Prostituzione: legalizzarla o punire i clienti? Europa divisa

prostituzione EuropaIn Europa si riapre il dibattito sulla prostituzione. Lo scontro è tra chi, partendo da un approccio libertario, è favorevole alla legalizzazione e chi, come quelle che qualcuno ha definito “abolizioniste della prostituzione”, pensa che acquistare il corpo delle donne sia in ogni caso una forma di violenza, anche se la prostituta esercita “il mestiere” volontariamente. Il 26 febbraio scorso il Parlamento Europeo ha votato in favore di una relazione presentata dalla Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere (FEMM) sulle conseguenze che comporta lo sfruttamento della prostituzione alla parità di genere tra uomo e donna.

Gli onorevoli di Bruxelles hanno detto sì a stragrande maggioranza (343 voti a favore, 139 no, 105 astenuti) ad un documento di valore non vincolante per gli stati membri, ma che dovrebbe fornire il nuovo indirizzo culturale con cui affrontare la questione dello sfruttamento delle/dei lavoratrici/tori del sesso. Stando al testo della risoluzione, da oggi in poi i governi europei dovrebbero adottare una legislazione che elimini la differenza tra prostituzione volontaria e forzata (ritenute la stessa cosa) e che, soprattutto, punisca penalmente i clienti (oltre alle sanzioni amministrative).

Il provvedimento piomba come un fulmine a ciel sereno sul Vecchio Continente, a questo punto diviso tra tre approcci al problema del tutto dissimili tra loro. In paesi come Germania, Olanda, Austria e Danimarca l’attività prostitutiva è legale. In Irlanda, Francia e Gran Bretagna, anche se con modalità diverse tra uno Stato e l’altro, sono direttamente le persone che esercitano la prostituzione ad essere criminalizzate e punite. A questi due blocchi si è aggiunta negli ultimi anni la nuova frontiera rappresentata dal modello nordico. Svezia, Finlandia e Norvegia (quest’ultima extra UE) non perseguono le lucciole, ma i loro clienti, e con grande severità.

La legge svedese del 1999 parte dall’assunto che l’esercizio della prostituzione sia un ostacolo alla parità di genere. Interpretazione sposata in pieno dal SEMM e dalla relatrice della risoluzione appena approvata, Mary Honeyball, deputata laburista inglese. Nelle motivazioni presentate dalla Honeyball si legge che “lo sfruttamento nell’industria del sesso è causa e conseguenza della disparità di genere e perpetua l’idea che i corpi di donne e ragazze siano in vendita”. Il testo si conclude così: “La relazione non è contro le donne che si prostituiscono. È contro la prostituzione, ma a favore delle donne che ne sono vittime. Raccomandando di considerare colpevole l’acquirente, ossia l’uomo che compra servizi sessuali, anziché la prostituta, il presente testo costituisce un altro passo sul cammino che porta alla totale parità di genere nell’Unione europea”.

Intenzioni all’apparenza lodevoli, ma che in molti considerano figlie di una visione fondamentalista dell’esistenza. Un articolo di una blogger pubblicato sul fattoquotidiano.it stronca senza mezzi termini il proibizionismo della Honeyball. La parificazione di tratta e prostituzione volontaria viene definita una “tesi preconcetta”, mentre vengono portate a sostegno della critica al modello svedese i dati raccolti da centinaia di organizzazioni del settore secondo i quali “penalizzare il cliente significa comunque marginalizzare, isolare, rendere più vulnerabile la sex worker che sarà obbligata a lavorare in clandestinità”. Dello stesso parere anche l’ICSRE, il Comitato Internazionale per i diritti dei lavoratori dell’industria del sesso in Europa, quasi un sindacato delle prostitute.

La Honeyball e il Parlamento Europeo hanno comunque ignorato i pareri opposti ai loro. E l’Italia da che parte si schiera?. L’Huffington Post riporta che i Nostri a Bruxelles hanno approvato a maggioranza la Relazione Honeyball, “tra questi Sonia Alfano, Roberta Angelilli (Ncd), Lara Comi (Forza Italia), Luigi Berlinguer (Pd)”. Ovviamente contrari gli europarlamentari della Lega Nord, fautori di un disegno di legge di modifica della Legge Merlin, riaprendo così le porte delle Case Chiuse, sprangate dal 1958. Voce autorevole tra gli oppositori del proibizionismo è quella di Gianni Vattimo (IdV) che si dice in disaccordo “con il condannare anche penalmente un fatto ritenuto moralmente riprovevole come quello di acquistare sesso”. Secondo il filosofo “equiparare il supposto peccato al reato” è un errore.

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Fini-Giovanardi addio. Analisi della nuova situazione legislativa

Dedicato a Carlo Giovanardi

Consulta boccia Fini GiovanardiLa legge Fini-Giovanardi di fatto non esiste più dopo la bocciatura della Corte Costituzionale. Ma i tifosi della legalizzazione della marijuana che scenderanno in piazza per festeggiare la fine del proibizionismo rollandosi una “canna” lo faranno ancora a loro rischio e pericolo. In caso di fermo di polizia, infatti, la segnalazione alla prefettura quali assuntori di droga (se pur ritornata ad essere “leggera” nel caso della cannabis) resta ancora obbligatoria perché la Consulta, bocciando nel metodo l’impianto della Fini-Giovanardi, non ha affatto aperto alla depenalizzazione totale del consumo di erba, ma ha riportato la legislazione italiana sulle droghe indietro di 21 anni.

Cancellata per via giudiziaria la tanto discussa legge firmata da Gianfranco Fini e Carlo Giovanardi, constatata la pavida inerzia della politica a mettere mano al problema droga e alla revisione dell’approccio proibizionista, adesso non resta che riesumare la legge Jervolino-Vassalli del 1990 (legge 26 giugno 1990, n. 162. GU n.147 del 26-6-1990 ), inserita nel Decreto del Presidente della Repubblica n. 309/90 (D.P.R., testo coordinato 09.10.1990 n° 309, G.U. 31.10.1990 ), in seguito modificato dal D.P.R. n. 171/93 (GU n. 130 del 05/06/1993) che ha recepito i risultati del referendum sugli stupefacenti del 1993 promosso dal Partito Radicale.

Il primo effetto della bocciatura della Fini-Giovanardi sarà la (non sempre immediata) uscita dal carcere di migliaia di piccoli spacciatori di cannabis. Una soluzione per così dire salomonica trovata dalla politica per rispondere all’appello lanciato dal presidente Napolitano, volto ad evitare le sanzioni previste da una deliberazione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) per la fine di maggio, quale punizione per l’inumano trattamento a cui sono sottoposti i detenuti italiani a causa dell’affollamento carcerario (sentenza Torreggiani).

Ma vediamo nello specifico come funziona la legislazione sulle droghe da oggi in vigore. Partiamo dalla fine. Nella Camera di Consiglio del 12 febbraio 2014 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge n. 49/2006 Fini-Giovanardi. Come riportato in un comunicato ufficiale (le motivazioni saranno pubblicate tra qualche settimana), ad essere incostituzionali sono gli “artt. 4-bis e 4-vicies ter del d.l. 30 dicembre 2005, n. 272, come convertito con modificazioni dall’art. 1 della legge 21 febbraio 2006, n. 49, così rimuovendo le modifiche apportate con le norme dichiarate illegittime agli articoli 73, 13 e 14 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309”. Secondo la Consulta è stato violato “l’art. 77, secondo comma, della Costituzione, che regola la procedura di conversione dei decreti-legge”.

In pratica, è stata accolta la questione di legittimità sollevata dalla terza sezione penale della Cassazione secondo la quale il governo Berlusconi dell’epoca avrebbe compiuto un eccesso di delega, perché le norme in materia di droga, evidentemente estranee all’oggetto, erano state inserite nel decreto legge sulle Olimpiadi invernali di Torino del 2006. Come si capisce, nessun intervento antiproibizionista della Consulta, ma una esclusiva questione di metodo.

Cosa succederà adesso a chi spaccia hashish, oppure fuma semplicemente uno spinello o ha una piccola coltivazione in balcone per uso personale? Per quanto riguarda lo spaccio, si passa da una pena massima compresa tra i 6 e i 20 anni (come ai grandi trafficanti intercontinentali di cocaina ed eroina) ad una “più lieve” tra i 2 e i 6 anni. Altro che legalizzazione. Tornano invece a sorridere i consumatori, costretti comunque a ricorrere al mercato illegale per rifornirsi. Chi verrà beccato con il “fumo” (diverso dal fumo evocato da Napolitano nella vicenda Monti-Friedman) dovrà sottostare alla segnalazione alla prefettura, ma senza preoccuparsi di detenere una quantità di sostanza maggiore della dose media giornaliera (concetto eliminato dal referendum del 1993, poi reintrodotto dalla defunta Fini-Giovanardi). Sarà il giudice a valutare caso per caso, senza obbligo di equiparazione allo spaccio anche per quantitativi “considerevoli”.

Più complicato il discorso sulla coltivazione domestica. Anche se sussistono interpretazioni giurisprudenziali contrastanti (sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n. 28605 del 10 luglio 2008 e sentenza n. 360 del 1995 della Corte Costituzionale, favorevoli alla punibilità della condotta coltivativa; sentenza n. 17899 del 5 maggio 2008 della sez VI della Cassazione e sentenza n. 443 del 1994 della Corte Costituzionale contrarie alla punibilità), la legislazione tende ad equiparare la coltivazione, anche per uso personale, allo spaccio.

A conti fatti, comunque, la decisione della Consulta di bocciare la Fini-Giovanardi, ripristinando la differenziazione tra droghe leggere e pesanti, piomba come un macigno antiproibizionista nel dibattito socio-culturale aperto sulla legalizzazione della cannabis.

Marijuana di Stato in Uruguay

Anche la Cassazione fuma l’erba

Chi sa cosa sarà venuto in mente ai cosiddetti “benpensanti” come Carlo Giovanardi, Gianfranco Fini e Giorgia Meloni (sentenza “agghiacciante” l’ha definita la ministra della Gioventù hitleriana, pardon, italiana), alla notizia che un giudice della Corte di Cassazione –per la verità l’ennesimo negli ultimi anni- ha assolto dall’accusa di “coltivazione a fini di spaccio” un ragazzo di Scalea, in Calabria, pizzicato dagli astuti e scaltri membri delle forze dell’ordine mentre si prendeva cura della sua piantina di marijuana, tenuta ingenuamente in bella vista sul balcone di casa.Uno dei Supremi Giudici si è addirittura permesso di respingere il ricorso presentato dall’agguerrita procura di Catanzaro contro la sentenza che già in precedenza aveva assolto il giovane e pericoloso “criminale in erba” dall’ingiusta accusa.

La Corte ha stabilito che il fatto, pur costituendo un reato secondo il protofascista codice penale (rinforzato dalla criminogena legge Fini-Giovanardi del 2006), non può recare alcun danno al prossimo e alla comunità e non deve, dunque, essere perseguito come tale. Peccato che questa deliberazione, così come avviene nella legge anglosassone, non possa costituire un precedente vincolante, anche se la stampa di Regime –praticamente tutti i giornalisti servi delle grandi testate- si è subito scatenata accusando la Cassazione di aver legalizzato di fatto la coltivazione di erba a fini di consumo personale, come se tale eventualità costituisse un evento demoniaco, degno di Inquisizione medievale. Infonde rabbia e sconcerto vedere come le cricche al potere in Italia -anziché agire sul serio per combattere il Potere assoluto della criminalità organizzata, attraverso l’accettazione di un comportamento privo assolutamente di conseguenze socialmente negative come l’uso di marijuana-, si intestardiscano nella criminalizzazione di larghe fasce della cittadinanza, ottenendo come risultato la proliferazione di consorterie mafiose prive di scrupoli.
A questo punto, di fronte all’interessata ignoranza di politici, procure e forze dell’ordine, all’ormai Consapevole cittadino italiano non resta che ricorrere all’istituto del referendum (ricordiamo, a beneficio degli smemorati, che nel 1993 gli italiani si erano già espressi per la depenalizzazione del consumo di cannabis, decisione buttata poi nel cesso dagli interessi di Palazzo) per spazzare via per sempre una diffusa mentalità retrograda che è da decenni foriera di quello che a tutti è ormai chiaro: la trasformazione dell’Italia in un narco-mafio-Stato. Altro che il Messico.

30 giugno 2011