Affitti d’oro e slot machines: governo e lobby sconfitti da Renzi e M5S

lobby slot machinesLa pratica dell’assalto alla diligenza delle leggi finanziarie di fine anno, diffusa tra lobbisti e faccendieri di ogni tipo, non è certo stata debellata. Ma lo stop imposto dall’azione del M5S (seguito poi da Renzi e dalla Lega) a due emendamenti vergognosi come quelli sul taglio dei fondi ai Comuni che ostacolano la diffusione delle slot machines e sugli affitti d’oro pagati dalla pubblica amministrazione, dimostra che la malapolitica si può sconfiggere. Il primo provvedimento erano stato infilato proditoriamente nel cosiddetto dl Salva Roma, approvato il 23 dicembre dalla Camera con l’ennesimo voto di fiducia e in attesa di passare l’esame del Senato il 27. Il secondo, invece, è passato insieme alla legge di Stabilità con il voto di fiducia di Palazzo Madama sempre il 23.

Pensato per cercare di togliere le castagne dal fuoco al disastrato bilancio di Roma Capitale (864 mln di debiti), il Salva Roma è diventato un immenso catino in cui sciacquare i panni sporchi del clientelismo italico con il detersivo dei fondi a pioggia, distribuiti a clientes e amici in tutto lo Stivale. 20 mln per il trasporto pubblico calabrese; 23 per quello valdostano; mezzo milione per Pietrelcina, patria di Padre Pio; fondi per scuole umbre, restauri, sagre di paese, teatri. Persino una sanatoria per i chioschi sulle spiagge ed altre amenità elencate da Sergio Rizzo sul Corriere della Sera.

Nella notte tra il 21 e il 22 dicembre, l’emendamento presentato dalla senatrice Federica Chiavaroli di Ncd (votato da tutto il Pd), che prevedeva di punire i Comuni virtuosi che decidono di aumentare la tassazione sulle slot machines, è magicamente scomparso dal testo del Salva Roma. “Un errore della maggioranza”, lo ha definito il premier Letta per rimediare allo scandalo di uno Stato che avrebbe tagliato i fondi agli enti locali che cercano di opporsi alla gestione “mafiosa” delle slot e alla diffusione della ludopatia. Ma il grottesco dietro-front del governo è arrivato solo dopo che il M5S aveva diffuso un video registrato all’interno di Montecitorio che smaschera l’attività di lobby praticata da tale Luigi Tivelli, un uomo che le cronache descrivono come lobbista di lungo corso. A quel punto è stata inevitabile la levata di scudi di Matteo Renzi che ha parlato di una “porcata”.

 

Ancora più complesso, se vogliamo, il giallo della “manina” che ha nascosto nella legge di Stabilità l’emendamento Salva affitti d’oro, che rende in pratica nullo il testo contenuto proprio nel Salva Roma. La norma proposta dal senatore grillino Riccardo Fraccaro permette agli enti pubblici di recedere dagli affitti onerosi con un solo mese di preavviso. È il caso anche dei Palazzi Marini dove ha sede Montecitorio, 444 milioni di euro in 18 anni intascati dalla Milano 90 srl di Sergio Scarpellini. Lodevole iniziativa a 5Stelle accolta persino dal governo, sempre incalzato dal segretario del Pd che, intervistato da Fabio Fazio, ha definito “giusta” la norma contro gli affitti d’oro.

Ma Renzi, pur avendo conquistato il partito, non ha ancora il controllo sui gruppi parlamentari bersanian-dalemiani e, soprattutto, sui potenti lobbisti che si aggirano per i corridoi del parlamento. È così che nella legge di Stabilità è finito un trafiletto che esclude dal diritto di recesso non solo i palazzi dei ricchi fondi immobiliari, ma anche quelli di cui sono proprietari gli stessi investitori dei fondi. Trappola quasi rivendicata dai parlamentari di Scelta Civica e che ha scatenato la reazione di grillini e leghisti, pronti a ricorrere ad un malaugurato ostruzionismo natalizio. Tensione alle stelle che ha costretto il ministro dei Rapporti col parlamento, Dario Franceschini, a promettere la cancellazione della norma affitti d’oro nel decreto Milleproroghe che il Cdm varerà il 27 dicembre. Un pasticcio che apre uno squarcio sul mistero degli sponsor occulti del governo Letta-Alfano.

Rehn boccia l’Italia e Brunetta chiede le dimissioni di Saccomanni

Rehn SaccomanniA 6 mesi dalle elezioni Europee Olli Rehn ufficializza la candidatura con i Liberali come prossimo presidente della Commissione, ma per il momento resta responsabile per gli Affari Economici UE. Ed è in questa veste che il corpulento ex calciatore della serie A finlandese sta facendo impazzire il governo Letta e il nostro ministro dell’Economia Maurizio Saccomanni. Rehn ha rilasciato un’intervista a Repubblica che ha scatenato una reazione a catena di risposte polemiche. Il super-commissario boccia di fatto le misure economiche intraprese dal governo italiano ricevendo in cambio la piccata risposta di Letta e Saccomanni.

Intanto, il capogruppo alla Camera di Forza Italia, Renato Brunetta, coglie la palla al balzo per chiedere le dimissioni del titolare del ministero di Via XX settembre. E Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, si dice preoccupato. Con l’intervista a Repubblica Olli Rehn -il quale da parte sua non muove un dito per rendersi meno antipatico agli italiani- non ha fatto altro che ribadire il contenuto del Rapporto della Commissione scritto un mese fa, ma così facendo è andato a toccare il nervo scoperto del governo Letta: i conti che non tornano con la legge di Stabilità. Rehn dice di aver “preso nota delle buone intenzioni del governo italiano su privatizzazioni e spending review. Ma lo scetticismo è un valore profondamente europeo. E io ho il preciso dovere di restare scettico, fino a prova del contrario. In particolare per quanto riguarda i proventi delle privatizzazioni e i loro effetti sul bilancio del 2014”.

 

Giudizio impietoso che ha fatto sobbalzare sulla sedia il presidente del Consiglio, impegnato a convincere i connazionali che l’ennesima Finanziaria lacrime e sangue servirà a fare da apripista per la ripresa prevista (da lui) nel 2014. Letta cerca a fatica di far sopravvivere l’intesa con Alfano, incalzato dal trio Grillo-Berlusconi-Renzi, e l’entrata a gamba tesa di Rehn proprio non ci voleva. È per questo che il premier ha atteso solo poche ore per offrire la sua acida risposta. “Il Commissario deve essere garante dei Trattati, non può permettersi di esprimere il concetto di scetticismo”, ha detto Letta all’aspirante presidente, soprattutto perché potrebbe lui stesso ritrovarsi presto con “un Europarlamento pieno di euroscettici”. Una frecciata a Rehn che diventa un involontario assist all’euroscettico Beppe Grillo.

Ma Rehn ha detto anche altro. Ad esempio che “l’Italia deve rispettare un certo ritmo di riduzione del debito, e non lo sta rispettando”, il che non gli permetterà di avere margini di manovra sugli investimenti. Una doccia fredda per Saccomanni che non ha potuto fare altro che chiudersi in un catenaccio difensivo. “Non c’è nulla di nuovo in quello che ha detto Olli Rehn –ha dichiarato da New York il ministro del Tesoro- non c’è stata alcuna richiesta di misure correttive da parte della Ue”. Difesa ballerina che, infatti, non ha convinto il mastino Brunetta, scatenato nell’azzannare le caviglie del malcapitato Saccomanni. “Ieri lo abbiamo definito ineffabile e ridicolo per le sue dichiarazioni sul governo che ‘va avanti con il programma’ (quale?) e sui ‘passi avanti’ del nostro debito pubblico –ha infierito Brunetta– Ci chiedevamo: passi avanti nel senso che aumenta? Pensavamo finisse qui. Invece, come per ogni dichiarazione del ministro che si rispetti, è subito arrivata un’altra doccia fredda”.

Secondo Brunetta la bocciatura di Rehn non fa altro che confermare la necessità delle dimissioni di Saccomanni. Un gradino meno dure le critiche espresse nei confronti dell’operato del ministro da Giorgio Squinzi che non arriva fino alla richiesta di dimissioni: “Il ministro Saccomanni è molto ottimista. Diciamo che la situazione è molto seria. Chiedendo investimenti alle imprese dimentica che prima abbiamo bisogno di ritrovare la crescita”. In difesa del governo riscende però in campo il “pensionato” Romano Prodi che definisce quelle di Rehn “parole severe che devono valere anche per gli altri”.

Forza Italia rompe le larghe intese. Letta si salva in Senato

fiducia governo LettaQuello sul voto di fiducia alla legge di Stabilità è stato il primo passaggio parlamentare in cui il governo Letta ha dovuto fare a meno dei voti di Forza Italia. La maratona notturna si è alla fine conclusa con un risultato confortante per l’esecutivo: 171 voti a favore, contro 135 contrari. Tre voti in più per Letta rispetto ai 168 calcolati dal pallottoliere degli addetti ai lavori. Evidentemente, più di un senatore dato all’opposizione ha temuto che il fallimento della Finanziaria avrebbe portato ad una caduta anticipata del governo e alla fine della legislatura, con annessa cessazione di privilegi e posti in poltrona.

Letta esulta perché vede finalmente “maggiore chiarezza” nei rapporti tra governo e maggioranza che lo sostiene. “Più coesa” secondo il premier, pericolosamente traballante secondo l’opposizione. L’uscita di Forza Italia dalle Larghe Intese resta comunque un dato di fatto che, unito alla cacciata da Palazzo Madama del leader Silvio Berlusconi, renderà la vita difficile al duo Letta-Alfano, titolari di un esecutivo divenuto improvvisamente di Piccole Intese. Per il momento comunque, al netto della vendetta mediatica e politica già messa in atto dal Caimano ferito, il governo sembra reggere. Anche perché Giorgio Napolitano si sta spendendo in prima persona come garante di queste Intese un po’ ristrette. Sua, infatti, l’idea di confermare la fiducia a Letta dopo lo strappo di FI proprio con il voto di fiducia sulla legge di Stabilità, senza la necessità di ricorrere ad una ulteriore verifica parlamentare.

Fatto sta che i numeri al Senato potrebbero non essere sempre così rosei per Letta. Da oggi nasce di fatto un governo retto da un Quadripartito (Pd, Ncd, PPI, Sc) il cui indiscusso azionista di maggioranza resta il Partito Democratico, costretto a portare sulle spalle tutto il peso di scelte economiche impopolari e di interventi insufficienti per far uscire l’Italia dalla crisi. Il rischio per l’esecutivo è quello di essere ricordato come il “governo delle tasse”, accerchiato dall’opposizione feroce di Beppe Grillo e, da oggi, anche di Berlusconi; ma pressato anche dall’interno, con gli “alleati” centristi risoluti a far pesare i loro voti decisivi anche attraverso ricatti politici.

 

Una situazione insostenibile per il Pd che dal 9 dicembre, quando con ogni probabilità Matteo Renzi ne conquisterà la segreteria, si trasformerà in un partito di lotta e di governo. Il neo-segretario è deciso a non farsi schiacciare dagli attacchi di Grillo e Berlusconi, mentre il compagno di partito Enrico Letta è disposto a cedere ai diktat sull’austerità imposti da Bruxelles pur di non farsi cacciare dall’esclusivo club del rigore a cui sono iscritti Ue, Bce e Fmi. Due posizioni inconciliabili che Renzi non vede l’ora di liquidare se il “governo del Fare” da lui preteso continuerà a rimanere “stabile come un cimitero”. “Il Pd ha la maggioranza assoluta della maggioranza, se non si fa quello che chiediamo noi… finish”, aveva minacciato ieri il sindaco di Firenze. Una maniera molto cruenta per chiedere a Letta un “patto programmatico” modellato sulle esigenze del nuovo Pd renziano.

Già da questa sera, poi, il governo delle Piccole Intese dovrà parare i colpi dell’offensiva mediatica (è saltata però la prevista ospitata da Bruno Vespa) e di piazza (manifestazione a via del Plebiscito) che Berlusconi ha scatenato per ribattere al voto sulla decadenza. Il Cavaliere ha paura di essere arrestato ed è disposto a tutto pur di evitare un’uscita di scena ingloriosa. Intanto, dal fronte grillino, gli attacchi al Colle e le bordate verso il duo Letta-Alfano aumenteranno di intensità per conquistare voti nelle prossime elezioni Europee. Una situazione drammatica che stride con lo sconfinato ottimismo mostrato da Letta in queste ore.

Legge di Stabilità: Alfano non vota la fiducia e la decadenza di B. slitta

alfano berlusconi alleatiAlfano e Ncd sono contrari al voto di fiducia sulla legge di Stabilità calendarizzato al Senato per martedì. Un favore a Berlusconi la cui decadenza è prevista per il giorno successivo. Una tegola imprevista per Letta, costretto ad allungare i tempi della discussione della manovra economica. Strada aperta dunque per il rinvio del voto sulla decadenza del Cavaliere. Silvio Berlusconi e Angelino Alfano sembravano aver avviato due percorsi separati con la scissione tra Forza Italia e Nuovo Centrodestra, ma per il momento continuano a rimanere alleati all’interno di un centro-destra divenuto di lotta e di governo. Inaccettabile per gli alfaniani forzare i tempi della legge di Stabilità a Palazzo Madama solo per liberarsi al più presto possibile di Berlusconi, rinviando poi la modifica di una legge colabrodo nel passaggio alla Camera.

Il voto al Senato sulla decadenza era stato confermato per il 27 novembre dal presidente Pietro Grasso, ma la contromossa di Alfano mischia le carte in tavola. Certo, i guai per il Cavaliere sembrano non finire mai. Giovedì sono uscite le motivazioni della sentenza del processo Ruby. Una mazzata sul morale del rifondatore di FI, descritto come il libidinoso organizzatore dei bunga-bunga di Arcore a cui partecipava anche la minorenne Karima el Mahroug, e non come il munifico ospite di presunte cene eleganti. Le ragioni dei giudici di Milano, oltre a confermare, non si capisce come, che B. “ha fatto sesso con Ruby oltre ogni ragionevole dubbio”, hanno alimentato i timori del Cavaliere di essere arrestato per corruzione di testimoni (Ruby ter) non appena scatterà la decadenza.

 

“Mi convinco sempre di più che finirò in galera, solo così si fermeranno”, avrebbe commentato Berlusconi, aggrappato adesso alla speranza del rinvio della decadenza prospettato da Alfano. “Ci vuole il tempo che ci vuole – dichiara il vicepremier – la legge di Stabilità riguarda milioni di italiani e non si può mettere la fiducia e votarla in due giorni perché mercoledì il Pd vuole far decadere Berlusconi da senatore”. Quello di Ncd potrebbe però rivelarsi anche un doppio gioco visto che, anche in caso di decadenza dell’ex Padrone, non è in discussione l’appoggio al governo Letta.

Da parte sua, Forza Italia è costretta a cercare lo scontro con Grasso in punta di diritto e procedura, non potendo più sfoderare l’arma spuntata della crisi di governo. A parere del presidente del Senato “non si ravvisano gli estremi per una nuova convocazione del Consiglio di Presidenza ai fini del prosieguo di un dibattito su una questione già dichiarata formalmente chiusa il 6 novembre”. Ma i senatori forzisti la pensano diversamente, convinti che le violazioni del regolamento avvenute durante la camera di consiglio della Giunta per le Elezioni (il caso Crimi) meritino un ulteriore approfondimento. “Anche se ritenesse chiusa la faccenda della violazione del regolamento resta sul tappeto la questione di definire quale sia l’organo competente a decidere sulle violazioni del regolamento”, recita la senatrice azzurra Elisabetta Casellati con una “supercazzola” degna del miglior Ugo Tognazzi.

Intanto i falchi come Verdini, Dell’Utri, Fitto e Santanché si preparano a scendere in piazza a sostegno del leader. Una prima volta il 27 novembre con un sit-in di fronte a Palazzo Madama, e poi con una manifestazione dei club Forza Silvio prevista a Milano l’8 dicembre. Stesso giorno delle primarie Pd. Ma l’impressione, o la speranza dei fedelissimi, è che il Cavaliere stia attendendo il post 27 novembre per rovesciare il tavolo con l’ennesimo colpo a sorpresa. Intanto non resta che sperare nell’iniziativa dilatoria di Angelino il “senza quid”. Prospettiva poco rassicurante.

Alfano prova a prendersi Forza Italia con le primarie

Domani è il giorno del vertice di Palazzo Grazioli tra Silvio Berlusconi e Angelino Alfano. L’ennesimo e probabilmente non risolutivo capitolo della telenovela Forza Italia. Ma Alfano non ha alcuna intenzione di andare a recitare la parte dell’agnello sacrificale, pentito di essersi sentito diversamente berlusconiano. Il vicepremier ha voluto sfoderare il suo asso nella manica rilanciando –attraverso la solita anticipazione del libro Sale, zucchero e caffè di Bruno Vespa– la proposta di elezioni primarie. La partita per la conquista delle posizioni di vertice nella rinata creatura berlusconiana si è da qualche tempo spostata su un tavolo da poker. Lealisti contro governisti, falchi contro colombe, berlusconiani contro alfaniani.

L’impressione che si deve dare all’esterno è quella di un partito unito, deciso a sostenere il governo Letta, ma la messa in scena non sta riuscendo molto bene. Il 25 ottobre Berlusconi in persona era ridisceso in campo, riprendendosi di imperio la guida di Forza Italia, dopo aver azzerato le cariche del Pdl (segreteria di Alfano compresa) con il putsch di Palazzo Grazioli. Poi, l’annuncio unilaterale di convocazione anticipata del Consiglio nazionale al 16 novembre per non rischiare di perdere l’appoggio di 2/3 degli 800 delegati, necessario per il parricidio del Pdl e il ritorno a Forza Italia. Giro vincente per i lealisti di Fitto che in mano hanno altre carte pesanti come il doppio ultimatum recapitato a Enrico Letta dal moto perpetuo Renato Brunetta: via l’appoggio di Forza Italia al governo in caso di voto favorevole alla decadenza di Berlusconi e, soprattutto, se non ci saranno modifiche ad una legge di Stabilità “tutte tasse”.

Alfano e i governisti leggono nelle pressioni dei falchi sulla legge di Stabilità un tentativo di creare il casus belli per far cadere il governo e consegnare tutto il potere al “dittatore” Berlusconi. L’ex segretario Pdl era anche quotato dai bookmakers come rientrante all’ovile di Arcore. Un generale senza truppe, pronto a mollare i colonnelli Quagliariello, Formigoni e Giovanardi ad un oscuro futuro centrista. Ma ecco, inaspettato, il colpo d’orgoglio, a poche ore dalla pronosticata resa delle armi di fronte al Cavaliere. “La mia idea non è cambiata rispetto alla fine del 2012 quando lanciammo le primarie –confida Alfano a Vespa- Io stesso, poi, le bloccai quando Berlusconi decise di ripresentarsi, e Giorgia Meloni ancora me lo rimprovera”. Una dichiarazione che suona come una impertinente sconfessione del suo padre politico che pochi giorni fa aveva detto di sentire il “dovere di impegnarmi direttamente”

Ma Alfano decide di tirare fuori il quid, non si capisce ancora se per istinto suicida, lucido calcolo, oppure estremo tentativo di alzare la posta prima della resa a Berlusconi. “Alle prossime elezioni il nostro candidato dovrà essere scelto attraverso primarie il più aperte possibile –continua– alle quali partecipi il più alto numero di simpatizzanti. Chi prende più consensi diventa il candidato”. Come se lo stesso Alfano non fosse conscio che in una ipotetica corsa nelle primarie tra il Cavaliere, l’ex segretario senza quid e, chi sa, degli impetuosi desertificatori di urne e gazebo del calibro di Sacconi o Cicchitto, il confronto sarebbe impari e imbarazzante. Per chi ha votato Silvio per una vita, Angelino rappresenta la sua antitesi. Bisogna che le colombe del Pdl se ne facciano una ragione e abbandonino, come dice lo stesso Alfano, “l’idea di far nascere un partito centrista che aderisca autonomamente al Ppe è una cavolata cosmica”.

Tanto Angelino si è messo in testa di portare a termine la mission impossible di diventare leader di un “grande movimento a guida e a prevalenza moderata” che “non finisca in mano a estremisti”. Parole che hanno indispettito non poco i pasdaran della seconda rivoluzione Berlusconiana Fitto, Bondi e Capezzone. Per non parlare di Berlusconi.

I tagli del governo Letta svuotano le tasche degli italiani

La legge di Stabilità si trova parcheggiata in Senato, in attesa di subire una profonda revisione. O almeno, è questa la speranza espressa da partiti di maggioranza e opposizione, dalle parti sociali e da buona parte dei cittadini interpellati sulla questione. I buoni propositi di riempire le tasche esangui degli italiani e di portare la nave Italia fuori dalle secche della crisi economica rischiano però di infrangersi contro lo scoglio della Carta Costituzionale. Al di là delle resistenze di Letta, Alfano e Saccomanni, è infatti il vincolo del pareggio di bilanciointrodotto nella nostra Costituzione nel dicembre 2012 per fare un favore ai burocrati di Bruxelles– il vero ostacolo ad una manovra finanziaria che possa dare una scossa decisiva ad un motore economico e sociale che sembra in panne.

I primi ad essere scontenti della manovrina lettiana sono proprio i più garantiti di tutti: i dipendenti Statali. E già questo dato la dice tutta sullo stato comatoso raggiunto dal nostro Sistema. L’esercito dei più di 3 milioni di dipendenti pubblici vede rosso di fronte al prospettato blocco degli aumenti degli stipendi (fino a 4-5mila euro in meno all’anno) e alla dilazione del pagamento del tfr per chi va in pensione. Linea dura certificata dalla triplice sindacale Cgil-Cisl-Uil che ha mobilitato i suoi iscritti per uno sciopero di 4 ore previsto per i primi di novembre. Per il momento non è prevista una soluzione greca, il licenziamento di massa, per ovviare all’enorme spreco di denaro pubblico sostenuto per mantenere quelli che Renato Brunetta ha definito “fannulloni”. Ma, in assenza di serie strategie riorganizzative delle inefficienze dell’amministrazione pubblica, presto gli Statali rischieranno di fare la fine dei colleghi del settore privato: licenziati.

 

Sul fronte Pubblico, anche i pensionati cominciano a fiutare il tranello nascosto nelle pieghe della legge di Stabilità. La notizia positiva è che resta in piedi il contributo di solidarietà per tutti i redditi superiori ai 300mila euro. Quella negativa è che le pensioni superiori ai 150mila euro subiranno un maggior prelievo fiscale. E non è finita perché viene confermato il congelamento aumenti legati all’inflazione per tutte le pensioni sopra i 3mila euro mensili. Non proprio dei “Giuliano Amato” i pensionati destinatari di questa sforbiciata.

Nell’opinione del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, la nota dolente della legge di Stabilità resta l’inconsistenza del tesoretto stanziato per il taglio del cuneo fiscale. Il miliardo e 560 milioni di euro di incremento delle detrazioni per reddito di lavoro dipendente nel 2014, previsti dalla Relazione collegata alla legge, vengono considerati insufficienti dagli industriali, oltre che dagli stessi sindacati. Anche se Letta ha parlato di “errata comunicazione”, sua e dei mass media, sull’importo che ogni lavoratore si ritroverà in tasca, diversi studi indipendenti hanno stimato una cifra che si aggira tra i 14 e i 15 euro, ma solo per una ristretta platea di 16 milioni di lavoratori. Come si suol dire: meglio di niente.

Il problema è che le briciole racimolate con il taglio del cuneo fiscale, potrebbero svanire all’istante a causa delle possibili minori detrazioni fiscali su spese mediche, interessi dei mutui, erogazioni liberali, università e palestre per i figli. Tutte voci che riguardano la quotidianità delle famiglie italiane. Per non parlare poi del nodo ancora irrisolto delle tasse sulla casa. Il governo difende l’introduzione della Tasi che dovrebbe raccogliere “solo” 3,7 miliardi, a fronte dei 4,7 garantiti dalle archiviate Imu e Tares. Ma i partiti, soprattutto il Pdl, denunciano che, a conti fatti, il prezzo da pagare per gli italiani sarà molto più salato, anche perché ai Comuni è stato concesso di “giocare” sulla aliquota della nuova service tax, la Tasi, fino al 2,5% nel 2014 e ancora di più nel 2015.

La Legge di Stabilità approda in Senato tra le polemiche

La Legge di Stabilità targata Letta-Alfano-Saccomanni approda oggi in Senato. Più che l’esame di un testo di legge si tratterà di fare a fettine e rivoltare come un calzino una bozza di manovra economica che, dalle parti sociali, ai cittadini agli stessi partiti della maggioranza, è riuscita a scontentare un po’ tutti ad esclusione dei suoi estensori. Il peccato originale di quella che una volta si chiamava Finanziaria sta ovviamente nel ristrettissimo margine di manovra rispetto ai vincoli che Bruxelles pone sui bilanci degli Stati membri. Quello che invece non è andato giù a nessuno, compreso l’ultraeuropeista Mario Monti, è il poco coraggio dimostrato dalla compagine lettiana che ha partorito una manovra composta di soli interventi compensativi. Ovvero, per una cifra in uscita, come quella prevista per l’abbassamento del cuneo fiscale, c’è ne deve essere per forza una in entrata, sotto forma di nuove tasse o di tagli alla spesa pubblica.

I più decisi a scendere sul sentiero di guerra sono stati i sindacati Cgil-Cisl-Uil, per una volta concordi nel giudicare come insufficienti i provvedimenti contenuti nella Legge di Stabilità. Quattro ore di sciopero nazionale da diluire a livello territoriale  fino a metà novembre e non uno sciopero generale vecchia maniera è stata la forma di protesta approvata dai segretari Camusso, Bonanni e Angeletti. L’obiettivo è quello di varare al più presto una piattaforma programmatica dalla quale partire per cambiare il provvedimento, anzi stravolgerlo, vista la “simbolica riduzione del carico fiscale” che consegna il paese alla stagnazione. Secondo la triplice sindacale si sarebbero dovuti ridurre gli sprechi e ridurre il peso fiscale per lavoratori (pubblici) e pensionati, lo zoccolo duro dei loro iscritti.

 

Una bocciatura senza appello della manovra è arrivata anche dai “rivali” della Confindustria. È stato il presidente degli industriali italiani in persona, Giorgio Squinzi, ad usare parole inequivocabili: “Con 850 miliardi di spesa pubblica, un taglio del 2-3-4% libererebbe risorse enormi: noi chiedevamo 10 miliardi per il cuneo fiscale”. E invece i miliardi stanziati per il cuneo fiscale sono 10, ma in tre anni, e per il 2014 si parla solo di 2,5 miliardi, i famosi 15 euro in più in busta paga, ma solo per i più fortunati.

Passando alle reazioni della politica, è ancora il vecchio cavallo di battaglia dell’abolizione dell’Imu a solleticare gli istinti più bassi del Pdl. Nel 2014 è prevista la nascita della Tasi che, insieme alla vecchia tassa sui rifiuti, dovrebbe sostituire l’Imu. Secondo la relazione tecnica della legge, il gettito del nuovo tributo sarà di 3,7 miliardi, superiore ai 3,3 incassati con l’Imu prima casa. Più che una bestemmia per i falchi pidiellini del calibro di Brunetta e Capezzone che non esitano a parlare di “stangata” e non tengono conto della tesi del governo secondo il quale il gettito combinato Imu-Tarsu era di 4,7 miliardi. Comunque sia, anche se sulla prima casa si dovesse risparmiare qualcosa, sembra scontato l’aumento delle tasse sugli altri beni immobili. Spetta a Paolo Romani, invece, occuparsi dei rapporti con l’Europa per definire “stato di soggezione” quello dimostrato dal governo Letta nei confronti dell’Ue.

Sul fronte del Pd, gli uomini di Epifani, o se vogliamo di Letta, o se vogliamo ancora di Renzi, riescono a criticare la manovra persino dall’interno del governo. Stefano Fassina, viceministro quasi dimissionario dell’Economia, non usa mezzi termini e denuncia di voler combattere il rigore imposto dalla Ue”. Secondo Fassina “la politica economica prevalente è insostenibile non per l’Italia ma per l’intera eurozona. Mette a rischio la moneta unica e la stessa democrazia come dimostra il boom dei partiti xenofobi e nazionalisti in tutto il Continente”. Idee confuse e reazioni scomposte che lasciano bene intendere che fino a dicembre, data ultima per l’approvazione della Legge di Stabilità, tutto può ancora accadere.

La legge di stabilità non taglia la Sanità. Letta e Alfano illustrano il provvedimento

“In questa manovra non ci sono tagli alla sanità per questi tre anni. E questo lo voglio dire per tranquillizzare i cittadini”, ha detto un incontenibile Enrico Letta durante la conferenza stampa convocata per esporre i dettagli della legge di stabilità. “Nello scaffale dei farmaci si possono chiudere gli antibiotici e tirare fuori le vitamine”, ha chiosato con una metafora medica Angelino Alfano. È durato appena due ore il consiglio dei ministri che ha varato, a sentire i toni trionfalistici usati da premier Letta e vicepremier Alfano, una legge di indirizzo economico per il prossimo triennio che riuscirà a tirare fuori l’Italia dalla palude della crisi. “Diminuisce la pressione fiscale su cittadini e imprese”, ha aggiunto il premier, non contento di aver appena ammutolito le tante voci che avevano parlato di tagli alla Sanità per quasi 3 miliardi.

“Credo di essere soddisfatto del lavoro fatto in questo periodoha continuato Lettaun passo significativo nella giusta direzione, la riduzione delle tasse per imprese e famiglie. La legge di stabilità non sarà più vista come una mannaia. Abbiamo mantenuto gli impegni presi”. Passati gli iniziali entusiasmi giovanili, il premier è passato poi a snocciolare il contenuto del provvedimento. Innanzitutto le coperture: 11 miliardi e mezzo di euro nel 2014, 7,5 nel 2015, 7,5 nel 2016. I dati del 2014 riportano che le risorse sono state reperite da 4 grandi voci: 4,5 miliardi da tagli alla spesa di Stato e Regioni, 3,2 miliardi da dismissioni immobiliari e di assets del patrimonio pubblico, 1,5 da interventi fiscali. Per Letta queste “sono tutte voci che non hanno a che vedere direttamente con tasse sui cittadini come l’irpef”.

 

Con la legge di stabilità riparte poi la spesa per investimenti in infrastrutture, soprattutto interventi infrastrutturali sulle ferrovie, come la velocizzazione del “corridoio adriatico”. Si prevedono anche fondi per l’Anas per la manutenzione straordinaria della rete autostradale. Verrà istituita una cabina di regia sulle politiche industriali ed economiche. Nel triennio diminuirà di un punto la pressione fiscale. Le aziende potranno assumere usufruendo di sgravi fiscali. Ci sarà un incentivo per spingere verso contratti di lavoro a tempo indeterminato. Previsto anche lo sblocco del pagamento dei debiti commerciali della PA attraverso gli introiti previsti nel triennio.

Capitolo a parte è rappresentato da alcune voci di bilancio che, continua Letta, “hanno a che vedere con il sociale” e che fino ad oggi erano prosciugate. Si tratta del rifinanziamento del fondo sulle politiche sociali, di quello sulla non autosufficienza, del blocco dell’aumento dell’iva per le cooperative sociali, del rifinanziamento del 5 per mille, di una generica “lotta alla povertà”, del finanziamento piano anti-violenza sulle donne e della social card. Tutti dettagli ancora in alto mare comunque, come lascia intendere lo stesso Letta: “Lasciamo adesso spazio a parlamento e parti sociali per trovare il modo migliore con cui allocare queste risorse”.

Sul fronte caldo dei conti con l’Europa Letta si lascia andare e ribadisce di aver “mantenuto gli impegni con Bruxelles”, di essere uscito dalla procedura di deficit eccessivo e di poter beneficiare oggi di un duplice premio: “Riduciamo le tasse con politiche di investimento e allo stesso tempo riduciamo il rapporto deficit-pil” fissato a Maastricht. Sarà la prima legge di stabilità che non stanzia tasse o tagli per ridurre il deficit con Bruxelles, ovviamente grazie alla “flessibilità che abbiamo negoziato”. La chiusura Letta la dedica agli investimenti previsti per gli enti locali. Con l’allentamento del patto di stabilità ci sarà un miliardo di euro per i comuni che “adesso potranno fare investimenti in conto capitale per creare occupazione ed attività economica”. Per i comuni in arrivo anche un altro miliardo di euro con la Tirse, cioè la Service Tax. Il ministro dell’Economia Saccomanni si sofferma, invece, sulle possibili entrate ancora non contabilizzate: normativa sul rientro dei capitali parcheggiati all’estero, revisione della contabilizzazione delle quote della Banca d’Italia, nuovo commissario per la Spending review.

Una vittoria per il governo -anche se parziale fino all’approvazione definitiva del parlamento- ma comunque un successo da sbandierare mediaticamente contro le tante Cassandre che avevano profetizzato tagli draconiani per un Sistema Sanitario italiano già al collasso. E, infatti, Angelino Alfano ha rincarato subito la dose parlando di una “ricetta di politica economica nella quale crediamo: meno spesa, debito pubblico e tasse”. Secondo il segretario Pdl “il saldo per i cittadini tra entrate e uscite è positivo perché pagheranno meno tasse”, da realizzare attraverso l’aumento di investimenti pubblici e privati e più privatizzazioni.

Caso Saccomanni: Letta pretende un Patto politico per il 2014

“Stabilità e riforme”. Dopo le roventi polemiche su Iva e Imu che hanno portato il ministro dell’Economia Maurizio Saccomanni sulla soglia delle dimissioni, è tutta l’Italia che conta –il presidente della Bce Mario Draghi, quello di Confindustria Giorgio Squinzi, della Repubblica Giorgio Napolitano, la Cgil e addirittura il cardinal Bagnasco– a scendere in campo in favore del governo Letta. L’ultimo a spezzare una lancia in favore della continuità del governo delle larghe intese è stato proprio il premier in carica che, da quel di Ottawa in Canada dove è in visita ufficiale (da oggi negli Usa), ha deciso di passare al contrattacco prima che il logoramento imposto da Berlusconi e da Forza Italia lo porti al collasso, e ad una sonora sconfitta elettorale.

“La Legge di Stabilità sarà il passaggio chiave, il momento in cui chiameremo i partner della coalizione ad assumersi gli impegni per il futuro, per tutto il 2014”, ha affermato Letta durante la conferenza stampa canadese che ha preceduto la sua partenza per gli States. Quella che una volta si chiamava legge Finanziaria, ha poi aggiunto, “conterrà un vero e proprio patto politico fino a tutto il 2014; i documenti di Confindustria e sindacati ne formeranno parte integrante”. Il premier è costretto dunque a scoprire le sue carte e passare al contrattacco dopo le minacce subite in questi giorni dal responsabile del Tesoro Saccomanni. Soprattutto da Forza Italia che con i falchi Brunetta, Santanchè e Gasparri minaccia un giorno si e l’altro pure di togliere la fiducia a Letta “un minuto dopo l’aumento dell’Iva” previsto dal primo ottobre. Ma era stato anche lo stesso Pd durante l’Assemblea Nazionale, per bocca del segretario Guglielmo Epifani, a sollecitare il tecnico di via XX settembre a non toccare l’Iva, a tutti i costi.

 

Ultimatum che hanno fatto perdere la pazienza perfino al serafico Letta che ha atteso lo sbarco nel Nuovo continente per togliersi qualche sassolino dalle scarpe per lanciare lui un controultimatum consistente in una verifica di maggioranza, magari con un voto di Fiducia alle Camere. Facendo riferimento alle elezioni tedesche e alla seria possibilità di una riedizione della Grosse Koalition Cdu-Spd, il premier italiano ha colto la palla al balzo per affermare che “sarebbe un fatto positivo anche per l’Italia, perché sarà un modello di cooperazione assai simile a quella che in Italia stiamo sperimentando da qualche tempo”. Letta ha così ventilato l’ipotesi di un Letta-bis, ma senza crisi di governo, provando a blindare il suo esecutivo con la motivazione che “ognuno vorrebbe vincere e governare da solo, ma se dalle elezioni si esce che bisogna fare una grande coalizione, per il bene del Paese bisogna impegnarsi a rendere il tutto più utile e produttivo possibile”.

Letta il Nipote passa dunque al contrattacco forte, come sempre nella sua vita, dell’appoggio di quasi tutti i pezzi da 90 dell’Italia politica ed economica. Il primo a farsi sentire è stato il presidente della Bce Mario Draghi assicurando che “la politica monetaria resterà accomodante per tutto il tempo necessario”, ma a patto che i governi (leggi quello italiano) mantengano una stabilità politica. Dopo di lui è toccato al numero uno di Confindustria, Giorgio Squinzi: “Noi siamo preoccupatissimi, non preoccupati, per la stabilità del Governo perché riteniamo che questo sia l’unico Governo possibile in questo momento, le cose da fare sono tantissime e sarebbe meglio concentrarci sui problemi dell’economia reale”. Con lui, per una volta alleati come ai tempi di Lama e Agnelli, anche il segretario Cgil Susanna Camusso (“giù le tasse sul lavoro”). Sponsor lettiani di lusso ai quali si è aggiunto l’ennesimo monito di Napolitano: “I primi segni di ripresa si vedono, la politica proceda senza incertezze e tantomeno rotture”. Difficile che Berlusconi decida di staccare la spina adesso, ma dal 15 ottobre, giorno dell’esecuzione della sua pena, ogni colpo di scena sarà possibile.

Letta usa l’Imu per non cadere, ma rischia di inciampare sul “Two pack”

Sono ormai 48 ore che agenzie di stampa, tv e siti internet rilanciano le dichiarazioni sull’Imu che Enrico Letta ha pronunciato sabato scorso alla festa nazionale dell’Udc di Chianciano Terme. Di fronte alla sparuta platea di profughi casiniani, il premier ha tagliato corto su quale sia il suo pensiero in merito alla questione della decadenza di Silvio Berlusconi e alla connessa crisi della maggioranza Pd-Pdl: “Se cade il governo gli italiani dovranno pagare l’Imu, nessuno si prenderà la responsabilità di mandare il governo a gambe all’aria”. Una frase che molti hanno interpretato come una minaccia verso chi, i falchi del Pdl soprattutto, cercherà in ogni modo di forzare la mano per salvare il Cavaliere dall’uscita definitiva dalla scena politica italiana.

Strali lettiani che hanno tutta l’aria di assomigliare ad una pistola scarica o, al massimo, caricata a salve. Innanzitutto perché gli italiani, sempre più poveri e disincantati, hanno già capito che la copertura finanziaria della prima rata Imu 2013 è a dir poco ballerina e quella per la seconda al momento non esiste nemmeno. Secondo poi, l’antifona su una tassa in meno che ci lascerà qualche moneta in più in tasca grazie al governo Letta, non regge al confronto con la realtà: quando nel 2014 si dovrà pagare la Service Tax, quei denari si dovranno tirare fuori lo stesso, anche se “la parola tassa si pronuncerà in Inglese”, come ha ben colto con una delle sue innumerevoli battute il sindaco di Firenze, nonché candidato alla segreteria Pd, Matteo Renzi.

 

Insomma, Letta Nipote sembra con le spalle al muro, attaccato alla canna del gas della volubilità dell’anziano inquilino di Arcore, peraltro da più di un mese recluso volontariamente a villa San Martino, quasi come in una prova generale degli arresti domiciliari che potrebbero scattare dal 15 di ottobre. La situazione politica è drammatica. Proprio ieri, ospite di Lucia Annunziata, il falco-colomba Renato Schifani ha ribadito: “Il Pd ha un disegno preciso: vuole fare cadere il governo e andare al voto”. Mercoledì prossimo la Giunta del Senato dovrebbe sancire la bocciatura della relazione Augello, favorevole alla conservazione della cadrega da senatore per Berlusconi. A quel punto, prima ancora che il presidente Stefàno riesca a nominare un nuovo relatore, i berlusconiani potrebbero far saltare il banco del governo. Tre le ipotesi di scuola: ritiro dei ministri Pdl e appoggio esterno a Letta; Letta bis senza Berlusconi ma con qualche “responsabile”; governo di scopo senza Letta ed elezioni anticipate. Tre scenari da brivido per il placido animatore di VeDrò.

Ma il peggiore incubo alla Nightmare di Letta, con Berlusconi nei panni di Freddy Krueger, è niente rispetto alla nera sagoma dell’Unione Europea che si fa sempre più minacciosa alle sue spalle. Se il governo Letta rischia di cadere per colpa di Berlusconi, è l’Italia intera che potrebbe inciampare nelle trappole nascoste da Bruxelles, l’ultima delle quali si chiama “Two pack”. I lettori più giovani staranno pensando che si tratti del nome di qualche cantante di musica rap, ma il “Two pack” non è altri che un pacco (in tutti i sensi) formato da due regolamenti, approvati dal Consiglio europeo il 13 maggio scorso al fine di introdurre nell’Eurozona più coordinamento, e soprattutto più vigilanza, nel processo di formazione delle politiche fiscali nazionali. In pratica, da oggi in poi la legge di Stabilità (ex Finanziaria) che il governo dovrà presentare al parlamento entro la metà di ottobre, dovrà prima essere vagliata dalla Commissione europea per verificarne la compatibilità con il Patto di Stabilità (rapporto deficit-pil al 3%).

Per controllare i compiti a casa svolti dall’Italia, martedì sbarcherà a Roma il Commissario del Popolo, pardon, agli Affari Economici Ue, Olli Rehn. Un altro pezzo di sovranità nazionale mangiato dai cannibali di Bruxelles, come ben precisato dal Sole24ore. Ecco così spiegato il senso della conclusione del pensiero lettiano su Imu e caduta del suo governo: “La Legge di Stabilità la scriverebbero a Bruxelles e la scriverebbero diversa da noi”. Servi dell’Europa, ma fieri di esserlo. Il nuovo motto della classe dirigente italiana.