Napolitano nomina Enrico Letta presidente del Consiglio

Dopo la convocazione lampo al Quirinale alle 12 e 30 di oggi, Giorgio Napolitano ha Nominato e non Incaricato Enrico Letta presidente del Consiglio. È proprio il caso di dirlo perché, nonostante la carta costituzionale sia chiara sul meccanismo che porta il capo dello Stato a conferire l’incarico di presidente del Consiglio, questa volta Giorgio Napolitano non si è limitato a designare Enrico Letta, in attesa della necessaria fiducia delle Camere, ma lo ha direttamente nominato capo del governo sotto la minaccia di sciogliere il parlamento e dimettersi in caso di mancata fiducia al premier da lui designato.

Letta l’ha spuntata all’ultimo momento sul favorito della vigilia Giuliano Amato, l’ex braccio destro di Craxi, già due volte (1992 e 2000) presidente del Consiglio. Ma la candidatura da record dell’Amaro Giuliano (Belpietro dixit) a divenire premier della Prima, della Seconda e della Terza Repubblica è stata evidentemente stoppata dai veti incrociati venuti da destra e da sinistra (nonostante Berlusconi avesse espresso il suo favore per il Dottor Sottile). Amato risultava comunque indigesto al Pd, il partito “non vincitore” delle elezioni, andato in frantumi nello spazio di poche ore, ma ancora la forza largamente più rappresentata a Montecitorio (grazie al meccanismo truffaldino del Porcellum di Calderoli).

Stante il benestare del Pdl, disposto a digerire tutto pur di assicurare un lasciapassare giudiziario al Caimano, bisognerà adesso verificare la tenuta del disastrato Partito Democratico. La risposta arriverà comunque in tempi brevi, entro la fine di questa settimana, quando Letta formerà un governo e si recherà a chiedere la fiducia (scontata) delle Camere. Non sarà però scontata la conservazione dell’unità di un partito nato bicefalo (ex Dc ed ex Pci) che non ha mai raggiunto la fisionomia di una socialdemocrazia europea. Gli ex popolari, i centristi e i dalemiani (quelli che hanno votato Marini e i 101 “traditori” che invece non hanno votato Prodi) diventeranno sicuramente lettiani di ferro e alcuni di loro, come detto da un polemico Matteo Orfini, finiranno per “fare i ministri” nel governo di Letta jr.

Chi deciderà di non votare la fiducia ad un governo con ministri berlusconiani (si parla addirittura di un bis della Gelmini all’Istruzione e di un ritorno di Mara Carfagna) si ritroverà automaticamente fuori dal partito, come minacciato più volte da Rosi Bindi, a sua volta dimissionaria dalla presidenza Pd. Un pasticcio che ha gettato nella disperazione milioni di elettori piddini. Non improbabile dunque la nascita di un nuovo soggetto di Sinistra che raccolga intorno alle figure di Barca e Vendola i transfughi di un partito mai nato.

È così che, intorno alla figura bipartisan di Letta il Giovane, prende forma il semi-presidenzialismo all’italiana inaugurato dalla forzatura della prassi costituzionale con cui i partiti della casta, e Napolitano stesso, hanno deciso di rinnovare un settennato presidenziale che i padri costituenti avevano concepito di così lunga durata proprio per evitare derive monarchiche o sudamericane del nostro sistema politico. Obbligato dalla sorda incapacità dei politici di professione, invece, Napolitano suo mal grado (l’ambizione svanisce sulla soglia dei 90 anni) ha accettato di sacrificare gli ultimi anni di vita per il bene del Paese. Queste almeno le sue intenzioni, che rischiano però di trasformarsi in una colossale copertura istituzionale di un “governo dell’inciucio” di una classe dirigente fallimentare che ha portato l’Italia sull’orlo della bancarotta.

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