Italicum, il suicidio assistito dei piccoli partiti

ItalicumIn Italia praticare l’eutanasia è ancora illegale, con la sola illustre eccezione della politica. Sulla questione della legge elettorale – approdata in commissione Affari costituzionali della Camera – sembra infatti che i piccoli partiti presenti in parlamento non stiano facendo nulla o quasi per opporsi alla propria scomparsa, autorizzando di fatto il loro suicidio assistito. Nel nostro caso, la bozza dell’Italicum, il disegno di legge elettorale partorito dall’accordo Renzi-Berlusconi, non solo trova l’appoggio inaspettato del Nuovo Centrodestra di Alfano, ma non incontra grandi resistenze da parte di Sel, Scelta Civica, Udc, Popolari, Fratelli d’Italia e persino della Lega.

Tutti questi partitini allo stato dei fatti sono destinati ad un futuro extraparlamentare dalle soglie di sbarramento previste da quello che Beppe Grillo definisce il Pregiudicatellum:  8% se corrono da soli, 5% se coalizzati (con Pd o Forza Italia). Sondaggi alla mano, gli unici che potrebbero sperare di farcela sono gli alfaniani, ad oggi dati tra il 4 e il 7%. Ma non è assolutamente detto che l’appeal elettorale dell’ex delfino senza quid non possa far sprofondare i diversamente berlusconiani a percentuali da prefisso telefonico. Soprattutto quando gli elettori si accorgeranno che Ncd è tornato ad essere un semplice partito satellite dell’universo berlusconiano. Ecco perché la firma apposta da Alfano sul testo approdato in commissione puzza di bruciato lontano un miglio.

Che cosa è stato promesso al partito stampella del governo Letta per convincerne il leader a tornare all’ovile di Arcore senza batter ciglio? Perché è stata accettata una legge elettorale che potrebbe tramutare in un incubo i sogni di gloria di Ncd in caso di mancato raggiungimento del quorum? Forse Alfano ha ottenuto per sé una poltrona sicura? Se fosse così, meglio non avvertire i vari Cicchitto, Schifani, Formigoni e Giovanardi che Berlusconi non vede l’ora di rottamare.

Anche la Lega di Matteo Salvini rischia. Per il momento è saltato l’emendamento salva-Lega, studiato apposta per un partito “regionale” come il Carroccio se, come sembra sicuro, i lumbard non dovessero superare la soglia del 5% a livello nazionale.  I retroscena riportano che la norma ad personam leghistam uscita dalla porta, rientrerà dalla finestra al momento opportuno. Ma la reazione di Salvini e i suoi non lascia intendere nulla di buono per la Lega. “Se ritengono di mettere degli sbarramenti tali per cui rimangono in Italia solo 2-3 partiti – ha detto il segretario a Radio24 – è una legge elettorale schifezza, una legge truffa di stampo fascista”. Salvo poi aggiungere un “comunque vedano loro” che lascia intendere che i fucili di bossiana memoria rimarranno negli armadi.

Ancora più drammatica la situazione degli altri piccoli partiti, certificata su Repubblica anche dal professor Roberto D’Alimonte, padre dell’Italicum insieme a Denis Verdini. Secondo il politologo renziano con lo sbarramento al 5% riusciranno a entrare in parlamento solo cinque partiti: “Pd, Forza Italia, Ncd, M5S e Lega”. Per D’Alimonte “è probabile che Storace, La Russa (Fratelli d’Italia ndr) e qualche altro presentino i loro simboli ma si procurino dei posti sicuri nelle liste di Berlusconi”. Una visione persino troppo ottimista quella del professore rispetto ad una realtà ben più preoccupante.

Dunque, ricapitolando. Pierferdinando Casini ha già fatto capire che confluirà con la sua Udc o in Ncd, oppure direttamente nella Nuova FI del vecchio amico Berlusconi. Stesso destino per i Popolari di Mario Mauro. Il sogno del Terzo polo centrista si è infranto sul successo epocale del M5S. E, infatti, anche le residue truppe di Scelta Civica di Mario Monti potrebbero trovare quartiere nella caserma Pd dopo aver firmato, parola del segretario Stefania Giannini, il testo dell’Italicum. Ultima della lista è Sel, ma Niki Vendola si limita a dire che il suo partito voterà contro. Il punto lo coglie forse Giorgia Meloni di Fd’I: “Questa proposta nasce per ammazzare tutti i non allineati fuori dai grandi partiti e all’interno dei partiti”. Un perfetto epitaffio.

Accordo Renzi-Berlusconi: ex DC e bersaniani minacciano la crisi di governo

accordo renzi berlusconiL’accordo tra Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale rischia di provocare la crisi del governo Letta. Contro il segretario del Pd si è scatenato il fuoco di fila di alfaniani, montiani, casiniani, ma anche di un pezzo del suo stesso partito, la minoranza interna bersaniana, tutti convinti, a ragione, che il vero obiettivo del sindaco di Firenze sia quello di andare al più presto alle urne. La minaccia sbandierata da ex democristiani e Sinistra Pd è quella di non votare il modello spagnolo made in Italy, aprendo di fatto la crisi di governo per andare a votare con il proporzionale puro imposto dalla sentenza della Consulta sul Porcellum.

Renzi, da parte sua, con il suo comportamento volutamente schizofrenico, non fa nulla per nascondere l’irresistibile voglia di Palazzo Chigi che lo pervade. È stato proprio lui, infatti, a mettere sul tavolo della trattativa tre modelli di legge elettorale (spagnolo, mattarellum, sindaco d’Italia), salvo poi sabotare a priori qualsiasi accordo di maggioranza, possibile grazie alla convergenza del trio Ncd-Sc-Udc su un sistema a doppio turno. Ovvero, tutti tranne lo “spagnolo”. La giustificazione di Renzi è che le regole del gioco non si decidono “a colpi di maggioranza”. Peccato che – stante il rifiuto di Grillo di scendere a patti con la casta – l’unica alternativa al patto con i figli della Balena Bianca (Letta compreso, bersaniani esclusi) sia l’asse sul modello spagnolo a turno unico con il pregiudicato Berlusconi. La morte dei piccoli partiti.

La direzione nazionale del Pd di giovedì, e il successivo drammatico incontro serale col premier Letta, non sono riusciti a disinnescare i contrasti tra quelli della vecchia nomenklatura che rifiutano la riabilitazione politica del Cavaliere decaduto (dopo averci inciuciato spudoratamente per 20 anni) e l’emergente ala renziana del partito. Anzi, Renzi ha ribadito la volontà di dialogare con Berlusconi, con la sola intenzione di creare il casus belli che faccia finalmente cadere il governo. La responsabilità, a quel punto, se la prenderebbero ex Dc e bersaniani, fatti passare per “proporzionalisti” da Prima repubblica.

Il diabolico piano renziano ha già prodotto i primi effetti. Gli “alleati” di governo cominciano a perdere la pazienza. Alfano, Monti e Casini hanno dato mandato ai rispettivi capigruppo di mettere nero su bianco le condizioni dei partiti centristi. La paura di Renzi ha fatto il miracolo di riunire Ncd, Sc e Udc (appena riciclatosi nei Popolari per l’Italia) per lanciare un ultimatum. “È urgente un incontro di maggioranza – scrivono in una nota – per evitare che il sottile equilibrio su cui si regge il Governo, anche per le tensioni interne al Pd stesso, provochi una crisi di Governo al buio”. Senza accordo di maggioranza su legge elettorale, superamento del bicameralismo paritario e riduzione del numero dei parlamentari Letta cade.

 

Dello stesso tono ultimativo e catastrofico si sono rivelati i lamenti di Dario Franceschini e Maurizio Lupi che hanno incontrato Renzi. “Se fai l’accordo con Berlusconi salta la maggioranza”, hanno lasciato intendere i due ministri di scuola DC. Ma l’affondo più clamoroso contro la strategia renziana lo ha portato il deputato Pd Alfredo D’Attorre. “Se domani si chiude il patto Berlusconi-Renzi che esclude tutti gli altri, la maggioranza finisce domani”, minaccia il bersaniano di ferro, consapevole che nei listini bloccati dello “spagnolo” non ci sarà posto per i non allineati al credo del messia di Firenze.

Una scissione del Pd sarebbe solo l’ennesimo colpo di scena di una politica italiana che sembra impazzita. Al momento una sola cosa è certa: se il governo cade, o si va a votare con il proporzionale, che significa inciucio a vita, oppure si forma un governo di scopo Renzi Berlusconi per votare legge elettorale e riforme. Fantapolitica?

L’ultimatum di Renzi al Pd sulla legge elettorale

È un Matteo Renzi deciso a chiudere in pochi giorni la partita sulla legge elettorale quello che si presenta alla direzione nazionale del Partito Democratico. Se necessario, anche a costo di far cadere il governo Letta-Alfano. Ufficialmente non dà una scadenza all’esecutivo, ma forza i tempi chiedendo al presidente Gianni Cuperlo di “convocare per lunedì 20 la riunione della direzione sulla legge elettorale”. “Nella mia cultura – dice il segretario – la direzione deve votare”

Sulla legge elettorale e sugli altri temi in agenda, come il Jobs Act, l’abolizione del Senato, il taglio dei costi della politica e i diritti civili “ci giochiamo la faccia”, aggiunge Renzi. E questo anche per colpa della stabilità da cimitero del governo delle larghe intese sponsorizzato da Giorgio Napolitano. A Enrico Letta – che ieri ha declinato la sua partecipazione alla riunione di quello che dovrebbe essere anche il suo partito, irritando non poco il sindaco/segretario -, Renzi non riesce a non riservare una critica al vetriolo: “Se guardiamo a questi 10 mesi ci troviamo di fronte a un elenco di fallimenti”.

Il segretario dimostra di non avere dubbi sul fatto che “o il Pd realizza le riforme o andiamo incontro a una devastante campagna elettorale, con la demagogia di Berlusconi e di Grillo”. Tutto si deciderà nei prossimi quattro mesi che costringeranno il nuovo Pd targato Renzi a “portare a casa dei risultati” perché “se andiamo avanti come se niente fosse saremo spazzati via”. Questione di vita o di morte per il renzismo, impostosi a valanga sulla vecchia nomenklatura con il voto delle primarie, è cambiare la politica da cima a fondo e non accontentarsi di cambiare un paio di ministri con il rimpasto più volte annunciato dai giornali.

 

Renzi intende “creare un sistema istituzionale e politico che duri per i prossimi vent’anni”, pena la sua scomparsa dalla ribalta politica. La paura è quella di cedere terreno a Sinistra ai grillini. Ecco perché snobba Casaleggio, irridendolo perché il M5S non ha accettato di discutere sulle tre proposte di legge elettorale presentate da lui. Ed ecco così spiegata l’ennesima sortita su ius soli e unioni civili, a cui il segretario non vuole rinunciare, nonostante i contrasti con gli alfaniani.

Renzi si sofferma anche sulla  riforma del titolo V della Costituzione e punta nuovamente il dito sugli stipendi d’oro dei consiglieri regionali. A conclusione del suo intervento, poi, entra nello specifico della nuova legge elettorale. “Per me la legge elettorale deve avere il premio di maggioranza – dice – Io ho fatto tutta la campagna delle primarie contro il proporzionalismo puro. Il punto centrale per noi è il sistema che consente di governare. E questo è il premio di maggioranza. Che tu lo dia al primo o al secondo turno è assolutamente indifferente”.

Conferma di non essere sicuro che la legge elettorale si farà “nell’ambito della maggioranza e basta”, e aggiunge di non temere di essere impallinato in aula dal voto segreto della Sinistra del Pd. Il riferimento è naturalmente al paventato accordo con Berlusconi sul modello spagnolo. La vecchia guardia Pd vede come fumo negli occhi persino un incontro col Cavaliere (al momento previsto per sabato), ma Renzi è perentorio nello stoppare le critiche. “La polemica se devo incontrare Forza Italia o meno è surreale – conclude il suo intervento il segretario -Si parla con tutti ovunque. È del tutto evidente che si parla anche con Forza Italia.

M5S: su immigrazione, legge elettorale e droghe decide la Rete

Il Movimento5Stelle voterà in favore dell’abolizione del reato di immigrazione clandestina. Lo hanno stabilito gli iscritti al portale grillino attraverso una consultazione on-line. Certo, solo 25mila degli oltre 80mila iscritti al blog di Grillo prima del 30 giugno 2013 hanno deciso di esercitare il loro diritto. Sulla bassa affluenza alle urne virtuali hanno contribuito anche le falle del sistema informatico e comunicativo gestito da Gianroberto Casaleggio. Ma si può comunque affermare che il primo test di partecipazione diretta dei cittadini nella scelta di una legge sia stato un successo.

La dimostrazione sta nel fatto che proprio Beppe Grillo, definito dai detrattori come il duce di un movimento sfascista e dittatoriale, si sia dovuto piegare alla volontà di poche migliaia di illustri sconosciuti: gli attivisti del M5S. L’ex comico, insieme a Casaleggio, si era espresso chiaramente contro l’iniziativa dei due senatori pentastellati, Maurizio Buccarella e Andrea Cioffi, latori di un disegno di legge favorevole alla depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina. “Se avessimo inserito questa proposta nel nostro programma, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico alle elezioni”, così Grillo aveva stroncato in ottobre la pur umanamente lodevole iniziativa dei suoi.

Su argomenti così importanti, assenti dal programma a 5Stelle, “decide la Rete”. Parola di Grillo e Casaleggio. E la Rete grillina sull’immigrazione clandestina la pensa al contrario rispetto a Grillo. Il Capo si è infatti adeguato, senza nemmeno dire la sua sul blog. Al netto delle polemiche interne al Movimento e del polverone alzato dalla quasi totalità dei mass media, i grillini hanno deciso di ripetere immediatamente l’operazione democrazia diretta. Sul loro portale sono già in discussione due proposte di legge che riguarderanno il sistema elettorale e la legalizzazione della cannabis.

La discussione sulla legge elettorale è certamente quella più gettonata nel dibattito politico italiano. Le motivazioni riguardo la bocciatura del Porcellum rese note dalla Consulta hanno, di fatto, consegnato al Paese un proporzionale puro, costringendo Matteo Renzi a forzare i tempi per imporre uno dei tre modelli elettorali scelti dal Pd (spagnolo, mattarellum, sindaco d’Italia). Ma i grillini non ne vogliono nessuno dei tre, almeno fino a quando la Rete non si sarà espressa. Nei prossimi giorni gli 80mila iscritti dovranno iniziare a confrontarsi su maggioritario, proporzionale, premi di maggioranza e preferenze.

La legge elettorale a 5Stelle non vedrà quindi la luce prima di uno o due mesi. Del resto, Grillo e Casaleggio non hanno alcuna fretta, visto che una legge elettorale valida già c’è: il Porcellum emendato dalla Consulta. Ipotesi confermata anche dal costituzionalista Aldo Giannuli. “La Corte dice chiaramente che il Porcellum, emendato come da sentenza, è un sistema perfettamente funzionante – scrive il professore sul blog di Grillo – che può essere usato immediatamente come sistema proporzionale su lista, con apparentamento ed una sola preferenza esprimibile”. Renzi dovrà dunque accontentarsi di fare la legge elettorale con Berlusconi e Alfano, ma non con Grillo.

Da ieri il M5S discute anche di superamento della Fini-Giovanardi e di legalizzazione della cannabis. Anche in questo caso saranno gli iscritti, come segnalato nel post del deputato Vittorio Ferraresi, a dare vita ad un testo definitivo che al momento parte da tre punti principali: differenziazione tra droghe leggere e pesanti, liceità della coltivazione di marijuana, eliminazione di arresto obbligatorio e illeciti amministrativi. Comunque la si pensi sul merito delle questioni, è il metodo, ovvero la partecipazione diretta dei cittadini, a rischiare veramente di funzionare. Una prospettiva che fa paura al Potere costituito nelle stanze dei bottoni. Non si spiegherebbe altrimenti l’attacco mediatico concentrico di cui è stata oggetto la votazione sull’immigrazione clandestina. Scottata dalla vittoria dei cittadini contro Grillo (presunto) dittatore, la stampa di destra (Il Giornale diretto da Sallusti) e di sinistra (Repubblica di De Benedetti) si è lanciata in un attacco scomposto e volgare contro il Movimento. Paura di una democrazia in cui è il popolo che decide.

Legge elettorale: accordo vicino tra Renzi e Berlusconi sul modello spagnolo

 

accordo Renzi BerlusconiL’ufficio stampa del Pd ha smentito ufficialmente le indiscrezioni su un prossimo incontro tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi per discutere di legge elettorale. Ammesso e non concesso che il faccia a faccia non avverrà, l’aria che tira è quella di un possibile accordo tra il Segretario e il Cavaliere su un sistema di voto ispirato al modello spagnolo. La conferma arriva da Renato Brunetta che, intervistato da Giovanni Minoli su Radio24, si sbilancia fino a definire quella in corso “la settimana buona” per firmare il patto tra Pd e Forza Italia. Una prospettiva che accontenta la brama renziana di “fare” presto, soddisfa il desiderio berlusconiano di sedersi al tavolo delle decisioni che contano, ma che terrorizza gli alleati di governo di Ncd e Scelta Civica.

È nota la posizione di Renzi, che ha bisogno di correre con le riforme per non perdere faccia e voti. Per lui la nuova legge elettorale va scritta con la più ampia condivisione possibile, anche a costo di attraversare i confini della maggioranza Pd-Ncd-Sc-Udc per trattare con Grillo o, peggio ancora, con Berlusconi. Comprensibili le inquietudini di Angelino Alfano che, con il modello spagnolo a turno unico, rischia di veder nuovamente fagocitato dal Caimano il suo neonato partitino (i sondaggi danno Ncd tra il 4 e il 7%). Il leader dei diversamente berlusconiani prova a mostrare sicurezza e dichiara di non avere “alcuna preoccupazione sulle trattative in corso, perché noi abbiamo un ruolo importante: siamo determinanti per la vita del governo e siamo determinanti per il centrodestra e le sue chance di vittoria”.

Determinanti o no che siano i voti di Ncd in parlamento, Alfano ha una fifa spagnola che un accordo tra Renzi e Berlusconi lo possa tagliare fuori, anche perché il solito Brunetta ha già dettato le condizioni di Forza Italia: election day il 25 maggio, sistema a turno unico, maggioritario e bipolare. Il mancato ricorso al doppio turno, come già accennato, relegherebbe i piccoli partiti ai margini, se non fuori, dell’emiciclo parlamentare, rischiando di proporre agli italiani il duello elettorale tra il vecchio (Silvio) e il nuovo (Matteo) Berlusconi. Un’ipotesi che Alfano e i suoi non possono neanche permettersi di immaginare. Stesso discorso per i montiani che, con il modello spagnolo, incorrerebbero nella medesima sorte di oblio degli alfaniani.

Per questo la delegazione di Scelta Civica – che ha incontrato il premier Letta per definire il patto di coalizione per il 2014 – oltre a bocciare il modello spagnolo, ha alzato la posta fino a chiedere un rimpasto di governo per beneficiare di un ministero chiave (si pensa a quello del Lavoro tenuto da Giovannini). Ad ogni modo, il segretario Pd ha provato a rassicurare tutti dicendo di volersi confrontare “serenamente ma velocemente. Nessun diktat, né da noi, né da Berlusconi, né da altri”. Renzi afferma anche che non si voterà prima del 2015, ma intanto mette in chiaro che la legge elettorale la farà entro un mese con chi ci sta. E Berlusconi sembra proprio che ci voglia stare.

Alfano punta disperatamente sul modello Sindaco d’Italia a doppio turno per salvare il salvabile. Intanto, Berlusconi riunisce a Palazzo Grazioli i fedelissimi Verdini, Brunetta e Romani per fare il punto della situazione. Renzi, invece, pare tarantolato, e si prepara a presentare il Job Act dopo aver detto la sua persino sulla legalizzazione della cannabis. Manovre strategiche in attesa delle motivazioni della sentenza con cui la Corte Costituzionale ha fatto a pezzi il Porcellum, in arrivo entro la fine della prossima settimana.

Legge elettorale. Verdini sostituisce Brunetta nella trattativa con Renzi

renzi verdiniRenzi e Berlusconi hanno un obiettivo in comune: andare al più presto alle urne con una nuova legge elettorale di tipo maggioritario. Ecco perché, da quando Matteo è divenuto segretario del Pd, i rispettivi staff hanno avviato un trattativa. Segreta però, perché Renzi non può far sapere ufficialmente in giro di cercare il “patto col diavolo”. Pena la perdita dei consensi appena raccolti. A questa necessità di discrezione è legata la decisione di Berlusconi di retrocedere Renato Brunetta dal rango appena acquisito di rappresentante ufficiale della posizione di Forza Italia sulla legge elettorale per sostituirlo con Denis Verdini.

La colpa di Brunetta è quella di non aver tenuto segreto l’incontro con Dario Nardella (fedelissimo di Renzi) e, soprattutto, di aver aperto sul Mattarellum corretto, sistema elettorale che i berlusconiani vedono come fumo negli occhi. Al suo posto, dunque, subentra in re delle trattative nascoste, quel Verdini protagonista fin dai tempi del secondo governo Prodi e di Sergio De Gregorio di conteggi al pallottoliere, telefonate, incontri carbonari in Transatlantico, abboccamenti vari, atti a portare gli avversari dalla parte del Cavaliere. Un esperto in materia che non ha perso tempo ad alzare la cornetta per chiamare il conterraneo Renzi (sono ambedue toscani doc).

“O Matteo, io e te ci si deve parlare”. Così Denis avrebbe apostrofato Matteo, secondo quanto riportato dall’Huffington Post che cita una “autorevole fonte” anonima, interna a FI. Il tono colloquiale di chi sa di trovare un interlocutore aperto e ben disposto. E Renzi non è sembrato spaventarsi troppo di fronte al diktat berlusconiano che, in cambio del sì ad una legge elettorale, pretende la caduta del governo e elezioni politiche accorpate alle europee di primavera. Che il segretario del “nuovo verso” Pd non voglia correre il rischio di consumarsi tenendo in vita l’esecutivo Letta-Alfano, lo si era capito già mercoledì scorso quando, in occasione dell’ennesima presentazione dell’ennesimo libro di Bruno Vespa, il primo faccia a faccia tra lui e il leader di Ncd si era concluso con una vittoria all’attacco per il sindaco di Firenze.

 

Il primo passo della trattativa Renzi-Berlusconi si è concluso però in un flop. Il dossier legge elettorale è finito inopinatamente nelle mani di Brunetta, un asso dell’economia, ma completamente asciutto in materia di sistemi elettorali. Berlusconi aveva comunque affidato al capogruppo alla Camera il delicato incontro con Nardella (“Dovevano vedersi in segreto e lontano da occhi indiscreti”). Ma le mosse del piccolo Renato sono sembrate quelle di un elefante in una cristalleria e l’incontro massonico è finito sulle prime pagine di tutti i giornali. Come se non bastasse, Brunetta si è fissato col Mattarellum con premio di maggioranza. Una soluzione che, sempre secondo l’informatissimo Huffington Post, non piace ai big di Forza Italia e a cui Verdini preferirebbe il sistema spagnolo (“collegi o circoscrizioni piccole ritagliate sulle attuali Province, primo turno a base proporzionale e poi, casomai, apertura a un eventuale ballottaggio e/o doppio turno”).

Ora che c’è Denis al posto di Renato, la trattativa torna ad insabbiarsi. La paura dei berluscones non è tanto il feeling con Renzi e la sua reale intenzione di far saltare il tavolo del governo per prendersi Palazzo Chigi. L’ambizione del segretario Pd traspare, infatti, da ogni dichiarazione. Il vero pericolo è ancora Giorgio Napolitano, arrivato a minacciare le dimissioni in caso di caduta del “governo del presidente”. La conferma arriva dalle parole del costituzionalista Valerio Onida, uno dei Saggi più vicini alle posizioni del Quirinale. Secondo Onida le motivazioni della Consulta sulla bocciatura del Porcellum arriveranno dopo il 14 gennaio. Tempi lunghi che potrebbero nascondere l’intenzione di stoppare tutti i tentativi di stringere su una legge elettorale sgradita al governo Letta-Alfano-Napolitano.

Grillo rifiuta il patto con Renzi. E Alfano lo accusa: “Sei di sinistra”

Nel giorno dell’investitura ufficiale a segretario del Pd, Matteo Renzi pronuncia un discorso con cui riesce nell’impresa di scontentare tutti, compagni di partito e avversari politici. I governisti Pd di Enrico Letta temono un’accelerazione sulla legge elettorale che possa far cedere l’intesa con Alfano e i centristi. Beppe Grillo respinge “alla Grillo”, definendola una “scoreggina”, l’offerta di collaborazione su rinuncia ai rimborsi elettorali, legge elettorale, abolizione delle Province e del Senato. Lo stesso Angelino Alfano, leader di un Ncd terrorizzato dal ritorno alle urne, commenta il programma renziano come frutto di un “nuovo segretario di sinistra della sinistra italiana”. Praticamente un insulto.

L’aria che tira nella politica italiana è quella di una lunga campagna elettorale, anche se alcune parti del discorso programmatico di Renzi, e la reazione distesa di Letta (“Uniti siamo imbattibili”), lascerebbero pensare ad un clima collaborativo, se non altro all’interno del Pd. Le note liete sul fronte dell’unità tra eredi del Pci e la nuova sinistra riformista rappresentata dal renzismo, cominciano nel segno del 15. Quindici mesi sono il termine ultimo che Renzi si è dato per collaborare col governo dell’amico Enrico. Una pax renziana. Quindici anni, invece, saranno necessari per raggiungere l’ambizioso traguardo di fare dell’Italia “il motore e la guida valoriale dell’Europa”.

Condivisibile dai lettiani, almeno a parole, anche il primo punto del programma di Renzi: il Lavoro. “Nell’arco di un mese serve un progetto di legge per semplificare le regole del lavoro e modificare le condizioni degli ammortizzatori sociali”, ha detto il neo segretario dal palco della Fiera di Milano. Renzi e Letta a braccetto anche sulla presa di distanza dalle proteste di piazza del Movimento 9 dicembre o dei Forconi: “Più che fascisti, sono sfascisti”. Convergenze possibili anche su modifica della Bossi-Fini e sulle unioni civili. Ma qui finisce l’idillio perché voci di corridoio lettiane si dicono convinte che il sì a Montecitorio sulla legge elettorale, che Renzi pretende per fine gennaio, “al massimo arriverà in commissione e non in aula”. Sabbie mobili democristiane che rischiano di invischiare il trampolino renziano. Renzi accusato anche di non aver citato Giorgio Napolitano, garante supremo delle larghe intese.

 

Paura di elezioni anticipate tra i lettiani che diventa vero e proprio terrore nella bocca di Alfano intervistato a caldo da Lucia Annunziata. Il vicepremier fa già le prove di campagna elettorale quando definisce Renzi il “segretario di sinistra della sinistra italiana”. La collocazione a sinistra di un partito di sinistra è una ovvietà che si verifica in tutta la politica mondiale. Ma in Italia essere “di sinistra” è divenuta una condizione esistenziale quasi inconfessabile. Renzi di certo non lo è, ma basta qualche apertura in senso libertario per far gridare Alfano al golpe dei barbudos o dei bolscevichi. Messo alle strette sulla legge elettorale, il segretario Ncd passa sulla difensiva quando afferma che “Letta è d’accordo, decide la maggioranza”. Rilancia, invece, sull’abolizione immediata dei rimborsi elettorali (non nel 2017) e difende la famiglia “tradizionale” rispetto alle altre unioni.

Un no secco per Renzi arriva anche da Beppe Grillo che dal blog non perde tempo per rispondere alla proposta-provocazione del segretario Pd definita “non una sorpresina ma una scoreggina”. E pensare che Pippo Civati lo aveva detto che sarebbe stato un errore cercare di inseguire i grillini sul loro terreno. Secondo Grillo “i rimborsi elettorali vanno restituiti agli italiani”, compresi i quasi 50 mln del 2013 e, soprattutto, il miliardo di euro che il Pd-Pds-Ds ha “incassato aggirando il referendum” del 1993. Soldi degli italiani. Sulle Province Grillo si dice pronto a votare qualsiasi legge che ne preveda l’abolizione. Mentre su legge elettorale e Senato niente da fare: “Questo Parlamento di nominati dal Porcellum non ha la legittimità costituzionale, ma soprattutto morale, per fare una nuova legge elettorale”. Vita dura per Renzi.

La Corte Costituzionale smonta il Porcellum. Parlamento illegittimo?

porcellumSmentendo le previsioni della vigilia, la Corte Costituzionale decide di premere sull’acceleratore e dichiara l’illegittimità costituzionale del Porcellum. Per la precisione, la legge elettorale varata nel 2005 e battezzata Porcellum dal suo stesso padrino Roberto Calderoli, non è stata emendata totalmente, ma solo in due punti specifici. Ad essere giudicati incostituzionali sono stati il ricorso alle liste bloccate e l’abnorme premio di maggioranza. La Consulta ha così accolto nel merito il ricorso presentato nel 2009 da 27 cittadini italiani.

Troppo forti le pressioni che venivano dalla società civile e dai media per affidarsi ad un nuovo rinvio (si parlava della metà di gennaio 2014), così come auspicato dalle forze politiche di maggioranza, il Pd lettiano, Ncd di Alfano, ma soprattutto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, preoccupato che l’affondamento del Porcellum potesse accelerare la crisi del governo di larghe intese, già orfano di Berlusconi. La prima ad uscire con le ossa rotte dalla vicenda Porcellum è proprio la Politica, rivelatasi incapace di mandare in soffitta una legge elettorale odiata (almeno a parole) da tutti. Una sconfitta per il governo Letta che, facendosi anticipare dal Potere giudiziario, non fa che offrire il fianco alle agevoli bordate di Matteo Renzi e Beppe Grillo.

 

Oltre al danno di immagine (quale?) per il governo, la cassazione del Porcellum rappresenta anche una amletica beffa, perché mette in dubbio la legittimità stessa del Parlamento i cui membri sono stati eletti con delle liste bloccate, impedendo ai cittadini di esprimere la propria  preferenza, e per questo da considerarsi loro stessi illegittimi. Una tegola che non doveva cadere sullo scricchiolante castello di carte del governo Letta-Alfano costruito da Re Giorgio. Un buco a cui occorre porre rimedio al più presto possibile con la toppa di una nuova legge elettorale fatta dalle forze politiche presenti in Parlamento. Più facile a dirsi che a farsi, visto che il Porcellum è stato di fatto mandato in pensione dalla Corte Costituzionale dopo 8 anni di dis-onorata carriera e altrettanti di contrapposizioni feroci e mancati accordi tra i partiti.

Letta, Alfano, Bersani, Berlusconi. Nessuno di loro ha mai voluto veramente sbarazzarsi del Porcellum, giudicato un utile strumento per controllare le clientele parlamentari e una facile scappatoia per ottenere maggioranze bulgare (almeno alla Camera) anche con un voto di vantaggio sugli avversari. Un pasticcio voluto da Berlusconi per azzoppare Prodi, ma adottato in seguito anche dai “nemici” del Pd. Adesso occorre rimboccarsi le maniche, almeno per non rischiare che le motivazioni della Consulta, svelate tra qualche settimana, possano mettere in discussione, come già accennato, la legittimità costituzionale di un Parlamento di nominati.

Allo stato dell’arte il presidente del Senato Pietro Grasso, riscontrata l’impossibilità di procedere in accordo con una nuova legge elettorale, ha chiesto di passare la palla a Montecitorio dove una maggioranza variabile, diversa da quella Pd-Ncd-Sc, è possibile. In questo modo Grasso ha però offerto un assist alle velleità di Renzi che, insieme a Lavoro e Finanziamento ai partiti, ha messo la legge elettorale al primo punto del suo programma. Tutto rinviato al post primarie dell’8 dicembre, quando il sindaco di Firenze diventerà quasi certamente segretario del Pd. Intanto però il partito di Alfano ha già fatto sapere, per bocca di Fabrizio Cicchitto, che varare una legge elettorale con una maggioranza diversa da quella di governo significa automaticamente la fine delle larghe intese e la caduta di Letta.

Un bel rebus da risolvere quello tra Mattarellum, doppio turno alla francese, sistema spagnolo, proposta D’Alimonte, collegi uninominali, maggioritario, proporzionale, corretto o liscio. Intanto il deputato dissidente del Pd, Roberto Giachetti, è arrivato al sessantesimo giorno di sciopero della fame per protestare contro la mancanza di un accordo per la nuova legge elettorale. Sempre più emaciato, gli consigliamo di non aspettare i colleghi e di mangiare qualcosa.

Renzi scarica Letta e punta a prendersi segreteria Pd e Palazzo Chigi

Matteo Renzi chiude la convention della Leopolda 2013 con il bagno di folla che voleva e, in poco meno di un’ora, presenta il suo programma da futuro e quasi certo segretario del Pd. Ma Renzi è uno che pensa ancora più in grande, alla presidenza del Consiglio. 4 i punti fondamentali del credo renzista che spaziano in tutto lo scibile della politica: Italia, Europa, lavoro ed educazione. La sostanza della discesa in campo del Berlusconi di Sinistra, però,  è la bocciatura del governo delle larghe intese guidato dal collega di partito Enrico Letta e la decisa presa di posizione in favore del bipolarismo.

“Noi siamo i custodi del bipolarismo e dell’alternanza. Mai più inciuci e larghe intese”, ha detto il segretario in pectore. La tentazione di far saltare il banco del governo dell’inciucio per prendersi anche Palazzo Chigi con una campagna di primavera traspare chiaramente, rafforzata dalla coda di paglia che lo stesso Renzi non riesce a nascondere quando aggiunge che “dire questo non è contro il governo”. La sensazione però è che Renzi abbia rotto gli indugi e si sia messo proprio contro il governo guidato dall’amico Enrico. C’è chi dice che il sindaco di Firenze sarebbe disposto anche a tenersi il Porcellum pur di far naufragare l’accordo su un sistema proporzionale benedetto da Giorgio Napolitano che consegnerebbe l’Italia nelle mani delle eterne larghe intese. In questo senso è significativa anche la giravolta del segretario provvisorio, Guglielmo Epifani che, proprio dal palco della stazione Leopolda, ha condiviso la linea maggioritaria e bipolarista sostenuta da Renzi, iscrivendosi lui stesso al partito dei renziani. Ma Renzi sembra comunque avere le idee chiare: “La legge elettorale che funziona è quella dei sindaci: è educativa, responsabilizza”.

 

Dopo aver liquidato il Vecchio Berlusconi con una gelida battuta (“non si è parlato di Berlusconi perché si è scelto di parlare del futuro”), il Giovane Renzi ha puntato il mirino contro Letta decidendo di sparargli alle spalle con l’idea che “la sinistra che non cambia si chiama destra”. Secondo Renzi un governo di Sinistra è quello che aumenta i posti di lavoro e che risponde ai bisogni della gente. Guarda caso, l’esatto contrario di quello che sta facendo Letta il quale, appoggiando senza condizioni l’austerità imposta da Bruxelles, si sta dimostrando un uomo di Centro o, tutt’al più, di Destra. Con toni da campagna elettorale, Renzi proclama la sua visione di Europa quando afferma di voler rimettere in discussione i parametri europei. Azione da compiere “dopo aver dimostrato che l’Italia mostra di saper affrontare i problemi: i conti a posto non li deve mettere per la Merkel ma per noi stessi”. Altra stoccata a Letta, descritto praticamente come il portaborse di Angelona.

Intanto si sono aperte le scommesse su chi tra Berlusconi e Renzi riuscirà per primo a far cadere il governo. Renzi fa il modesto quando dice di non credere che Letta e Alfano cadranno un minuto dopo che il Senato avrà votato la decadenza del Cavaliere. Ma in cuor suo la speranza arde ancora dopo la cocente delusione rimediata il 2 ottobre, giorno della Fiducia, quando sembrava inevitabile che la situazione dovesse precipitare. Dal canto loro i berlusconiani si dicono convinti che sarà proprio il nuovo leader del Pd a fare il lavoro sporco, logorando Letta dall’interno. L’appuntamento Renzi lo dà comunque alla Leopolda 2014, ma chi sa se tra un anno l’ambizioso “conducator di Ponte Vecchio” avrà già spiccato il volo.

Segreteria Pd e presidenzialismo. Il piano di Renzi per prendere il potere

Le due poltrone di segretario del Partito Democratico e di sindaco di Firenze non sono incompatibili. È questo l’ultimo aggiornamento sulla carriera che dovrebbe intraprendere Matteo Renzi quando diventerà grande. Per il momento, è lo stesso inquilino di Palazzo Vecchio, intervistato questa mattina dal Corriere della Sera, a sbattere i pugni sul tavolo e a dichiarare: “Mi sono stancato di passare per il monello in cerca di un posto, il ragazzo tarantolato con la passione del potere. Se c’è bisogno di me, me lo diranno i sindaci, i militanti. Persone che stimo molto mi consigliavano di non farlo; ora però si vanno convincendo anche loro”.

Il riferimento renziano è sicuramente diretto verso la scelta, ormai più che una probabilità, di candidarsi alla segreteria del partito nel congresso che si terrà entro la fine dell’anno. Ma perché questo cambio improvviso di strategia quando, per mesi, Renzi aveva ripetuto come un mantra di non essere interessato alla guida del partito, ma direttamente a quella dell’Italia? La risposta sta nelle riforme costituzionali che il governo si appresta a studiare per superare l’attuale sistema elettorale e mettere la prua italiana in direzione del presidenzialismo. Per Renzi la priorità resta sempre quella della legge elettorale, cambiare il Porcellum e mandarlo definitivamente in soffitta (“La prima cosa dovrebbe essere la legge elettorale. Invece vedo che la si vuol mettere per ultima. È sbagliato”).

 

Ma chi l’ha detto che una riforma in senso presidenzialista non si sposi proprio con la conquista della tolda di comando del Pd? E infatti l’ambizioso Renzi sembra puntare su entrambe. La conferma dello Stil Novo del primo cittadino fiorentino sta tutta nell’ attacco al governo dell’amico Enrico Letta: “Sento che si parla di saggi, di commissioni. Ma non occorre un saggio per dire ad esempio che la burocrazia italiana è da rifare; te lo dice anche uno scemo”. A sentire Renzie, l’inciucio messo in piedi con gli uomini del Pdl come Schifani e Brunetta non potrà durare a lungo. Una sorta di ultimatum lanciato al compagno di partito Letta che andrà rosolato a fuoco lento. Giusto il tempo per Renzi di mettere a punto la strategia vincente per prendersi tutto il potere.

“Io spero che Letta abbia successo. Lo stimo, abbiamo un bel rapporto. Apprezzo il suo equilibrio; mi convincerà meno se cercherà l’equilibrismo –aggiunge ancora Renzi- È come andare in bicicletta: se non pedali, cadi”. Il nuovo corso renziano trova un alleato tutt’altro che inaspettato in Silvio Berlusconi perché, anche se all’apparenza Renzi punta sulla nuova legge elettorale a scapito del presidenzialismo, in realtà la sua proposta di “fare come per l’elezione dei sindaci” va proprio nella direzione di un uomo solo al comando tanto cara al Caimano. Ecco che, se Renzi dovesse diventare segretario del Pd, il rischio è quello di fare come nel 2007 quando l’elezione di Walter Veltroni in nome dello “Yes, we can” portò alla rovinosa caduta del governo Prodi.

Un piano che più diabolico non lo si poteva architettare. Accaparrarsi il partito con un colpo di mano autunnale per poi concentrarsi sulla sfida all’ultimo sangue con Berlusconi (Grillo permettendo) per la conquista del Quirinale, di Palazzo Chigi o di tutte e due insieme. “Io funziono solo se sono Renzi. Non sarò mai la copia di un funzionario di partito. La questione è un’altra: rimettere l’Italia in gioco, recuperare un pensiero lungo, passare dal Paese del piagnisteo al Paese dell’opportunità”. Praticamente ci ritroviamo già in una nuova, interminabile, campagna elettorale.