Berlusconi decaduto. Si chiude una pagina della storia d’Italia

Berlusconi decadutoSilvio Berlusconi non è più un senatore della Repubblica e non potrà rientrare in parlamento prima di 6 anni. Alle 17.42 e 30 secondi del fatidico mercoledì 27 novembre 2013, il Senato ha reso effettiva la sua decadenza. A 77 anni suonati, la decadenza suona per il Cavaliere come la campana a morto della sua vita istituzionale. Difficile, anche se non impossibile, rivederlo in pista a 83 anni. Per quella politica, invece, la sua ora potrebbe non essere ancora scoccata, vista la possibilità di trasformarsi in un guru extraparlamentare come Beppe Grillo. Anche dagli arresti domiciliari e dai servizi sociali previsti dalla sentenza Mediaset. Persino dalla galera, se le procure di Napoli e Milano decidessero di forzare la mano nelle inchieste “De Gregorio” e “Ruby ter”.

Una giornata, quella del 27 novembre 2013 che, indipendentemente da come la si pensi (berlusconiani, antiberlusconiani, spettatori imparziali) rappresenta la chiusura di una pagina di storia d’Italia. La fine (forse) di quello che molti hanno definito il ventennio berlusconiano. In realtà, in questo ventennio hanno sguazzato come pesci nel mare anche i “rivali” dell’attuale PD, due volte al governo con Romano Prodi nel 1996 e nel 2006, ma l’influenza sull’intero sistema del leader di Forza Italia resta innegabile. Il berlusconismo è entrato nel dna della maggior parte degli italiani attraverso il tubo catodico.

Una giornata drammatica e grottesca allo stesso tempo, con Berlusconi impegnato ad arringare la folla di fronte a Palazzo Grazioli e gli ex colleghi senatori a darsele di santa ragione fino all’ultimo su insignificanti questioni procedurali. Il Cavaliere è apparso pimpante, almeno rispetto al rischio di collasso corso durante il giorno della rifondazione di Forza Italia, ma la sua performance oratoria non è riuscita a nascondere la sconfortante realtà dei numeri: poche migliaia di fedelissimi giunti (gratis) proprio accanto ad un’altra famigerata finestra, quella di Palazzo Venezia. Il braccio teso in segno di saluto è stato sempre un must di Berlusconi, ma l’augurio è quello di non seguire il destino del Cavaliere originale, Benito Mussolini, finito ignominiosamente appeso a Piazzale Loreto.

 

Tornando ai particolari burocratici, l’aula di Palazzo Madama  ha respinto i nove ordini del giorno contrari alle conclusioni della Giunta delle elezioni presieduta da Stefàno di Sel. I berluscones (compresi Casini e Albertini di Sc) ci hanno provato fino alla fine, in tutti i modi, a convincere Pietro Grasso della necessità del voto segreto. Urla e strepiti rivelatisi inutili. Una battaglia che ha visto uniti per l’ultima volta FI e Ncd, il partito di Alfano che, per bocca di Renato Schifani, ha parlato di “pagina buia della nostra democrazia parlamentare”. L’appello era quello al mancato rispetto dell’art. 3 della Costituzione sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Per i berlusconiani, l’ormai ex senatore è stato trattato come un cittadino meno uguale degli altri (irretroattività della legge Severino). Proprio all’art.3 della Carta, ma interpretato in maniera completamente opposta, si sono rifatti invece i “giustizieri” di Berlusconi: Pd e M5S. I primi convinti di essersi finalmente liberati (“per via giudiziaria” direbbe l’interessato) dell’avversario. Errare è umano, ma perseverare è Partito Democratico, se è vero come vero che il partito che sarà di Renzi sottovaluta le responsabilità in comune con il Caimano di fronte allo sfascio del Paese. Durissimo l’intervento in aula di Paola Taverna, capogruppo del M5S, che ha rievocato il nebuloso passato di Berlusconi (debiti Mediaset, processi subiti, rapporti con la mafia) e lo ha descritto nei termini di un “delinquente abituale”. Interpretazione giacobina, ma quantomeno coerente.

Scenari: adesso per Berlusconi si apre la fase dell’opposizione attiva ed operante, contro il governo e contro la magistratura. Grillo prepara il V-day 3, mentre Renzi affila le lame per il post 8 dicembre. Fossimo in Letta Nipote ci asterremmo dal cantare vittoria.

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L’errore palese del Pd sulla decadenza di Berlusconi

L’ultima puntata della telenovela sulla decadenza di Silvio Berlusconi si è chiusa nella Giunta per il Regolamento del Senato con la decisione di votare in aula con il voto palese, anche se con data da destinarsi. Il voto segreto, comunque, codice di Palazzo Madama alla mano, è ancora possibile, se richiesto da almeno 20 senatori e in seguito approvato dai colleghi. Dunque, il Cavaliere è destinato ad uscire dalla scena dei Palazzi del Potere sia a causa dell’interdizione dai pubblici uffici, quantificata in 2 anni dai giudici di Milano, sia per la decadenza decisa in base alla legge Severino alla quale i berlusconiani sembrano non avere i numeri per opporsi. Ma è proprio a questo proposito che i conti non tornano.

Il bizzarro comportamento tenuto dal Pd, appoggiato dal voto decisivo in Giunta della montiana di Scelta Civica, Linda Lanzillotta, rischia infatti di trasformare la doverosa cacciata del Cavaliere in una crociata contra personam. Sul piano mediatico, infatti, sta prendendo corpo la versione della congiura dei Democratici, incapaci di sconfiggere Berlusconi nelle urne, ma desiderosi di liberarsene al più presto attraverso un “frettoloso voto politico”. Il ragionamento è questo: perché il Pd -forte della sentenza definitiva su Mediaset che estromette il Caimano, e soprattutto in netta maggioranza (insieme al M5S) al Senato quando si voterà la decadenza- ha voluto forzare la mano per esprimersi con un voto palese quando con il voto segreto il risultato dovrebbe essere lo stesso?

 

Le risposte a questo harahiri mediatico che sta consegnando alle cronache l’immagine di un Berlusconi martire non possono essere che tre. La prima, improbabile ma non impossibile, è che il Pd stia commettendo degli errori dovuti all’incapacità dei suoi dirigenti, divisi e confusi. La seconda, molto suggestiva e avanzata anche da diversi esponenti del Pdl come Renato Schifani, si riferisce ad una ipotetica strategia mefistofelica che vedrebbe i piddini nel ruolo di provocatori per costringere l’ala governativa e alfaniana del Pdl a rompere con i falchi per andare poi ad elezioni in cui il partito che sarà di Renzi la farà da padrone. E la durezza dimostrata dal segretario reggente Epifani (“la legge Severino va applicata”) lo dimostrerebbe. La terza risposta, la più probabile alla luce della guerra per bande in atto nel Pd, è che i Democratici non si fidino per niente dei Democratici. Cioè, il Pd ha paura del voto segreto che potrebbe scuotere la coscienza garantista (ma solo per i membri della casta) dei suoi senatori, consegnando alla storia il clamoroso salvataggio del Cavaliere.

A confermare i dubbi sulla scelta del voto palese –coerente con quanto sempre dichiarato dai grillini, ma assurda per il Pd che con il Pdl sostiene il governo Letta- è l’esponente centrista dei democrats Beppe Fioroni secondo il quale la decisione del partito potrebbe rivelarsi “l’ennesimo regalo a chi griderà all’esecuzione politica e alla vittima in virtù di un voto che, anche se segreto avrebbe avuto lo stesso esito perché si tratta del rispetto delle leggi e delle norme. Gli uomini di Berlusconi vedono nel comportamento del Pd, questa volta non a torto, una inutile provocazione che renderà di certo più difficile il cammino del già traballante governo Letta-Bruxelles-Alfano.

Ed è proprio il segretario azzerato del Pdl, riberlusconizzato anche grazie al metodo Boffo, a guidare la riscossa dei suoi, nuovamente uniti in nome della salvezza del capo. “La decisione di Sc e Pd di sostenere il voto palese col M5S –ha detto a caldo il vicepremier– è la violazione del principio di civiltà che regola, da decenni, il voto sulle singole persone e i loro diritti soggettivi. E ora, innanzitutto in sede parlamentare, lì dove si è consumato il sopruso, sarà battaglia per ripristinare il diritto alla democrazia”. E con lui questa volta ci sono anche Bondi, Santanché e il resto dei falchi e delle colombe. Potere dell’errore palese commesso dal Pd.

No alla decadenza: i numeri pro Berlusconi al Senato

Il pallottoliere di Denis Verdini segna al momento 132 voti sfavorevoli alla decadenza di Silvio Berlusconi da senatore ma ne servono almeno 162 per salvarlo. Al netto dei franchi tiratori e del gran rifiuto opposto da Mario Monti, le speranze di salvezza per il Cavaliere sembrano comunque aumentare di giorno in giorno. A rimpinguare le fila del blocco garantista che, in nome della presunta incostituzionalità della legge Severino, si è detto disposto a dire No alla decadenza del capo del Pdl dal Senato, ci sono le new entry Pierferdinando Casini e Mario Mauro, in realtà due pecorelle smarrite del berlusconismo. Insieme a loro, una sporca dozzina di senatori ormai ex Scelta Civica, pronti a formare un nuovo gruppo a palazzo Madama sotto le insegne del Partito Popolare Europeo.

La ragione dell’omicidio politico del senatore a vita Monti sta tutta nella risposta data a Lucia Annunziata nel corso della trasmissione In Mezz’ora: “Voterò per la decadenza di Berlusconi”. In realtà, la perifrasi utilizzata dal Professore è un po’ più complessa ed ambigua, ma la sostanza della chiusura fatta a Berlusconi è questa. Troppo tardi comunque per salvare una carriera politica breve, intensa ma inevitabilmente finita. Ma cosa ci guadagnano Casini e Mauro a tornare nell’ovile del berlusconismo che solo fino a pochi giorni fa sembrava sulla via del tramonto? La formazione di un nuovo contenitore di centrodestra –Forza Italia guidata ancora da Silvio in ticket con i Popolari legati ad Angelino Alfano- in cambio del voto contrario sulla questione decadenza.

 

Berlusconi ci crede ancora. I due anni di interdizione comminati dalla corte d’appello di Milano vengono considerati solo un incidente di percorso la cui discussione è rinviata in Cassazione. Se ne riparlerà almeno a gennaio. Il voto sulla decadenza, che sembrava avviato in dirittura di arrivo dalla strana maggioranza Pd-M5S, ha perso spinta propulsiva ed ora rischia di rimanere invischiato nelle sabbie mobili di Palazzo Madama dove Pietro Grasso, presidente dell’aula oltre che della Giunta per il Regolamento, ha detto di “voler riflettere bene” sulla possibilità di ricorrere ad un voto palese richiesto proprio dai 5Stelle che, così facendo, sono caduti nella trappola dei professionisti della melina. Anche qui votazione rinviata ad un giorno indefinito di novembre.

La strategia del nuovo centrodestra, “emendato” da Monti e dal montismo, è quella di attaccare senza posa la legge Severino come fatto ieri da Alfano, ora che una breccia sembra essersi aperta nel muro. È proprio Casini -quasi estinto con l’Udc, salvatosi grazie all’alleanza con il Professore e in rotta fino a ieri con Berlusconi- a parlare di “dubbia costituzionalità” di una legge votata appena un anno fa anche da lui per non perdere la faccia con gli elettori e i loro voti nelle urne. Ma si sa che, soprattutto in politica, chi non cambia mai idea è uno stupido, e Casini di certo non lo è. Come non lo è il ciellino Mario Mauro, passato in pochi mesi da un addio burrascoso con il Cavaliere a paladino del montismo e poi, ancora, tornato nella “disponibilità” di Arcore. L’incontro del 16 ottobre al circolo ufficiali del ministero della Difesa sarebbe servito proprio a garantire il binomio Nuovo centrodestra-salvezza di Berlusconi.

Dietro al duo Mauro-Casini potrebbe presto infoltirsi una pattuglia di senatori “moderati” e “cattolici”, anche di area Pd come l’anti-Renzi Beppe Fioroni, disposti a salvare il Cav. per salvare la Poltrona. A ulteriore dimostrazione dell’aria che tira c’è la dichiarazione rilasciata al Giornale, e riportata dall’Huffington Post, dall’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, anche lui antimontiano di Scelta Civica: “La decadenza di Berlusconi è incostituzionale e Monti lo sa bene”. Una profezia che sa quasi di minaccia: chi si oppone alla nuova versione del centrodestra italiano muore.

Decadenza. Berlusconi incastrato dalla “congiura” Letta-Alfano

Adesso che la Giunta per le immunità del Senato ha votato in favore della decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di senatore, cominciano a farsi largo i dubbi su una congiura politica decisa e messa in atto già da qualche mese per sbarazzarsi definitivamente del Caimano. Firmatari del patto scellerato sarebbero stati Partito Democratico, Enrico Letta e Giorgio Napolitano da una parte, Angelino Alfano e gli alfaniani dall’altra. Si spiegherebbe solo in questo modo -ma è solo un’ipotesi giornalistica alla Pasolini (“Io so ma non ho le prove”)- l’inedito accanimento con cui il Pd ha difeso la linea oltranzista, abbandonando misteriosamente il garantismo a oltranza da sempre professato. La rigida posizione tenuta dai membri piddini in Giunta, Casson e Pezzopane su tutti, avrebbe potuto addirittura far rischiare, come poi è stato, una crisi di governo, il governo guidato da Letta, vicesegretario del Pd.

Perché allora non accogliere la proposta di Luciano Violante e dare modo a Berlusconi di ottenere il rinvio della legge Severino alla Corte Costituzionale? Tanto ci penserà comunque il tribunale di Milano tra pochi giorni a buttare fuori il Cavaliere dal Palazzo. Un comportamento da harahiri, inspiegabile solo all’apparenza. Evidentemente i Democratici si sentivano le spalle coperte, non solo dal Quirinale, ma soprattutto dalla forza dei numeri all’interno del parlamento, come se Letta fosse già al corrente, anzi, come se avesse tra le mani una promessa firmata nero su bianco. Con il sangue di Berlusconi. Tutto appare sotto una diversa luce a tre giorni del voto di fiducia che ha visto il premier uscire trionfatore e il governo rilanciarsi, quando ormai tutto sembrava portare verso elezioni anticipate.

 

L’outing politico dei diversamente berlusconiani capitanati da Angelino Alfano, per questo divenuti alfaniani, ha reso pubblico quello che molti già sapevano: la fronda interna al berlusconismo aveva preso la forma di un movimento clandestino favorevole all’intesa centrista con Letta, Monti e Casini. Ecco perché le dichiarazioni rilasciate a caldo dai “traditori” di Berlusconi, quelli che vorrebbero accompagnarlo alla porta dell’esilio politico, suonano sinistramente come lacrime di coccodrillo, buone per lavare più di una coscienza sporca e utili per salvarsi dal “metodo Boffo”. “La decisione della Giunta per le elezioni del Senato non è una bella pagina per la democrazia italiana”, ha il coraggio di dire Maurizio Lupi, che invece di dimettersi per solidarietà con chi gli ha dato la vita politica, se ne resta comodamente seduto sulla poltrona di ministro. “Inaccettabile questa decisione”, tuona il “Celeste” Formigoni. “Mascalzonata ai danni di Berlusconi”, sentenzia “Torquemada” Giovanardi. “La Giunta ha rinunciato a verificare la costituzionalità della legge”, aggiunge la nemica di Alba Dorata Beatrice Lorenzin. Chi non ha la coda di paglia alzi la mano.

E Berlusconi? “Questa indegna decisione è stata frutto non della corretta applicazione di una leggescrive Silvio in una notama della precisa volontà di eliminare per via giudiziaria un avversario politico che non si è riusciti ad eliminare nelle urne attraverso i mezzi della democrazia”. Amarezza umanamente comprensibile, ma tecnicamente opinabile. “Violando i principi della Convenzione Europea e della Corte Costituzionale sulla imparzialità dell’organo decidente e sulla irretroattività delle norme penali –aggiunge Berlusconi- oggi sono venuti meno i principi basilari di uno stato di diritto”. Al Cavaliere decadente adesso non resta che aggrapparsi a due fievoli speranze: il ritorno dei franchi tiratori sulla scena di Palazzo Madama e il ricorso alla CEDU di Strasburgo. Ma anche lui è sembrato spento, svuotato, cosciente che forse i riflettori del varietà si stanno spegnendo. Non sembrano darsi per vinti i fedelissimi, i falchi ingabbiati dalle colombe. Un “verdetto politico”, parole di Renato Schifani, del quale dovrà rendere conto “quotidianamente” il presidente del Senato Grasso. Altro che larghe intese ritrovate.

Amato giudice costituzionale: bufera politica su Napolitano

La scelta compiuta dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di nominare Giuliano Amato giudice della Corte Costituzionale sta lasciando dietro di sé una lunga scia di polemiche e contestazioni, sia da destra che da sinistra. La mossa di Re Giorgio rientra di certo nell’ambito delle attribuzioni che la Carta costituzionale assegna all’inquilino del Quirinale. Spetta al presidente, infatti, nominare 5 dei 15 giudici costituzionali e la sostituzione di Franco Gallo, giunto al termine del mandato di 9 anni, non era altro che una scelta obbligata. Non altrettanto scontata, però, è stata l’indicazione del nome di Amato, l’ex socialista e due volte presidente del Consiglio, molto stimato in campo giuridico, ma altrettanto odiato in quello politico. Il sospetto è che Napolitano voglia giocare d’anticipo sul tavolo del salvacondotto per Berlusconi.

La prima reazione scomposta è arrivata proprio da dove non ti aspetti. “Si dice la ciliegina sulla torta. In questo caso è più opportuno dire la ciliegina sul pacco. Cioèha detto Maurizio Bianconi del Pdlsulla fregatura rifilata agli italiani con la nomina dei quattro senatori a vita utili ai giochi della sinistra. La ‘ciliegina’ è la nomina di Amato a giudice della Corte Costituzionale”. Secondo Bianconi il nome di Amato non sarebbe altro che parte della strategia quirinalizia di infilare uomini “suoi” sia al Senato -dove i numeri del governo Letta sono più ballerini e non è detto che non ritorni utile il voto dei senatori a vita-, sia alla Consulta che nei prossimi mesi potrebbe essere chiamata ad esprimersi sul Porcellum e sulla legge Severino. Ma è proprio su questo punto che vanno a scontrarsi le due anime pidielline, visto che la colomba Fabrizio Cicchitto la vede in maniera diametralmente opposta: “La nomina di Giuliano Amato è ineccepibile da tutti i punti di vista”.

 

Amato sì, Amato no, è un dubbio che invece non si è insinuato tra i banchi del M5S, apparso per una volta compatto nel derubricare come l’ennesima mossa della casta la nomina del braccio destro di Craxi su una poltrona così delicata. Da Riccardo Fraccaro a Alessandro Di Battista, da Carlo Sibilia a Paola Taverna, in queste ore è tutto un susseguirsi di dichiarazioni al vetriolo 5Stelle sui social network. È Sibilia a riassumere in poche parole l’opinione che nel Movimento si ha di Amato: “Giuliano Amato rappresenta degnamente lo schifo, il disgusto, l’indecenza, l’obbrobrio, l’orrore, il ribrezzo perpetrato negli anni dalla Casta politica italiana”. Anche secondo Di Battista “vogliono farci vergognare di essere italiani”, e Fraccaro rincara la dose: “Giorgio Napolitano ha nominato Giuliano Amato, ex tesoriere di Craxi e pensionato d’oro, giudice della Corte costituzionale. Ad insaputa della Costituzione”. Per chi non lo avesse ancora capito, l’idea del M5S di Amato è quella di un personaggio colpevole di essere stato “ex cassiere del Psi degli scandali craxiani”, e simbolo dell’Italia della casta perché destinatario di una pensione d’oro da decine di migliaia di euro al mese.

Ma Amato è anche colui che, con un decreto dell’11 luglio 1992, impose il prelievo forzoso del 6% dai conti correnti degli italiani quando già Tangentopoli stava facendo emergere le ruberie compiute dal suo principale e dal resto della politica (Pci compreso). In quell’occasione il dottor Sottile (definizione coniata da Eugenio Scalfari) vestiva i panni di presidente del Consiglio, indossati poi nuovamente nel 2000 per sostituire Massimo D’Alema a Palazzo Chigi. I 5Stelle, insomma, sentono puzza di salvacondotto per Berlusconi, considerando la personalità da larghe intese di Amato e la lucidità della scelta di Napolitano, non certo compiuta per caso. Opinione simile si registra anche dalle parti della Lega. È l’eterna promessa Matteo Salvini a farsi vivo sul suo profilo facebook: “Il signor Napolitano, che non è il mio presidente, ha appena nominato un volto nuovo, un giovane in gamba, come giudice della Corte Costituzionale. Giuliano Amato”. Tace per il momento il Pd, ridotto al ruolo di servo sciocco di Re Giorgio, ma anche degli interessi di Berlusconi.

Giunta riunita al Senato, Berlusconi minaccia la crisi di governo

Mercoledì 4 settembre 2013, giorno della riunione della Giunta per le elezioni di Palazzo Madama che dovrà decidere sulla futura agibilità politica del leader del centrodestra, Silvio Berlusconi. A dire il vero, per oggi è previsto solo l’ufficio di presidenza della Giunta, il cui compito sarà stilare un calendario delle udienze che avranno come protagonista il Cavaliere. Fresco condannato per frode fiscale, ma risoluto a non mollare la poltrona di senatore a causa delle legge Severino che prevede la decadenza dalle cariche pubbliche (parlamentari compresi) per i condannati a una pena superiore a due anni, Berlusconi sembra disposto a giocarsi tutte le sue carte, anche quella della sfiducia al governo Letta o della richiesta della Grazia.

La prima assise della Giunta si terrà, come previsto da tempo, il 9 di settembre. A questo proposito, risale a martedì l’ultimo disperato tentativo di stopparne l’iter da parte di uno dei colonnelli del Pdl, Renato Schifani che, nella veste di capogruppo a Palazzo Madama, ha chiesto formalmente al presidente Pietro Grasso di sostituire i membri della Giunta che, a suo dire, avrebbero già palesato le loro intenzioni, anticipando in questo modo la “sentenza” su Berlusconi. “E’ di tutta evidenza che la violazione degli elementari principi di riservatezza da parte di alcuni membri della Giunta richiede la valutazione del Presidente Grasso sulla esigenza di procedere alla loro sostituzione”, ha comunicato con un sorriso mediatico a 32 denti il dialogante Schifani. “Le continue dichiarazioni del senatore Stefano –ha poi aggiunto il capogruppo Pdl al Senato- sia sui tempi dei lavori della Giunta che sul merito delle sue decisioni, ci preoccupano non poco. Esse infatti non sembrano consone al ruolo di terzietà ed equilibrio al quale Stefano è stato chiamato come presidente di un delicatissimo organo di garanzia”.

 

Una interpretazione della legge e del Diritto a dir poco strumentale, per non dire ad personam, quella del siciliano Schifani che, oltre a minacciare la crisi di governo in caso di decadenza di Silvio, arriva a trasformare i parlamentari della Repubblica, impegnati nella Giunta per le elezioni con alcune funzioni giurisdizionali, niente di meno che in magistrati nel pieno del loro ruolo, obbligati alla consegna del silenzio, stravolgendo così la natura stessa del giudizio politico sulla decadenza, comunque successivo ad una condanna definitiva (quella della Cassazione sui diritti Mediaset) ed espresso da politici di schieramenti diversi. Come se il già citato Dario Stefano di Sel, Mario Giarrusso del M5S, o Felice Casson del Pd, una volta “studiate le carte” potessero convincersi dell’incostituzionalità ad berlusconem della legge Severino (peraltro votata a passo di carica anche dal Pdl solo pochi mesi fa), oppure rilevare un fumus persecutionis postumo, addirittura degno di un ricorso alla Corte di Strasburgo.

Intanto, questa mattina si riunisce l’assemblea del gruppo Pdl al Senato (a proposito, è iniziato il trasloco dalla vecchia sede del Pdl a via dell’Umiltà a quella nuova di piazza San Lorenzo in Lucina, intestata però alla rinata Forza Italia). Oggetto dell’incontro proprio la strategia da mettere in campo per tenere ancora il respiratore acceso al caro leader e, insieme al suo “culo flaccido” (elegante definizione di Nicole Minetti), cercare di mettere al riparo anche i propri di posteriori.

I capi bastone del partito sono in fibrillazione, impegnati in una gara all’ultimo sangue per risultare più lealisti del re. Falchi e colombe. Da Brunetta alla Santanché, dalla Gelmini a Capezzone, passando per Cicchitto, Alfano, Bernini a Bondi, è tutto un coro di devozione per il Capo e ricerca di una sponda nell’alleato Pd attraverso la condivisione del lodo Violante (l’imperscrutabile diritto di Berlusconi di difendersi all’infinito). Il Cavaliere per il momento tace, chiuso nel buen retiro di Arcore, ma sollecitato a “staccare la spina a Letta” dal vecchio alleato leghista Roberto Maroni, convinto che la tattica di logoramento costruita intorno a lui lo porterà presto a fare la fine di Craxi.