Caso Geithner: Berlusconi invoca una commissione di inchiesta

caso GeithnerSilvio Berlusconi, ospite a Coffee Break su La7, invoca una commissione di inchiesta sul caso Geithner. La storia del presunto complotto internazionale che portò alla caduta del suo governo nel novembre del 2011, raccontata dall’ex Segretario al Tesoro Usa Tim Geithner nel suo libro di memorie Stress Test, è stata presa molto seriamente dal capo di Forza Italia, non si capisce ancora se per mero interesse elettorale o perché il complotto contro di lui sia avvenuto veramente. “Le mie dimissioni sono state responsabili ma non libere – ha detto Silvio giovedì mattina – Ci sono state molte pressioni, ci sono dei fatti enormi che necessitano una commissione d’inchiesta”.

Le rivelazioni di Geithner hanno innescato un inevitabile scontro semi-istituzionale tra il Caimano decaduto e condannato e l’inquilino del Colle Giorgio Napolitano che con un comunicato ufficiale ha negato di essere a conoscenza di un putsch antiberlusconiano organizzato dalla UE. Ma cosa ha scritto di preciso l’influente politico americano? Geithner racconta che nell’autunno 2011 l’amministrazione Obama era in “costante contatto” con le “controparti europee”. Alcune di loro – continua l’ex Segretario – ci hanno spesso chiesto di intervenire per fare pressioni sul cancelliere Merkel affinché fosse meno avara, o sugli italiani e gli spagnoli affinché fossero più responsabili”.

Segue poi la frase che sta scatenando un putiferio in Italia:

“A un certo punto in quell’autunno, alcuni funzionari europei ci hanno approcciato con un complotto per provare a fare cadere il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Volevano che rifiutassimo di appoggiare i prestiti del Fondo Monetario Internazionale all’Italia fino a quando lui (Berlusconi ndr) non se ne fosse andato. Abbiamo riferito al presidente di questo sorprendente invito ma, per quanto sarebbe stato utile avere una migliore leadership in Europa, non potevamo essere coinvolti in un piano come quello. «Non possiamo avere il suo sangue sulle nostre mani», ho detto”.

Dunque, Geithner dichiara solennemente che almeno un tentativo europeo di “complotto” fu messo in atto. Non dice se questa iniziativa illegale e antidemocratica andò in porto. Non fa nemmeno i nomi dei funzionari della Ue coinvolti, ma non ha difficoltà a dipingere Barack Obama e i suoi come paladini della libertà e della legalità. Un atteggiamento alquanto vile e doppiogiochista per uno che negli Usa ha ricoperto un ruolo equivalente a quello del nostro ministro dell’Economia. E poi, la sua teoria si basa su un punto discutibile: negare il prestito del FMI all’Italia quando il governo Berlusconi, pur di mantenere l’onore, si rifiutava di finire sotto tutela della Trojka e avrebbe piuttosto lasciato affondare il paese. Nessun riferimento nemmeno allo scontro interno al Pdl con Tremonti che portò all’implosione del Berlusconi IV.

Per quanto riguarda Napolitano, Re Giorgio ha scritto che, a parte “le inopportune e sgradevoli espressioni pubbliche di scarsa fiducia negli impegni assunti dall’Italia, null’altro di pressioni e coartazioni subite dal Presidente del Consiglio nei momenti e nei luoghi di recente evocati fu mai portato a conoscenza del Capo dello Stato”. Posizione pilatesca che ha scatenato l’ira di Silvio.

Berlusconi prima ha spiegato che il complotto fu organizzato perché lui si opponeva alla “colonizzazione dell’Italia” da parte del FMI e dell’Europa a guida tedesca e ha denunciato “l’imbroglio degli spread”. Poi si è lamentato (giustamente) perché questa notizia bomba non trova spazio sulle prime pagine dei media e ha liquidato la nota del Colle dicendo di non poter “parlare del Capo dello Stato” altrimenti rischia di finire a San Vittore. Berlusconi non lo dice ma, scrive Adalberto Signore sul Giornale, è “fermamente convinto che Napolitano abbia avuto un ruolo di primo piano” nella vicenda del “colpo di Stato” del 2011. Gli indizi della colpevolezza del presidente? Gli incontri con Monti già in giugno, l’avallo della lettera della Bce firmata da Jean-Claude Trichet e scritta da Mario Draghi. “È lui il vero regista e il fatto che ora se ne lavi le mani rasenta il ridicolo”. Questo il succo del Berlusconi pensiero su Napolitano.

Blitz di Napolitano contro Renzi per salvare gli F-35

F-35 napolitanoIl governo Renzi pensa di applicare una robusta spending review anche alle spese fuori controllo del ministero della Difesa, caccia F-35 compresi. Giorgio Napolitano risponde infilandosi l’elmetto da Capo delle Forze Armate per salvare il miliardario piano di acquisto di 90 F-35 Lightning II  prodotti dalla Lockheed Martin. Mercoledì 19 marzo è prevista, infatti, la convocazione del Consiglio Supremo di Difesa che dovrà discutere le “criticità relative all’attuazione della legge 244”. Questa norma, varata nel 2012 dal governo Monti, riconosce al parlamento il potere di controllo sulle spese militari, e pare proprio che Matteo Renzi voglia approfittarne per trovare le coperture finanziarie al suo annunciato piano di taglio delle tasse.

L’intento di Napolitano e dei generali dell’Aereonautica militare è quello di neutralizzare l’azione parlamentare, confermare l’ordine di 90 F-35 per un costo di circa 15 mld di euro e mantenere così l’Italia tra i Grandi della Nato. Un progetto ambizioso che non sembra tenere conto della dieta forzata a cui tutti gli enti pubblici sono chiamati per cercare di frenare la crisi economica e la disoccupazione crescente. Gli uomini in divisa, con Re Giorgio in testa, tirano diritto ma rischiano, a questo punto, di andare a scontrarsi con il governo Renzi, affamato di soldi freschi. Il loro motto è quello preso in prestito dall’ex ministro della Difesa, Mario Mauro: “Armare la pace per amare la pace”. Parole che stridono con quelle pronunciate dal nuovo titolare di via XX settembre, Roberta Pinotti del Pd.

Ospite domenica scorsa di SkyTg24, la Pinotti ha ribadito quanto già anticipato alcuni giorni fa sulla possibilità di ridurre la spesa per armamenti ritenuti anacronistici. “Quando si manifesta la necessità di acquisire nuovi equipaggiamenti al passo coi tempi – ha detto la ministra senza citare espressamente gli F-35 – io credo si debbano valutare le caratteristiche di tali sistemi, i costi, i vantaggi per il nostro sistema produttivo”. Secondo Pinotti “è lecito immaginare una razionalizzazione, si può ridurre e rivedere” la spesa militare (chiusura di 385 caserme e riduzione delle Forze Armate da 190 a 150mila uomini). Non solo F-35 dunque. Ma, arriva addirittura a chiedersi la ministra, “ci servono l’Aeronautica e la difesa aerea?”. Affermazioni che avranno fatto tremare le mostrine appuntate sulle divise dei vertici militari.

L’accelerazione diplomatica della Pinotti è giustificata dalla copertura offerta al governo Renzi dalle conclusioni a cui è giunta l’indagine conoscitiva di una commissione parlamentare, costituita proprio grazie alla discussa legge 244 del 2012. Anche se Pinotti dice che l’indagine è ancora in corso, indiscrezioni giornalistiche riportano che una relazione finale sarebbe già sul tavolo di Renzi. L’obiettivo sarebbe il dimezzamento del programma F-35. Sette miliardi e mezzo che il premier potrebbe subito dirottare sullo sbandierato taglio dell’Irpef. L’alternativa renziana agli F-35 sono gli Eurofighter. Un velivolo ritenuto molto più sicuro e prestante del tanto contestato e inaffidabile F-35 che andrebbe a sostituire i pensionandi Tornado e Amx.

Ma a Washington non tutti sembrano essere d’accordo. Per questo è stato attivato il gabinetto del migliorista Napolitano, grande amico di Obama e unico comunista ben accetto negli States durante la Guerra Fredda. Il monito del “maresciallo dell’aria” insediato al Quirinale era già arrivato nel luglio scorso per negare il “diritto di veto” del parlamento “su decisioni che rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’esecutivo”. Tutta colpa di quella maledetta legge 244 che vincola le spese militari al potere di controllo democratico. Ora il vecchio Giorgio ci riprova.

Finisce l’era di Napolitano. Scaricato dai Poteri Forti

Napolitano complottoIl presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non verrà sottoposto ad impeachment. L’istanza presentata dal M5S è stata respinta dal Comitato parlamentare per la messa in stato d’accusa. Beppe Grillo continua comunque a chiederne le dimissioni, ma non è certo per merito del guru del Movimento che rischia di chiudersi l’era di Napolitano al Quirinale. Il presidente garante delle larghe intese è stato, infatti, scaricato dai Poteri Forti. Prova provata ne sono le anticipazioni del libro di Alan Friedman, Ammazziamo il gattopardo, che lo stesso giornalista ha raccolto in un video pubblicato dal Corriere della Sera, per definizione il quotidiano del salotto buono del potere italiano.

Secondo Friedman, Napolitano cominciò a sondare la disponibilità di Mario Monti a guidare un governo tecnico già dal giugno del 2011. Ben prima di novembre, quando lo spread arrivato a quota 575 costrinse Berlusconi a mollare Palazzo Chigi. Bisogna tenere a mente che le “rivelazioni” del Corriere (seguito a ruota dal Financial Times) non arrivano mai per caso. Nel suo dettagliatissimo video-scoop il giornalista americano propone delle interviste ad alcuni mostri sacri del capitalismo di relazione tricolore: lo stesso Monti, Carlo De Benedetti, Romano Prodi e Corrado Passera. Tutti confermano a vario titolo l’interessamento di Napolitano all’acquisto del cannoniere Monti in quella torrida estate del 2011.

Una operazione di discredito Re Giorgio – che lo stesso Napolitano ha stigmatizzato con una lettera inviata al quotidiano di De Bortoli – che Monti, Prodi, De Benedetti e Passera non avrebbero mai accettato di compiere se la sorte di Re Giorgio non fosse già stata decisa a tavolino. Questa la tesi sposata anche dal direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, secondo il quale Berlusconi non cadde perché lo spread superò quota 500 ma, al contrario, perché “qualcuno fece salire lo spread a 500 per permettere a Monti di insediarsi a Palazzo Chigi”. Secondo Sallusti fu Napolitano ad orchestrare un “piano segreto” per liberarsi del Cavaliere, anche se sono in molti a pensare, primo fra tutti Marco Travaglio, che il governo tecnico rappresentò l’àncora di salvataggio per un berlusconismo arrivato alla canna del gas.

Anti-complottista si mostra anche Oscar Giannino ricordando che già durante il G8 di Deauville fu prospettata al duo Berlusconi-Tremonti l’eventualità di un intervento della Trojka se l’Italia non avesse messo mano alla riforma delle pensioni. Il direttore del foglio berlusconiano, invece,  punta il dito contro la “porcata” del 2011, amplificata dalla confessione di Saint Moritz avvenuta tra Monti e De Benedetti. E ricorda le manovre tentate dal Colle con Gianfranco Fini e con il governo Letta-Alfano. In conclusione, Sallusti afferma che “De Benedetti, Monti e Prodi si sono decisi a vuotare il sacco” perché “stanno scaricando l’ex complice Napolitano diventato non solo inutile ma dannoso, ostinandosi a non agevolare la scalata del nuovo loro idolo Matteo Renzi”.

Anche Beppe Grillo se la prende con l’incontro massonico di Saint Moritz tra Monti e De Benedetti che lo stesso editore del Gruppo Repubblica-Espresso riassume così: “(Monti) disse che voleva parlarmi in privato e così gli dissi “Certo, passa a casa mia prima di cena”, mi raggiunse e fu allora che mi disse che era possibile che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli avrebbe chiesto di diventare presidente del Consiglio e mi chiese consiglio”. Nel fronte complottista va iscritto di diritto anche Corrado Passera che, sempre secondo Friedman, nell’estate 2011 stilò un piano segreto per il rilancio dell’economia, esposto al presidente in persona, ma conosciuto anche dal premier in pectore Mario Monti. Responsabilità che vanno ad aggiungersi a quelle ancora tutte da svelare della Bce, della Deutsche Bank e dei leader politici come Obama, Sarkozy e Merkel.

Presidenzialismo di fatto: Napolitano detta l’agenda politica

agenda NapolitanoAltro che Agenda Renzi arrivata per mandare in pensione la “vecchia politica”. A dettare le regole a governo e opposizione è ancora l’Agenda di Giorgio Napolitano. In occasione del tradizionale scambio di auguri al Quirinale con le Alte cariche dello Stato, il presidente della Repubblica non si è lasciato sfuggire l’occasione per pronunciare il consueto monito e riprendere così in mano le redini del governo Letta, mettendo al contempo un freno alle voluttà dell’opposizione grillina e berlusconiana. Napolitano invoca la riforma delle legge elettorale, quella della giustizia. Frena sul voto anticipato. Bacchetta Berlusconi sul “colpo di Stato”, poi cerca di ingraziarselo per non bruciare l’iter delle riforme costituzionali. Si dichiara anche preoccupato per il rischio rivolta degli italiani, esasperati dalla crisi.

Un intervento a tutto campo, da vero presidente del Consiglio o, se vogliamo, da primo cittadino di una Repubblica divenuta di fatto presidenziale. Il monito quirinalizio assume un peso ancora maggiore se si considera il fatto che Napolitano ha voluto chiudere il suo discorso con un chiaro accenno alla possibilità di dimettersi in caso le cose non dovessero andare come (da lui) prospettato. Praticamente un ultimatum per cercare di salvare il governo Letta, reso traballante dalle condizioni poste da Renzi. “Non mancherò di rendere nota – dice l’inquilino del Colle – ogni mia ulteriore valutazione della sostenibilità in termini istituzionali e personali, dell’alto e gravoso incarico affidatomi”. Frase che tradotta dal napolitaner suona più o meno così: “Si fa come dico io, oppure me ne vado”.

Parole che a Matteo Renzi, presente al Quirinale insieme a Letta, non avranno suonato poi così stonate. Panico, invece, dell’austero Letta a cui il mentore Giorgio ha subito offerto una sponda parlando di un governo le cui sorti “poggiano soltanto sulle sue forze e sono legate solo ai rapporti di fiducia con la sua maggioranza”. Il presidente parte poi all’attacco ponendo un veto sulle elezioni anticipate quando afferma che “è importante che l’Italia continui a essere governata in questo 2014. Gli italiani vogliono risposte, non nuove elezioni”. Uno slogan coniato per convincere sia il governo, sia Renzi, sia Berlusconi a sedersi attorno a un tavolo per mettere mano alla legge elettorale e alle riforme costituzionali, queste ultime arenatesi dopo l’uscita dalla maggioranza di Forza Italia.

 

Napolitano rivolge un vero e proprio “appello al partito che il 2 ottobre scorso si è distaccato dalla maggioranza originaria guidata da Letta, perché quella rottura non comporti l’abbandono del disegno di riforme costituzionali”. Re Giorgio considera “fatale” per il Paese mancare all’appuntamento con le riforme di cui stila anche una lista precisa: superamento del bicameralismo paritario, snellimento del parlamento,  semplificazione del processo legislativo, revisione del Titolo V della Costituzione. Toni ultimativi che non sfiorano proprio la sensibilità del Cavaliere al quale, peraltro, viene riservato un trattamento tutt’altro che tenero sulla questione della condanna Mediaset. Napolitano non autorizza Berlusconi “a evocare immaginari colpi di Stato e oscuri disegni” e lo esorta a rispettare le “autonome decisioni della magistratura”. Difficile in questo modo pretendere di contare sul “Berlusconi statista”.

Capitolo a parte è quello dedicato alla riforma della giustizia. Non quella contro i “giudici comunisti” che piacerebbe tanto al guru di Forza Italia, ma una riforma che preveda l’immediato intervento per risolvere l’emergenza sovraffollamento negli istituti di pena. Il presidente punta nuovamente il dito contro le “condizioni disumane delle carceri”, ma questa volta trova la risposta immediata di Letta: oggi in Cdm verrà discussa la proposta del ministro Cancellieri per svuotare le carceri. Poca cosa, ma almeno un segnale.

Berlusconi-Napolitano story: Craxi, massoneria e accuse di golpe

Napolitano Berlusconi massoniAlla vigilia del voto del Senato che il 27 novembre sancirà la decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di senatore, il rapporto tra il Cavaliere e Giorgio Napolitano giunge ai ferri corti. Il leader di Forza Italia accusa il presidente della Repubblica di essersi messo di fatto a capo di un golpe orchestrato dalla Sinistra per farlo fuori. L’inquilino del Colle si difende attaccando a sua volta, tacciando di eversione la protesta dei berlusconiani prevista sotto Palazzo Grazioli nel giorno della decadenza. Ma il rapporto tra i due grandi vecchi della politica italiana risale ai tempi di Craxi e, se pur mai idilliaco, ha attraversato anche momenti di forte e misteriosa vicinanza.

Per cercare di comprendere un nebuloso passato è necessario, però, partire dalla fine. Dalle dichiarazioni al vetriolo rilasciate dai due. A cominciare era stato il Cavaliere durante l’incontro di sabato scorso con i Giovani di FI. “Mercoledì 27 ci sarà il voto del Senato per fare fuori il presidente del centrodestra – aveva detto – dopo un periodo di vent’anni di tentativi che non erano andati in porto. Questa operazione si chiama colpo di Stato”. Concetto di golpe ribadito poi anche il giorno seguente, tanto per far capire la strategia di guerra messa in campo per difendersi dalla condanna Mediaset. Logico e scontato che, di fronte alle accuse di golpe, il Capo dello Stato fosse costretto a ribattere alla sua maniera, con la solita nota quirinalizia.

“Si sono ora manifestati giudizi e propositi di estrema gravità, privi di ogni misura nei contenuti e nei toni”, scrive Napolitano che poi lancia un “pacato appello a non dar luogo a comportamenti di protesta che fuoriescano dai limiti del rispetto delle istituzioni e di una normale, doverosa legalità”. Una controaccusa, neanche troppo velata, di considerare quelli berlusconiani comportamenti eversivi e i limiti della legalità costituzionale. Parole che non sono piaciute al Cavaliere il quale, per la verità, cercava spasmodicamente il casus belli. Secondo i dietrologi, Berlusconi si sente tradito da Napolitano che con un fantomatico patto segreto lo aveva convinto di poter ottenere il tanto agognato “lasciapassare giudiziario”, in cambio della stabilità assicurata al governo Letta.

 

È il Corriere della Sera a descrivere il retroscena di un Cavaliere furioso, che ai suoi fedelissimi avrebbe confessato di sospettare Napolitano di essere il “regista” dell’operazione decadenza. Lo scopo sarebbe quello di consegnare il potere alla Sinistra, anche con la partecipazione di Alfano e Ncd, convinti alla scissione da FI dalle promesse del Presidente. Golpe architettato già nel 2011 con i casi Merkel-Sarkozy e bunga-bunga, e con la cooptazione al governo di Mario Monti. Sospetti pesantissimi a cui si collega la dichiarazione di guerra pronunciata sul Giornale di famiglia dal direttore Alessandro Sallusti. Riferendosi al monito presidenziale, Sallusti si scaglia contro il vecchio Re Giorgio: “Siamo all’avvertimento, all’intimidazione. Perché, presidente, a che cosa dovremo stare attenti? Chi scenderà in piazza mercoledì e magari nei giorni successivi che cosa rischia? La galera, il fermo di polizia, la schedatura come sovversivo?”.

Parole pesanti come pietre al cui confronto le invettive di Grillo sembrano carezze. Ad aggiungere un tocco di mistero allo scontro Berlusconi-Napolitano si aggiunge un libro da poco pubblicato. Si tratta de I panni sporchi della Sinistra (ed. Chiarelettere), scritto da Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara. Intervistato da affaritaliani.it, Santachiara definisce Napolitano “garante dei Poteri Forti”, un “comunista borghese collaterale al Psi di Craxi e favorevole, già negli anni Ottanta, ai rapporti con Berlusconi”. Agli albori degli anni ’80, il migliorista Napolitano avrebbe spinto il Pci di Berlinguer verso posizioni vicine a quelle di Craxi. Con il futuro Cavaliere, poi, i rapporti erano strettissimi visto che “il rampante Berlusconi finanziava il settimanale della corrente migliorista, Il Moderno”.

Altra accusa mossa dagli autori del libro è quella di aver promulgato senza battere ciglio lodi e leggi ad personam (Alfano e Schifani) rivelatisi poi incostituzionali. Infine, ci sarebbe il sospetto non provato di una comune fratellanza nella massoneria. Di Berlusconi sono noti i trascorsi come tessera 1816 della P2 di Licio Gelli. Per Napolitano è una fonte anonima, un “noto avvocato figlio di un esponente del Pci”, a parlare dell’appartenenza alla massoneria atlantica delle famiglie liberal-comuniste degli Amendola e dei Napolitano (Giorgio compreso). Si spiegherebbero così gli storici rapporti di Napolitano con gli Usa. E anche quelli con Berlusconi.

Cancellieri e governo: partita a due tra Renzi e Napolitano

Annamaria Cancellieri ha passato indenne la prova della mozione di sfiducia presentata alla Camera dal M5S. La maggioranza Pd, (ex) Pdl, (ex) Scelta Civica ha retto compatta alla prova del voto, sposando in toto la spericolata tesi del ministro della Giustizia sulla natura “amichevole” e “umanitaria” del suo rapporto telefonico con i Ligresti. Non proprio come il voto sulla famigerata “Ruby nipote di Mubarak”, ma qualcosa di molto simile. Le cronache narrano che sia stato il diktat pronunciato da Enrico Letta durante la drammatica assemblea Pd di martedì sera (“Sfiduciare la Cancellieri significa sfiduciare il governo”), a far rientrare nei ranghi Matteo Renzi e gli altri candidati alla segreteria, costretti a piegarsi alla linea della “fedeltà al partito e al governo”. Come ai tempi di Togliatti.

I retroscena pubblicati dal Fatto Quotidiano raccontano però un’altra storia, diversa dalla favola di Letta “Palle d’acciaio”, deciso a difendere il proprio Guardasigilli fino al punto di sfidare Renzi, segretario in pectore del Pd, e rischiare la caduta dell’esecutivo. “Caro Matteo – esordisce suadente al telefono “Enrico” martedì pomeriggio – è il presidente che lo chiede, sulla Cancellieri fate un passo indietro”. Il “presidente” a cui fa riferimento Letta è, naturalmente, Giorgio Napolitano, colui che in cambio della rielezione al Colle ha preteso le chiavi del governo delle larghe intese (poi divenute un po’ più strette), affidandone poi la guida al fiduciario Letta Nipote.

 

Altro che “Palle d’acciaio”. Letta si sarebbe rifugiato sotto l’ombrello di Napolitano per far cambiare idea ad uno scalpitante Renzi che, dopo un furioso scambio di opinioni su procura di Torino, innocenza della Cancellieri e “questione politica e non giudiziaria”, aveva twittato: “Il gruppo si riunisce: o il presidente del Consiglio pone una questione di fiducia sulla vicenda Cancellieri, e fossi in lui non lo farei, oppure il Pd deve votare”. Toni bellicosi magicamente dissoltisi poche ore dopo quando, per ricompattare il partito lacerato, il sindaco di Firenze ha compiuto il richiesto “passo indietro”. Napolitano ha così esercitato per l’ennesima volta il suo potere di persuasione, immenso, perché il presidente ha legato la cattiva sorte del governo Letta alle sue dimissioni dal Quirinale.

L’ambizioso Renzi è consapevole che il suo maggiore avversario sulla strada di Palazzo Chigi non sarà il “giovane” Letta, ma ancora il “vecchio” Napolitano, deciso con il suo interventismo a garantire all’Europa la “stabilità” richiesta. Resta ancora un mistero comprendere perché, nella testa del presidente, il governo Letta sia l’unica soluzione possibile e, soprattutto, perché la caduta di un ministro divenuto impresentabile di fronte all’opinione pubblica avrebbe condotto ad una reazione a catena. In attesa di prendersi la segreteria l’8 dicembre e il governo chissà quando, Renzi è costretto ad ingoiare anche il rospo degli sfottò di Massimo D’Alema, uomo di apparato per tutte le stagioni. “Renzi ha fatto tutto questo numero contro la Cancellieri che sembrava volesse rovesciare il mondo – ha detto il Lìder Massimo – Finito twitter, il Gruppo del Pd ha deciso di votare la Cancellieri e Renzi ha incartato e portato a casa”.

La ritirata strategica di Renzi sul caso Cancellieri risveglia la vena polemica di Beppe Grillo sul vero ruolo di Napolitano. “La scissione del Pdl con un gruppo di residuati tossici è stata ispirata con tutta probabilità dal Colle a protezione del cocco di mamma Letta – posta Grillo sul blog – E come dimenticare i senatori a vita eletti da Napolitano, quattro voti sicuri per il Nipote?”. Un j’accuse, peraltro non inedito nei confronti del Quirinale (vedi la richiesta di impeachment), che si conclude scandendo che “Napolitano è il collante di questa situazione, Letta è solo un pupazzo”. Esattamente quello che pensa Renzi, pronto a dare il via allo scontro finale con Napolitano, ma solo dopo le primarie dell’8 dicembre.

Trattativa Stato-mafia: Napolitano costretto a dire la verità su D’Ambrosio

La Corte d’Assise di Palermo ha accolto le richieste del pm Nino Di Matteo e dei colleghi della procura palermitana: Giorgio Napolitano sarà chiamato a testimoniare nel processo sulla trattativa Stato-mafia. In qualità di testimone, e non di imputato, Napolitano sarà dunque costretto a dire la verità sulla vicenda della lettera di Loris D’Ambrosio scritta il 18 giugno 2012. Il consigliere giuridico del Quirinale -drammaticamente scomparso a pochi giorni dallo scoppio delle polemiche che lo avevano coinvolto per il tentativo di sottrarre l’ex ministro Nicola Mancino dalle indagini e dal successivo rinvio a giudizio per la trattativa Stato-mafia– ha lasciato proprio una bella gatta da pelare all’inquilino del Colle.

A questo proposito, siamo certi che il presidente starà già provando e riprovando la parte che dovrà recitare quando la Corte d’Assise si trasferirà armi e bagagli, come da norma di legge, nelle sacre stanze quirinalizie per ascoltare la sua versione. Tutto l’interesse dei magistrati ruoterà intorno al timore manifestato da d’Ambrosio “di essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. Napolitano dovrà spiegare se le paure del suo consigliere fossero fondate e che cosa fossero, in pratica, gli indicibili accordi a cui si riferiva D’Ambrosio. Bisognerà “costruire” una Verità processualmente credibile, anche se non sarà facile negare l’evidenza che il riferimento del consigliere è al periodo 1989-93, proprio gli anni della Trattativa.

Una vera fortuna, comunque, per il presidente doversi concentrare solo sul significato occulto della lettera di d’Ambrosio. Le scottanti telefonate con l’amico Mancino, infatti, non saranno argomento della chiacchierata con i giudici perché coperte (e distrutte) dalla sentenza pro-Quirinale del gennaio scorso della Corte Costituzionale. Anche se il campo di azione della testimonianza presidenziale sarà molto ridotto, al Quirinale sono ben consapevoli della portata destabilizzatrice dell’affaire D’Ambrosio. È per questo che per ora lo staff di Napolitano si nasconde dietro un imbarazzato messaggio di circostanza: “Si è in attesa di conoscere il testo integrale dell’ordinanza di ammissione della testimonianza adottata dalla Corte di Assise di Palermo per valutarla nel massimo rispetto istituzionale”.

 

Un’attesa destinata a risolversi con la chiamata a testimoniare visto che, se la si giudica in punta di diritto, la richiesta di Di Matteo & co. risulta impeccabile. Ad affermarlo è il giurista Gianluigi Pellegrino, insospettabile di intellighentia con i nemici del Colle (i pm di Palermo) perché già difensore a spada tratta del diritto di Napolitano di chiedere la distruzione dei nastri con le telefonate di Mancino. Pellegrino trova “gravissime” le affermazioni del ministro della Giustizia che ha parlato di “decisione inusuale”. Il riferimento è alle improvvide parole di Anna Maria Cancellieri che ha accolto con “perplessità” una decisione che invece ha solide basi nell’art. 205 del codice di procedura penale. Altro corazziere quirinalizio volontario è il solito Luciano Violante. L’esponente Pd, favorevole ad un lasciapassare giudiziario per Berlusconi, ha definito “originale” la decisione dei giudici di Palermo, certificando così in pieno la bontà della chiamata in causa di Napolitano nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Ma al Colle non mancano certo altri difensori di ufficio. È Massimo Franco sul Corriere della Sera a offrire il petto in difesa di Re Giorgio. “La testimonianza richiesta alla prima carica dello Stato e al suo supplente –scrive Franco– se anche non è una forzatura in punto di diritto, suona poco comprensibile dal punto di vista istituzionale”. Dove per “supplente” si intende l’ex capo della Dda e attuale presidente del Senato Pietro Grasso, anche lui chiamato sul banco dei testimoni per spiegare le pressioni subite al fine di “salvare” Mancino attraverso una avocazione delle indagini di Palermo. Il corsivista del quotidiano dei poteri forti sente puzza di golpe, tralasciando però di spiegare le minacce e le lettere del corvo arrivate nella procura siciliana, e omettendo del tutto di approfondire i motivi che hanno portato la prima carica dello Stato a sollevare persino un conflitto di attribuzione con i magistrati di Palermo, dando la netta sensazione agli italiani di voler coprire qualcuno e di voler nascondere la verità storica sulla trattativa Stato-mafia. Toccherà ai giudici stabilire almeno una verità processuale.

Amnistia e indulto: il No di Renzi complica i piani di Napolitano

“Renzi è come Grillo”, si è sentito rispondere il vice direttore di Repubblica, Massimo Giannini, dal ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato (Pd) durante la manifestazione La Repubblica delle Idee a Mestre. La domanda di Giannini riguardava la posizione presa da Matteo Renzi sulla proposta di amnistia e indulto avanzata dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Un No energico e risoluto, pronunciato sabato scorso a Bari e ribadito domenica di fronte alle telecamere di In Mezz’ora di Lucia Annunziata. Ma Zanonato non è stato il solo a scagliarsi contro quello che viene ritenuto un affronto alla linea tracciata da Napolitano. Da Emma Bonino a Maurizio Lupi, in rappresentanza del governo Letta, fino ad arrivare a metà del Partito Democratico, quella che non si riconosce nel renzismo divenuto quasi contagioso, l’occasione del No all’indulto è stata colta per cercare di isolare il giovane Renzi in nome del lealismo verso il Quirinale.

E meno male che per Matteo Renzi quella di sabato scorso a Bari doveva essere solo la prima tappa di un tour elettorale che si preannunciava trionfale. La segreteria Pd sembrava ormai a portata di mano, le primarie quasi una formalità utile a traghettarlo dolcemente verso l’8 dicembre, data del Congresso. Invece, è bastata una battuta su indulto e amnistia per dare il via ad una ridda di polemiche più o meno strumentali, ma pericolose per l’immagine del sindaco cool, amico di Roberto Cavalli. Evidentemente Renzi deve aver toccato il nervo scoperto che rischia di far saltare la cosiddetta trattativa Stato-Mediaset, ovvero quell’indicibile accordo che terrebbe in piedi il governo dell’inciucio Pd-Pdl in cambio di un salvacondotto giudiziario per Berlusconi, e di cui si sarebbe fatto garante il presidente Napolitano.

 

Non si spiegherebbe altrimenti la sprezzante reazione bipartisan in funzione antirenziana. “Renzi cerca consensi a destra come a sinistra, –dice il ministro dei Trasporti Lupi a SkyTg24l’amnistia e l’indulto sono stati richiesti dall’intervento fortemente elevato dal Presidente della Repubblica”. Per dare una picconata al Renzi grillino si scomoda persino la pacifista Emma Bonino, ministro degli Esteri: “Se Matteo Renzi è il nuovo che avanza, fatemi il favore di ridarmi l’antico”. Taglia corto il già citato Zanonato: “Renzi ragiona in termini puramente propagandistici stile Grillo”.

Renzi viene in pratica accusato di agire con inumanità, sulla pelle dei detenuti, con il solo scopo populista di allargare il suo bacino elettorale parlando alla pancia della gente. Ma le idee di Renzi sulla questione carcere, esposte di fronte alla platea barese, non vanno affatto nella direzione delle manette facili. “Affrontare oggi il tema dell’amnistia e dell’indulto –ha detto a Bari- è un clamoroso errore, un autogol. Cambiamo prima la Bossi-Fini e la Fini-Govanardi, non hanno funzionato e interveniamo su riforme strutturali, come la custodia cautelare”. Il Renzi-pensiero, condiviso questo sì anche dal M5S di Grillo, è che non si debba dare l’impressione che in Italia si possa delinquere, tanto arriva sempre il colpo di spugna del legislatore a condonare reati e pene. Bisognerebbe cominciare prima con l’escludere la nozione di reato per quelle azioni che reati non sono. Eliminare cioè leggi ingiuste e liberticide che per Renzi hanno un nome: Bossi-Fini sull’immigrazione e Fini-Giovanardi sulle droghe.

Posizione libertaria che offre il fianco alle bordate di Renato Brunetta: “Era ora che Renzi andasse oltre le battute. Finalmente rivela di essere per la droga libera e per l’immigrazione clandestina”. Ma come, il povero Renzi non era appena stato dipinto come il torturatore di detenuti contrario all’indulto? Lui intanto continua per la sua strada, ma con un mezzo passo in dietro,  ribadendo dalla Annunziata la sua fedeltà a Napolitano: “Non ho parlato contro Napolitano, non c’è la lesa maestà, ho detto che non mi sembrava serio un nuovo indulto-amnistia dopo 7 anni dall’ultimo”.

Berlusconi: “Complotto su lodo Mondadori”. Napolitano: ”Delirante invenzione”. È campagna elettorale

Tra Berlusconi e Napolitano è ormai scontro frontale. La campagna elettorale, almeno per il Cavaliere che ha definito il rivale “inaffidabile”, è già cominciata. Pietra dello scandalo è stata la telefonata resa pubblica dalla trasmissione di La7, Piazzapulita, durante la quale il rifondatore di Forza Italia accusa senza mezzi termini il Capo dello Stato di aver ordito un complotto ai suoi danni. Anche se i convulsi eventi politici delle ultime ore (oggi il voto di Fiducia per Letta) sembrano aver azzoppato mediaticamente il caso del presunto complotto del presidente sulla sentenza del lodo Mondadori, è necessario comprendere i motivi che hanno spinto Berlusconi a formulare un’accusa gravissima e costretto Napolitano ad una dura presa di posizione.

“Quel che sarebbe stato riferito al Senatore Berlusconi circa le vicende della sentenza sul Lodo Mondadoriscrive il presidente della Repubblica in una notaè semplicemente un’altra delirante invenzione volgarmente diffamatoria nei confronti del capo dello Stato”. Reazione scomposta e non da Napolitano, ma commisurata alle accuse “eversive” ricevute. Ma cosa si era lasciato scappare il Cavaliere nella cornetta?

Tutto era iniziato lunedì sera con la messa in onda dell’audio della telefonata tra Mister B. e un senatore Pdl dall’identità ancora ignota, che chiameremo Mister X, avvenuta circa una settimana fa. Secondo gli house organ di Arcore quella telefonata sarebbe stata “rubata” dal giornalista Antonino Monteleone, che però controbatte raccontando che Mister X, definito una sua “fonte”, ha volontariamente messo in funzione il vivavoce per far ascoltare a lui e al resto della troupe, casualmente lì presente per un’intervista, la voce del Padrone. Un’audio scottante in cui Mister B. accusa apertamente Re Giorgio di essere intervenuto personalmente sui giudici della Cassazione che il 27 giugno scorso hanno emesso la sentenza sul lodo Mondadori che ha costretto il Biscione a risarcire la Cir di Carlo De Benedetti con 500 milioni di euro. Il presidente avrebbe addirittura costretto i togati a riaprire la camera di consiglio, fatto inaudito.

 

“Mi è stato detto che il Capo dello Stato avrebbe telefonato per avere la sentenza prima che venisse pubblicatadice Mister B. a Mister XDopodiché ha ritelefonato da capo, ha fatto ritelefonare da Lupo (Ernesto Lupo, consigliere giuridico di Napolitano ndr) al Presidente della Cassazione (Giorgio Santacroce, ndr) che ha chiamato il Presidente di Sezione (Francesco Trifone, ndr) costringendolo a riaprire la camera di consiglio. Cosa che non succede mai! Perché la sentenza era già pronta il 27 di giugno”. Una bomba a mano lanciata nelle stanze del Quirinale. Una notizia che, se fosse vera, potrebbe far saltare in aria quello che resta degli equilibri repubblicani, già messi a rischio dalla guerra aperta da Berlusconi contro giudici e magistratura.

Ma non è tutto, perché il Cavaliere quantifica addirittura la cifra stabilita da Napolitano per punirlo: 200 milioni in più di quanto previsto dai giudici. Totale 500 milioni. Roba da impeachment e fucilazione immediata sul Colle. Per il già citato presidente della Cassazione Santacroce trattasi niente altro che di “pura fantascienza”. Della sua stessa opinione il Csm che definisce l’ipotesi del complotto “assurda e offensiva”. Aumentano, invece, i dubbi sul fatto che la telefonata galeotta non sia solo parte di una nuova fiction targata Mediaset. Possibile che Mister X abbia smesso i panni del servo devoto per vestire quelli del supereroe, consegnandosi inerme alla vendetta del Caimano solo per far ascoltare una telefonata ad un giornalista simpatico? Molto più probabile che sia stato lo stesso commediante di Arcore ad organizzare la trappola in cui la redazione di Formigli è caduta. Il suo scopo? Alzare il livello dello scontro con Napolitano per presentarsi agli elettori come perseguitato politico e unico candidato anti-tasse.

Amato giudice costituzionale: bufera politica su Napolitano

La scelta compiuta dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di nominare Giuliano Amato giudice della Corte Costituzionale sta lasciando dietro di sé una lunga scia di polemiche e contestazioni, sia da destra che da sinistra. La mossa di Re Giorgio rientra di certo nell’ambito delle attribuzioni che la Carta costituzionale assegna all’inquilino del Quirinale. Spetta al presidente, infatti, nominare 5 dei 15 giudici costituzionali e la sostituzione di Franco Gallo, giunto al termine del mandato di 9 anni, non era altro che una scelta obbligata. Non altrettanto scontata, però, è stata l’indicazione del nome di Amato, l’ex socialista e due volte presidente del Consiglio, molto stimato in campo giuridico, ma altrettanto odiato in quello politico. Il sospetto è che Napolitano voglia giocare d’anticipo sul tavolo del salvacondotto per Berlusconi.

La prima reazione scomposta è arrivata proprio da dove non ti aspetti. “Si dice la ciliegina sulla torta. In questo caso è più opportuno dire la ciliegina sul pacco. Cioèha detto Maurizio Bianconi del Pdlsulla fregatura rifilata agli italiani con la nomina dei quattro senatori a vita utili ai giochi della sinistra. La ‘ciliegina’ è la nomina di Amato a giudice della Corte Costituzionale”. Secondo Bianconi il nome di Amato non sarebbe altro che parte della strategia quirinalizia di infilare uomini “suoi” sia al Senato -dove i numeri del governo Letta sono più ballerini e non è detto che non ritorni utile il voto dei senatori a vita-, sia alla Consulta che nei prossimi mesi potrebbe essere chiamata ad esprimersi sul Porcellum e sulla legge Severino. Ma è proprio su questo punto che vanno a scontrarsi le due anime pidielline, visto che la colomba Fabrizio Cicchitto la vede in maniera diametralmente opposta: “La nomina di Giuliano Amato è ineccepibile da tutti i punti di vista”.

 

Amato sì, Amato no, è un dubbio che invece non si è insinuato tra i banchi del M5S, apparso per una volta compatto nel derubricare come l’ennesima mossa della casta la nomina del braccio destro di Craxi su una poltrona così delicata. Da Riccardo Fraccaro a Alessandro Di Battista, da Carlo Sibilia a Paola Taverna, in queste ore è tutto un susseguirsi di dichiarazioni al vetriolo 5Stelle sui social network. È Sibilia a riassumere in poche parole l’opinione che nel Movimento si ha di Amato: “Giuliano Amato rappresenta degnamente lo schifo, il disgusto, l’indecenza, l’obbrobrio, l’orrore, il ribrezzo perpetrato negli anni dalla Casta politica italiana”. Anche secondo Di Battista “vogliono farci vergognare di essere italiani”, e Fraccaro rincara la dose: “Giorgio Napolitano ha nominato Giuliano Amato, ex tesoriere di Craxi e pensionato d’oro, giudice della Corte costituzionale. Ad insaputa della Costituzione”. Per chi non lo avesse ancora capito, l’idea del M5S di Amato è quella di un personaggio colpevole di essere stato “ex cassiere del Psi degli scandali craxiani”, e simbolo dell’Italia della casta perché destinatario di una pensione d’oro da decine di migliaia di euro al mese.

Ma Amato è anche colui che, con un decreto dell’11 luglio 1992, impose il prelievo forzoso del 6% dai conti correnti degli italiani quando già Tangentopoli stava facendo emergere le ruberie compiute dal suo principale e dal resto della politica (Pci compreso). In quell’occasione il dottor Sottile (definizione coniata da Eugenio Scalfari) vestiva i panni di presidente del Consiglio, indossati poi nuovamente nel 2000 per sostituire Massimo D’Alema a Palazzo Chigi. I 5Stelle, insomma, sentono puzza di salvacondotto per Berlusconi, considerando la personalità da larghe intese di Amato e la lucidità della scelta di Napolitano, non certo compiuta per caso. Opinione simile si registra anche dalle parti della Lega. È l’eterna promessa Matteo Salvini a farsi vivo sul suo profilo facebook: “Il signor Napolitano, che non è il mio presidente, ha appena nominato un volto nuovo, un giovane in gamba, come giudice della Corte Costituzionale. Giuliano Amato”. Tace per il momento il Pd, ridotto al ruolo di servo sciocco di Re Giorgio, ma anche degli interessi di Berlusconi.