è venuta in possesso degli audio di alcune telefonate tra Nicola Mancino e Loris D’Ambrosio, intercettate per ordine della procura palermitana che indaga sulla trattativa Stato-mafia. Il fattoquotidiano.it ha pubblicato in anteprima le registrazioni. I contatti tra l’ex ministro della Giustizia e il consigliere giuridico del presidente Napolitano, in seguito defunto, sono più di uno. La prima telefonata è del 25 novembre 2011. Racconta il giornalista Sandro Ruotolo che “Mancino è stato già sentito e deve essere riascoltato dai magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa. In quel momento Mancino non sa di essere indagato” ma teme di essere coinvolto nell’inchiesta. Ecco le trascrizioni dei colloqui da cui emerge senza ombra di dubbio l’avversione dei due per le indagini condotte da Nino Di Matteo e colleghi sulla trattativa Stato-mafia:

Mancino: Io avevo letto sulla Stampa un articolo di (Riccardo) Arena che invece di parlare solo di Dell’Utri infila anche Mancino, anche se Caltanissetta dice che non è indagabile. Ma io ho chiamato Messineo (Francesco, capo della procura di Palermo) e gli ho detto che con questa storia delle indagini che sono ormai quasi quinquennali, qualche volta si può anche fare una dichiarazione che io non sono iscritto, a meno che non risulti indagato, allora è un altro paio di maniche. “No, io non voglio fare nessuna dichiarazione né che si è indagati né che non si è indagati” (Mancino riporta le parole di Messineo). Allora mi è venuto poi anche il sospetto. Ho avuto una telefonata da parte di una funzionaria della Dia e mi ha detto che il 6 dicembre come persona informata sui fatti dovrei stare a Palermo. Il solito Di Matteo…e allora…

D’A: Non è indagato comunque

M: No, non sono indagato, ma io ho il timore…

D’A: Un’altra volta? Quante volte sta rendendo dichiarazioni? (il tono del consigliere passa dall’ossequioso verso mancino all’infastidito verso la procura)

M: Questo non si capisce, che cosa vogliono poi oltretutto. Io ho risposto su tutto. Naturalmente ho risposto sulle cose che conosco, non è che posso rispondere sulle cose che magari interessano loro ed io non c’entro per niente. Non lo so insomma. Io poi sono molto scocciato, detto con franchezza (Mancino parla con marcata inflessione campana, è visibilmente preoccupato)

D’A: No, quanti sono, 2 anni che la lasciano…

M: Sono in continua tensione, la mia psiche non mi mette in condizione di essere sereno, ecco. Perché non lo sono.

D’A: Questi non si decidono…Fanno un passo avanti e due indietro, due passi avanti e quattro indietro, perché gli conviene tenere aperte queste voragini per poi infilarci ogni volta la cosa che gli fa più comodo in quel momento

M: Io non so Dell’Utri che cosa ha fatto, ma mi sembra che, diciamo, è rafforzativa della tesi secondo cui Dell’Utri per conto anche di Berlusconi ha fatto trattative insomma

D’A: Sono sempre le stesse cose che ormai ricicciano, non mi sembra che c’è mai una cosa determinante. Non lo so che devo dire.

Nella seconda telefonata D’Ambrosio spiega che nel 1993 esistevano due contrapposte strategie all’interno dello Stato per combattere la mafia.

D’A: Io credo che ci fossero due scuole di pensiero per intendersi: una era per l’alleggerimento del 41 bis, no? L’altra era il colloquio investigativo (trattativa? Ndr) e consentire più agevole accesso nelle carceri agli amici di Ciccio Di Maggio

M: E lo so, e io in tutto questo…

D’A: Lei secondo me non ha saputo niente mai perché questo era un discorso che riguardava nella parte 41 bis, alleggerimento 41 bis, Mori, Parisi, Scalfaro e compagnia. Per la parte invece di colloqui investigativi un po’ sconsiderati, oppure almeno un po’ facili, la parte Di Maggio, Mori e compagnia. Un’altra cosa che mi ha sempre stupito è che Gioè fu ucciso, cioè morì, si suicidò, non so se lo ricorda. Questa storia del suicidio di Gioè secondo me è un altro segreto che ci portiamo appresso.

M: L’altra cosa che non capisco è che tutto quello che riguardava i rapporti tra il Ros, Ciancimino, il figlio, è scomparso tutto completamente dall’archivio del Ros e non si è trovato niente. Non si è trovato perché non c’era o non si è trovato perché era stato tolto di mezzo?

Nella terza telefonata D’Ambrosio legge a Mancino la lettera scritta da Napolitano al procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito per sollecitare Pietro Grasso, allora alla PNA, a richiedere il “coordinamento” delle indagini di Palermo e Caltanissetta.

M: Grasso continua a lavarsi le mani no?

D’A: Grasso si copre, è una gran cretinata l’avocazione. Quello per cui deve badare Grasso è il coordinamento minimo

Seguono le critiche di entrambi alle dichiarazioni del pentito Spatuzza che hanno smontato quelle del falso pentito Scarantino e riaperto le indagini su via D’Amelio. Agghiacciante.

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Trattativa Stato-mafia: Napolitano costretto a dire la verità su D’Ambrosio

La Corte d’Assise di Palermo ha accolto le richieste del pm Nino Di Matteo e dei colleghi della procura palermitana: Giorgio Napolitano sarà chiamato a testimoniare nel processo sulla trattativa Stato-mafia. In qualità di testimone, e non di imputato, Napolitano sarà dunque costretto a dire la verità sulla vicenda della lettera di Loris D’Ambrosio scritta il 18 giugno 2012. Il consigliere giuridico del Quirinale -drammaticamente scomparso a pochi giorni dallo scoppio delle polemiche che lo avevano coinvolto per il tentativo di sottrarre l’ex ministro Nicola Mancino dalle indagini e dal successivo rinvio a giudizio per la trattativa Stato-mafia– ha lasciato proprio una bella gatta da pelare all’inquilino del Colle.

A questo proposito, siamo certi che il presidente starà già provando e riprovando la parte che dovrà recitare quando la Corte d’Assise si trasferirà armi e bagagli, come da norma di legge, nelle sacre stanze quirinalizie per ascoltare la sua versione. Tutto l’interesse dei magistrati ruoterà intorno al timore manifestato da d’Ambrosio “di essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. Napolitano dovrà spiegare se le paure del suo consigliere fossero fondate e che cosa fossero, in pratica, gli indicibili accordi a cui si riferiva D’Ambrosio. Bisognerà “costruire” una Verità processualmente credibile, anche se non sarà facile negare l’evidenza che il riferimento del consigliere è al periodo 1989-93, proprio gli anni della Trattativa.

Una vera fortuna, comunque, per il presidente doversi concentrare solo sul significato occulto della lettera di d’Ambrosio. Le scottanti telefonate con l’amico Mancino, infatti, non saranno argomento della chiacchierata con i giudici perché coperte (e distrutte) dalla sentenza pro-Quirinale del gennaio scorso della Corte Costituzionale. Anche se il campo di azione della testimonianza presidenziale sarà molto ridotto, al Quirinale sono ben consapevoli della portata destabilizzatrice dell’affaire D’Ambrosio. È per questo che per ora lo staff di Napolitano si nasconde dietro un imbarazzato messaggio di circostanza: “Si è in attesa di conoscere il testo integrale dell’ordinanza di ammissione della testimonianza adottata dalla Corte di Assise di Palermo per valutarla nel massimo rispetto istituzionale”.

 

Un’attesa destinata a risolversi con la chiamata a testimoniare visto che, se la si giudica in punta di diritto, la richiesta di Di Matteo & co. risulta impeccabile. Ad affermarlo è il giurista Gianluigi Pellegrino, insospettabile di intellighentia con i nemici del Colle (i pm di Palermo) perché già difensore a spada tratta del diritto di Napolitano di chiedere la distruzione dei nastri con le telefonate di Mancino. Pellegrino trova “gravissime” le affermazioni del ministro della Giustizia che ha parlato di “decisione inusuale”. Il riferimento è alle improvvide parole di Anna Maria Cancellieri che ha accolto con “perplessità” una decisione che invece ha solide basi nell’art. 205 del codice di procedura penale. Altro corazziere quirinalizio volontario è il solito Luciano Violante. L’esponente Pd, favorevole ad un lasciapassare giudiziario per Berlusconi, ha definito “originale” la decisione dei giudici di Palermo, certificando così in pieno la bontà della chiamata in causa di Napolitano nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Ma al Colle non mancano certo altri difensori di ufficio. È Massimo Franco sul Corriere della Sera a offrire il petto in difesa di Re Giorgio. “La testimonianza richiesta alla prima carica dello Stato e al suo supplente –scrive Franco– se anche non è una forzatura in punto di diritto, suona poco comprensibile dal punto di vista istituzionale”. Dove per “supplente” si intende l’ex capo della Dda e attuale presidente del Senato Pietro Grasso, anche lui chiamato sul banco dei testimoni per spiegare le pressioni subite al fine di “salvare” Mancino attraverso una avocazione delle indagini di Palermo. Il corsivista del quotidiano dei poteri forti sente puzza di golpe, tralasciando però di spiegare le minacce e le lettere del corvo arrivate nella procura siciliana, e omettendo del tutto di approfondire i motivi che hanno portato la prima carica dello Stato a sollevare persino un conflitto di attribuzione con i magistrati di Palermo, dando la netta sensazione agli italiani di voler coprire qualcuno e di voler nascondere la verità storica sulla trattativa Stato-mafia. Toccherà ai giudici stabilire almeno una verità processuale.

Vilipendio e trattativa Stato-mafia. Due problemi per Napolitano

Quando Giorgio Napolitano ha accettato, primo caso nella storia dell’Italia repubblicana, di farsi eleggere per la seconda volta Capo dello Stato sapeva benissimo che sarebbe andato incontro ad un destino di lotta politica senza esclusione di colpi. Re Giorgio ha rinunciato, forse per sempre, a godersi la pensione e a fare il nonno per il bene dell’Italia. O almeno, questo è ciò che pensano nel suo entourage, perché nel resto del Paese sono in molti a voler chiedere il conto al presidente bis, a cominciare dalla procura di Palermo.

Proprio venerdì mattina, infatti, i pm palermitani che si occupano dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia hanno depositato in tribunale una lista di 176 testimoni che vorrebbero ascoltare in aula a partire dal 27 maggio, giorno della prima udienza del processo sulla trattativa, celebrato dalla corte d’Assise del capoluogo siciliano. Tra i nomi illustri chiamati al banco dei testimoni da Nino Di Matteo e colleghi c’è naturalmente quello di Giorgio Napolitano. Con lui, in buona compagnia, ci sono anche il procuratore generale della Cassazione, Gianfranco Ciani, e l’ex procuratore nazionale antimafia, ora presidente del senato, Pietro Grasso. L’intento dei magistrati è quello di ricostruire minuziosamente la scena che ha fatto da contorno alle telefonate tra Nicola Mancino e il consigliere giuridico del Quirinale, il defunto Loris D’Ambrosio.

Quelle chiacchierate in cui un agitato Mancino chiedeva insistentemente di intervenire per aggiustare il corso delle indagini e del processo sulla trattativa erano state intercettate dagli inquirenti, mettendo così nei guai lo stesso Napolitano. Il “mancato coordinamento” lamentato da Mancino veniva così spiegato involontariamente dallo stesso D’Ambrosio in una lettera vergata il 18 giugno del 2012, poco prima di morire. D’Ambrosio aveva maturato la convinzione “di essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi, e ciò nel periodo tra il 1989 e il 1993”. Purtroppo i dubbi di D’Ambrosio sugli scellerati accordi intercorsi tra pezzi pregiati dello Stato e boss mafiosi nel biennio di sangue 1992-93 sono stati sepolti insieme a lui, mentre gli altri protagonisti di questa vicenda rimangono muti come pesci, anche di fronte a nuove prove sul furto dell’Agenda Rossa di Borsellino in via D’Amelio.

 

I guai per Napolitano, comunque, non finiscono certo con il processo di Palermo. È ancora rovente, infatti, la polemica che ha coinvolto suo malgrado il presidente nella vicenda della libertà di espressione sul web. È stato Beppe Grillo a denunciare pubblicamente durante il Tuttiacasatour l’irruzione degli agenti della polizia postale negli uffici milanesi della Casaleggio associati al fine di ottenere informazioni su 22 pericolosi criminali informatici che si sarebbero permessi di commentare non proprio oxfordianamente sul blog di Grillo alcune performances di Napolitano, ritenute poco democratiche. Il Codice Rocco, quello di epoca fascista, poi ricopiato nell’articolo 278 del Codice Penale, definisce questa manifestazione del libero pensiero come reato di “vilipendio al presidente della Repubblica”, passibile di denuncia su iniziativa autonoma della magistratura.

Ed è proprio ciò che è successo ai 22 “cyber terroristi” sulla pelle dei quali è passata la strategia di intimorire e tappare la bocca virtuale allo scomodo portavoce del M5S. Naturalmente Grillo ha reagito a modo suo: “Ho scoperto che il Presidente è d’accordo sull’abolizione dell’articolo 278. Lo ha detto in tempi non sospetti, nel 2009, come rivelato dal suo ex portavoce Pasquale Cascella secondo il quale Napolitano invitò “chiunque abbia titolo per esercitare l’iniziativa legislativa a liberamente proporre l’abrogazione”, lasciando all’opinione pubblica ogni valutazione”. Ieri un ddl per l’abolizione dell’articolo 278 è stato presentato in Senato dai grillini e lunedì sarà fatto anche a Montecitorio. Questa la contromossa del Movimento che non potrà di certo far felice un più che stressato presidente bis.