Forza Italia rompe le larghe intese. Letta si salva in Senato

fiducia governo LettaQuello sul voto di fiducia alla legge di Stabilità è stato il primo passaggio parlamentare in cui il governo Letta ha dovuto fare a meno dei voti di Forza Italia. La maratona notturna si è alla fine conclusa con un risultato confortante per l’esecutivo: 171 voti a favore, contro 135 contrari. Tre voti in più per Letta rispetto ai 168 calcolati dal pallottoliere degli addetti ai lavori. Evidentemente, più di un senatore dato all’opposizione ha temuto che il fallimento della Finanziaria avrebbe portato ad una caduta anticipata del governo e alla fine della legislatura, con annessa cessazione di privilegi e posti in poltrona.

Letta esulta perché vede finalmente “maggiore chiarezza” nei rapporti tra governo e maggioranza che lo sostiene. “Più coesa” secondo il premier, pericolosamente traballante secondo l’opposizione. L’uscita di Forza Italia dalle Larghe Intese resta comunque un dato di fatto che, unito alla cacciata da Palazzo Madama del leader Silvio Berlusconi, renderà la vita difficile al duo Letta-Alfano, titolari di un esecutivo divenuto improvvisamente di Piccole Intese. Per il momento comunque, al netto della vendetta mediatica e politica già messa in atto dal Caimano ferito, il governo sembra reggere. Anche perché Giorgio Napolitano si sta spendendo in prima persona come garante di queste Intese un po’ ristrette. Sua, infatti, l’idea di confermare la fiducia a Letta dopo lo strappo di FI proprio con il voto di fiducia sulla legge di Stabilità, senza la necessità di ricorrere ad una ulteriore verifica parlamentare.

Fatto sta che i numeri al Senato potrebbero non essere sempre così rosei per Letta. Da oggi nasce di fatto un governo retto da un Quadripartito (Pd, Ncd, PPI, Sc) il cui indiscusso azionista di maggioranza resta il Partito Democratico, costretto a portare sulle spalle tutto il peso di scelte economiche impopolari e di interventi insufficienti per far uscire l’Italia dalla crisi. Il rischio per l’esecutivo è quello di essere ricordato come il “governo delle tasse”, accerchiato dall’opposizione feroce di Beppe Grillo e, da oggi, anche di Berlusconi; ma pressato anche dall’interno, con gli “alleati” centristi risoluti a far pesare i loro voti decisivi anche attraverso ricatti politici.

 

Una situazione insostenibile per il Pd che dal 9 dicembre, quando con ogni probabilità Matteo Renzi ne conquisterà la segreteria, si trasformerà in un partito di lotta e di governo. Il neo-segretario è deciso a non farsi schiacciare dagli attacchi di Grillo e Berlusconi, mentre il compagno di partito Enrico Letta è disposto a cedere ai diktat sull’austerità imposti da Bruxelles pur di non farsi cacciare dall’esclusivo club del rigore a cui sono iscritti Ue, Bce e Fmi. Due posizioni inconciliabili che Renzi non vede l’ora di liquidare se il “governo del Fare” da lui preteso continuerà a rimanere “stabile come un cimitero”. “Il Pd ha la maggioranza assoluta della maggioranza, se non si fa quello che chiediamo noi… finish”, aveva minacciato ieri il sindaco di Firenze. Una maniera molto cruenta per chiedere a Letta un “patto programmatico” modellato sulle esigenze del nuovo Pd renziano.

Già da questa sera, poi, il governo delle Piccole Intese dovrà parare i colpi dell’offensiva mediatica (è saltata però la prevista ospitata da Bruno Vespa) e di piazza (manifestazione a via del Plebiscito) che Berlusconi ha scatenato per ribattere al voto sulla decadenza. Il Cavaliere ha paura di essere arrestato ed è disposto a tutto pur di evitare un’uscita di scena ingloriosa. Intanto, dal fronte grillino, gli attacchi al Colle e le bordate verso il duo Letta-Alfano aumenteranno di intensità per conquistare voti nelle prossime elezioni Europee. Una situazione drammatica che stride con lo sconfinato ottimismo mostrato da Letta in queste ore.

Cancellieri e governo: partita a due tra Renzi e Napolitano

Annamaria Cancellieri ha passato indenne la prova della mozione di sfiducia presentata alla Camera dal M5S. La maggioranza Pd, (ex) Pdl, (ex) Scelta Civica ha retto compatta alla prova del voto, sposando in toto la spericolata tesi del ministro della Giustizia sulla natura “amichevole” e “umanitaria” del suo rapporto telefonico con i Ligresti. Non proprio come il voto sulla famigerata “Ruby nipote di Mubarak”, ma qualcosa di molto simile. Le cronache narrano che sia stato il diktat pronunciato da Enrico Letta durante la drammatica assemblea Pd di martedì sera (“Sfiduciare la Cancellieri significa sfiduciare il governo”), a far rientrare nei ranghi Matteo Renzi e gli altri candidati alla segreteria, costretti a piegarsi alla linea della “fedeltà al partito e al governo”. Come ai tempi di Togliatti.

I retroscena pubblicati dal Fatto Quotidiano raccontano però un’altra storia, diversa dalla favola di Letta “Palle d’acciaio”, deciso a difendere il proprio Guardasigilli fino al punto di sfidare Renzi, segretario in pectore del Pd, e rischiare la caduta dell’esecutivo. “Caro Matteo – esordisce suadente al telefono “Enrico” martedì pomeriggio – è il presidente che lo chiede, sulla Cancellieri fate un passo indietro”. Il “presidente” a cui fa riferimento Letta è, naturalmente, Giorgio Napolitano, colui che in cambio della rielezione al Colle ha preteso le chiavi del governo delle larghe intese (poi divenute un po’ più strette), affidandone poi la guida al fiduciario Letta Nipote.

 

Altro che “Palle d’acciaio”. Letta si sarebbe rifugiato sotto l’ombrello di Napolitano per far cambiare idea ad uno scalpitante Renzi che, dopo un furioso scambio di opinioni su procura di Torino, innocenza della Cancellieri e “questione politica e non giudiziaria”, aveva twittato: “Il gruppo si riunisce: o il presidente del Consiglio pone una questione di fiducia sulla vicenda Cancellieri, e fossi in lui non lo farei, oppure il Pd deve votare”. Toni bellicosi magicamente dissoltisi poche ore dopo quando, per ricompattare il partito lacerato, il sindaco di Firenze ha compiuto il richiesto “passo indietro”. Napolitano ha così esercitato per l’ennesima volta il suo potere di persuasione, immenso, perché il presidente ha legato la cattiva sorte del governo Letta alle sue dimissioni dal Quirinale.

L’ambizioso Renzi è consapevole che il suo maggiore avversario sulla strada di Palazzo Chigi non sarà il “giovane” Letta, ma ancora il “vecchio” Napolitano, deciso con il suo interventismo a garantire all’Europa la “stabilità” richiesta. Resta ancora un mistero comprendere perché, nella testa del presidente, il governo Letta sia l’unica soluzione possibile e, soprattutto, perché la caduta di un ministro divenuto impresentabile di fronte all’opinione pubblica avrebbe condotto ad una reazione a catena. In attesa di prendersi la segreteria l’8 dicembre e il governo chissà quando, Renzi è costretto ad ingoiare anche il rospo degli sfottò di Massimo D’Alema, uomo di apparato per tutte le stagioni. “Renzi ha fatto tutto questo numero contro la Cancellieri che sembrava volesse rovesciare il mondo – ha detto il Lìder Massimo – Finito twitter, il Gruppo del Pd ha deciso di votare la Cancellieri e Renzi ha incartato e portato a casa”.

La ritirata strategica di Renzi sul caso Cancellieri risveglia la vena polemica di Beppe Grillo sul vero ruolo di Napolitano. “La scissione del Pdl con un gruppo di residuati tossici è stata ispirata con tutta probabilità dal Colle a protezione del cocco di mamma Letta – posta Grillo sul blog – E come dimenticare i senatori a vita eletti da Napolitano, quattro voti sicuri per il Nipote?”. Un j’accuse, peraltro non inedito nei confronti del Quirinale (vedi la richiesta di impeachment), che si conclude scandendo che “Napolitano è il collante di questa situazione, Letta è solo un pupazzo”. Esattamente quello che pensa Renzi, pronto a dare il via allo scontro finale con Napolitano, ma solo dopo le primarie dell’8 dicembre.

Letta usa l’Imu per non cadere, ma rischia di inciampare sul “Two pack”

Sono ormai 48 ore che agenzie di stampa, tv e siti internet rilanciano le dichiarazioni sull’Imu che Enrico Letta ha pronunciato sabato scorso alla festa nazionale dell’Udc di Chianciano Terme. Di fronte alla sparuta platea di profughi casiniani, il premier ha tagliato corto su quale sia il suo pensiero in merito alla questione della decadenza di Silvio Berlusconi e alla connessa crisi della maggioranza Pd-Pdl: “Se cade il governo gli italiani dovranno pagare l’Imu, nessuno si prenderà la responsabilità di mandare il governo a gambe all’aria”. Una frase che molti hanno interpretato come una minaccia verso chi, i falchi del Pdl soprattutto, cercherà in ogni modo di forzare la mano per salvare il Cavaliere dall’uscita definitiva dalla scena politica italiana.

Strali lettiani che hanno tutta l’aria di assomigliare ad una pistola scarica o, al massimo, caricata a salve. Innanzitutto perché gli italiani, sempre più poveri e disincantati, hanno già capito che la copertura finanziaria della prima rata Imu 2013 è a dir poco ballerina e quella per la seconda al momento non esiste nemmeno. Secondo poi, l’antifona su una tassa in meno che ci lascerà qualche moneta in più in tasca grazie al governo Letta, non regge al confronto con la realtà: quando nel 2014 si dovrà pagare la Service Tax, quei denari si dovranno tirare fuori lo stesso, anche se “la parola tassa si pronuncerà in Inglese”, come ha ben colto con una delle sue innumerevoli battute il sindaco di Firenze, nonché candidato alla segreteria Pd, Matteo Renzi.

 

Insomma, Letta Nipote sembra con le spalle al muro, attaccato alla canna del gas della volubilità dell’anziano inquilino di Arcore, peraltro da più di un mese recluso volontariamente a villa San Martino, quasi come in una prova generale degli arresti domiciliari che potrebbero scattare dal 15 di ottobre. La situazione politica è drammatica. Proprio ieri, ospite di Lucia Annunziata, il falco-colomba Renato Schifani ha ribadito: “Il Pd ha un disegno preciso: vuole fare cadere il governo e andare al voto”. Mercoledì prossimo la Giunta del Senato dovrebbe sancire la bocciatura della relazione Augello, favorevole alla conservazione della cadrega da senatore per Berlusconi. A quel punto, prima ancora che il presidente Stefàno riesca a nominare un nuovo relatore, i berlusconiani potrebbero far saltare il banco del governo. Tre le ipotesi di scuola: ritiro dei ministri Pdl e appoggio esterno a Letta; Letta bis senza Berlusconi ma con qualche “responsabile”; governo di scopo senza Letta ed elezioni anticipate. Tre scenari da brivido per il placido animatore di VeDrò.

Ma il peggiore incubo alla Nightmare di Letta, con Berlusconi nei panni di Freddy Krueger, è niente rispetto alla nera sagoma dell’Unione Europea che si fa sempre più minacciosa alle sue spalle. Se il governo Letta rischia di cadere per colpa di Berlusconi, è l’Italia intera che potrebbe inciampare nelle trappole nascoste da Bruxelles, l’ultima delle quali si chiama “Two pack”. I lettori più giovani staranno pensando che si tratti del nome di qualche cantante di musica rap, ma il “Two pack” non è altri che un pacco (in tutti i sensi) formato da due regolamenti, approvati dal Consiglio europeo il 13 maggio scorso al fine di introdurre nell’Eurozona più coordinamento, e soprattutto più vigilanza, nel processo di formazione delle politiche fiscali nazionali. In pratica, da oggi in poi la legge di Stabilità (ex Finanziaria) che il governo dovrà presentare al parlamento entro la metà di ottobre, dovrà prima essere vagliata dalla Commissione europea per verificarne la compatibilità con il Patto di Stabilità (rapporto deficit-pil al 3%).

Per controllare i compiti a casa svolti dall’Italia, martedì sbarcherà a Roma il Commissario del Popolo, pardon, agli Affari Economici Ue, Olli Rehn. Un altro pezzo di sovranità nazionale mangiato dai cannibali di Bruxelles, come ben precisato dal Sole24ore. Ecco così spiegato il senso della conclusione del pensiero lettiano su Imu e caduta del suo governo: “La Legge di Stabilità la scriverebbero a Bruxelles e la scriverebbero diversa da noi”. Servi dell’Europa, ma fieri di esserlo. Il nuovo motto della classe dirigente italiana.

Il governo Letta abolisce l’Imu: una trappola per Berlusconi

Il sorriso incontenibile mostrato dal vicepremier Angelino Alfano durante la conferenza stampa di Palazzo Chigi con cui i membri del governo Letta, premier Enrico in testa, hanno annunciato l’abolizione dell’Imu , la dice lunga sulla soddisfazione per un provvedimento atteso un po’ da tutti. Dai cittadini italiani in particolare, oberati dalla mancanza di lavoro, dallo sfruttamento, dai debiti, dalle tasse sempre più alte e, fino al consiglio dei ministri di ieri, persino dall’odiato balzello imposto da Mario Monti sulla casa, noto a tutti col terrificante acronimo di Imu. Ma non solo per loro. La cancellazione dell’imposta sugli immobili era una spada di Damocle infilata sulla strada del governo delle larghe intese o dell’inciucio Pd-Pdl.

Fino a poche ore dalla inattesa decisione del governo Letta, infatti, le opposte fazioni degli alleati Pd-Pdl se le erano date di santa ragione con, da una parte, i ministri “Rossi” Del Rio e Fassina pronti a guaire sull’ingiustizia sociale di una cancellazione totale dell’Imu che avrebbe favorito i soliti ricchi e, dall’altra, il mini Rottweiler Brunetta, spalleggiato dai sorrisi disincantati di Alfano, a mostrare i denti per difendere il cavallo di battaglia della campagna elettorale di Berlusconi, l’abolizione totale dell’Imu, appunto. Una vittoria cristallina del Cavaliere allora? Una nuova carta da giocare nella prevedibile tornata elettorale anticipata da correre sotto le insegne della risorta Forza Italia?

 

A sentire le reazioni a caldo di Berlusconi in persona parrebbe proprio di sì: “Il Popolo della Libertà ha rispettato il patto con i suoi elettori e il presidente Letta ha rispettato le intese con il Pdl. Gli effetti positivi vanno a beneficio di tutti i cittadiniha scritto in una nota il CavalierePromesso. Realizzato. Sull’Imu sulla prima casa e sui terreni e fabbricati funzionali alle attività agricole abbiamo mantenuto gli impegni. E l’etica in politica è mantenere la parola data”. Toni trionfali ma, ad analizzare bene la situazione, non sarà sfuggita di certo al commentatore più navigato la circostanza che, nella vicenda Imu, non è stato il Pdl ad andare incontro ai desiderata dell’alleato (più propenso ad una rimodulazione della tassa piuttosto che alla sua cancellazione) per ottenere in cambio, casomai, un occhio di riguardo sui tempi della decadenza di Berlusconi da senatore dopo la sentenza Mediaset (e sui modi con cui affrontare la scure della legge Severino sull’incandidabilità dei condannati, già messa in dubbio da fior di costituzionalisti e definita illegittima proprio dal condannato Berlusconi nella memoria difensiva che il Nostro dovrà presentare alla Giunta per le elezioni di Palazzo Madama il 9 settembre prossimo).

Al contrario, è stato l’intero Pd a mettere la retromarcia per sposare in toto la linea Berlusconi-Brunetta sull’Imu. Non solo, ma Letta ha annunciato entusiasta la nascita, dal primo gennaio 2014, di una service tax ispirata dai principi del federalismo fiscale, che sostituirà non solo l’Imu ma anche la neonata Tares sui rifiuti e dovrebbe prendere il nome di Taser (non era meglio direttamente Tasser?). A questo punto il cittadino medio si starà già facendo due conti su quanto risparmierà sulla casa, pronto magari anche a votare un Letta-bis. Ed è qui che casca l’Asino elettore, perché i denari da sganciare a Pantalone prenderanno altre strade (come l’aumento delle accise sulla benzina). Ma non solo, perché l’ambiguo sorriso di Alfano potrebbe essere la spia di un accordo sottobanco tra le colombe del Pdl e le quaglie del Pd per far fuori Berlusconi e continuare a governare. Ecco svelata la trappola.

Il governo Letta prigioniero dei Poteri Forti internazionali

Se si dovesse dar credito alla fantasia comunicativa del presidente del consiglio Enrico Letta, bisognerebbe dedurne che l’Italia sta finalmente giungendo alla fine del tunnel della crisi economica che già molti prima di lui, a cominciare da Mario Monti, avevano creduto di raggiungere, ritrovandosi poi schiacciati da un treno a tutta velocità dal quale invece proveniva la luce. La metafora da disastro ferroviario è farina del sacco di Beppe Grillo, ma sembra che l’avvertimento sul prossimo fallimento del Paese non abbia fatto breccia tra i rappresentanti del nuovo governo.

Il primo a non voler proprio ammettere l’incapacità del governo delle larghe intese -meglio noto come dell’inciucio- nel mettere una pezza al disastro economico incombente è stato il ministro dell’Economia Maurizio Saccomanni, uno che ha lavorato una vita ai massimi livelli della Banca d’Italia e che di conti se ne dovrebbe intendere. “Credo di essere l’unico che continua a vedere un po’ di luce in fondo al tunnel e a pensare che non sia il treno che ci sta venendo incontro” ha detto il ministro alcuni giorni fa durante un’audizione alla Camera. Peccato che ci sia rimasto solo lui ad avere il coraggio di profondere un ottimismo tanto entusiasta quanto fuori luogo, visto che a dettare le tappe forzate del risanamento italiano sono direttamente i Poteri Forti internazionali, dalla Bce al Fondo Monetario, passando per l’Ue, la Nato, ma anche per gli Stati Uniti di Obama.

 

Che gli italiani non comandino nemmeno a casa propria è cosa nota a tutti tranne che al premier Enrico Letta che, ancora nella giornata di mercoledì scorso, se ne andava in giro per il web twittando sulle meravigliose sorti e progressive del paese, merito ovviamente della sua efficace azione di governo a livello europeo e, forse, anche planetario. “Ce l’abbiamo fatta! ha cinguettato Letta jrCommissione Ue annuncia ora ok a più flessibilità per prossimi bilanci per paesi come Italia con conti in ordine. La serietà paga”. Un tweet pubblicato a pochi secondi dall’annuncio dato dal presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, sulla possibilità concessa ai paesi virtuosi sul debito pubblico di sforare il tetto del deficit del 3% nel quale eravamo appena rientrati.

Peccato che gli entusiasmi adolescenziali di un premier che si atteggia a giovane ma è nato inamidato, siano stati subito stoppati dalla severità di Olli Rehn, il commissario Ue agli Affari Economici che ha riportato con i piedi per terra il Peter Pan de’Noantri: “Non è una deroga dai vincoli sui conti ha precisato Rehn perché sarà concessa a patto che si rispetti sia il tetto del 3% di deficit sia la “regola del debito”, cioè la riduzione obbligatoria di un ventesimo all’anno richiesta dal “fiscal compact”. Altro che “ce l’abbiamo fatta”.

Sia come sia, per Letta è la comunicazione -veloce, moderna e via internet- a contare più della sostanza. Errore strategico che è costato una figuraccia, oltre che una crisi della assurda maggioranza Pd-Pdl, anche sul tema dell’aumento dell’Iva previsto per luglio, ma rinviato poi ad ottobre e su quello, altrettanto spinoso, dell’abolizione dell’Imu. “L’imposta sulla prima casa andrebbe mantenuta”, ha dichiarato il 4 luglio scorso Kenneth Kang, Assistant director of european department del Fondo Monetario Internazionale. Un ceffone in pieno volto rifilato alle aspirazioni di Letta il Nipote che, complice l’impuntatura da asino sull’argomento del capogruppo Pdl alla Camera Renato Brunetta, rischia di cadere se non riuscirà a raggranellare i miliardi necessari a disinnescare le sorelle Iva-Imu.

“La copertura di questi interventi va tutta trovata dentro il bilancio del 2013 e non è semplice” ha infine confessato Letta, schiacciato dal peso politico dell’organismo presieduto dalla francese Christine Lagarde. Una sudditanza fisica e psicologica dimostrata dall’Italia anche sul caso F-35, i costosissimi super-jet della Lockheed Martin che Nato e Usa hanno deciso di produrre e far comprare negli anni ‘90. Lo scontro istituzionale tra il parlamento, il presidente della Repubblica e il Consiglio Supremo di Difesa da quest’ultimo presieduto è scoppiata perché secondo Napolitano la scelta operata in ambito Nato non può essere messa in discussione dal parlamento. Patria Loro.

7 anni per Ruby: Berlusconi tiene in ostaggio il governo Letta

I 7 anni di reclusione a cui è stato condannato Silvio Berlusconi dal Tribunale di Milano rappresentano un segno dei tempi: la crisi del berlusconismo e la fine di un ventennio di equilibri politici legati alle sorti del Cavaliere. L’onta della condanna in primo grado per prostituzione minorile e concussione per coscrizione (e non per induzione come aveva chiesto l’accusa) non solo mette in discussione il futuro del governo dell’inciucio Letta-Alfano, ma seppellisce definitivamente la credibilità del capo del Pdl all’estero, considerando che la stampa straniera lo paragona ormai ad un furfante qualsiasi, ma con un tocco di bunga-bunga in più degli altri.

Berlusconi, dal canto suo, ha reagito nell’unico modo che gli era strategicamente possibile, rinnovando per il momento la fiducia all’esecutivo di Letta Nipote: “Non è soltanto una pagina di malagiustiziaha detto il Cavaliere–. È un’offesa a tutti quegli italiani che hanno creduto in me e hanno avuto fiducia nel mio impegno per il Paese. Ma io, ancora una volta, intendo resistere a questa persecuzione perché sono assolutamente innocente e non  voglio in nessun modo abbandonare la mia battaglia per fare dell’Italia un Paese davvero libero e giusto”. A rendere più chiare le intenzioni del clan Berlusconi ci ha pensato a caldo Maurizio Gasparri che, invece di minacciare l’Aventino come aveva fatto mercoledì scorso dopo la decisione della Consulta sul processo Mediaset, ha cambiato canzone e ha dichiarato: “Il governo durerà se opererà bene sull’economia”.

 

Battaglia su Iva e Imu usata come una foglia di fico che serve a coprire l’evidente necessità di Berlusconi di prendere tempo, riparandosi sotto il cappello della solidarietà istituzionale garantita dal presidente Napolitano e personificata dal governo dell’inciucio Letta-Alfano. Un Cavaliere ancora statista che lascia che a mordere siano i suoi servi devoti i quali si stanno esibendo in un circo di acrobazie dialettiche pur di apparire più lealisti del re e conquistarsi, così, un posto nel ristretto Pantheon berlusconiano. Una carrellata di dichiarazioni da trattato di psicologia. Santanchè: “È una vergogna, c’è un disegno criminale nei confronti del nostro leader”. Brunetta: “Oggi in Italia abbiamo paura di questa giustizia aberrante. La giustizia è morta a Milano”. Ghedini:“Sentenza al di fuori della realtà”. Alfano: “L’ho invitato a tenere duro”. Cicchitto: “Una sentenza da tribunale speciale, gravissima, lo Stato di diritto è finito” (per informazioni chiedere ai tanti Stefano Cucchi). Fa ancora di più Giuliano Ferrara che ha convocato per oggi a piazza Farnese a Roma una manifestazione dal titolo eloquente: “Il giorno del pentimento e della solidarietà”. Amen.

Non il minimo dubbio riesce a scalfire la granitica fede dei berlusconiani nel prescelto di Arcore. Neppure il fatto che 32 dei testimoni chiamati da Ghedini –tra i quali gli onorevoli Ronzulli, Puricelli, Rossi e Valentini, la funzionaria della questura Iafrate e molte olgettine– rischiano adesso un’accusa di falsa testimonianza in merito alle “cene eleganti”. Mercoledì prossimo è prevista comunque una riunione dei vertici Pdl per decidere sul da farsi. Hanno invece le idee chiare i nemici storici del Cavaliere. Il Pd, nel frattempo diventatone amico e alleato, decide di non decidere e rimanere nel guado delle larghe intese affidandosi ad una fredda nota: “Il Pd prende atto della sentenza ed esprime rispetto per l’autonomia della magistratura”. Toni apocalittici, invece, per Niki Vendola: “Penso che si conclude qui la storia di un conflitto con la magistratura durato 20 anni”. Cocludiamo con le dichiarazioni della cittadina Ruocco del M5S. Punto di vista grillino che riassume il pensiero dell’italiano medio: “L’Italia è ostaggio dei problemi personali di un signore e intanto la crisi economica provocata dai partiti si fa sempre più drammatica”.

Letta dice addio al Porcellum, ma la maggioranza è spaccata

L’unica certezza è che non si voterà più con la legge elettorale nota come Porcellum. È questo il succo delle parole pronunciate dal premier Enrico Letta a margine del vertice di maggioranza convocato mercoledì mattina e a pochi minuti dalla sua partenza per Bruxelles dove Letta ha illustrato la posizione italiana su austerità, debito e crescita. Il presidente del Consiglio ha chiarito l’iter che, entro l’estate, il governo intende assegnare alla riforma della legge elettorale, contestualmente ad un piano di riforme più ampio della Carta costituzionale. Intanto è necessario sbarazzarsi del Porcellum, non tanto per l’assurdità di una legge che non assegna una maggioranza chiara al vincitore delle elezioni, quanto per evitare la brutta figura di una pronuncia di incostituzionalità della Corte Costituzionale.

È già stato anticipato da più voci che la mannaia della Consulta si abbatterebbe soprattutto su due aspetti del pasticcio firmato Roberto Calderoli: l’impossibilità di indicare una preferenza e il premio di maggioranza abnorme. Ecco così spiegata l’accelerazione lettiana sulla questione. Letta ha poi spiegato che “sulle riforme e sul loro percorso di riforma costituzionale si gioca la vita del governo”. Riforme costituzionali, legge elettorale, costi della politica, riduzione del numero dei parlamentari, finanziamento ai partiti. Tutte questioni scottanti riversate sul tavolo di Palazzo Chigi che inducono il premier a precisare il senso del superamento del Porcellum: “La legge elettorale sarà diversa, complessiva e terrà conto della forma di stato o di governo che uscirà dalla riforma”.

 

Fin qui tutto chiaro, compreso il fatto che il 30 maggio si riunirà per la prima volta l’ennesimo Comitato di Saggi di nomina governativa al quale farà bella compagnia a breve un Comitato dei 40 formato dai membri delle commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato. Un intasamento di carriere e poltrone come sul Raccordo nell’ora di punta che lascia trasparire la confusione che sta corrodendo la strana maggioranza Pd-Pdl. “C’è l’accordo per modifiche minime”, ha riferito Renato Brunetta, ma i colleghi del Pdl, più falchi di lui, hanno già fatto trapelare l’ipotesi di una nuova legge ancora senza preferenze, che non preveda la ridefinizione dei collegi e assegni il premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge il 40% dei voti.

Di tutt’altro avviso sono, naturalmente, i riottosi alleati del Pd che per bocca di Dario Franceschini, ministro dei Rapporti con il Parlamento, hanno detto la loro: “Siamo di fronte a una vittoria del Pdha detto Franceschiniperché abbiamo incassato che non si andrà più a votare con la legge vigente. Questo aveva annunciato il presidente del Consiglio, questo è quello che si è deciso oggi. Altre ipotesi, sono frutto di invenzione”. Il sospetto è che, nonostante lo strepitare di Franceschini contro Brunetta, l’escamotage del quorum del 40% (irraggiungibile nelle condizioni attuali di tripolarismo) possa rivelarsi una sorta di ritorno al sistema proporzionale e ad un modo di governare di democristiana memoria. Il sogno di Enrico Letta e delle colombe pidielline come il ministro Quagliariello.

“La riforma della Costituzione che dovrebbe essere approvata dal Parlamento –ha detto il ministro delle Riforme- sarà sottoposta in ogni caso a referendum confermativo, a prescindere dal fatto che le Camere la approvino con la maggioranza qualificata”. Uno stile di linguaggio ecumenico che vorrebbe nascondere la profonda spaccatura che caratterizza questa maggioranza. Enrico Letta ha segnato comunque sul calendario il 29 maggio come giorno spartiacque della legislatura perché verranno votate le mozioni parlamentari del governo che definiranno l’iter delle riforme. La parola magica resta clausole di salvaguardia che salvi il Porcellum dall’azione della Consulta trasformandolo in quello che molti hanno già ribattezzato un Porcellinum.

Processo Mediaset. Il condannato Berlusconi conferma la fiducia a Letta

Per la prima volta nella sua lunga e travagliata storia giudiziaria Silvio Berlusconi ha subito una condanna di secondo grado, in sede di processo d’appello. Il dibattimento era quello sui diritti tv Mediaset, celebrato a Milano, nel quale il capo del Biscione era accusato di frode fiscale, nonché già condannato a 4 anni di reclusione e 5 di interdizione dai pubblici uffici nel corso del processo di primo grado. Ieri, mercoledì 8 maggio 2013, data già entrata nella storia, la seconda sezione della Corte di Appello del tribunale meneghino ha confermato in toto la pena, al netto dei 3 anni condonati per l’indulto, con tanto di pena accessoria che rappresenterebbe la pietra tombale sulla carriera politica del Cavaliere.

È stato proprio il collegio presieduto da Alessandra Galli -la figlia del magistrato ammazzato da Prima Linea durante gli anni di Piombo e già al centro di uno strumentale polverone alzato dai legali-deputati berlusconiani Longo e Ghedini– a riconoscere Berlusconi colpevole del reato di frode fiscale per la compravendita “gonfiata” dei diritti tv di molti film e serie tv americane, quelli che fecero la fortuna catodica del fondatore di Canale5. Le conseguenze della condanna restano naturalmente congelate in attesa del pronunciamento della Cassazione. I tempi di prescrizione si avvicinano ma sono ancora lontani: luglio 2014.

 

È per questo che il Cavaliere per il momento non ci pensa proprio a staccare la spina al governo di Enrico Letta. Il governo dell’inciucio rappresenta infatti per lui una sorta di assicurazione sulla vita (politica). Fin quando Berlusconi vestirà i panni di salvatore della patria, disposto ad un governo di coalizione pur di salvare il paese dalla bancarotta, la persecuzione giudiziaria non potrà spingersi oltre le colonne d’Ercole dei moniti del presidente rieletto Giorgio Napolitano. Certo, le parole scritte nero su bianco dagli odiati e “antropologicamente diversi dal resto della razza umana” giudici di Milano pesano come macigni. Al Cavaliere viene infatti addebitata “la particolare capacità a delinquere dimostrata nell’esecuzione del disegno delittuoso” che lo avrebbe portato ad organizzare una “scientifica e sistematica evasione fiscale”.

Di fronte alla dissacrazione del corpo e della credibilità del fondatore e capo indiscusso del centro-destra italiano i suoi fidati pasdaran non potevano certo esimersi da una reazione rabbiosa quanto la paura di perdere la poltrona su cui siedono da decenni. Va bene salvare il governo democristiano di Letta Nipote, ma i giudici proprio no. Oltre all’avvocato-deputato Ghedini, secondo il quale c’era già “la consapevolezza che sarebbe andata così”, a sparare mediaticamente contro i giudici ci ha pensato prima Renato Brunetta: “Accanimento disgustoso. La sentenza contro Silvio Berlusconi è politica, anzi anti politica, perché colpendo lui si favoriscono i disegni disgregatori del nostro Paese”. Ad adombrare l’accusa di golpe giudiziario è anche la pasionaria Daniela Santanchè secondo la quale “ieri qualcuno voleva impedire a Berlusconi di governare e pretendeva di sovvertire la volontà popolare degli italiani per via giudiziaria, oggi qualcuno sta operando per fare saltare il governo Letta e l’ipotesi di pacificazione nazionale”.

Secondo la signora Sallusti il colpo di stato giudiziario sarebbe quindi permanente, indipendentemente da chi c’è a Palazzo Chigi. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone anche il sempre sorridente Maurizio Gasparri (“contro Berlusconi una sentenza frutto di pregiudizi, priva di ragioni, lesiva della verità e della vita democratica”), seguito a ruota dal siciliano Renato Schifani: “Continua la persecuzione giudiziaria nei confronti del presidente Berlusconi, leader politico che ha il consenso di dieci milioni di elettori”. Ululati, rantoli e alti lai destinati ad assopirsi già nelle prossime ore perché al Cavaliere conviene insabbiare le polemiche e trovare una soluzione definitiva ai suoi guai. Bocciata personalmente la Convenzione costituzionale, ritenuta inutile, al Caimano non resta che puntare al governo di solidarietà nazionale o, in alternativa, quando avrà più convenienza a staccare la spina, ad una campagna elettorale permanente dalla quale potrebbe uscire ancora vincitore.

Il governo Letta nomina 30 sottosegretari e 10 viceministri

Enrico Letta non ha intenzione di perdere tempo. Nella serata di giovedì, a poche ore dal ritorno del premier dal suo tour europeo, è stato convocato un Consiglio dei Ministri straordinario nel quale sono state assegnate tutte le poltrone di governo ancora vacanti. 30 sottosegretari e 10 viceministri, questo il numero dei nominati. 40 posti a sedere che vanno ad aggiungersi ai 23 membri del governo già in carica. Le iniziali pretese dello strano bipartito Pd-Pdl (Franceschini da una parte e Verdini dall’altra) erano salite fino alla richiesta di 68 tra vice e sottosegretari, numero poi ridotto per via delle pressioni di Letta, deciso a mantenere almeno una parvenza di sobrietà.

Se nell’assegnazione dei posti di governo si è potuto assistere ad una logica spartitoria da manuale Cencelli –un po’ al Pd, un po’ al Pdl e qualche grossa briciola al Centro-, il Cdm di ieri ha mostrato per intero a quali livelli di sviluppo è arrivata l’arte dell’inciucio all’italiana. Tra nomi di grido e illustri sconosciuti al grande pubblico niente è stato lasciato al caso. A coadiuvare il ministro dell’Interno Angelino Alfano sarà Filippo Bubbico del Pd, noto per aver fatto parte del gruppo dei 10 saggi nominati da Napolitano e già sotto processo per abuso di ufficio. Agli Esteri si è sentito il bisogno di nominare ben 4 assistenti per Emma Bonino (Lapo Pistelli, Bruno Archi, Marta Dassù, Mario Giro) della quale evidentemente i membri della casta si fidano poco. Di Archi c’è da dire che, chiamato a testimoniare nel 2012 nel processo Ruby, ha avvalorato la versione della “nipote di Mubarak”.

 

Alla Giustizia andranno Giuseppe Beretta e Cosimo Ferri. Roberta Pinotti (già candidato sindaco, poi trombato, di Genova) del Pd e Gioacchino Alfano (solo omonimo di Angelino) siederanno invece al ministero della Difesa. Il colpo di scena arriva al ministero dell’Economia dove, oltre a Luigi Casero Pierpaolo Baretta e Alberto Giorgetti, si è conquistato un posto da viceministro proprio Stefano Fassina, il responsabile economico del Partito Democratico spostato su posizioni quasi “di sinistra” che vanno a cozzare sia con l’impostazione ultraeuropeista decisa da Letta, sia con l’ideologia del banchiere-burocrate Maurizio Saccomanni, passato dalla Banca d’Italia alla poltrona più alta di via XX settembre.

Tanti nomi, tre, anche per lo Sviluppo Economico. Tra questi spicca quello di Antonio Catricalà, già sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo Monti e adesso riscopertosi improvvisamente lettiano. Al ministero delle Infrastrutture e Trasporti, oltre a Erasmo De Angelis e Rocco Girlanda, farà il suo ingresso Vincenzo De Luca, il primo cittadino di Salerno in quota Pd, indagato nell’inchiesta sul progetto urbanistico Crescent. Altro nome di grido è quello di Jole Santelli, l’ultrà berlusconiana in passato avvocato nello studio Previti, divenuta sottosegretario al Lavoro e alle Politiche Sociali insieme a Carlo Dell’Aringa e Cecilia Guerra. All’Istruzione rispunta un altro Tecnico montiano, Marco Rossi Doria, mentre ai Beni Culturali è stata parcheggiata Ilaria Borletti Buitoni, generosa foraggiatrice della campagna elettorale del Professore con il loden.

Ma le sorprese non sono finite qui perché, tra i sottosegretari alla presidenza del Consiglio, si trovano i nomi di Michaela Biancofiore -l’amazzone berlusconiana che si è aggiudicata come “premio fedeltà” le Pari Opportunità– e quello scottante di Gianfranco Miccichè, l’intramontabile animatore di Grande Sud, colpito da un mezzo infarto durante la campagna elettorale, sempre al centro di voci e scandali ma mai condannato. Miccichè è riuscito non si sa come a diventare sottosegretario alla Pubblica Amministrazione, forse, anche lui, come premio alla carriera di fondatore di Forza Italia. Ma i dubbi permangono.

Nasce il governo Letta-Alfano: ecco la squadra dei ministri

Il governo Letta nasce nel segno dell’incertezza e della novità. Alle 15.00 di oggi, come da prassi istituzionale, il presidente del Consiglio incaricato è salito al Quirinale ma, colpo di scena, non ha sciolto subito la riserva e la lista dei ministri è rimasta congelata per alcune drammatiche ore. Panico tra le centinaia di cameraman e giornalisti assiepati nella piazza bagnata dalla pioggia. Enrico Letta si è intrattenuto nell’ufficio privato “La Palazzina” del capo dello Stato per un incontro interlocutorio durato quasi due ore. Troppi i nodi da sciogliere al termine di una estenuante due-giorni di trattative, culminata nel confronto fiume con il gotha del Pdl e con Silvio Berlusconi in persona.

Poi, proprio quando la tensione mediatica cominciava a salire pericolosamente, i giornalisti sono stati invitati a recarsi alle 17.00 nella Loggia d’Onore, situata di fronte al più consueto studio presidenziale “La Vetrata” per presenziare alla tanto attesa conferenza stampa del nuovo presidente del Consiglio. Erano le 17 e 18 quando Letta ha sciolto positivamente la riserva sull’accettazione dell’incarico e ha comunicato ai mass-media la lista dei 21 ministri  concordata con Napolitano che mette finalmente fine al toto-nomi della squadra di governo che ha impazzato in questi ultimi giorni. Molte donne, età media bassa, un giusto mix tra politici e tecnici e spazio anche per qualche mezzo Big. Questa la ricetta proposta da Letta il Giovane per cercare di convincere innanzitutto l’Europa, ma anche i confusi elettori del suo partito e i falchi parlamentari di Pd e Pdl che non credono in un reciproco patto col diavolo.

I nomi forniti dal Pd, azionista di maggioranza di questo anomalo patto di non belligeranza con i rivali del Pdl, sono quelli di Dario Franceschini, ministro dei Rapporti con il parlamento; di Graziano Del Rio, il renziano presidente dell’Anci, ministro per gli Affari Regionali e per le Autonomie; di Josefa Idem, la pluricampionessa olimpionica, ministro dello Sport e delle Pari Opportunità; del Giovane Turco Andrea Orlando, divenuto ministro dell’Ambiente. Nella rosa Pd entra anche Maria Chiara Carrozza, rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, nominata ministro di Istruzione, Università e della ricerca.

Sono 5 i ministri in quota Pdl. Il segretario Angelino Alfano sarà vicepresidente del Consiglio ministro dell’Interno, anche in funzione di contrappeso a Letta; Maurizio Lupi andrà alle Infrastrutture e Trasporti; il “saggio” Gaetano Quagliariello farà il ministro degli Affari Costituzionali; Beatrice Lorenzin sarà ministro della Salute, mentre Nunzia De Girolamo andrà alle Politiche Agricole.

Tre i montiani. Il ciellino ex Pdl Mario Mauro, ben introdotto in Europa, alla Difesa, Anna Maria Cancellieri, dirottata alla Giustizia per far posto ad Alfano, ed Enzo Moavero Milanesi, il fedelissimo di Mario Monti riconfermato agli Affari Europei. Tra i tecnici, Fabrizio Saccomanni, direttore generale di Bankitalia, al ministero chiave dell’Economia;  Enrico Giovannini, presidente dell’Istat,  al Lavoro; Carlo Trigilia alla Coesione Territoriale; alla Semplificazione va Giampiero D’Alia; Sviluppo economico per Flavio Zanonato e poi Massimo Brai e Cecile Kyenge (entrambi del Pd). Altra poltrona di peso, l’ultima della lista, quella degli Affari Esteri, per Emma Bonino. Sottosegretario alla presidenza del Consiglio sarà Filippo Patroni Griffi. Domani il giuramento.

Intanto, sul fronte dell’opposizione al governo di larghe intese imposto da Napolitano, Beppe Grillo parla di “Notte della Repubblica” e scrive sul blog: “..una crisi economica senza precedenti nella storia repubblicana. I responsabili di quella crisi ora si pongono a salvatori della Patria senza alcun senso del pudore”. Il portavoce del M5S denuncia la probabile mancata assegnazione delle commissioni Copasir e Vigilanza Rai che “andranno all’opposizione farlocca della Lega e di Sel, alleati elettorali di pdl e pdmenoelle” e ribatte ai furibondi attacchi di presunti“giornalisti prezzolati” (facendo riferimento anche al caso Giulia Sarti e ai cosiddetti Grilloleaks) arrivando a colpire anche i piani più alti del Palazzo: “Per il M5S solo scherno o silenzio. Anche il silenzio del presidente della Repubblica del quale sono stati distrutti nei giorni scorsi i nastri delle conversazioni con Mancino”.