Grillo contro il golpe di Enrico Letta

È stato un botta e risposta senza esclusione di colpi quello consumatosi venerdì scorso tra il portavoce del Movimento5Stelle, Beppe Grillo, e il presidente del Consiglio del governo di Grande Coalizione Pd-Pdl, Enrico Letta. Due mondi agli antipodi che, più che confrontarsi, si scontrano sul concetto stesso di democrazia rappresentativa e sull’abuso dell’assenza di vincolo di mandato per i parlamentari, così come scritto nella Costituzione. Pressato da frotte di giornalisti al termine dell’incontro di Montecitorio con i parlamentari 5Stelle, Grillo non si è fatto pregare e ha svuotato il caricatore: “Ci hanno messo in un angolo. Hanno fatto non un golpettino, ma un golpe, un colpo di stato. In quattro si sono riuniti in una notte per verificare, ma questa e’ la continuazione dell’agenda Monti”.

Il comico genovese prestato alla politica torna così a paventare l’ipotesi che, dietro l’inciucio Pd-Pdl sponsorizzato da Napolitano bis, si possa nascondere un vero e proprio golpe che ha disinnescato il primo partito uscito dalle urne di febbraio, togliendogli persino la libertà di manovra sacrosanta per l’unica opposizione presente in parlamento (Sel, Lega e Fratelli d’Italia si sono presentati insieme a Berlusconi e Bersani). Accuse su cui riflettere, ma che sembrano cadere a fagiolo per Enrico Letta, già in evidente difficoltà a tenere unita l’Armata Brancaleone di governo, divisa tra una democristiana brama di potere e poltrone e le bizze del Caimano, impegnato nella sua guerra personale contro giudici e “persecuzione giudiziaria”.

 

“Respingo al mittente la parola colpo di stato –ha detto un falsamente indignato premier durante una conferenza stampa col presidente del parlamento europeo Martin Schulzferisce le istituzioni del nostro Paese, è una parola totalmente inaccettabile”. Una replica priva anche del pur minimo segno di fantasia, visto che la parola “inaccettabile” risulta ultra-inflazionata in politica, ma priva di un significato concreto. Ma Letta il Giovane ha mille risorse e almeno quattro facce. Eccolo allora arrivare a strumentalizzare persino il golpe cileno di Pinochet nel 1973 pur di non soccombere all’attacco grillino: “Quando ha usato la parola colpo di Stato, una giornalista cilena, che sa cosa è un colpo di Stato, gli ha fatto fare una figuraccia” (episodio non immortalato dalle telecamere). Il camaleonte Letta si è trasformato persino in grillino pur di tenere botta, parlando di cancellazione del doppio stipendio dei ministri per contrapporlo alle polemiche dei “cittadini” grillini verso Grillo in merito alla restituzione della diaria.

Letta più grillino di Grillo? Evidentemente no. Impossibile per un membro doc della casta parare l’ennesimo affondo del Robespierre de Noantri. A sentire Grillo, Enrico Letta “per 20 anni ha fatto il nipote di suo zio. Come lo devo vedere, uno che fa nipote di suo zio di professione? Sono paradossi ed equivoci della politica per portare avanti la solita gente”. È a questo punto che Letta, colpito e affondato, si richiama ad una autorità superiore: “(Maestra!, maestra! ndr) Grillo la butta sull’insulto personale perché non ha altri argomenti”.

Errore grave perché scatena la risposta finale di Grillo, pubblicata naturalmente sul blog: “Un mantenuto dalla politica dal 1996, Enrico Letta, ci fa lezioni di morale. Non accettiamo lezioni da una persona che si tiene stretti 46 milioni di euro di rimborsi elettorali del pdmenoelle, mentre il Movimento ha rinunciato a 42, e i cui parlamentari prendono lo stipendio pieno, mentre quelli del M5S se lo sono già dimezzato. Piglia e porta a casa capitan Findus”. Tra Grillo, Berlusconi e la crisi economica, Letta non sa più a chi dare i resti. Provvidenziale la trovata di tumularsi per due giorni nel convento di Spineto. Chi sa che l’atmosfera monacale non aiuti a trovare una soluzione per il disastro chiamato Italia.

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Elettori del Pd in rivolta: Marini non raggiunge il quorum

Franco Marini non ce l’ha fatta ad essere eletto dodicesimo presidente della Repubblica. Il Partito Democratico si è presentato in ordine sparso nell’Aula di Montecitorio e l’ex sindacalista della Cisl è finito inevitabilmente impallinato dai franchi tiratori. Il primo scrutinio, iniziato questa mattina alle 10.00, si è concluso con una fumata nera: 524 voti per Marini, 241 per Rodotà, 104 schede bianche e 121 agli Altri (tra i quali Chiamparino, D’Alema, Bonino e Napolitano).

Il blitz architettato nella tarda serata di mercoledì dal segretario del Pd, Pierluigi Bersani, non ha raggiunto il suo scopo, anzi, il Partito Democratico si è letteralmente liquefatto di fronte all’unica scelta imposta da Bersani: Franco Marini al Quirinale per suggellare con un presidente condiviso il prossimo accordo per un governo di larghe intese Pd-Pdl. È stata proprio la base del partito che fu di Togliatti e Berlinguer a rivoltarsi di fronte alla nomina caduta dall’alto di un esponente politico reduce della Prima repubblica, proprio ora che la Seconda si sta sgretolando sotto ai colpi della crisi economica e della corruzione diffusa e che il popolo italiano si era espresso chiaramente per un cambiamento.

E invece no. Tutto doveva rimanere immutabile. Il grande inciucio con Berlusconi è visto come l’unica strada percorribile dalla nomenklatura piddina e da quella parte di dirigenza ex democristiana (Beppe Fioroni e i cattolici) che non ne ha mai voluto sapere di un accordo con Grillo. Ma questa volta il Pd ha tirato troppo la corda a destra- Rimarranno memorabili le immagini di militanti del partito, più o meno giovani, riuniti in piazza Montecitorio a minacciare di strappare tessere e di votare qualcun altro nel caso fosse passata la linea di Bersani favorevole a Marini. Perché arrivare a spaccare il Pd pur di accontentare il Caimano e ottenere in cambio una cambiale scaduta per guidare un governo poco più che balneare?

 

È questa la domanda ricorrente nell’elettore medio Pd che ha vissuto come un incubo il ventennio di inciucio che ha permesso al Cavaliere di sopravvivere politicamente fino ad oggi, sin dai tempi della Bicamerale di D’Alema. Ora che c’era la possibilità di fare fuori l’odiato Berlusconi (vox populi) ci si è messo anche Bersani –una volta stimato universalmente- a sacrificare persino la propria onorabilità pur di salvare i berlusconiani da un futuro di oblio. Inspiegabile per l’uomo/la donna della strada. Certo è che, di fronte al netto rifiuto di votare Marini, espresso già dalla serata di ieri sia dai renziani che dai parlamentari di Sel di Nichi Vendola, il gruppo bersaniano ha tirato dritto, quasi volesse rendere chiaro l’intento di provocare Matteo Renzi allo scopo di fargli commettere un passo falso: la rottura d’impeto e la conseguente scissione dal Pd.

Una “tattica dell’orticello” con la quale Bersani spera di sopravvivere politicamente ancora qualche mese. Vittoria che sarebbe comunque effimera, perché condizionata dalla necessità dell’appoggio del Pdl al Senato per manifesta mancanza di voti. Impossibile da credere se non fosse vero. Comunque le speranze residue degli elettori Pd sono riposte in un coupe de theatre con il quale il segretario potrebbe rimescolare le carte delle elezioni presidenziali con un candidato rimasto fino ad ora nascosto. L’alternativa sarebbe, a detta di molte anime piddine, la conversione su Stefano Rodotà. Più facile che a Bersani ricrescano i capelli.