Renzi-Berlusconi: dal Patto del Nazareno alla Grande Coalizione

Pattodel NazarenoAll’indomani della sentenza di appello del Tribunale di Milano che ha assolto Silvio Berlusconi nel processo Ruby, ribaltando clamorosamente la condanna a 7 anni inflitta in primo grado al capo di Forza Italia, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è riuscito a volare fino in Africa, in Mozambico, a Maputo, per dichiarare quello che tutto il mondo già sapeva. “In un paese civile le regole si fanno insieme – ha detto il premier a chi gli chiedeva lumi sulla solidità del Patto del Nazareno– dal punto di vista istituzionale avrei mantenuto la parola anche se Berlusconi fosse stato condannato”.

La misteriosa conferma da parte del Rottamatore del patto segreto siglato con il Caimano nella sede appena espugnata del Pd, veniva considerata scontata da tutti gli addetti ai lavori, compresi coloro i quali si sono convinti da tempo che i fili del pactum sceleris del Nazareno siano tirati da Licio Gelli, il Venerabile Maestro della P2. Con Berlusconi trasformato miracolosamente da Papi Prostituente in Padre Costituente, l’accordo tra destra e sinistra potrebbe compiere ora un ulteriore passo avanti.

“Se l’oggetto di questo governo sono le riforme cosa c’è di strano che Berlusconi rientri in maggioranza? Io dico che Forza Italia deve entrare in maggioranza – dichiara senza mezzi termini il senatore Paolo Naccarato di Gal – “Archiviata l’alleanza con i 5 stelle, l’agenda dei mille giorni evocata dal premier va proprio in questa direzione”. Un abbozzo di trattativa che, se si vuole dar credito al retroscena riportato dal fattoquotidiano.it, sarebbe stato avallato da Berlusconi in persona che, oltre ad Italicum e Senato vuole portare a casa la “riforma” della Giustizia. E non solo, perché già si vocifera di un lavorio diplomatico portato avanti sottobanco dagli sherpa pro-Renzi Denis Verdini e Gianni Letta.

I due, secondo il quotidiano diretto da Peter Gomez, starebbero tramando con i renziani per far rientrare FI prima in maggioranza e poi addirittura al governo (il totoministri riporta già i nomi di Alessandro Cattaneo ed Elena Centemero). Un piano diabolico che rappresenterebbe una Nakba (la Catastrofe dei palestinesi) per le ambizioni di Angelino Alfano e la sopravvivenza stessa di Ncd, ma soprattutto diventerebbe la pietra tombale del dialogo sulle Riforme intavolato da Renzi con il M5S.

A dire la verità lo stucchevole (per Renzi) dibattito con i grillini su preferenze e clausole di sbarramento era già stato stoppato dall’apatia e dalla strabordante pinguedine mostrata senza vergogna dal giovane premier durante la diretta streaming di qualche giorno fa. Ma il Movimento, con in testa Luigi Di Maio, aveva comunque deciso di andare avanti. Per uscire dall’angolo politico in cui è stato cacciato ma, soprattutto, per mostrare agli italiani il bluff di Renzi che finge di trattare con i seguaci di Beppe Grillo quando ha già in tasca il Patto del Nazareno.

Diciamo che Grillo e i suoi non hanno preso molto sportivamente la rinnovata corrispondenza di amorosi sensi tra il “nipotino di Gelli” (copyright Piero Pelù) e la tessera P2 1816. Sul blog del guru genovese è apparso prima un post che riportava una parte del discorso pronunciato il 19 luglio dal magistrato Nino Di Matteo, in cui il pm del processo alla trattativa Stato-mafia ha attaccato, senza nominarli, il presidente “interventista” Giorgio Napolitano e “un soggetto da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa Nostra” (Berlusconi ndr) che oggi “discute con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all’ultimo respiro”. Messaggio chiaro quello voluto lanciare da Grillo.

Domenica sera, poi, Di Maio e gli altri protagonisti della trattativa con Renzi hanno provato a rilanciare una proposta in 6 punti al solo scopo di smascherare la “tattica dilatoria” del “gasteropode Renzie” interessato, in realtà, solo a confermare il Patto del Nazareno.

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Affaristi, poteri occulti, massoneria: il segreto del successo di Renzi

Renzi massoneMatteo Renzi è diventato il Terminator della politica italiana. Una perfetta macchina succhiavoti. Alle elezioni europee il Pd ha superato la vetta del 40% delle preferenze, roba che nemmeno ai tempi di Berlinguer. Molti paragonano il potere renziano in espansione a quello della Dc, ma i successi della Balena Bianca poggiavano sulle salde fondamenta del progresso e dello sviluppo economico degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Il miracolo Renzi, invece, si è compiuto con l’Italia in piena recessione (-0,1% di Pil nel primo trimestre 2014) e con la disoccupazione in crescita inarrestabile, soprattutto tra i giovani (rapporto Istat).

A svelare il segreto del successo del giovane premier non bastano, dunque, gli 80 euro messi in tasca a qualche milione di lavoratori come voto di scambio in pieno stile Achille Lauro. E nemmeno il rassicurante faccione da bravo figlio di mamma mostrato con ostentazione a reti tv unificate. Dietro il fenomeno Renzi deve esserci per forza qualcosa di grosso. Già in molti si sono lanciati in approfondite analisi e spericolate tesi. Poteri occulti, massoneria, poteri forti, amministrazione USA, Club Bilderberg, affaristi e faccendieri senza scrupoli. Tutte verità plausibili ma, finora, nessuna prova certa.

Certo è che la carriera politica del rottamatore fiorentino è stata misteriosamente folgorante. Esordisce giovanissimo nel 1996 come militante dei comitati per Prodi. In seguito, diventa segretario provinciale del Partito Popolare Italiano (uno dei partitini della galassia post Dc), ma poi fa il salto nella Margherita di Rutelli con la quale nel 2004 viene eletto presidente della Provincia di Firenze. La fusione tra ex Dc ed ex Pci nel neonato Pd, siamo alla fine del 2007, è solo un dettaglio in una carriera di un enfant prodige che comunista non è mai stato e che gli eredi di Gramsci e Togliatti, piuttosto, ha intenzione di fagocitarli nel nuovo partitone di Regime. Nel 2009 arriva la poltrona di sindaco di Firenze e, infine, ma questa è cronaca, la defenestrazione di Enrico Letta e l’ingresso, se pur dalla porta di servizio, nella stanza dei bottoni di Palazzo Chigi.

Per Nicola Bizzi, presidente nazionale della Nuova Destra Sociale, non ci sono dubbi: “Matteo Renzi è un massone figlio di massoni!” (il padre Tiziano controlla da un ventennio la distribuzione di giornali e pubblicità in Toscana). Secondo Bizzi, anche se non esistono prove della sua affiliazione, “Renzi è l’espressione più diretta ed immediata di quella culturalità massonica di cui si servono i grandi burattinai del potere occulto per agire indisturbati ai danni della società”. Insomma, detta lombrosianamente, che Renzi è massone si vede dalla faccia e da come si comporta, lui e il cerchio magico che lo circonda. E poi, Tiziano Renzi sarebbe legato a doppio filo attraverso la società Btp di Riccardo Fusi (inchiesta P3) ad un altro presunto massone come Denis Verdini.

Sospetti confermati dal Maestro Venerabile del Grande Oriente d’Italia, Gustavo Raffi, secondo il quale più di 4000 iscritti al Pd, in prevalenza toscani, sono affiliati all’obbedienza di Palazzo Giustiniani, storica sede del Goi. E un altro famigerato Maestro Venerabile, Licio Gelli, è sospettato di essere uno dei padrini politici di Renzi. Il vecchio capo della P2 ultimamente ha preso le distanze (o ha fatto finta) da Renzi, ma un politico di lungo corso come Rino Formica sospetta che l’Operazione Renzi sia stata architettata da Gelli e Berlusconi.

Il fatto inspiegabile è che proprio “il Venerabile”, tra gli altri, ha avanzato il sospetto di un coinvolgimento di Washington nella creazione del personaggio Renzi. Sarà il solito depistaggio come per la strage di Bologna? Altre fonti descrivono Renzi come un protetto di Gianni Letta, rappresentante in Italia di Goldman Sachs e della cordata statunitense-israeliana. Secondo Gioele Magaldi, fondatore del Grande Oriente Democratico, per arrivare al vertice del potere Renzi avrebbe baciato “la sacra pantofola del Fratello Draghi (Mario, presidente Bce) e il sacro anello del Fratello Napolitano (Giorgio, presidente della repubblica” per tramite di due ambigui personaggi come Marco Carrai e Davide Serra. Non solo politica e massoneria, ma anche affari dietro l’inarrestabile ascesa di Matteo Renzi.

Licio Gelli scarica Renzi: “Mai stato massone. Durerà poco”

Gelli Renzi“Renzi non è destinato a durare a lungo…comunque non è mai stato (né lui né i suoi familiari) nella massoneria”. Alla veneranda età di 96 anni, il Venerabile capo della Loggia P2, Licio Gelli, rilascia un’intervista a Marco Dolcetta del Fatto Quotidiano per prendere le distanze da Matteo Renzi, quello che molti avevano indicato come suo figlioccio politico. Un disconoscimento clamoroso, vista la corrispondenza di armoniosi sensi tra il suo Piano di Rinascita Democratica e le riforme istituzionali che il premier vorrebbe varare in accordo con un altro fratello P2, Silvio Berlusconi.

Uno sfogo sincero, quello di Gelli, oppure l’ennesima manovra di depistaggio compiuta per riportare nell’ombra indicibili accordi? Se si considera il curriculum dell’uomo coinvolto nei principali Misteri Italiani la risposta non può che essere la seconda. Il livore dimostrato da Gelli nei confronti di Renzi risulta, infatti, troppo smaccato per non destare più di qualche sospetto.

Lo “zio Licio” definisce il giovane premier un “bambinone” a causa del “suo comportamento che è pieno di parole e molto ridotto nei fatti”. Un giudizio tranchant al quale va aggiunta la simbolica cacciata dal tempio della fratellanza muratoria (“mai stato massone”) e una menata misogina contro le Renzi-girls al governo che il Venerabile, rimasto fedele al credo fascista “Dio, patria e famiglia”, vedrebbe “molto meglio a occuparsi d’altro”. Poi, un’altra rivelazione su Renzi. “Mi risulta – dice Gelli – che fra i suoi mentori politici ci siano persone che vivono a Washington”.

La sfortuna del premier, però, è essere circondato da quelle che il capo della P2 chiama “mezze tacche”, come gli “ex lacchè di Berlusconi” Fini, Schifani e Alfano, “personaggi non certo di livello”. Convinto, probabilmente a ragione, di avere l’autorità per stabilire quale sia la “vera” massoneria, il vecchio Gelli sconfessa anche l’altro protagonista delle larghe intese, Berlusconi, circondatosi di “personaggi di bassa levatura” come Denis Verdini, descritto come un “mediocre uomo di finanza; è un massone… credo, ma non della nostra squadra”.

Gelli si lancia poi in una ardita comparazione tra il piano di riforme istituzionali presentato da Renzi e i suoi vecchi Piani per “salvare” l’Italia. Le riforme del premier su legge elettorale e Senato “sono goffe”. Al contrario, il Piano di Rinascita Nazionale (in seguito Piano di Rinascita Democratica), scritto insieme al politico e noto massone Randolfo Pacciardi su input del presidente Giovanni Leone, avrebbe potuto “creare i fondamenti per uno Stato più efficace”. Ma, prosegue il racconto di Gelli, lo stesso Leone “non diede mai alcun riscontro” (circostanza storicamente non provata). Nella riforma renziana del Senato, comunque, il Venerabile vede molti punti di affinità con il suo Piano: abolizione quasi totale, ridotto numero di membri, competenze limitate a materie economiche e finanziarie.

Il re dei Misteri Italiani non poteva naturalmente farsi mancare un pensiero per il principe Luigi Bisignani, “più che un amico, un figlioccio”, una persona di cui Gelli ha sempre avuto una “grande stima”. Una lode particolare Gelli la riserva a Francesco Cossiga e Giulio Andreotti, vertici inimitabili di un “sistema di controllo politico” attraverso le reti di Gladio e dell’Anello. Il finale dell’intervista è truculento. Interrogato sul futuro dell’Italia, Gelli non smentisce la sua indole antidemocratica e si sbilancia in una profezia: “Probabilmente solo un tributo di sangue potrà dare una svolta, diciamo pure rivoluzionaria, a questa povera Italia”.

Riforme: Grasso e Grillo contro la svolta autoritaria di Renzi

Renzi svolta autoritariaMatteo Renzi non vuole ostacoli sulla strada delle Riforme intrapresa insieme ad Alfano e Berlusconi. Ma la vigilia della presentazione in Consiglio dei ministri del ddl costituzionale che dovrebbe abolire il Senato è stata funestata dalla dura presa di posizione di due personaggi politicamente agli antipodi: il presidente del Senato Pietro Grasso e il capo politico del M5S Beppe Grillo. Tra le due performances mediatiche di Grasso e Grillo quella che sicuramente fa più sensazione è l’intervista che la seconda carica dello Stato ha rilasciato a Repubblica. Grillo e Casaleggio, invece, hanno pubblicato un post di adesione all’appello “Verso la svolta autoritaria” lanciato dall’associazione Libertà e Giustizia.
Non è un caso che Grasso abbia voluto far conoscere la sua opinione sulle Riforme proprio a poche ore dall’inizio dell’iter legislativo e proprio dalle colonne del quotidiano diretto da Ezio Mauro, pacificamente vicino alle tesi renziane. Renzi non l’ha evidentemente presa bene e ne è nato un battibecco virtuale. La domenica mattina il presidente del morente Senato assicurava che “nessuno parla di abolire il Senato, ma di superare il bicameralismo attuale”. E, nonostante l’assenso dato al necessario superamento del bicameralismo perfetto, aggiungeva pure che Palazzo Madama deve rimanere un “organo elettivo” e che non è il caso che sia formato da sindaci e governatori regionali perché “non rappresentativi”.
L’esatto contrario di quanto propone il premier il quale, infatti, poche ore dopo rispondeva per le rime dai microfoni del Tg2. “Il Senato non deve più essere elettivo – ha ribadito Renzi – massimo rispetto nei confronti del presidente Grasso, ma è ora di cambiare pagina”. Quasi un invito alla rottamazione quello pronunciato da un Renzi insolitamente nervoso, chiuso da una perentoria riaffermazione di potere. “Il governo non molla – ha concluso il premier – e presenterà un ddl costituzionale che dice: basta al Senato come lo conosciamo adesso, riduzione del numero dei parlamentari, il più alto d’Europa, semplificazione del procedimento legislativo e anche semplificazione dei poteri tra le Regioni e lo Stato”.
La telenovela è poi proseguita su Rai3 dove Grasso, ospite di Lucia Annuziata, ha controreplicato all’attacco renziano. “La mia non è una campagna conservatrice, io sono il primo rottamatore del Senato”, ha detto piccato il presidente che poi ha formulato una minaccia in stile siculo: “Se così rimangono le cose, i numeri al Senato non ci saranno”.
L’eventuale debacle delle Riforme costringerebbe il Bomba a ritirarsi dalla vita politica, come da lui stesso più volte ribadito. Scenario più che gradito ai firmatari dell’appello contro quello che viene ritenuto un progetto di stravolgimento della Costituzione. Tra i nomi più noti ci sono quelli di Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà, Salvatore Settis e Barbara Spinelli ai quali, come detto, si sono aggiunti Grillo e Casaleggio. Secondo loro, quello architettato da Renzi e Berlusconi è il piano sognato dall’ex Cavaliere e ispirato da Licio Gelli, come già teorizzato dal politico socialista Rino Formica.
Questo Piano di Rinascita Democratica 2.0 prevede la creazione di “un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali. Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo”. La nuova Costituzione “probabilmente la firmeranno Boschi e Verdini”, dice il presidente di Libertà e Giustizia, la giornalista Sandra Bonsanti che si sofferma sull’illegittimità di questo parlamento eletto con il Porcellum e accusa persino il presidente Napolitano, ritenuto complice del passaggio da una Repubblica parlamentare al semipresidenzialismo. Uno scandaloso attacco alla democrazia di cui sono responsabili anche i cittadini che “stanno attoniti a guardare”.

L’ombra di Licio Gelli dietro l’accordo Renzi-Berlusconi

Renzi Berlusconi massoneriaDietro la decisione di Matteo Renzi di formare il governo con una maggioranza da Prima Repubblica – rinunciando al ruolo vincente di rottamatore per rischiare di impantanarsi con Alfano nella palude dei veti incrociati dei  partitini centristi – ci sarebbe un accordo segreto con Silvio Berlusconi. Di più. Il patto stretto con il Cavaliere ricalca in molti punti il Piano di Rinascita Democratica della P2 di Licio Gelli. A proporre questa ipotesi è stato Rino Formica nei giorni immediatamente precedenti l’accettazione dell’incarico di premier da parte del segretario Pd.

Lo scaltro politico, socialista e più volte ministro ai tempi d’oro di Craxi, ha scritto una nota sulla rivista storica del socialismo Critica Sociale, per accusare Renzi di “protervia” e “insolenza” perché il neo premier avrebbe avviato “sue personali consultazioni da capo del governo non ancora incaricato”. Il j’accuse di Formica si chiudeva con un passaggio inquietante: “Dopo 35 anni vedo il realizzarsi del programma di Rinascita Nazionale del ‘toscano’ Licio Gelli”. Nazionale, o Democratica che dir si voglia, la Rinascita teorizzata da Gelli colpisce ancora l’immaginario del politico socialista che, non a caso, virgoletta la toscanità del Venerabile per accostarla a quella del giovane Renzi.

Passata sotto il silenzio complice dei media, la denuncia di Formica viene ribadita da lui stesso con una intervista rilasciata a ilsussidiario.net venerdì 21 febbraio, giorno dell’incarico. Questa volta però l’accusa è più circostanziata. Secondo Formica il paese si trova ad affrontare una “crisi di sistema”. Impensabile vedere “due diverse maggioranze” (quella “ufficiale” con Alfano per occuparsi di economia, l’altra con Berlusconi per le riforme istituzionali). Un modus operandi che metterebbe addirittura a rischio la democrazia in Italia.

“C’è un patto tra Renzi e Berlusconi – aggiunge Formica, secondo il quale i due – “non sopportano i corpi intermedi, non hanno un’idea della democrazia partecipativa e vogliono semplificare senza riguardo”. Renzi avrebbe accettato di governare con una maggioranza identica a quella del governo Letta perché “ha verificato con Berlusconi la saldezza del patto di ‘maggioranza occulta’ che non si sottoporrà al vaglio costituzionale del voto di fiducia”. In pratica, i partitini “morenti” usati per svolgere il lavoro sporco, mentre “la maggioranza in sonno si legge invece su una intesa solidissima”.

L’indicibile patto si reggerebbe su tre punti fondanti: intesa sull’elezione del presidente della Repubblica (Mario Draghi?), elezioni politiche entro un anno, legge elettorale pro Pd e Forza Italia. Tutto in nome delle richieste dei “Mercati”. Una “fotocopia del programma di Gelli” con maggioranze catto-massoniche al posto di quelle catto-comuniste. E, in effetti, alcuni dei punti fondanti della Rinascita Democratica piduista sono proprio la nascita di due partiti, il controllo dei media, il presidenzialismo, la riforma della magistratura, la riduzione dei parlamentari e l’abolizione delle province.

A pensar male si fa peccato, ma ci si indovina quasi sempre, diceva Giulio Andreotti, uno che di trame segrete se ne intendeva. In questo senso, un altro indizio del possibile connubio massonico tra Berlusconi e il suo erede è l’articolo pubblicato dal sito linkiesta.it. “L’attuale presidente di Mps Antonella Mansi – scrive Antonio Vanuzzo – è stata numero uno di Banca Federico Del Vecchio, istituto privato della borghesia fiorentina controllato da Banca Etruria, feudo della massoneria aretina nel cui consiglio d’amministrazione siede il padre di Maria Elena Boschi”.

La promettente figlia di Pier Luigi Boschi, il ministro delle Riforme Maria Elena, legata come il padre alla massoneria. Niente più di un sospetto, corroborato però dai frequenti incontri avuti dalla Boschi con Denis Verdini per discutere di legge elettorale. Verdini, il plenipotenziario berlusconiano, da sempre in contatto con la massoneria toscana, è stato tirato in mezzo anche da Beppe Grillo durante l’incontro in streaming con Renzi. “Ti sei messo insieme a Verdini e alla massoneria per fare la legge elettorale”, ha detto il guru del M5S al segretario Pd. E chi sa che non avesse ragione lui.

Il mistero del nuovo arresto di Luigi Bisignani

Bisignani arrestatoLuigi Bisignani, l’uomo noto alle cronache italiane come il “faccendiere”, si trova agli arresti domiciliari, accusato di frode fiscale nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte irregolarità nell’assegnazione degli appalti di Palazzo Chigi. Bisignani è accusato dai pm della procura di Roma di aver fatto emettere false fatture dalla sua società Four Consulting tra il 2009 e il 2011, al fine di assicurarsi un consistente guadagno sulle operazioni di intermediazione e lobbying messe in atto per favorire le imprese amiche nella conquista dei lucrosi appalti del palazzo sede del governo.

Custodia cautelare ai domiciliari, con le accuse di corruzione e turbativa d’asta, anche per il generale dei Carabinieri Antonio Ragusa che nel 2010 era capo del Dipartimento della Risorse Strumentali di Palazzo Chigi. Ma come? Il Grande Faccendiere Luigi Bisignani, sospettato di essere lo stratega occulto di trame massoniche e il custode dei più inconfessabili misteri italiani finito al fresco per una imbarazzante vicenda di false fatture? Nessun mistero sembrerebbe in apparenza celarsi dietro questa storia. Se non che gli amici degli amici che hanno ottenuto i lavori grazie all’intermediazione truffaldina di Bisignani e Ragusa sarebbero legati a vario titolo alla presunta associazione a delinquere P4, attiva proprio nella spartizione degli appalti della Pubblica Amministrazione.

Inchiesta P4 che già nel 2011 portò L’uomo che sussurra ai potenti a scontare quasi 5 mesi di domiciliari. Le accuse mosse dal pm Herry John Woodcock e dai colleghi della procura di Napoli si sgonfiarono presto, e niente lasciava pensare che il ruolo dell’ex membro della P2 di Licio Gelli sarebbe riemerso dal porto delle nebbie della procura capitolina, dove è approdato un filone dell’inchiesta.

I primi ad ipotizzare che dietro l’arresto del Bisi ci sia puzza di bruciato sono proprio i suoi avvocati Massimo Pellicciotta e Fabio Lattanzi. Secondo i due legali “Bisignani ha emesso regolari fatture. Né lui, né la sua società hanno mai evaso il fisco. Tutte le imposte dovute, sono state sempre regolarmente pagate”. Pellicciotta e Lattanzi ritengono le accuse palesemente infondate e annunciano l’immediato ricorso in Cassazione perché “i presunti importi evasi sono di minima consistenza, tali da non giustificare provvedimenti che limitano la libertà personale”.

Gli avvocati di Bisignani non lo dicono esplicitamente, ma lasciano intendere che l’arresto potrebbe essere il frutto di un non meglio precisato complotto contro il complottista. Una nemesi storica per il giornalista condannato anche per la madre di tutte le tangenti, quella Enimont scoperta da Mani Pulite. Lo stesso Bisignani ipotizza (notizia data dal Tg3 del 19-2-2014) che la fretta del pm Paolo Ielo e del gip  Maria Paola Tomaselli nel richiedere le misure cautelari sia giunta con perfetto tempismo alla vigilia della pubblicazione della sua ultima fatica editoriale, di cui per ora non si conoscono i contenuti. Qualcuno dall’Alto, insomma, avrebbe voluto far pervenire a Bisignani il messaggio di tenere la bocca chiusa. Messaggio recapitato dai giudici attraverso l’arresto.

Ipotesi, e solo ipotesi, che iniziano però a circolare vorticosamente. L’unico documento reso pubblico al momento è l’ordinanza di custodia cautelare di 63 pagine in cui il gip descrive Bisignani come un “soggetto dotato di una spiccata pericolosità sociale, con la conseguenza che il pericolo di recidiva appare quanto mai concreto e attuale”. Secondo gli inquirenti, il faccendiere “ha svolto una continua ed incessante attività di lobbying…al fine di consentire la realizzazione di obiettivi di qualsivoglia natura e finanche il perseguimento di interessi illeciti”. Il solito Bisignani, insomma, che però, questa volta, potrebbe decidere di rompere il muro del silenzio.

Cicchitto al Copasir per fermare Grillo

Fabrizio Cicchitto potrebbe essere eletto presidente del Copasir, la Commissione parlamentare di controllo dei servizi segreti, per sbarrare la strada ad una possibile candidatura di un esponente del Movimento5Stelle. La denuncia politica l’ha fatta lo stesso Beppe Grillo dalle pagine del suo blog con un post apparso nella giornata di venerdì. L’accusa di Grillo è grave e circostanziata, ricavata da un lancio di agenzia del sito agenparl.it.

“A quanto apprende AgenParl da fonti parlamentariscrive l’agenzia di stampal’on. Fabrizio Cicchitto sarebbe il membro dell’opposizione ad aggiudicarsi la presidenza del Copasir. La sua nomina oltre a placare le ambizioni interne al Pdl, leverebbe la presidenza del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ai grillini che l’hanno richiesta al Pd insieme ad altri ruoli di prestigio come la presidenza di una delle Camere”. Tanto è bastato per indurre Grillo a prendere carta e penna virtuali per chiarire a modo suo la vicenda.

“Un ex-iscritto alla P2 alla commissione parlamentare di controllo dei servizi segreti? E perché no? Si tratta di Fabrizio Cicchitto, già capogruppo PDL alla Camera”. Esordisce così il guru dei 5Stelle, legando Cicchitto ad un passato mai sepolto completamente. Secondo Grillo l’ordine di far fuori dal Copasir una forza ritenuta anti-sistema come quella dei grillini sarebbe venuto direttamente da due dei più giurassici dinosauri rimasti a calcare la scena politica italiana: Beppe Pisanu e Lamberto Dini. Citando come fonte il quotidiano Repubblica, Grillo riporta sul blog le frasi furtive che i due, certi di non essere ascoltati si sarebbero scambiati a Palazzo Madama giovedì scorso.

 

È interessante citare per intero gli scampoli di chiacchierata tra quelli che il capopopolo genovese definisce “due vacche sacre”: “In un Senato semideserto Lamberto Dini dice a Beppe Pisanu: “Se i grillini arrivano in commissioni delicate come l’Antimafia o il Copasir è un problema. E tu lo sai.”. “Eccome”, risponde l’ex ministro, “se avranno un questore renderanno pubblici i costi di qualsiasi cosa qui dentro. Caramelle comprese”. Per chiudere poi con un equivocabile: ” Dini, fai outing! Se credi che il M5S al Copasir sia un problema, racconta subito tutto quello che sai”. L’Italiano medio a questo punto si starà chiedendo quali segreti inconfessabili si celino dietro la gestione delle due commissioni. Una stanza rimasta sempre chiusa, difesa addirittura, questa l’accusa di Grillo, dai membri della loggia massonica Propaganda 2 fondata dal Venerabile Maestro Licio Gelli, mai scioltasi definitivamente.

Dopo un breve riepilogo della poco edificante carriera col cappuccio di Cicchitto, Grillo passa all’attacco del Copasir stesso, da aprire “come una scatola di sardine” allo stesso modo del parlamento. La collaborazione con giornalisti come l’agente Betulla Renato Farina, il caso Abu Omar, la nuova legge targata Pd-Pdl che ha segnato una stretta sulla trasparenza dell’operato dei servizi. Sono tutti punti dolenti sui quali Beppe Grillo batte il chiodo del M5S. Con la nuova legge, secondo lui, i magistrati che hanno indagato sulle stragi di piazza Fontana, Brescia, i delitti Mattei e De Mauro non avrebbero potuto “utilizzare le milioni di pagine provenienti dagli archivi dei servizi”.

Un inciucio della casta quello messo in piedi dal duo Dini-Pisanu, con la collaborazione di tutti i mass-media di Regime che, fino ad oggi, non hanno scritto una riga sulla questione Copasir. Questa l’idea di Grillo. La chiusura del post non poteva essere che grillina: “Immaginare che a capo del Copasir finisca un ex-piduista è davvero troppo. Dopo Cicchitto Presidente della Commissione, avremo Licio Gelli come consulente?”.