Scioperi, rifiuti e corruzione: Roma caput mundi del degrado

Ara Pacis MeierIl sindaco di Roma Ignazio Marino deve dimettersi al più presto. La Capitale d’Italia, meta ogni anno di milioni di turisti da tutto il mondo, non è più degna di rappresentare il nostro paese. La corruzione dilagante nelle aziende municipalizzate, l’incapacità di gestire la raccolta dei rifiuti e avviare la differenziata, l’emergenza abitativa, il dilettantismo dimostrato nel predisporre un piano di trasporto pubblico, l’aumento esponenziale del traffico privato, il disastro nella gestione dell’ordine pubblico durante i cortei, i mostri architettonici come l’Ara Pacis di Meier e, da ultimo, lo sciopero dei dipendenti comunali che rischiano di vedersi ridotto lo stipendio, rappresentano un marchio di infamia per l’inquilino del Campidoglio.

Non che tutta questa sfilza di colpe sia ascrivibile al simpatico medico genovese, una meteora trattata come un corpo estraneo persino dal suo partito, il Pd a trazione renziana. I problemi di Roma affondano le loro radici nei decenni che hanno seguito il dopoguerra, quando il territorio capitolino venne sventrato e violentato dai palazzinari, avvantaggiati da piani regolatori preparati da amministratori compiacenti. Marino non c’entra nulla nemmeno con la Parentopoli delle società municipalizzate come Atac, Acea e Ama. Una cascata di posti di lavoro e poltrone dirigenziali piovuta addosso a migliaia di raccomandati che ha finito per svuotare le casse comunali.

Ma partiamo dalla fine. Venerdì 6 giugno i romani hanno trovato chiusi gli sportelli comunali, sprangati gli asili per mancanza di maestre e le strade senza i vigili urbani (non una grande novità a dire il vero). I dipendenti del Campidoglio erano in corteo per difendere il salario accessorio che Marino non ha ancora garantito. Roba da “garantiti”, appunto, se confrontato con le condizioni di migliaia di disoccupati, cassintegrati, sfrattati e nuovi poveri presenti a Roma, ma pur sempre una questione di guerra tra poveri sui quali viene scaricata la dolosa incompetenza delle amministrazioni comunali. Carraro, Veltroni, Rutelli, Alemanno, Marino, tutti in egual modo colpevoli insieme ai loro predecessori della Prima Repubblica. Ma le responsabilità ricadono giocoforza sul primo cittadino in carica.

È vero che Marino solo pochi giorni fa ha vinto la battaglia dell’Acea, riuscendo a mettere in minoranza il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone nella gestione della società dell’acqua. Il sindaco ha ottenuto, almeno sulla carta, una riduzione degli sprechi ma, oltre alle belle parole di condanna per la vecchia gestione, non si è azzardato a formulare una proposta di ristrutturazione dell’azienda che preveda di mandare a casa tutti gli amici degli amici.

Stesso discorso vale per Atac. L’azienda che (non) gestisce lo scadente trasporto pubblico capitolino è al centro di diversi scandali come quello dei biglietti clonati, della già citata Parentopoli e delle presunte tangenti sui filobus che ha coinvolto l’esx sindaco Alemanno. Nessuna responsabilità di Marino, si dirà, ma l’anonimo “Ignazio” è lì a girare in bicicletta con tanto di caschetto e scorta a due ruote, promettendo che a Roma la circolazione stradale sarà presto simile a quella di Amsterdam. Il risultato per ora sono bus e treni vecchi, rotti, insufficenti, maleodoranti e un caos generalizzato nei trasporti.

Il dossier rifiuti rimane comunque quello più scottante. È di questi giorni la notizia (ma i romani se ne sono accorti di persona) che la raccolta dell’immondizia procede a singhiozzo a causa della parziale chiusura di alcuni termovalorizzatori. Un’altra tegola su Ama dopo la chiusura di Malagrotta, l’arresto di Manlio Cerroni, la raccolta differenziata inchiodata al 30% e il recente scandalo di Capodanno quando le immagini dei maiali che grufolano nella monnezza fecero il giro del mondo. Di fronte a questo fallimento amministrativo e gestionale, che in confronto un suk arabo pare gli Champs-Élysées, Marino non sa fare altro che lamentarsi e alzare la voce contro il governo e gli altri responsabili del disastro di Roma Capitale. Lui escluso, naturalmente.

Nuova Giunta a Roma: Pd e Sel chiedono il conto a Marino

Ignazio Marino e il paradosso di essersi presentato ai romani come il sindaco della mobilità (intesa come servizi pubblici), per poi ridursi all’immobilità, intesa come tempi di nomina della nuova Giunta capitolina. Il dramma politico del primo cittadino della città più bella del mondo (se non ci fossero i romani) si sta consumando in queste ore. Lo scontro è tutto interno alla coalizione che ha stracciato la destra di Gianni Alemanno nelle elezioni del 9-10 giugno. Entro 20 giorni da quella data la legge impone di dare un nome e un volto ai 12 assessori che affiancheranno Marino nella Giunta comunale, ma il sindaco ha promesso una lista ufficiale entro domenica.

E mai nomina fu più sofferta. L’idea del chirurgo prestato alla politica sarebbe quella di servirsi di una decina di collaboratori esterni, di tecnici insomma. Ai partiti che lo hanno appoggiato alle elezioni, anche se senza dare troppo nell’occhio per non fargli perdere voti, rimarrebbero solo le briciole di 2 o 3 assessorati; 2 per il Pd (girano i nomi di Enzo Foschi e Michela Di Biase) e 1 per Sel (il solito Luigi Nieri). Un po’ pochino per chi, nonostante sia responsabile della fuga dalle urne dei romani (più del 50% di astensioni), pretende di mettere il cappello sulla vittoria dell’esterno Ignazio Marino. Ma l’uomo che ha promesso di pedonalizzare i Fori Imperiali entro Ferragosto da quell’orecchio non ci sente proprio, a costo di andare allo scontro frontale con gli uomini della casta.

 

“Non abbiamo chiesto niente, siamo pronti a sostenere Marino con lealtà. Ci aspettiamo lo stesso trattamento” dicono i dirigenti locali del Pd che intanto, però, serra le fila dei suoi 19 consiglieri comunali, elegge Francesco D’Ausilio come capogruppo e manda un chiaro segnale al sindaco sulla volontà di pescare tra quei nomi alcuni assessori. Dal versante di Sel si registra l’incontro di ieri tra Marino e gli uomini/le donne di Nichi Vendola a Roma che pretendono due caselle con i nomi di Nieri e di Gemma Azuni. Nessuna complicazione arriva invece, e ci mancherebbe pure, dal Centro Democratico di Bruno Tabacci che, dopo aver incontrato Marino in Campidoglio, se ne è uscito con la solita frase alla democristiana: “Noi non chiediamo mai nulla”.

Per sbloccare la situazione il sindaco ha incontrato il vertice del Pd laziale: Nicola Zingaretti, presidente della Regione, il candidato alle primarie Paolo Gentiloni e il segretario regionale Enrico Gasbarra. Ci sono da riempire le caselle che vanno da Bilancio, Mobilità e Urbanistica all’innovativo e misterioso assessorato allo Stile di Vita (migliorare la qualità della vita attraverso cultura, ambiente, antiproibizionismo e sanità). Dai tecnici intanto sono arrivati solo dei niet per Marino, come quelli di Marino Sinibaldi, del Sottosegretario Giovanni Legnini e di Cristina Comencini. Le male lingue dicono che i rifiuti eccellenti siano motivati dall’annunciato taglio agli stipendi dei politici. Poco conveniente fare l’assessore di questi tempi.

Comunque sia Ignazio Marino aveva promesso di dare una svolta a Roma al grido di “daje”, ma per il momento è riuscito solo a scontentare la comunità omosessuale disertando il Gay Pride, si muove con i mezzi pubblici ma è immobilizzato dall’ambizione poltronista della casta e, dulcis in fundo, è incastrato dall’annosa polemica tra animalisti e conducenti delle famose botticelle romane. Gli invasati sedicenti difensori degli animali del Partito Animalista Europeo -il cui presidente Stefano Fuccelli ha scritto una lettera dai toni minacciosi al sindaco- con la scusa della canicola pretenderebbero, con la violenza, di rinchiudere cavalli e botticelle in un recinto (vedi villa Borghese) in nome di una città a misura di auto e di smog in cui non c’è posto per gli animali. Invece di puntare ad una pedonalizzazione totale del centro della Capitale i protetti del senatore Monica Cirinnà se la prendono con i lavoratori. Ma Marino ha promesso su Twitter di incontrare anche i “cavallari”. Meglio pensare prima alla Giunta.

Gay Pride: Boldrini e Idem a Palermo, Marino tradisce Roma

Giorni di orgoglio omosessuale nelle piazze d’Italia. Venerdì scorso ha preso ufficialmente il via il Palermo Pride con una conferenza stampa alla quale il sindaco Leoluca Orlando ha voluto fortemente che prendessero parte rappresentanti del governo e delle istituzioni. La risposta all’appello del presidente della Camera, Laura Boldrini, e del ministro per le Pari Opportunità, Josepa Idem, era già stata ufficializzata da giorni e ieri le due donne hanno mantenuto la promessa mettendo direttamente la faccia sulla questione glbt in Italia e soprattutto al Sud. Discorso completamente opposto invece là dove meno te lo aspetti: a Roma.

La Capitale è abituata ad ospitare i giorni dell’orgoglio omosessuale fin dal 2000, anno dello storico primo Gay Pride organizzato nella città del papa, ma oggi dietro i carri allegorici non sfilerà il neo sindaco Ignazio Marino che la sua propaganda aveva descritto vicino alle istanze degli omosessuali, ma che ha preferito declinare l’invito degli organizzatori inventando la scusa meno adatta alla situazione: “Ho bisogno di stare qualche giorno con la mia famiglia”. E beato lui che una famiglia ce l’ha, avranno pensato subito gli attivisti che vorrebbero allargare i diritti dei gay al matrimonio e all’adozione. Per Marino si prospetta dunque un inaspettato scivolone mediatico, visto che in campagna elettorale si era spacciato come il difensore dei diritti (a cominciare da coppie di fatto e antiproibizionismo) contrapposto al “fascista” Alemanno.

L’inquilino del Campidoglio ha cercato di correre ai ripari per arginare l’alluvione di polemiche che il suo gran rifiuto avrebbe sicuramente scatenato, ma è stato tutto inutile. Prima un comunicato: “Voglio ribadire, da Sindaco, il mio impegno affinchè a Roma i diritti di tutti siano garantiti e venga sradicata ogni forma di intolleranza. Odio e discriminazione non possono avere diritto di cittadinanza in questa che non è solo la Capitale d’Italia, ma anche la culla della civiltà”. Poi l’investitura del consigliere comunale di Sel, Luigi Nieri, come accompagnatore ufficiale dell’intramontabile Vladimir Luxuria, dei carri allegorici di Muccassassina e del Circolo Mario Mieli. Rimedi tardivi che non hanno convinto i rappresentanti delle associazioni glbt come Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia: “Rispettando la necessità di riposo, dopo mesi ininterrotti di campagna delle primarie e delle elezioni, condividiamo il dispiacere della sua assenza domani al Pride cittadino, momento in cui le persone lgbt invaderanno pacificamente Roma, proprio a sostegno di valori condivisi dall’attuale Sindaco”.

Delusione e rabbia dalle parti di Roma, mitigate però dalla presenza in forze dello Stato in quel di Palermo. “I diritti non possono avere colore politicoha detto il ministro Ideme per questo mi impegnerò per la presentazione di un disegno di legge per le unioni civili che tanti cittadini continuano giustamente a chiedere”. Laura Boldrini ha centrato il suo discorso sull’intolleranza presente storicamente nella nostra società: “L’omofobo, il maschilista e il razzista sono figli della stessa sottocultura alimentata dal pregiudizio –ha detto il presidente della Camera che ha poi continuato- nostro primo dovere istituzionale è quello di non lasciare sola nessuna donna e nessun uomo, nessuna persona omosessuale, lesbica, transessuale. Perché chi è solo perde il senso della comunità e, con esso, il senso della cittadinanza”.

Una presenza istituzionale inimmaginabile solo fino a pochi mesi fa. Segno evidente dei tempi che cambiano è l’iniziativa legislativa sull’unione tra persone dello stesso sesso, presentata in Parlamento proprio da alcuni esponenti del Pdl il 4 giugno scorso. Un ddl sulle coppie gay è stato infatti depositato da nomi insospettabili: da Giancarlo Galan a Sandro Bondi, passando per Stefania Prestigiacomo, Gabriella Giammanco e Laura Ravetto. Ci manca solo che Berlusconi si cimenti nei bunga bunga gay per sdoganare la destra sulla questione del rispetto degli omosessuali e l’illuminato sindaco di Roma che fa? Diventa suo malgrado paladino della famiglia tradizionale proprio nel giorno più sbagliato. Il sospetto è che al Campidoglio sia rimasta ben viva la tradizione di non scontentare i Palazzi d’Oltretevere.

Roma verso il ballottaggio: Renzi alla Garbatella con Marino

Il conto alla rovescia che porterà al tanto atteso ballottaggio per eleggere il nuovo sindaco di Roma fa segnare -8 giorni all’apertura delle urne. La sfida è tra il sindaco uscente Gianni Alemanno del Pdl e Ignazio Marino del Pd, uscito vincitore dalle Primarie e poi confermatosi come favorito al primo turno con più del 42% dei consensi. A guardare i numeri Marino potrebbe già indossare la fascia tricolore, ma Alemanno dal basso del suo 30% (il 15 se si considera che metà dei romani non ha votato) ha già dichiarato di volere vendere cara la pelle.

Oggi intanto è il giorno dell’incontro tra Marino e Matteo Renzi, sceso appositamente nella Capitale per dare appoggio al medico libertario (oltre che per presentare il suo nuovo libro). L’endorsement renziano è stato previsto nella storica cornice del quartiere Garbatella, al teatro Ambra, ed è servito a Marino per farsi pubblicità accostando la sua figura a quella di un Renzi lanciatissimo verso la conquista del partito e di Palazzo Chigi. Impossibile al momento fornire sondaggi, vietati per legge nei giorni che precedono il voto, si può comunque cercare di fare il punto della situazione. L’ago della bilancia di questo ballottaggio sarà sicuramente Alfio Marchini, il costruttore “rosso” che col suo “core de Roma” è riuscito a strappare un bottino di quasi il 10% dei consensi e con questo si è seduto al tavolo della trattativa.

“Ci vuole discontinuità” aveva dichiarato nei giorni scorsi l’affascinante giocatore di polo, citando proprio la stessa frase pronunciata da un altro costruttore, Francesco Gaetano Caltagirone, nel 2008, anno della storica vittoria del “fascista” Alemanno sull’algido Rutelli. Proprio un brutto colpo per Alemanno che in quella “discontinuità”, però, non legge, unico in tutta Roma, un riferimento diretto alla sua persona. Sul tavolo della trattativa Marchini ha deciso di mettere il suo programma in 12 punti che vanno “da un grande piano di manutenzione ordinaria e straordinaria, alla richiesta al governo di congelare per due anni i 200 milioni di euro che il Campidoglio rimborsa allo Stato ogni anno”. Ambiente, beni culturali, agricoltura, internet e turismo, queste le altre tematiche care a Marchini che ha deciso di farsi pagare i suoi voti a peso d’oro.

 

Marino e Alemanno hanno già fatto sapere che presto daranno una risposta alle proposte di Arfio il quale, per alzare ancora di più il prezzo, ha già smentito la trattiva con il Pd e l’avvenuta spartizione di poltrone. Atteggiamento completamente agli antipodi è quello tenuto da Marcello De Vito, il candidato del M5S che con il suo 12,5% di preferenze ha scatenato gli appetiti dei due sfidanti. “Non è neanche all’ordine del giorno” è stata la risposta data dal giovane avvocato romano ai giornalisti che gli chiedevano chi avrebbe appoggiato il M5S al ballottaggio. Né con il Pdl, né con il PdmenoL, sarà quella dell’astensione la strategia scelta dai grillini. L’impresa sembra comunque disperata per Alemanno che ha ricevuto l’ennesima mazzata con la notizia che anche Berlusconi ha deciso di scaricarlo. Il Cavaliere –che da buon craxiano milanese non ha mai amato il post-fascista barese- non ha proprio digerito il deserto del Sahara che gli si è presentato davanti agli occhi al Colosseo nel giorno della chiusura della campagna elettorale di Alemanno.

Circa 2000 persone che lo hanno convinto della bontà dei sondaggi (disastrosi) commissionati alla fidata Alessandra Ghisleri che danno il piccolo Gianni per spacciato. Si vocifera che Silvio avrebbe addirittura preferito candidare lo stesso Marchini. Di un altro comizio per dare una scossa alla Capitale non se ne parla proprio. Anzi, Berlusconi ritiene Roma già persa. Meglio quindi far precipitare Alemanno, così da impedirgli di presentarsi poi a Palazzo Grazioli per chiedere poltrone e prebende. L’unico cerino di speranza rimasto acceso nelle mani del sindaco uscente è l’appoggio incondizionato offerto dal Vaticano, timoroso delle aperture di Marino su nozze gay, eutanasia e depenalizzazione delle droghe leggere, ma questa volta il soccorso da Oltretevere potrebbe non bastare.

Elezioni amministrative: crolla l’affluenza, soprattutto a Roma

Urne aperte fino alle 15.00 di oggi per le elezioni amministrative che stanno interessando 564 Comuni italiani. I primi dati giunti sull’affluenza ai seggi non lasciano però intravvedere la fine della crisi di sfiducia nei partiti da parte dei cittadini. Dei circa 7 milioni di italiani chiamati a votare solo il 44,66% lo aveva già fatto alle ore 22.00 di domenica. Un crollo clamoroso di più di 15 punti rispetto al 60% del 2008, anche se c’è da aggiungere che in quell’occasione si votò anche per le Politiche.

Ma ormai, stante la crisi economica galoppante, la sfiducia popolare nei confronti dei partiti della casta è scesa sotto lo zero. E a farne le spese è stato anche il governo Letta, precipitato nei consensi poco sopra il 40% e simbolo della dolosa incapacità della politica di risolvere la questione lavoro, divenuta questione sociale. A fare da capofila della delusione popolare è proprio la capitale Roma dove, alle 22.00 di ieri solo il 37,69 degli aventi diritto aveva infilato una scheda nell’urna. Se si pensa che nel 2008 erano stati il 57,20%, ben 20 punti in più, i peggiori incubi dei candidati al Campidoglio potrebbero presto trasformarsi in realtà.

La diserzione in massa delle urne da parte degli elettori non può significare niente di buono per chi le scorse elezioni le aveva vinte (Gianni Alemanno al ballottaggio con Rutelli), ma anche per chi, come Ignazio Marino del Pd, puntava tutto sulla mobilitazione di quello che una volta era il “popolo del Pd”. Il flop elettorale dei grandi partiti era stato comunque già sancito venerdì scorso, giorno della chiusura della campagna elettorale quando le due piazze prenotate dai partiti della strana maggioranza di governo -la piccola spianata sotto al Colosseo per Alemanno e niente di meno che piazza San Giovanni per Marino– si erano mostrate inequivocabilmente deserte agli occhi impietosi delle telecamere.

 

Un po’ meglio, ma solo un po’, era andata ad Alfio Marchini, detto “Arfio er Bello”, che era riuscito a riempire il parco Schuster della basilica di San Paolo anche grazie alla voce di Antonello Venditti. Un trionfo, infine, se paragonato ai mostruosi flop collezionati dagli avversari, era stato il raduno del M5S in piazza del Popolo, ovviamente grazie al comizio-spettacolo messo in piedi da Beppe Grillo in persona per dare una spinta al candidato Marcello De Vito. Fatto sta che il rischio astensionismo, paventato alla vigilia dagli addetti ai lavori e temuto dai candidati, si è trasformato in una terribile realtà, rendendo quasi comiche le dichiarazioni rilasciate da Marino: “Sono assolutamente convinto che tutti i romani e le romane risponderanno con la solita grande affluenza per scegliere il loro sindaco, una persona che entrerà in casa loro per i prossimi 5 anni”.

Mai candidato sindaco fu più profeta di sventura. Adesso, e lo sapremo con l’inizio dello spoglio alle ore 15.00, resta solo da capire chi sarà la vittima della bassa affluenza. Il sindaco uscente Alemanno (la cui amministrazione è stata investita dallo scandalo Parentopoli e dalle presunte tangenti sui lavori di metro e bus), oppure il mesto sfidante Marino, uno che neanche è romano e che si candida per giunta nel peggior momento della storia degli ex comunisti? Probabilmente saranno entrambi a pagare dazio, anche se il momento d’oro sembra passato anche per i grillini, mentre il volenteroso Alfio ci crede, ma non ha i numeri.

Roma, Marino trionfa nelle primarie Pd e sfida Alemanno

I risultati non sono ancora definitivi, ma i complimenti degli avversari che hanno riconosciuto la sconfitta Ignazio Marino li aveva ricevuti già nella serata di domenica, con meno della metà delle schede scrutinate. Sarà il medico-senatore il candidato sindaco di Roma per il Partito Democratico. Marino ha infatti ottenuto più del 50% delle preferenze degli oltre 100 mila elettori che, secondo gli organizzatori, si sono recati in uno dei 223 gazebo allestiti nella Capitale in occasione delle elezioni primarie del Pd.

“Grazie a tutti i romani che hanno trasformato questo esperimento di democrazia in una grande gioiaha commentato a caldo Marino appena giunto nel suo comitato elettorale del quartiere San LorenzoOra dobbiamo liberare il Campidoglio da una politica oscura. Noi cambieremo tutto”. Parole di distensione dopo un fine-settimana in cui il nervosismo si poteva tagliare con un coltello. È vero che gli avversari non hanno potuto mettere in discussione la vittoria del senatore Pd, visto che il secondo classificato, David Sassoli, si è fermato intorno al 25%, mentre gli altri hanno fatto registrare percentuali irrisorie. Il renziano Paolo Gentiloni ha ottenuto meno del 10%, mentre Patrizia Prestipino, Gemma Azuni di Sel e Mattia Di Tommaso del Psi hanno ottenuto la preferenza solo di parenti, amici e di qualche vecchio “compagno”.

 

Ma le polemiche sono esplose fragorose ad urne ancora aperte. A lanciare il sasso nello stagno è stato Antonio Funicello, portavoce del Comitato GentilonixRoma, che ha dichiarato: “Ci stanno arrivando  numerosissime telefonate e segnalazioni di irregolarità e disservizi nei seggi elettorali, sarebbe davvero grave se una giornata di democrazia come quella di oggi venisse funestata da vicende poco chiare”. Un’accusa gravissima che non è però caduta nel vuoto ed è stata subito raccolta dalla renziana Cristina Alicata, evidentemente piccata dalla sonora disfatta incamerata dall’ignorato (dagli elettori) Gentiloni. “Le solite incredibili file di Rom che quando ci sono le primarie si scoprono appassionatissimi di politica”, ha postato su facebook la seguace del sindaco di Firenze.

In pratica, secondo i trombati gentiloniani, “qualcuno dei candidati”, anche se non ne sono stati specificati i connotati, avrebbe comprato il voto di molti rom (o “zingari” che dir si voglia) residenti nella Capitale, al fine di pilotare l’esito del voto. Tanta è stata la foga denunciatrice della Alicata da farla cadere nella trappola di accuse di razzismo a cui è stata subito costretta a controbattere. “Il razzismo non c’entra nulla. Sono voti comprati. Punto. Chi lo nega è complice dello sfruttamento della povertà che fa il clientelismo in politica”, ha corretto il tiro la renziana, non riuscendo però ad evitare l’effetto boomerang visto, tra l’altro, il distacco abissale con cui Marino ha seppellito i concorrenti.

Adesso, archiviata la pagina delle primarie, il chirurgo Marino si trova di fronte all’ostacolo più alto: conquistare il Campidoglio a spese di una concorrenza più che agguerrita. Il più titolato partecipante alla tenzone sarà il primo cittadino in carica, Gianni Alemanno, ancora col vento in poppa nonostante lo scandalo delle tangenti filobus e l’arresto del “camerata” Riccardo Mancini. Il ruolo di outsider di lusso, in tutti i sensi, lo ricoprirà Alfio Marchini, il “costruttore rosso” autoesclusosi dalle primarie Pd per correre da solo, ma con buone possibilità di dire la sua (sondaggi alla mano). Quarto e quinto incomodo della corsa alla poltrona di sindaco saranno l’avvocato grillino del M5S Marcello De Vito e l’indipendente di sinistra, già presidente del X municipio, Sandro Medici. Una speranza per nulla vacua quella di Marino di attestarsi al Campidoglio, suggellata anche dalla profonda riflessione del neo eletto presidente della Regione, Nicola Zingaretti: “Daje Ignazio”.

Ignazio Marino propone la depenalizzazione delle droghe leggere

È entrata subito nel vivo la corsa delle primarie del Pd che vedrà il vincitore concorrere per la carica di sindaco di Roma nella tornata elettorale di maggio. A sfidare il ricandidato sindaco uscente Gianni Alemanno sarà il nome che uscirà dalla rosa che comprende David Sassoli -ex giornalista Rai, parlamentare europeo dal 2009 e appoggiato da Franceschini e D’Alema-, Ignazio Marino –senatore già candidato alle primarie nazionali del 2008, appoggiato dal romanissimo Goffredo Bettini ma anche da Sel- e Paolo Gentiloni –ex Margherita e ministro delle Comunicazioni nel governo Prodi 2, dato come renziano-.

Le candidature Pd non finiscono qui perché ai tre big vanno aggiunti i nomi di Patrizia Prestipino, Gemma Azuni e del giovane Mattia Di Tommaso. La corsa verso la vittoria delle primarie è comunque ristretta ai primi tre, anzi, ai primi due, Sassoli e Marino, dati dai bookmakers come favoriti. La bomba a mano che ha dato il via alle ostilità primarie l’ha lanciata il medico Ignazio Marino durante una visita compiuta ieri all’ospedale San Camillo: “Io ho simpatia per i giovani e credo che anche loro ne abbiano per me, perché in passato ho affermato (e lo penso ancora) che bisognerebbe depenalizzare le droghe leggere per eliminare la criminalità a Roma che, in questa città, ruota attorno ad esse”.

Una dichiarazione alla Marco Pannella su un argomento assente da tempo dall’agenda della politica perché considerato ancora un tabù. Un rischio, quello preso da Marino nel voler prendere di petto il problema della tossicodipendenza nella Capitale, perché il mercato della droga è più fiorente che mai e l’ipotesi antiproibizionista è stata da sempre lasciata ai margini dalle figure istituzionali (politica, forze dell’ordine, comunità di recupero come San Patrignano) che si occupano del problema droga. Fatto sta che il medico Marino risulta da sempre impegnato nell’approfondire la tematica della riduzione del danno (vedi il lavoro svolto dai volontari dell’unità di strada Villa Maraini a Tor Bella Monaca) e, soprattutto, quella della depenalizzazione delle droghe leggere per togliere il terreno da sotto ai piedi a spacciatori e trafficanti.

Le malelingue e gli avversari politici hanno letto, forse a ragione, l’iniziativa di Marino come una trovata pubblicitaria per ingraziarsi le simpatie e, soprattutto, il voto delle giovani generazioni romane, non certo estranee al circolo vizioso del consumo di droga legato alla repressione di uso e spaccio da parte delle autorità. Come fermare il mare con le mani. A dare fiato alle tesi dei detrattori è stato lo stesso dottor Marino che ha aggiunto: “Sono assolutamente favorevole a far votare i sedicenni alle primarie. I nostri ragazzi, che vivono in una città complessa come Roma, hanno delle problematiche quotidiane con la loro scuola, i trasporti, con i luoghi dove si incontrano che, talvolta, sono diventati pericolosi. Per questo è giusto che diano il loro voto”. Praticamente una confessione di voler fare un sol boccone del voto giovanile.

Ma la guerra delle primarie Pd non si ferma certo a qualche canna di troppo. Il tandem Marino-Gentiloni si è infatti scagliato contro Sassoli, accusato di aver infranto il codice etico per aver permesso l’affissione di manifesti abusivi. I due ne chiedono addirittura l’esclusione dalle primarie “perché ha mentito ai romani”. Sassoli ha risposto alla Scajola: “Se qualche errore è stato commesso, è stato sicuramente a mia insaputa”. Colpi bassi in vista del 7 aprile.