2 milioni votano l’indipendenza: Veneto, Crimea d’Italia

 

referendum indipendenza veneto“Vuoi che il Veneto diventi una repubblica federale indipendente e sovrana?”. È questo il testo del quesito referendario apparso sul sito internet plebiscito.eu e votato da 2 milioni di cittadini veneti dal 16 al 21 marzo. Mentre a Treviso si proclama l’indipendenza del Veneto dall’Italia, la stampa internazionale (compresa la tv russa Rt che ha realizzato un servizio) comincia a paragonare le rivendicazioni dei discendenti della Repubblica di Venezia a quelle del neonato stato indipendente di Crimea.

Le percentuali di assenso a quella che sarebbe una vera e propria secessione da Roma Ladrona sono state bulgare o, se preferite, coreane. La consultazione non ha ovviamente valore legale perché violerebbe l’articolo 5 della Costituzione (“La Repubblica italiana è una e indivisibile”), ma gli organizzatori, tra i quali spicca il nome del presidente del Comitato del Sì Gianluca Busato, sono convinti invece che la volontà di 2 milioni di persone (più della metà dei 3,7 mln di veneti con diritto di voto) rappresenti di per sé la legalità democratica.

Anche se l’Espresso ha definito una “bufala” un referendum affidato ad una piattaforma on-line gestita dallo stesso comitato promotore, non c’è dubbio che la crisi economica e di sistema che sta opprimendo l’Italia stia spingendo i cittadini a trovare soluzioni alternative, anche indipendentiste. E il Veneto non è certo nuovo ad episodi di secessionismo. Era la notte tra l’8 e il 9 maggio del 1997 quando un commando formato da 8 persone, armate di un fucili mitragliatori Beretta MAB 38, occupò piazza San Marco e l’omonimo campanile a Venezia. I Serenissimi, così furono soprannominati dai mass media, misero in atto quello che si scoprì essere solo un gesto dimostrativo perché nostalgici della Repubblica di Venezia soppressa da Napoleone nel 1797.

Nel caso odierno, i fautori del referendum sull’indipendenza del Veneto non hanno imbracciato i fucili, ma le conseguenze dell’iniziativa rischiano di essere ben più incisive del golpe da operetta dei Serenissimi. Le aspettative dei veneti di liberarsi per sempre dalla asfittica burocrazia romana sono talmente alte che il governatore Luca Zaia, pur favorevole alla consultazione, per salvare le apparenze costituzionali ha dovuto precisare che “non si tratta di un referendum vero e proprio ma di un sondaggio”. Dunque, non un referendum come quello in Crimea, tenuto nonostante il parere di illegalità espresso dalla comunità internazionale, ma un semplice sondaggio.

Peccato che i veneti all’iniziativa ci credano sul serio. E la stessa Lega, di cui fa parte Zaia, non ha mai fatto mistero delle sue velleità centrifughe. Prima con la secessione della Padania minacciata da Umberto Bossi, poi con la teoria delle macroregioni di Miglio adottata da Roberto Maroni e, infine, con l’Europa dei popoli delineata da Matteo Salvini. Le ragioni degli indipendentisti si fondano sui già accennati motivi storici, ma si sono coagulate a causa del “fattore socioeconomico”, ovvero il fatto che, dice Busato, “ogni anno 20 miliardi di euro partono dal territorio come tasse e non tornano sotto nessuna forma”. La richiesta di indipendenza del Veneto non è però solo una questione di schei. Nella terra della piccola e media impresa, messa in ginocchio dalle tasse, ma anche della cultura e del turismo, sono convinti che la gestione esterna di Roma sia causa di mancato progresso e freno per lo sviluppo sociale.

Il Veneto-pensiero lo riassume l’articolo di un non meglio precisato MB comparso sul gazzettino.it:

“Di destra o di sinistra i veneti non capiscono perché devono pagare (in tutti i sensi) per la carriera di altri, per le case di altri, per le poltrone di altri, per la bella vita di altri, ovunque stiano questi altri, in qualsiasi palazzo di capitale a sud o molto a più a nord della terra veneta. Il distacco aumenta, giorno dopo giorno”.